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Sviluppo dell’abilità musicale: una competenza già presente a sei mesi di vita

Sviluppo dell’abilità musicale

Photo by Clark Young on Unsplash

Comunemente si ritiene che possedere l’“orecchio” in ambito musicale, dunque la capacità di cogliere e riprodurre toni suonando note ed accordi, rappresenti un’abilità innata. Musicista si nasce.

Mentre la maggior parte di noi deve impegnarsi il doppio del tempo per percepire le variazioni musicali.

Un nuovo contributo scientifico, apportato da una squadra di neuroscienziati dell’Università di York, suggerisce che la capacità di ascoltare e, dunque, distinguere i toni maggiori e quelli minori di una sequenza musicale possa appartenere ad un individuo ancor prima che esso prenda delle lezioni di musica, in tenerissima età.

Lo studio che prendiamo in esame, pubblicato in “Journal of the Acoustical Society of America”, attraverso una specifica modalità in grado di rilevare i movimenti oculari prodotti in seguito all’esplicitazione di uno stimolo acustico, ha esaminato la capacità dei bambini di sei mesi di discriminare tra una sequenza di toni musicali.

Contributi scientifici passati hanno dimostrato che circa il 30% degli adulti può identificare questa variabilità; mentre, il 70% di essi, indipendentemente dall’impegno profuso in sessioni di allenamento musicale, non è in grado di farlo. Stessa proporzione è stata registrata negli studi condotti con bambini di sei mesi di vita: il 30% può, il 70% no.

Seppure ci sono bambini che prendono confidenza con la musica già in tenera età, ascoltandola ripetutamente perché stimolati da un ambiente familiare incline a questo tipo di educazione (soprattutto nel mondo occidentale); è altamente improbabile che, nei primi sei mesi di vita, essi abbiano ricevuto una formazione formale e specifica in questo ambito. «Questi dati indicano che il fenomeno sia guidato da un meccanismo innato» sintetizza Scott Adler, Professore del Dipartimento di Psicologia della Facoltà della Salute e membro del programma Vision.

Tali risultati sono confermati dagli studi condotti sugli adulti dal team di Adler che, in associazione con il professor Charles Chubb dell’Università della California a Irvine, hanno dimostrato l’esistenza di questi due gruppi di popolazione: uno solo di essi è in grado di discriminare tra toni principali e secondari, indipendentemente dal livello di formazione o al grado di esposizione musicale ricevuto.

Il nuovo studio che stiamo approfondendo, oltre ad estendere le conoscenze acquisite anche nell’ambito dell’età evolutiva, si prende il merito di suggerire che tale variabilità sia connessa ad una componente genetica. La stessa che determina negli individui un maggior o minor apprezzamento del contenuto “emotivo” della musica (definito appunto dall’alternanza della tipologia dei toni).

Vediamo, nello specifico, come è stata condotta la ricerca in questione. Trenta bambini, di sei mesi di vita, sono stati scelti come partecipanti. Ad essi sono stati proposti una serie di toni, la cui qualità indicava la posizione in cui una specifica immagine sarebbe apparsa. I bambini avevano il compito di stabilire da che parte guardare dopo aver sentito un determinato tono.

In una prima fase, appunto, dopo aver ascoltato una serie di note, un’immagine appariva a destra o a sinistra a seconda che si trattasse di tonalità maggiori o minori. In una seconda fase dell’esperimento, la comparsa di specifici toni non prevedevano in modo affidabile la posizione in cui l’immagine sarebbe apparsa.

Tale metodo ha permesso nel tempo ai ricercatori di analizzare le modalità attraverso cui i bambini hanno imparato ad associare la tipologia di suono al luogo in cui sarebbe comparso lo stimolo visivo. Infatti, il bambino che riesce a distinguire la qualità del tono dirige lo sguardo verso il corretto posizionamento dell’immagine prima ancora che essa appaia, in quanto ha imparato a prevederne l’andamento.

Come già accennato il 33% dei bambini coinvolti nello studio (dunque un terzo di essi) ha dimostrato (attraverso i loro movimenti oculari) di prevedere con grande successo il posizionamento dell’immagine; il 67% di essi, al contrario, non è riuscito a farlo. Questi risultati possono risultare molto utili nell’ambito dello sviluppo del linguaggio che, come sappiamo, si basa su alcuni meccanismi uditivi propri anche della musica.

Conclude il Professor Adler: «Quando si parla con i bambini, si tende a cambiare l’intonazione della nostra voce; dunque disporre della capacità di cogliere tale variabilità può influenzare le modalità attraverso cui un bambino apprende la propria lingua. Dobbiamo tenerne conto».

Riferimenti

  • Adler A.S., Comishen K.J., Wong-Kee-You A.M.B., Chubb C. (2020). Sensitivity to major versus minor musical modes in bimodally distributed in young infants. The Journal of the Acoustical Society of America 147, 3758.

Autore/i dell’articolo

Dott.ssa Fantacci Chiara
Psicologa Psicoterapeuta cognitivo-comportamentale. Iscritta all’Ordine degli Psicologi della Regione Lazio dal 15/10/2012 n. 19486. Esperta nel settore dei disturbi in età evolutiva e, in particolare, nell’attività diagnostica finalizzata all’individuazione di aspetti sintomatologici che possano rallentare e/o interferire con il benessere di natura psicologica ed emotiva del bambino. Si occupa, inoltre, del trattamento e di fornire sostegno psicologico a genitori ed insegnanti implicati nel processo di crescita del paziente. Ha conseguito il primo livello di formazione in EMDR e secondo livello in Terapia Metacognitiva Interpersonale dei Disturbi di Personalità.
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