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Sintonizzarsi sulle frequenze giovanili per andare oltre: breve storia del trap anche se non ci piace

trap

Photo by William White on Unspalsh

Se ci fermiamo alle apparenze, nel TRAP,per noi adulti, c’è tutto che non va. Basti pensate che proprio il termine che da il nome al genere musicale proviene da Atlanta (Georgia, USA) e sta ad indicare il luogo in cui avviene lo spaccio di droga.

Il Trap nasce negli Stati Uniti negli anni 2000 ma soltanto nel 2015 le ricerche su Google lo danno come trionfatore rispetto all’ hip hop da cui trova origine. A differenza del rap a cui ormai avevamo fatto l’orecchio, il trap ha un ritmo molto più lento e cadenzato, esattamente come quello che succede al Grande Lebowski (film del 1998) quando vola sul suo tappeto. Per gli addetti ai lavori le caratteristiche di questo genere musicale risiedono nel considerevole uso di suoni elettronici come la drum machine (che imita il suono di strumenti a percussione) o l’autotune (software che corregge le imperfezioni della voce); nella velocità dei colpi sull’hi-hat (ovvero la coppia di piatti che forma il charleston presente nella batteria) e nell’uso stratificato dei sintetizzatori. I bpm da 120 a 140 creano un’atmosfera rallentana, in sintomia con la voce dei cantanti mentre metrica e rime ricordano ancora la matrice hip hop.

Secondo quanto riportato dal rapporto Ifpi/Fimi (International Federation of the Phonographic Industry/ Federazione Industriale Musica Italiana), il comparto hip hop in Italia è indietro rispetto al resto del mondo ma molto in voga tra i giovani e giovanissimi del bel paese. Tra i 13 e 24 anni il 51.4% ascolta hip hop e il trap è il genre musicale predominante tra i più giovani (dato tratto da www.lofficielitalia.com).

A differenza dell’hip hop in cui c’erano le crew ovvero le squadre in cui i partecipanti erano uniti contro il sistema, i cantanti trap sono artisti solitari, circondati dal loro egocentrismo e dalla affermazione di sé. Ostentano nei loro versi ricchezze e conquiste in cui l’amore non trova posto, dove tutto è amplificato al fine di poter riscattarsi dalle periferie da cui spesso provengono.

Il primo pezzo trap in Italia è considerato essere “Il ragazzo d’oro” di Gue Pequeno del 2011: il testo non lascia dubbi all’immaginazione: “Il baffo della mia Nike è sempre bianco
L’occhiale di Gucci che rubo è bianco, Lo scooter bianco, Il Chianti bianco
” sono le uniche strofe che mi sento di riportare tra queste righe. Il boom comunque arriva qualche anno dopo, nel 2014 con artisti come Sfera Ebbasta “Lei si sfila i jeans, poi li sfila a me , lancio i soldi in aria, anche oggi sono il re “o i Dark Polo Gang “La mia ragazza segue la moda, io seguo i soldi e la droga”.

Io sono venuta a conoscenza del tarp nel mio studio, perché anche se non mi piace ammetterlo, mi ha aiutato tanto. La cosa che più mi ha affascinato è stato scoprire come esista un “sottobosco” musicale di cui i ragazzi sono informatissimi e noi adulti ci troviamo spiazzati, ancora legati al concetto del “passaggio in radio”. Niente provini, contratti, talent: ci sono i canali social e yotube a diffondere il loro messaggio e le case discografiche arrivo soltanto dopo le visualizzazioni e i like. I ragazzi spesso si imbarazzano nel farmi sentire i testi ma “paradossalmente” le rime di cui hanno più voglia di parlare e che conoscono a memoria, sono di cantanti trap sconosciuti, e queste canzoni parlano di relazioni difficili a casa o di infatuazioni non ricambiate.

Ai grandi il trap non piace, non piace per nulla, ma come la storia, anche la musica è fatta di corsi e ricorsi. Dagli anni ‘60 in poi le canzoni hanno parlato di droga senza neanche troppo nasconderlo: Lucy in the Sky with Diamonds dei Beatles, la pillola che fa diventare più grandi con cui comincia la canzone White Rabbit di Jefferson Airplane, la punturina che non fa piangere più in Comfortably Numb dei Pink Floyd o ancora la cocaina come rifugio dopo una brutta giornata in Cocaine di Eric Clapton. Ai genitori o agli insegnanti non piacevano i Sex Pistols, i Motley Crue, i Nirvana eppure adesso fanno parte della storia della musica come riflesso della società di quel periodo.

Allora a noi adulti spetta il compito di riflettere sul perché le nuove generazioni non si indignano come noi leggendo i test trap. In questi testi abbonda la volgarità, spesso il corpo femminile non è altro che un oggetto sessuale e gli obiettivi sono solo i soldi, la droga e l’ostentazione delle firme.

Per ascoltare i brani alla radio bisogna “sintonizzarsi” su determinate frequente e allora se vogliamo sintonizzarci con i giovanissimi di oggi non possiamo non conoscere il trap. Andiamo oltre il brano e proviamo ad aprirci alla possibilità di capire con loro perché quelle rime tanto “cacofoniche” per noi  si sintonizzano con i loro bisogni e desideri.

E’ a quelli che dobbiamo rivolgere la nostra attenzione e non al video o alle parole imparate a memoria che i nostri occhi e le nostre orecchie rifiutano. E vi assicuro che ne vale la pena.

Autore/i dell’articolo

Dott.ssa Roberta Rubbino - Psicologa - Psicoterapeuta - Istituto Beck
Psicologa-Psicoterapeuta, esperta in Psicodiagnostica, Responsabile Area Età Evolutiva "Beck for Kids" e docente dell'Istituto A.T.Beck .Si occupa prevalentemente di clinica relativa all’infanzia e all’ adolescenza. Per anni ha lavorato nell'ambito della neuropsicologia dell'età adulta e dell'età evolutiva in strutture ospedialiere in Italia e all'estero sia ai fini clinici che di ricerca. In Istituto si occupa anche della organizzazione e realizzazione dei gruppi di Mindfulness per pazienti oncologici (MBCT-CA). La dott.ssa Rubbino è full member della Società Internazionale di Schema Therapy (SIST) e membro fondatore della Associazione Italiana per lo Studio del Trauma e della Dissociazione (AISTED). Di recente insieme alla dott.ssa Montano ha curato l'edizione italiana del protocollo di Mindfulness per bambini ansioni (MBCT-C).
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