skip to Main Content

In che modo lo stile di attaccamento influenza la nostra autocritica?

Stile di attaccamento

Photo by Jesse Martini on Unsplash

Il modo in cui le persone sviluppano e formano rappresentazioni interne di sé diventa fonte di autovalutazione e autocritica, importanti fattori di rischio per la salute mentale. Il modo in cui l’autocritica influisce, esacerba e impedisce il recupero dalla psicopatologia è stato studiato con diversi approcci in letteratura. Una linea di indagine riguarda i correlati neurali dell’elaborazione dell’autocritica. Una seconda linea di ricerca ha esplorato l’associazione tra cognizioni autocritiche e stili di attaccamento. È stato proposto che l’autocritica possa essere vista come un risultato di attaccamento insicuro, date le associazioni riscontrate tra stili di attaccamento insicuro e una intensa autocritica. Inoltre, gli individui che ricordano i loro genitori come critici, rifiutanti e iperprotettivi sembrano avere molte più probabilità di essere autocritici rispetto a quelli che sono in grado di ricordare il calore dei genitori. Possiamo dire che il modo in cui gli altri (in particolare le figure di attaccamento primarie) si relazionano a noi può avere un impatto significativo sul modo in cui si impara a relazionarsi con noi stessi.

Kim e colleghi (2020) hanno messo insieme, per così dire, le due prospettive di ricerca, indagando come i marcatori neurali dell’autocritica possano essere correlati allo stile di attaccamento. 40 partecipanti hanno portato a termine una serie di compiti (compresa un’autovalutazione del proprio stile di attaccamento) e misurazioni neurofisiologiche tramite risonanza magnetica funzionale (fMRI) e misurazione della frequenza cardiaca (HRV).

Ecco cosa è emerso.

In primo luogo, le analisi hanno rivelato un’attivazione del giro linguale (correlato alle immagini mentali visive) durante l’autocritica, correlata all’attività dell’amigdala (risposta alla minaccia). Nello specifico, gli individui con attaccamento sicuro tendevano ad avere una maggiore attivazione del giro linguale, suggerendo potenzialmente un maggiore reclutamento di immagini mentali durante l’autocritica, in contrasto con gli individui con attaccamento evitante che tendevano a mostrare un’attivazione del giro linguale inferiore, indicando potenzialmente quindi un minore reclutamento di immagini mentali durante i compiti svolti.

Inoltre, in risposta ad una maggiore attivazione dell’amigdala, gli individui con attaccamento sicuro hanno mostrato una maggiore attivazione del giro linguale, mentre gli individui con attaccamento evitante una minore attivazione dello stesso substrato neurale.

Una possibile interpretazione del fatto che gli stili di attaccamento moderino la relazione tra i marcatori neurali delle immagini mentali e la minaccia, è che gli stili di attaccamento hanno implicazioni per i cosiddetti “modelli operativi interni”, che entrano in gioco in condizioni di autocritica. In particolare, gli individui con attaccamento sicuro hanno accesso a modelli operativi interni che forniscono loro le risorse per far fronte alla minaccia dell’autocritica. Per questo motivo sono potenzialmente più disposti ad entrare in contatto con un evento minaccioso mostrando una maggiore propensione per l’elaborazione di immagini mentali durante l’autocritica. Al contrario, gli individui con attaccamento evitante mancano di queste risorse di coping. Per proteggersi dalla sopraffazione della minaccia dell’autocritica, possono impiegare strategie di coping di negazione o dissociazione dall’evento minaccioso, rendendo in tal modo possibile elaborare meno immagini mentali.

I dati riportati in sostanza forniscono la prima prova che i meccanismi di attaccamento possono modulare le risposte alle minacce e alle immagini mentali quando si è impegnati nell’autocritica, con importanti implicazioni cliniche e sociali più ampie.

Innanzitutto, appare abbastanza chiara la necessità di dotare coloro che hanno storie di attaccamento insicuro della capacità di creare modelli operativi interni in cui si sentano al sicuro e protetti. Nel contesto terapeutico, questo è lo scopo della Terapia Focalizzata sulla Compassione (Compassion-Focused Therapy).

Questo approccio invita la persona a impegnarsi in abilità e pratiche di addestramento mentale compassionevole, al fine di costruire un senso interiore di sicurezza e aumentare i marcatori fisiologici di rilassamento, sicurezza e autoregolazione, che corrisponderebbe ad un aumento dell’HRV, sia a riposo che durante compiti di autocritica. Ciò potrebbe facilitare una migliore elaborazione delle minacce. In fasi più avanzate, la terapia può focalizzarsi sulla comprensione delle forme e delle funzioni dell’autocritica, della vergogna e del trauma.

Infine, il modo in cui elaboriamo e sperimentiamo le critiche può avere implicazioni importanti per le nostre relazioni interpersonali. Comprendere come gli stili di attaccamento possano plasmare le esperienze di critica all’interno di diverse relazioni di ruolo (come genitorialità, coppia o persino posizioni organizzative e di leadership) avrebbe anche implicazioni per il benessere nostro e della società della quale facciamo parte.

Riferimenti:

Autore/i dell’articolo

Dott. De Gabrielis Gabriele
Psicologo, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale, psicoterapeuta TMI (Terapia Metacognitiva Interpersonale). Ha conseguito il I livello della formazione in EMDR. Ha svolto la sua attività in diversi contesti: strutture semiresidenziali, centri clinici, U.O.C. Tutela Salute Donna ed Età Evolutiva – ASL Roma 2, U.O.C. Psichiatria – Azienda Ospedaliera Sant’Andrea di Roma. Da anni si dedica allo studio dei sistemi motivazionali nell’ottica cognitivo-evoluzionista contribuendo, attraverso diverse ricerche, allo sviluppo della Teoria Evoluzionistica della Motivazione (TEM). Attualmente collabora in qualità di psicologo e psicoterapeuta presso l’Istituto A.T. Beck di Roma.
Back To Top
Send this to a friend