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Tatuaggi e psicoterapia: una preziosa occasione di accesso al mondo interno del paziente

Tatuaggi e psicoterapia

Photo by Matheus Ferrero o Unsplah

Da più di 5000 anni gli esseri umani si tatuano la pelle. Senza tornare troppo indietro nel tempo, basta pensare allo scorso secolo quando il tatuaggio era considerato per lo più retaggio di carcerati, marinai e soldati, mentre oggi sembra quasi strano non averne almeno uno, anche se piccolo e nascosto. Da tabù a moda. Proprio per questo motivo, gli autori dello studio che in questa sede approfondiremo (Roggenkamp, Nicholls, Pierre, 2017), hanno voluto proporre una revisione di pregiudizi storici ed implicazioni patologiche associati alle persone tatuate.

Pur essendo potenzialmente infinite le motivazioni che spingono a tatuarsi, si potrebbero forse riassumere, senza troppo banalizzare, nella ricerca di un mezzo di espressione personale.

Alcuni ricercatori (Grumet, 1983) hanno esaminato lo sviluppo dell’uso del tatuaggio sotto una lente psicodinamica, suggerendo una sorta di “diagnosi cutanea”: i tattoo sarebbero segno di psicopatologia, in particolar modo di antisocialità ed esibizionismo. Inoltre, secondo gli autori, gli emarginati ed i fuorilegge si farebbero tatuare per rafforzare la loro bassa autostima. Affermano dunque che i tatuaggi rappresenterebbero una sorta di “stampella psichica” che sostiene l’immagine di sé, ispirando speranza e regolando emozioni negative.

Altri autori psicodinamici sostengono invece la rappresentazione simbolica del tatuaggio come tentativo masochistico di compensare attivamente una mancanza e un “resoconto dialettico della relazione madre-padre”, trovando nel tatuaggio una forma di espressione alternativa che sopperisca all’incapacità di verbalizzare affetti insopportabili. Gli autori concludono definendo il tatuaggio una forma di perversione.

Viene spontaneo ritenere queste interpretazioni patologizzanti come generalizzazioni antiquate ed obsolete, anche alla luce della diffusione del tatuaggio nella cultura occidentale, divenuto fenomeno ormai tradizionale.

Inoltre, Roggenkamp, Nicholls e Pierre (2017) mettono in evidenza come la letteratura su disturbi psichiatrici e tatuaggi risulti difficilmente generalizzabile sia a causa di difficoltà metodologiche (popolazione coinvolta, campioni poco numerosi), sia perché ad oggi il tatuaggio è divenuto elemento assai comune tra gli adulti e studiarne le associazioni con la psicopatologia è molto più complesso. Sembra praticamente impossibile “fare riferimento ai tatuaggi di per sé come segni di devianza sociale o disturbi di personalità” (Tate & Shelton, 2008).

In effetti, la linea adottata dai clinici oggi non considera il tatuaggio come segno di psicopatologia, ma come possibile elemento di contatto tra terapeuta e paziente, che possa rafforzare l’alleanza terapeutica ed offrire una finestra sulla psiche e sulla storia del paziente stesso. Difatti, per il clinico può rappresentare un’importante occasione di accesso ad emozioni, motivazioni e significati profondi contenuti all’interno del tatuaggio.

Caso clinico

All’interno del loro lavoro di revisione, gli autori riportano il caso del Sig. A come esempio dell’uso del tatuaggio nella pratica clinica. Il Sig. A è un veterano dell’esercito di 31 anni e soffre di PTSD. Il suo collo, le sue braccia e le sue mani sono riccamente tatuati (e anche il resto del corpo, dichiarerà in seguito).

All’inizio della psicoterapia emerge una notevole difficoltà nell’esplorazione del proprio vissuto emotivo e una riluttanza ad approfondire relazioni passate e attuali e sintomi del PTSD.

Qualcosa cambia quando il terapeuta gli domanda dei volti tatuati dei suoi bambini, abbelliti in modo che risultassero in un certo senso sinistri. Il Sig. A. risponde che lo scopo era mantenere una certa virilità pur portando con sé il ricordo dei suoi figli, dichiarando una forte avversione alla vulnerabilità.

Da questo momento in avanti, il paziente prosegue nell’analisi dei propri tatuaggi dando accesso per la prima volta al suo mondo interiore fatto di dolore e perdita.

Il Sig. A. riferisce al terapeuta di aver percepito le sue domande riguardo i tatuaggi come un segno di interesse, assenza di giudizio e impegno nel volerlo aiutare.

Conclusioni

Riguardo gli studi condotti fino ad oggi, occorre prestare attenzione alla loro generalizzabilità a causa delle metodologie utilizzate e dei campioni coinvolti. Un dato abbastanza certo è che i pregiudizi storici meritino una revisione, data l’evoluzione dell’utilizzo del tatuaggio.

Nel lavoro clinico, l’auspicio è quello di esplorare il significato personale associato ai tatuaggi del proprio paziente, trasformandoli in una preziosa opportunità di conoscere aspetti fondamentali dell’identità personale e di accesso a parti difficilmente contattabili.

 

Riferimenti:

Autore/i dell’articolo

Dott.ssa Mariangela Ferrone - Psicologa - Psicoterapeuta - Istituto Beck
Psicologa, Psicoterapeuta cognitivo-comportamentale, Psicoterapeuta TMI (terapia metacognitiva interpersonale) livello EXPERT. Per molti anni è stata Coordinatrice del Centro di Psichiatria Perinatale e Riproduttiva, del Servizio di Psicoterapia e Counseling Universitario presso la UOC di Psichiatria – Azienda Ospedaliera Sant’Andrea di Roma. Attualmente è docente per l’insegnamento di “Psicologia dello Sviluppo e dell’Educazione” nel corso di laurea in Scienze Infermieristiche, sede Sant’Andrea presso la Facoltà di Medicina e Psicologia – Sapienza Università di Roma, nonché docente interno e supervisore clinico dell’Istituto A.T. Beck per le sedi di Roma e Caserta. Socio Aderente della SITCC (Società Italiana di Psicoterapia Comportamentale e Cognitiva).
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