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La serie Netflix “Tredici” rischia di spingere al suicidio i nostri ragazzi?

Tredici di Netflix

È appena uscita su Netflix la seconda stagione di “Tredici” (titolo originale “Thirteen reasons why”, in italiano “Tredici ragioni perché”), una serie che narra la storia di una adolescente, Hannah Baker, e del suo suicidio: Hannah, prima della sua morte, ha registrato dei nastri per spiegare, appunto, le ragioni che l’hanno spinta a suicidarsi e fa in modo che vengano recapitate alle persone interessate. “Tredici” affronta quindi un tema molto delicato, quello del suicidio, che è la seconda causa di morte nei giovani tra i 10 e i 24 anni, dopo gli incidenti. Altri argomenti che interessano gli adolescenti sono affrontati durante le puntate, come bullismo, aggressione sessuale, depressione, abuso di sostanze. La serie ha ricevuto recensioni positive dalla critica e negli Stati Uniti è stata la seconda serie più vista nel mese dopo l’uscita del primo episodio.

In realtà alcune voci fuori dal coro ci sono state: il Washington Post, per esempio, ha scritto che “colpisce quanto sorprendentemente, persino pericolosamente, sia ingenua la storia nei confronti del suicidio” e già l’uscita della prima stagione ha fatto emergere numerose obiezioni da parte dei professionisti della salute mentale. In particolare, si è parlato del pericolo di “effetto Werther“. Questa espressione identifica il fenomeno del contagio da suicidio e proviene dal 1774, quando fu pubblicato il libro “I dolori del giovane Werther” di Goethe, nel quale il protagonista si innamora di una donna per lui irraggiungibile e, quindi, decide di togliersi la vita sparandosi. Dopo la pubblicazione, vi fu un aumento dei suicidi di giovani uomini in Europa e il collegamento con la storia di Goethe è verificata dal fatto che i suicidi erano vestiti come Werther, hanno usato la metodologia descritta nel libro o il libro stesso è stato trovato sulla scena del suicidio. Lo studio dietro questo fenomeno è quello di David Phillips nel 1974 per dimostrare che l’attenzione rivolta dai media al suicidio, soprattutto di persone famose, potrebbe portare a un picco nel numero dei suicidi nell’area geografica in cui la notizia è riportata.

In particolare, questo ultimo dato è importante in quanto oggi i confini geografici sono stati virtualmente spazzati via dall’avvento delle tecnologie quali internet e smartphone, la combinazione dei quali porta alla diffusione capillare della stessa notizia in tutto il mondo. Tenendo conto della grande variabilità (per esempio, tipo di diffusione della notizia e tratti individuali delle vittime), le ricerche sono ampiamente d’accordo sul fatto che i media, sia tradizionali che nuovi, hanno un effetto significativo sul numero di suicidi.

All’incontro annuale dell’Associazione degli Psicologi Americani (APA) è stata presentata una recensione di ricerche per definire l’impatto del suicidio di personaggi fittizi, quali i protagonisti di serie televisive come Hannah in “Tredici”: le storie di suicidio sia inventate che reali hanno un effetto reale sulla mente degli adolescenti. Il fenomeno del contagio da suicidio che si osserva frequentemente nelle scuole superiori e nei campus dei college fa parte di un effetto più ampio conosciuto come contagio comportamentale o contagio da media.

Sia l’APA che molti altri esperti di salute mentale hanno formato una coalizione per diffondere un avvertimento tra i telespettatori, perché questi siano preparati e consapevoli dei contenuti della serie e conoscano le risorse offerte per poter intraprendere una conversazione in famiglia e tra amici sugli argomenti affrontati in “Tredici”. Netflix ha fatto la sua parte aprendo lo show con un videomessaggio in cui i componenti del cast avvertono che lo show potrebbe non essere adatto per alcuni e che è stata creata una serie di risorse a cui adolescenti, genitori ed educatori possono attingere per parlare e affrontare il problema ed eventualmente chiedere supporto.

Un decalogo su come rappresentare il suicidio dei personaggi di un film o una serie include: non rappresentare il suicidio come soluzione a un problema; non glorificare o romanticizzare il suicidio; non dare dettagli sulle modalità pratiche, né rappresentandolo visivamente né facendone parlare gli altri personaggi; mostrare le conseguenze dell’atto suicidario per le altre persone; mostrare come si può chiedere aiuto.

Riferimenti:

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