Cosa Salverà gli Uomini dal Suicidio? – Parte II

Cosa Salverà gli Uomini dal Suicidio? – Parte II

Suicidio

Photo by Oleksandr Pidvalnyi

Victim Blaming contro gli Uomini a Rischio Suicidario
Perché facciamo ricadere la responsabilità dei suicidi sugli uomini e non sulla società?

Come abbiamo visto, porre l’attenzione sull’obbligo degli uomini a “piangere” o a “parlare” deresponsabilizza la società e fa ricadere le responsabilità della mancanza di servizi adeguati sull’individuo.
Questa deresponsabilizzazione assume i contorni di un vero e proprio “victim blaming”, in cui vengono analizzati solo ed esclusivamente i fattori individuali, e viene fatta ricadere la colpa esclusivamente sugli uomini suicidati o suicidari, escludendo tutti i fattori sociali e culturali che pesano contro gli uomini.

Ignoriamo, con un simile discorso, tutti questi fattori: giustifichiamo e assolviamo la società e diamo la colpa alla vittima, che “purtroppo” non parla o non piange abbastanza da riuscire ad ascoltarla. Non siamo noi a non ascoltare loro, sono loro a non piangere abbastanza forte. Posta in questi termini sembra un’idea assurda, e lo è, ma è esattamente quanto stiamo comunicando agli uomini richiedendo loro di “piangere” o di “parlare” di più.

Stoicismo: il nemico? O un tentativo di soluzione in assenza di servizi esterni?

Lo stoicismo è una parte importante dei ruoli di genere assunti dagli uomini.
L’attitudine stoica è utile perché permette agli uomini di risolvere i problemi della propria vita quando nessuno, attorno a loro, sembra aiutarli.

Questo aspetto è però anche connesso alla mancanza di richiesta di aiuto da parte degli uomini. Dunque risulta logico, per molti accademici, cercare di rimuovere la modalità stoica dagli uomini in modo da ridurre i suicidi maschili.

Tuttavia, se l’aiuto offerto dalla società non va di pari passo con quest’apertura, gli uomini risultano danneggiati doppiamente: da un lato vengono demonizzati per l’aderenza a principi di mascolinità legati allo stoicismo come il non voler chiedere aiuto, dall’altro quando lo chiedono non lo ottengono, e non solo non l’ottengono, ma avendo rimosso l’atteggiamento stoico, non riescono più nemmeno ad auto-regolarsi di fronte alle difficoltà, e dunque tutte queste circostanze aumentano l’incidenza suicidaria, al posto di ridurla.

Considerato inoltre che non tutte le persone che ne hanno bisogno si rivolgono a servizi di aiuto, e che comunque di fronte alle difficoltà minori l’individuo deve necessariamente avere delle strategie di coping utili per fronteggiarle anche al completamento, o precedentemente l’inizio, di una terapia, è necessario conservare le modalità specifiche dell’individuo per affrontare questi problemi che inevitabilmente si presenteranno nella vita quotidiana; e tra le tante modalità possibili, vi è anche lo stoicismo.

E’ infatti la terapia che deve adattarsi a questa modalità di coping dell’individuo, e non l’individuo adattarsi a potenziali servizi d’aiuto che come stiamo vedendo sono inesistenti in molti settori o comunque assolutamente non sufficienti.

I professionisti infatti hanno gli strumenti per interfacciarsi con pazienti stoici, mentre gli individui stoici che non riescono a trovare aiuto non hanno altra modalità di coping se non l’atteggiamento stoico stesso che vogliamo rimuovere loro; rimosso il quale, restano senza difese di fronte al rischio suicidario.
Convincere gli uomini, dunque, a smettere di aderire agli standard di mascolinità, tra cui lo stoicismo, senza fornire loro un aiuto societario e comunitario, aumenta e non diminuisce il rischio di suicidio.

Lo stoicismo maschile, da parte dei terapeuti della salute mentale, al massimo dunque può essere “smussato” (ad esempio, reinterpretando la possibilità di chiedere aiuto come una “mascolina” forma di forza o di coraggio), ma non va rimosso totalmente dall’individuo.
In fondo, come rivela il nostro codice deontologico: “Nell’esercizio della professione, lo psicologo […] rispetta opinioni e credenze, astenendosi dall’imporre il suo sistema di valori” (Art. 4).
Ciò vale anche per lo stoicismo, un sistema di valori così ingranato nei ruoli di genere maschili (Seager, 2019).

Vergogna Sociale vs Non Voler Chiedere Aiuto

Il suicidio maschile è chiaramente legato alla vergogna per la debolezza e il fallimento, ma questa vergogna rispecchia la mancanza di empatia della società nei confronti dell’esperienza maschile.
E’ per questo che gli uomini non valutano la propria vulnerabilità o non cercano aiuto: perché non si aspettano di riceverlo.

Questo si riflette nella realtà della mancanza di servizi per le vittime maschili e nella resistenza a considerare gli uomini come un gruppo con esigenze proprie.

Tuttavia, le narrazioni attualmente in voga intorno al genere presuppongono che il comportamento maschile sia un insieme di condizionamenti che possono essere semplicemente riaddestrati e rimodellati. Si cerca quindi – erroneamente – di educare i ragazzi e gli uomini a cambiare i loro atteggiamenti e comportamenti. La mascolinità stessa viene percepita come dannosa e gli uomini vengono incolpati di non cercare aiuto e, in ultima analisi, anche della loro stessa suicidalità. Paradossalmente, questo non fa altro che rafforzare i ruoli di genere societari secondo cui gli uomini sono responsabili della risoluzione di tutti i problemi, compresi quelli di sé stessi.

La vergogna che gli uomini provano nel cercare aiuto è implicita in tutta la società. Dire agli uomini di aprirsi e cercare aiuto è un doppio standard quando le azioni e gli atteggiamenti della società non sono solidali e non fanno che rafforzare la vergogna. Questo non fa che confondere e paralizzare ancora di più gli uomini.

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Autore/i dell’articolo

Dott. Alberto Infante
  • Dottore in Psicologia
  • Redattore Volontario per la ONLUS Il Vaso di Pandora - La Speranza dopo il Trauma
  • Content Creator per l'Istituto Beck

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