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La solitudine uccide, lo dicono i dati

solitudine

Photo by Vasily Koloda on Unsplash

L’essere umano ha bisogno dell’altro. Come scriveva già Aristotele nella sua “Politica” nel IV secolo A.C., l’uomo è un animale sociale, che tende per natura alla creazione di legami e all’aggregazione. Appartenere ad un gruppo si configura come una motivazione basilare dell’uomo (Liotti, 2017), risultato dell’evoluzione (Tomasello, 1999) e strettamente connessa al senso di sicurezza e alla capacità di entrare in sintonia, riconoscersi, e differenziarsi dall’altro (Lichtenberg, 1989).

Essere soli, significa per un bambino non poter sopravvivere. La presenza di un altro significativo acquisisce, dunque, sin dai primissimi anni di vita, una salienza unica nei mammiferi, e nell’uomo in particolare (Bowlby, 1969). Proprio per questo la solitudine è connessa a emozioni di ansia, angoscia, perdita, ad indicare la presenza di una qualche forma di pericolo, almeno nella nostra mente.

Dati di ricerca mostrano come la solitudine sia associata ad un più alto rischio di mortalità (Holt-Lunstad et al., 2015), ad un tasso più alto di depressione (Cacioppo et al., 2006) e ad una peggiore qualità di vita (Mellor et al., 2008).

Partendo da questi dati, in uno studio pubblicato su Psychosomatic Medicine, O’Súilleabháin, Gallagher e Steptoe (2019) hanno deciso di esaminare l’associazione tra solitudine e mortalità, considerando la distinzione di Weiss (1973) tra solitudine emotiva e sociale. Secondo l’autore, è infatti possibile differenziare una solitudine emotiva, risultato di una perdita o dell’assenza di una figura di attaccamento, connessa a sentimenti di solitudine, ansia, abbandono, e una solitudine sociale, derivante dalla mancanza di una rete sociale alla quale appartenere, caratterizzata da vissuti di noia, depressione e da assenza di scopi.

Dall’analisi dati su 413 partecipanti, gli autori hanno riscontrato, nelle persone che vivevano da sole, l’assenza di associazioni significative tra solitudine sociale e mortalità, mentre la solitudine emotiva è risultata essere un importante fattore di vulnerabilità. All’aumentare dei punteggi di solitudine emotiva, corrispondeva infatti un incremento progressivo del 17,9% del rischio di mortalità, indicando un notevole impatto di questa dimensione sulla durata della vita di una persona. Nessuna associazione significativa è invece emersa, sia per la solitudine sociale che emotiva, tra coloro che non vivevano soli e il rischio di mortalità.

Concludendo, la solitudine emotiva risulta essere associata ad un maggior rischio di mortalità nelle persone che vivono sole, confermando il ruolo fondamentale dei legami affettivi nella vita di ogni essere umano.

 

Referenze

  • Bowlby J. 1969. Attaccamento e Perdita, vol. 1: l’attaccamento alla madre. Tr. It. Bollati Boringhieri, Torino 1972.
  • Cacioppo JT, Hughes ME, Waite LJ, Hawkley LC, Thisted RA. Loneliness as a specific risk factor for depressive symptoms: cross-sectional and longitudinal analyses. Psychol Aging 2006;21:140.
  • Holt-Lunstad J, Smith TB, BakerM, Harris T, Stephenson D. Loneliness and social isolation as risk factors for mortality: a meta-analytic review. Perspect Psychol Sci 2015;10:227–37.
  • Lichtenberg JD, Psicoanalisi e sistemi motivazionali. Tr. It. Raffaello Cortina, Milano 1995.
  • Liotti G., Fassone G., Monticelli F. 2017. L’evoluzione delle emozioni e dei sistemi motivazionali. Raffaello Cortina Editore.
  • Mellor D, Stokes M, Firth L, Hayashi Y, Cummins R. Need for belonging, relationship satisfaction, loneliness, and life satisfaction. Pers Individ Dif 2008;45: 213–8.
  • OʼSúilleabháin PS, Gallagher S, Steptoe A. Loneliness, Living Alone, and All-Cause Mortality: The Role of Emotional and Social Loneliness in the Elderly During 19 Years of Follow-Up. Psychosom Med. 2019 Jul/Aug;81(6):521-526.
  • Tomasello M. 1999. Le origini culturali della cognizione umana. Tr. It. Il Mulino, Bologna, 2005.

Autore/i dell’articolo

Dottor Filippo Perrini - Psicologo - Psicodiagnosta - Istituto Beck
Psicologo, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale. Iscritto all’Ordine degli Psicologi della Regione Lazio. Si occupa di clinica dell’età adulta, prevalentemente del trattamento di disturbi di personalità, disturbo post-traumatico semplice e complesso, disturbi dello spettro della schizofrenia e disturbo ossessivo-compulsivo. Si è formato in Terapia Metacognitiva Interpersonale e Dialectical Behavior Therapy attraverso la partecipazione a training specifici. Conduce gruppi di Skills Training DBT per pazienti affetti da Disturbo Borderline di Personalità o per disturbi connessi a difficoltà di regolazione emotiva. Ha inoltre conseguito il primo livello della formazione in EMDR. Si occupa inoltre di psicodiagnosi e valutazione neuropsicologica. Ha un background di ricerca sul modello animale maturato presso il laboratorio di psicofarmacologia del Dipartimento di Fisiologia e Farmacologia dell’Università Sapienza di Roma, e nel dipartimento di Neuroscience and Brain Technologies dell’Istituto Italiano di Tecnologia (IIT) di Genova. Svolge attività di ricerca clinica presso l’Istituto Beck e la clinica psichiatrica Villa Von Siebenthal. E’ co-autore di diverse pubblicazioni scientifiche su riviste nazionali ed internazionali.
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