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Trapianto d’organi: le donne vengono discriminate?

Trapianto d’organi

L’organizzazione giapponese Second Life Toys ha lanciato un progetto per sensibilizzare alla donazione degli organi, di cui c’è una grave carenza particolarmente in questo Paese: raccogliere dei giocattoli rotti e con pezzi mancanti e altri che, invece, faranno da donatori. La gente può spedire il gioco danneggiato e dopo pochi giorni lo riceverà con un pezzo donato dal giocattolo di qualcun altro. In questo modo si può iniziare a diffondere la cultura della donazione già nei bambini che vedranno il loro giocattolo preferito tornare a essere funzionante e in modo simpatico e colorato.

Si spera che iniziative di questo genere possano contribuire a combattere tutte le difficoltà che ruotano attorno alla donazione degli organi, inclusa quella delle disparità di genere: sembra infatti che, rispetto agli uomini, per le donne sia meno probabile essere messe in lista d’attesa, ci siano tempi di attesa più lunghi, hanno una più alta probabilità di morire prima del trapianto e sono in percentuale minore a ricevere il trapianto vero e proprio. Negli Stati Uniti, l’attesa media per un trapianto di polmoni è di tre mesi per gli uomini, otto mesi per le donne. Le ragioni di queste differenze sono sia biologiche che culturali.

Prima di tutto, il sistema immunitario delle donne è molto più forte. Questo aspetto ha due conseguenze: è più difficile trovare un donatore compatibile e c’è una più alta probabilità che, a seguito del trapianto, vi sia un rigetto. Inoltre, le dimensioni degli organi da trapianto sono un altro problema: le donne, in genere, hanno una corporatura piccola e i pazienti con queste caratteristiche non sono indicati per organi donati di dimensioni più grandi, mentre è vero il contrario, il che favorirebbe ancora una volta gli uomini, che tendenzialmente sono più alti. Quest’ultimo aspetto è particolarmente vero per i trapianti di polmone e fegato.

Dal punto di vista culturale, vi sono numerose ragioni per le quali i medici sembrano favorire i pazienti maschi nel caso dei trapianti. Per esempio, il problema dell’alta percentuale di rigetti nelle donne descritto prima si scontra con il desiderio dei chirurghi di avere un alto tasso di successi. Inoltre, le pazienti potrebbero essere percepite come più fragili e, dunque, meno in grado di sottoporsi non solo al trapianto ma anche a tutta la procedura a seguito dell’operazione. Nel caso del trapianto di rene, per esempio, si consiglierebbe quindi la dialisi.

Anche da parte delle pazienti stesse, tuttavia, sembra che ci sia una resistenza al trapianto. Pare, infatti, che le donne siano meno disposte ad accettare il rene di qualcuno ancora in vita, probabilmente per evitare al donatore le difficoltà di un espianto e di vivere tutta la vita senza un rene. Probabilmente qui entrano in gioco gli stereotipi di genere che vedono le donne come coloro che si prendono cura e che non mettono le difficoltà sulle spalle degli altri: le pazienti, quindi, non solo sarebbero vittime di questo gender bias ma, in più, non avrebbero il supporto sociale che potrebbe invece aiutarle a scegliere il trapianto.

Sembra dunque che, come specie, abbiamo ancora molta strada da fare non solo nella ricerca, per minimizzare gli aspetti fisiologici e biologici che si contrappongono ai trapianti, ma anche culturalmente, per poter dare a tutti pazienti le stesse opportunità di ricevere cure e, nel caso specifico, l’accesso ai trapianti che possono fare la differenza tra la vita e la morte.

Riferimenti:

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