La TCC contro l’omofobia interiorizzata: un percorso di cura e giustizia

Siamo state a Bologna, presso i Padri Gesuiti, per tenere una lezione dal titolo “Omosessualità dal punto di vista cognitivo comportamentale”. È stata un’occasione preziosa per riflettere su come la psicoterapia cognitivo comportamentale (TCC) possa offrire strumenti concreti di cura e di liberazione di fronte alla sofferenza legata all’omofobia.
Spesso la TCC viene immaginata come una terapia ridotta a tecniche fredde, fatta solo di schemi e protocolli. In realtà è una psicoterapia che tocca in profondità i vissuti della persona: insegna a esplorare come pensiamo, cosa proviamo e cosa sente il nostro corpo, e viceversa, integrando la dimensione cognitiva con quella emotiva e corporea, in cui il sistema limbico svolge un ruolo centrale.
La mente può essere immaginata come composta da tre livelli. Al primo ci sono i pensieri automatici, rapidi e spesso inconsapevoli, che condizionano umore e comportamenti. Al secondo le credenze intermedie, regole e convinzioni apprese dalla famiglia, dalla scuola, dalla religione o dalla società, che possono irrigidirsi e diventare fonte di dolore. Infine, al livello più profondo, troviamo le credenze di base (core beliefs), radicate nell’infanzia e nell’adolescenza, che definiscono la nostra identità e che spesso, in chi subisce rifiuto e stigma, si traducono in convinzioni come “Sono sbagliato” o “Non sono amabile”…
E tutto questo non è solo teoria. È pratica clinica fondata su decenni di ricerca, è evidenza scientifica concreta, ma è anche e soprattutto cura dell’essere umano. Una persona che ha interiorizzato il rifiuto, spesso perché lo ha vissuto in famiglia, nella società o nel proprio contesto spirituale, può imparare, attraverso la TCC, a riconoscere quella voce interna che giudica e zittisce. E può imparare, passo dopo passo, a risponderle con un linguaggio nuovo: più realistico, più compassionevole, più rispettoso della propria verità.
Come ci insegnano le neuroscienze, quando cambia il nostro modo di pensare, cambia il nostro modo di sentire; e quando cambia il nostro modo di sentire, si modifica anche il modo in cui il nostro cervello limbico regola emozioni, corpo e relazioni.
Questo è il cuore della TCC: un percorso consapevole che parte dal pensiero, coinvolge il corpo e le emozioni, e arriva fino all’identità, alla dignità e al diritto di esistere pienamente. La terapia non è mai un atto neutro: è sempre anche un atto di giustizia, una forma di riconoscimento profondo e riparativo.
Ed è qui che il dialogo con la spiritualità diventa naturale. Perché aiutare una persona a liberarsi dal peso dell’omofobia interiorizzata non significa soltanto alleviare la sofferenza psicologica, ma anche restituirle la possibilità di sentirsi intera, riconosciuta e degna di amore. Una dignità che appartiene a ogni essere umano e che la psicoterapia, così come la fede autentica, ha il compito di custodire e proteggere.
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