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Stili di attaccamento nella narrazione: quali effetti su chi ascolta?

Stili di attaccamento nella narrazione

Photo by Liane Metzler on Unsplash

Il neonato per sua definizione è un essere piccolo e indifeso, specialmente se si tratta di un essere umano. Fortunatamente però l’uomo (e non solo) nasce con un innato sistema di attaccamento, che ha la funzione psico-biologica di mantenere relazioni intime con “altri significativi”, solitamente i genitori, in grado di garantirgli sopravvivenza in termini di accudimento, nutrimento, cura, affetto. Il legame di attaccamento che si instaura può essere sicuro (e permetterà al futuro adulto di muoversi in un mondo socialmente complesso, sviluppando costantemente relazioni interpersonali) o insicuro. Quest’ultimo rappresenta un fattore di rischio per numerosi disturbi. Infatti, le esperienze con i caregiver durante la prima infanzia sono fondamentali per la salute mentale futura.

Dal momento che l’attaccamento insicuro ha un’alta prevalenza nelle popolazioni cliniche e, di conseguenza, l’esposizione a narrative di individui con questo stile di attaccamento è una delle esperienze interpersonali vissuta sia dai pazienti (ad es. nella terapia di gruppo) che dagli psicoterapeuti, conoscerne gli effetti sull’ascoltatore potrebbe essere di supporto per una migliore comprensione dei processi interpersonali, sia in psicoterapia che in altri contesti medici in cui le relazioni paziente-medico sono fondamentali.

Lo studio

Inizialmente, 149 partecipanti sani hanno ascoltato tre narrazioni differenti, ognuna caratteristica di uno dei tre stili di attaccamento: sicuro, insicuro-preoccupato e insicuro-evitante. Dopo ogni narrazione, sono stati valutati il benessere e la reattività interpersonale dell’ascoltatore come aspetti specifici della reattività emotiva. Al contempo, sono stati valutati eventuali aspetti psicopatologici della personalità (propensione alla dipendenza, vulnerabilità strutturale della personalità in generale).

La seconda parte della ricerca ha confrontato 10 pazienti con un episodio depressivo in corso e/o un disturbo di personalità con sintomi depressivi e 10 controlli sani di uguale età e stesso genere.

I risultati

Ascoltare narrazioni di attaccamenti insicuri ha ridotto il benessere nei controlli. Tuttavia, la tendenza all’interazione sociale era massima dopo l’ascolto della narrazione insicura-preoccupata. È importante ricordare che gli stili di attaccamento degli ascoltatori hanno mediato la relazione tra benessere/reattività interpersonale a seguito della narrazione insicura. Inoltre, rispetto ai partecipanti sani, i pazienti con depressione hanno mostrato una maggiore reattività emotiva a seguito dell’esposizione alla narrazione insicura-preoccupata, risultando in un minore benessere e una minore cordialità nei confronti del narratore.

Conclusioni ed implicazioni cliniche

L’esposizione a pattern linguistici attaccamento-specifici può provocare cambiamenti dell’umore, sia nei soggetti di controllo che nei pazienti. In particolare, la narrazione insicura-preoccupata ha influenzato lo stato emotivo degli ascoltatori, a sua volta mediato dagli stili di attaccamento individuali e dalle caratteristiche psicopatologiche della personalità. I risultati indicano quindi una complessa interazione tra narrazioni specifiche e il loro impatto, a seconda delle predisposizioni interpersonali dell’ascoltatore. Ciò risulta di particolare importanza per i clinici, che devono essere in grado di gestire le sfide interpersonali con i propri pazienti. I modelli di interazione specifici dell’attaccamento sono infatti rilevanti anche per l’alleanza terapeutica. Ad esempio, l’attaccamento ansioso è stato positivamente associato al numero di psichiatri/psicologi incontrati dai pazienti, mentre l’attaccamento evitante è stato negativamente associato alle credenze sull’efficacia della psicoterapia. Inoltre, ci sono prove in letteratura sul fatto che pazienti e terapeuti con stili di attaccamento opposti sperimentino un’alleanza terapeutica migliore. Un’ulteriore utile indicazione riguarda infine la terapia di gruppo, all’interno della quale i clinici potrebbero sensibilizzare ai possibili cambiamenti dell’umore negli ascoltatori come un “effetto collaterale” ed inevitabile delle narrazioni altrui.

Per concludere, i ricercatori propongono un’interessante sfida per le ricerche future: migliorare la comprensione del modo in cui le caratteristiche interpersonali dei pazienti influenzino implicitamente la risposta dei terapeuti come potenziale per migliorare la formazione dei clinici nelle competenze interpersonali.

 

Riferimenti:

Autore/i dell’articolo

Dott.ssa Mariangela Ferrone - Psicologa - Psicoterapeuta - Istituto Beck
Psicologa, Psicoterapeuta cognitivo-comportamentale, Psicoterapeuta TMI (terapia metacognitiva interpersonale) livello EXPERT. Per molti anni è stata Coordinatrice del Centro di Psichiatria Perinatale e Riproduttiva, del Servizio di Psicoterapia e Counseling Universitario presso la UOC di Psichiatria – Azienda Ospedaliera Sant’Andrea di Roma. Attualmente è docente per l’insegnamento di “Psicologia dello Sviluppo e dell’Educazione” nel corso di laurea in Scienze Infermieristiche, sede Sant’Andrea presso la Facoltà di Medicina e Psicologia – Sapienza Università di Roma, nonché docente interno e supervisore clinico dell’Istituto A.T. Beck per le sedi di Roma e Caserta. Socio Aderente della SITCC (Società Italiana di Psicoterapia Comportamentale e Cognitiva).
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