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Anche noi giochiamo: la terapia cognitivo comportamentale basata sul gioco

Terapia Cognitivo Comportamentale

Photo by Bernard Hermant on Unsplash

Molto spesso noi terapeuti cognitivo comportamentali siamo etichettati come quelli “che usano le schede e pensano solo ai sintomi”. Naturalmente non è così ma una riflessione sui principi della Terapia Cognitivo Comportamentale contemporanea non è l’oggetto di questo articolo. Queste righe vogliono invece far riflettere su quanto questo pregiudizio possa essere dannoso se si pensa alla psicoterapia in età evolutiva. Schede, tabelle, compiti sono già il pane quotidiano dei bambini e non possiamo assolutamente permetterci che il nostro lavoro sia tale da non far percepire ai nostri piccoli pazienti la differenza tra la classe e il nostro studio.

Quando ci troviamo davanti a delle sfide spesso diciamo che “dobbiamo metterci in gioco” e questo è tanto più vero quando lavoriamo con i bambini. Ma come possiamo chiedere loro di mettersi in gioco se letteralmente non giochiamo?

All’inizio degli anni ’90 Susan Knell (attualmente docente di Psicologia alla Case Western Reserve University negli Stati Uniti) fu la prima a intuire l’importanza di inserire la Play Therapy all’interno delle tecniche cognitivo comportamentali usate con i bambini.

La Play Therapy nasce con l’obiettivo di aiutare i bambini a superare le loro difficoltà, a prevenirle e ad aiutarli a crescere nel modo migliore possibile. Susan Knell quindi decise di utilizzare bambole, macchinine, pupazzi per le dita, sabbia come strumenti per veicolare i concetti della Terapia Cognitivo Comportamentale.

Così per esempio un bambino può imparare un modo più funzionale di gestire la sua rabbia attraverso la messa in scena di storie in cui i protagonisti sono dei pupazzi che dialogano tra loro. In questo modo il bambino attraverso il gioco può acquisire nuove abilità ed imparare ad elaborare la sua aggressività, e inoltre è propenso alla discussione anche di argomenti difficili con cui normalmente non entrerebbe in contatto se gli fosse chiesto verbalmente.

Da più di 10 anni ormai la CBPT è stata dimostrata valida come intervento di psicoterapia per i bambini (Bratton et al., 2005). Nello specifico le ricerche in questi anni hanno dimostrato l’efficacia del trattamento per i disturbi d’ansia, i problemi del sonno, i comportamenti aggressivi , le conseguenze psicologiche che possono emergere dopo il divorzio dei genitori o la cura del trauma da abuso sessuale.

All’interno dell’approccio terapeutico restano invariate rispetto alla terapia cognitivo comportamentale standard, la gestione del colloquio clinico con i genitori e la fase di assessment (valutazione psicologica).

Nella CBPT la guida del lavoro non è solamente nelle mani del terapeuta ma anche del bambino, e il coinvolgimento della famiglia è costante. Alla fine di ogni incontro infatti sono previsti 10 minuti con i genitori affinché siano aggiornati rispetto al lavoro fatto in seduta con il bambino per potersi allenare anche a casa: “il gioco terapeutico” non resta dentro le mura dello studio del terapeuta ma invade anche l’ambiente domestico. In questo modo il bambino sposterà le abilità dal gioco alle attività della vita quotidiana.

Il bambino deve potersi mettere in gioco non solo giocando ma anche stando dentro una relazione che lo faccia sentire sicuro, libero di esprimere se stesso e motivato a lavorare anche se questo comporterà attraversare momenti difficili e dolorosi.

Il gioco permette di entrare nel loro mondo e a loro stessi di esserne più consapevoli, di imparare modelli comportamentali più funzionali, elaborare ciò che sta accadendo giorno dopo giorno.

Il gioco quindi non diventa solo uno strumento per scoprire cose nuove ma anche per fermarsi, riflettere su ciò che è accaduto per poi andare avanti.

Il gioco può aprire porte che nemmeno ci immaginiamo e consente una comunicazione tra bambino e adulto immediata, diretta, sincera anche su tematiche difficili e dolorose.

Platone diceva che si può scoprire di più su una persona in un’ora di gioco che in un anno di conversazione. Penso che chi lavora con i bambini non dovrebbe mai dimenticarlo. 

Riferimenti:

  • Bratton, S., Ray, D., Rhine, T., & Jones, L. (2005). The efficacy of play therapy with children: A meta-analytic review of the outcome research. Professional Psychology: Research and Practice, 36(4), 376-390.
  • Knell S.M. (1995). Cognitive-Behavioral Play Therapy, Jason Aronson Inc. Publishers
  • Nemiroff M.A. & Annunziata J., A Child’s First Book About Play Therapy (Published January 1st 1990 by American Psychological Association (APA)).
  • http://psycnet.apa.org/record/2009-04903-006
  • https://www.istitutobeck.com/psicoterapia-bambini
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