Test Proiettivi “Non Convenzionali”: i Tarocchi

Test Proiettivi “Non Convenzionali”: i Tarocchi

Tarocchi

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Proiezione e Test Proiettivi

Il Rorschach e altri test proiettivi ci dimostrano che proiettiamo quotidianamente i nostri contenuti psichici in ogni tipo di immagini, e ciò avviene in particolare se culturalmente vi è un consenso sociale che vede una data immagine come connessa a un determinato contenuto psichico. Ne consegue che passare attraverso un insieme di simboli ci aiuti a conoscere meglio parti di noi di cui non eravamo coscienti o che non avevamo affrontato in precedenza.

Il Rorschach e simili test proiettivi sono standardizzati, pertanto sono più precisi di altri sistemi, tuttavia hanno lo svantaggio di non essere facilmente fruibili ai più né di stimolare efficacemente l’immaginazione nei non addetti ai lavori. Pertanto, in determinati contesti, potrebbe essere necessario un sistema che, pur peccando di minore o assente standardizzazione, stimoli maggiormente l’immaginario popolare, come potrebbero essere i tarocchi.

Tarocchi: Ambito Psicologico VS Ambito Esoterico

Un simile uso ovviamente non equivale all’impiego divinatorio, religioso od esoterico che solitamente si associa a questo strumento, perché, pur essendo potenzialmente leciti, i tarocchi in ambito psicologico verrebbero considerati al pari di ogni altro test proiettivo “fatto in casa”. A livello scientifico, infatti, non possiamo dire che i tarocchi siano meglio o peggio di un altro sistema inventato in tempi recenti su cui allo stesso modo proiettare i propri contenuti psichici.

L’impiego dei tarocchi in ambito esoterico o religioso non deve spaventare il lettore, perché vi è un’enorme differenza tra l’approccio psicologico a questi strumenti e quello spirituale od occulto.
Molti strumenti adottati dalla psicologia e quotidianamente impiegati in sedute psicologiche provengono infatti da ambienti vicini alla spiritualità, pur non avendo conservato un significato religioso od occulto nella loro implementazione terapeutica.

Pensiamo alla meditazione: in ambito psicologico è utilizzata come mindfulness ed è ritenuta utile al benessere psicofisico, nonostante nel buddhismo sia invece il metodo per ottenere il nibbāna (trad. estinzione)

L’impiego dei tarocchi in seduta non rende dunque i terapeuti dei cartomanti più di quanto l’implementazione della mindfulness non li rende dei monaci buddhisti.

I tarocchi possono essere considerato come dei test proiettivi non standardizzati in ambito psicologico, pur rappresentando i 22 sentieri del cosiddetto “albero della vita” nella cabala ermetica.

Da psicologi quindi dobbiamo comprendere che non esistono metodi “eretici”, ma che l’importante è il contesto nel quale vengono applicati: dobbiamo insegnare la mindfulness e non il nirvana o utilizzare i tarocchi al pari di test proiettivi e non per predire il futuro.

Tarocchi e Imagery

I tarocchi inoltre possono essere utili strumenti per il lavoro con l’Imagery. L’Imagery è l’impiego in ambito psicologico della visualizzazione: immaginando uno scenario fantastico o risperimentando con la mente un evento passato è possibile infatti mettersi in contatto con la propria psiche profonda, similmente a come avviene con i sogni.

Gli arcani maggiori dei tarocchi, infatti, possono rappresentare un vero e proprio viaggio che la persona compie, identificandosi con la carta del Folle che incontra progressivamente le altre 21. Possiamo compiere questo “Viaggio del Folle” visualizzandoci all’interno della carta (prima del Folle e poi, identificandoci con esso, di ogni altra carta a turno) e interagendo con i personaggi delle carte, chiedendo loro di insegnarci una lezione su noi stessi. Questo procedimento, chiamato “Pathworking” (letteralmente “lavoro con i sentieri”, visto che i mondi dei tarocchi sono associati ai sentieri cabalistici), è assimilabile al percorso di Individuazione, che nell’approccio junghiano si compie tramite l’Immaginazione Attiva, una forma di Imagery.

Ovviamente i paesaggi che vediamo nell’Imagery, visualizzandoci all’interno dei tarocchi, non rappresentano come invece avverrebbe in ambito spirituale, ad esempio nella Cabala Ermetica, qualcosa di esterno a noi, ma sono invece parti di noi stessi, “mondi interiori” che ci permettono di conoscere meglio aspetti della nostra psiche con cui solitamente non siamo in comunicazione. Questo contatto con parti di sé inesplorate porta a una conoscenza e ad una maturazione assai positiva per il cliente, dovuta all’emersione di contenuti psichici grazie all’uso proiettivo e immaginativo dei tarocchi in maniera sostanzialmente simile a come avviene impiegando altre tecniche di Imagery o altri test proiettivi.

Ricerche sull’uso dei tarocchi in psicologia

L’impiego dei tarocchi a fine terapeutico non è solo una possibilità remota, ma anzi, è supportato da diversi studi. Semetsky (2006), ad esempio, conferma l’impiego dei tarocchi come potenziali test proiettivi simili al Rorschach e al “Gioco della Sabbia” junghiano. L’articolo presenta la funzione dei tarocchi come una proiezione di una serie di eventi e di esperienze psichiche che creano un processo dinamico di autoespressione. Inoltre il paper analizza la funzione della proiezione, e spiega che l’Ombra, il lato oscuro o semplicemente non conosciuto di noi stessi, può spesso essere proiettata sugli altri e si possono attribuire agli altri quelle qualità che si è tentati di negare in sé stessi. L’integrazione dell’Ombra, attraverso la presa di coscienza dei suoi contenuti proiettati nelle carte dei tarocchi, potrebbe dunque portare al cambiamento terapeutico.

Un paper del 2014, pubblicato sul Canadian Journal of Sociology, supporta l’impiego dei tarocchi come test proiettivi non standardizzati utili in ambito clinico (già proposto da Semetsky), definendo i tarocchi “un potente strumento terapeutico, un riflesso delle […] vie d’ingresso all’infanzia, che esplode di profondi significati psicologici, un riflesso […] della psicologia profonda così potente che è in grado di aiutare a guarire il bambino interiore e a rielaborare una socializzazione tossica” (Sosteric, 2014).

Entrambi gli studi partono dall’ipotesi proiettiva, la quale afferma che un individuo fornisce una struttura ad alcuni stimoli non strutturati in modo coerente con il suo modello specifico di bisogni, paure, desideri, impulsi, conflitti consci e inconsci, nonché con i suoi modelli unici di percezione e risposta a tali stimoli (Cohen et al., 1992). Possiamo vedere tali proiezioni nelle stese delle carte (Semetsky, 2005) perché nei tarocchi le immagini e i simboli che costituiscono il contenuto delle immagini sono stimoli, e il cliente, mescolando le carte, fornisce loro una particolare struttura rappresentata da una particolare carta che cade in una posizione specifica della stesa. Per quanto riguarda la sua funzione di strumento proiettivo, la lettura dei tarocchi si avvicina alla già citata tecnica del Gioco della Sabbia, che è stata definita anche “Terapia della Meraviglia” da Joel Ryce-Menuhin (1992) nel suo omonimo libro, e che oggi è sempre più usata più per trattare non solo i bambini ma anche gli adulti. Similmente al Gioco della Sabbia junghiano, i tarocchi aggirano in una certa misura la barriera linguistica e impiegano immagini non verbali come “linee guida psicologiche” (Ryce-Menuhin, 1992). Attraverso la proiezione del mondo interiore e del vissuto del cliente composto da credenze, speranze e desideri inconsci, i tarocchi raccolgono “dati” che possono essere considerati clinici: pensieri, emozioni, sentimenti di una persona, livello di consapevolezza, giudizio, adattamento sociale, capacità di coping, relazione con altri significativi, assieme all’intero mondo delle rimozioni che possono emergere e richiedere un’esplorazione durante una lettura. Così i tarocchi possono essere considerati una fonte supplementare di prezioso materiale clinico. In questo senso può essere utile fare un parallelismo con il test di Rorschach: in maniera coerente con quest’ultimo, possono essere visti come “un’intervista strutturata”, cioè “meno di un test” e più come “un’arena aperta e flessibile per lo studio delle transazioni interpersonali” (Cohen et al., 1992).

Conclusione

Come abbiamo visto, i tarocchi possono essere impiegati in ambito clinico con due modalità principali, e la loro utilità è stata confermata da diverse ricerche, pur essendo un approccio innovativo che ovviamente deve essere ancora maggiormente esplorato.

Il primo impiego è quello di Test Proiettivo: similmente al Rorschach e al Gioco della Sabbia, il cliente potrebbe usare i tarocchi come strumenti su cui proiettare i propri contenuti psichici per rendersi cosciente degli stessi e affrontarli in terapia.

Il secondo utilizzo dei tarocchi è con l’Imagery. Seguendo il cosiddetto “Viaggio del Folle”, la persona può proiettarsi all’interno delle carte e interagire con il mondo immaginario delle stesse e con i suoi protagonisti. La funzione proiettiva dei tarocchi può quindi permettere al cliente di proiettare nelle carte – e dunque nei loro personaggi e nei loro paesaggi – parti di sé non conosciute. Passando carta dopo carta (o sentiero dopo sentiero, seguendo invece i sentieri dell’“albero della vita” associati ai tarocchi), il cliente può quindi esplorare la totalità o quasi della sua psiche di cui non era ancora consapevole, affrontando parti di sé rimosse, dimenticate o con cui non era in contatto da diverso tempo, elicitando così una risposta terapeutica o almeno clinicamente utile. Questo impiego ricorda molto il percorso di Individuazione junghiano affrontato con la tecnica dell’Immaginazione Attiva, e può quindi essere altrettanto proficuo.

 

Riferimenti Bibliografici

  • Semetsky, Inna. (2005). Integrating Tarot readings into counselling and psychotherapy. Spirituality and Health International 6: 81-94.
  • Semetsky, Inna. (2006). Tarot as a projective technique. Spirituality and Health International 7 (4), 187-197.
  • Sosteric, Mike. (2014). A sociology of tarot. Canadian Journal of Sociology 39 (3), 357-392.
  • Cohen RJ, Swerdlik ME, Smith DK. (1992). Psychological Testing and Assessment: an Introduction to Tests and Measurements, 2nd edn. Mountain View, CA: Mayfield Publishing Company.
  • Ryce-Menuhin, J. (1992). Jungian Sandplay: The Wonderful Therapy. London and New York: Routledge.

Autore/i dell’articolo

Alberto Infante
  • Dottore in Psicologia
  • Redattore Volontario per la ONLUS Il Vaso di Pandora - La Speranza dopo il Trauma
  • Content Creator per l'Istituto Beck

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