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Unione Europea ed emergenza “umana” Covid-19: non solo quindi una questione economica

Unione Europea ed emergenza umana

Intervista a Massimo Toschi, International Relations Officer e SDGs coordinator per l’Agenzia dell’Unione Europea per i Diritti Fondamentali (FRA)

Questa intervista nasce dal caso, da uno scambio di email, da una proposta dettata dalla curiosità accettata con entusiasmo. Il dottor Toschi, romagnolo di origine, comincia nel 1995 il suo lavoro a Bruxelles nel settore dei diritti umani a livello internazionale, in particolare dei diritti dell’infanzia. Nel 1999 lavora per la European Human Rights Foundation e nel 2002 entra a far parte delle Nazioni Unite lavorando per il Rappresentante Speciale per i bambini in Guerra (Ambasciatore Olara Otunnu). Nel 2006 il dottor Toschi è stato Child Protection Advisor della Missione di Pace dell’ONU ad Haiti e dal 2009 lavora presso l’agenzia dell’Unione Europea per i Diritti Fondamentali con sede a Vienna.

Ringrazio di cuore il dottor Toschi per la disponibilità e la ricchezza delle informazioni che ha voluto condividere per la realizzazione di questa intervista, non solo tramite le sue parole ma anche grazie alle immagini presenti all’inizio dell’articolo.

Le opinioni espresse, riportate qui di seguito, sono esclusivamente dell’intervistato ed il contenuto non rappresenta le opinioni o posizioni dell’Agenzia dell’Unione Europea per i Diritti Umani.

Ascoltando i telegiornali siamo abituati a sentire nei servizi dedicati all’ Unione Europea, innumerevoli sigle. Molto spesso sono legate ad aspetti monetari arrivando così ad avere la sensazione che “l’universo Unione Europea” sia qualcosa di distante, qualcosa che solo chi conosce bene l’economia, la geopolitica e le lingue straniere possa capire. E poi, per caso, come è successo a me, ci si imbatte in sigle che “profumano” di persone e non di numeri. Lei, dottor Toschi, lavora presso la FRA – European Union Agency for Fundamental Rights. Ci spiega di che cosa vi occupate?

Ci terrei a cominciare con una considerazione: sfortunatamente, molto spesso, l’Europa che ci arriva è quella delle sigle e dei numeri mentre penso che dovremmo tornare a rilanciare la nostra Europa. Non dimentichiamo che l’Italia è uno dei Paesi fondatori. E’ da poco trascorsa la festa dell’Europa (9 Maggio) e la situazione attuale ci conferma ancora di più, quanto sia necessaria l’Europa, la cooperazione e il coordinamento a livello internazionale. Un Paese da solo conta molto poco, non può fare più di tanto. Mi permetto un paragone azzardato con il mondo della salute: quando c’è un bambino che ha bisogno di aiuto, La/o psicologa/o da solo non può bastare. C’è bisogno di una equipe di professionisti che collaborino e si coordinino non solo tra di loro ma anche con la famiglia e la scuola. Una sola persona, una sola branca non basta, occorre un approccio olistico. La stessa cosa vale a livello internazionale: occorre assolutamente avere un coordinamento e cercare di renderlo sempre migliore. Per capire meglio di cosa si occupa l’Unione Europea, e quindi l’agenzia in cui lavoro, credo sia necessario tornare a coloro che l’hanno ispirata: persone che venivano dalla guerra, dalle frontiere e hanno capito che certe problematiche si risolvono solamente insieme. Esattamente quello di cui abbiamo bisogno per la fase che stiamo vivendo adesso. Facciamoci quindi nuovamente ispirare dal progetto comune sottolineando il valore della solidarietà che sfortunatamente, in questi mesi, è stata messo un po’ in discussione.

L’agenzia per la quale lavoro si occupa di dare supporto ai governi nazionali europei e alle istituzioni europee per quanto riguarda il rispetto dei diritti fondamentali umani sia a livello programmatico che legislativo. Per esempio, per quanto riguarda l’accoglienza dei rifugiati, noi abbiamo dato assistenza alle istituzioni e ai governi affinché venissero rispettati i diritti fondamentali. Io stesso sono stato negli hotspot in Sicilia e in Puglia per dare il nostro contributo affinché si rispettassero, con progetti mirati, i diritti delle persone più vulnerabili come ad esempio i minori non accompagnati o le donne vittime di violenza sessuale. L’agenzia inoltre si occupa di analizzare i dati che i vari Paesi forniscono riguardo specifiche problematiche, al fine di creare linee guida per migliorare le politiche europee e nazionali. Uno dei principali studi, è stato svolto in 27 Paesi Europei sul tema della violenza di genere. In agenzia ci occupiamo poi anche di disabilità e di infanzia: dai diritti fondamentali alla giustizia minorile, e molto altro ancora.

Tanto si è parlato di COVID-19 nell’ottica della salute pubblica e dell’economia dei singoli Paesi ma i diritti fondamentali che riguardano la persona abbracciano anche molti altri settori. Varcando quindi i confini del nostro Paese, in che modo L’Europa si sta muovendo affinché niente venga lasciato in secondo piano?

Anche se il focus si è incentrato sulla salute e su gli aspetti economici, come Europa non possiamo non riflettere su come le misure governative per combattere il COVID-19 abbiano avuto e continuino ad avere profonde implicazioni sui diritti fondamentali di tutti. In questa situazione così complessa e straordinaria l’Europa ha il dovere di non lasciare indietro niente e nessuno: il rispetto dei diritti umani e la protezione della salute pubblica devono andare infatti di pari passo. La relazione dell’agenzia “Coronavirus pandemic in the EU: Fundamental Rights Implications” (La pandemia di coronavirus nell’UE: implicazioni sui diritti fondamentali) si pone proprio l’obiettivo di esaminare le misure che gli Stati membri dell’Unione Europea stanno adottando per affrontare la pandemia evidenziano soprattutto quelle da cui prendere esempio. E’ possibile visionare sia lo studio finale che quello di ogni singolo Paese dell’Unione Europea sulla pagina: https://fra.europa.eu/en/publication/2020/covid19-rights-impact-april-1. In particolare l’agenzia pone il suo sguardo su sei aspetti che devono essere costantemente monitorati:

  1. Vita quotidiana: intesa come libertà di movimento, di riunione, diritti relativi al lavoro, all’istruzione e alla salute
  2. Misure di distanziamento sociale e fisico: monitorare cioè le scelte dei singoli Paesi affinché non si alimenti l’isolamento sociale
  3. Protezione verso le fasce di popolazioni più vulnerabili: anziani, bambini, persone con pregresse condizioni mediche, rom, rifugiati, senzatetto, detenuti, persone istituzionalizzate. L’agenzia si pone anche l’obiettivo di monitorare specifiche misure come per esempio la realizzazione di rifugi per le vittime di violenza domestica o assicurare che le informazioni medico sanitarie arrivino in ogni dove nel nostro continente
  4. Razzismo: la pandemia di COVID-19 ha innescato un aumento degli attacchi razzisti e xenofobi in particolare contro le persone di origine asiatica. E’ compito degli stati membri monitorare costantemente la situazione affinché tali reati vengano perseguiti
  5. Disinformazione: combattere la disinformazione rispetto al virus
  6. Garantire la protezione dei dati: a tale scopo, i paesi dell’Unione Europea dovrebbero vigilare e attuare tutte le misure di salvaguardia

Il suo lavoro riguarda la tutela dell’infanzia e dell’adolescenza. Nel nostro Paese molto si discute sul modo in cui è stata gestita l’emergenza scuola e la ripresa a settembre continua ad alimentare il dibattito. Non voglio sapere la sua opinione al riguardo, ma vorrei con lei varcare i confini del nostro Paese, o meglio ancora del nostro continente, e chiederle in che modo pensa che il COVID-19 stia impattando a livello mondiale sull’istruzione dei bambini che vivono in contesti più sfortunati tenendo conto anche della sua esperienza precedente nelle Nazioni Unite? L’agenzia per cui lavora ha in programma dei progetti al riguardo?

Il programma di cui mi occupo si chiama Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile e uno dei principi su cui si basa è “leave no one behind” ovvero non lasciamo nessuno indietro. Purtroppo esistono, a prescindere dalle emergenze sanitarie, gruppi di bambini che vengono, appunto, lasciati indietro già nel contesto normale in cui vivono. Prendiamo come esempio i bambini rom i quali non sempre hanno un accesso all’educazione, ancor meno le bambine, peggio ancora se con disabilità. Ci sono alcune fasce di popolazione che per multi-discriminazione (genere, etnia) o per povertà vengono lasciati indietro e il COVID-19 rischia solo di peggiorare le cose. In questo periodo infatti, quei bambini che già sono più sfortunati di altri si trovano ad esserlo ancora di più: non sono soltanto “lasciati indietro” ma ancora peggio sono “spinti indietro”. Pensiamo alle difficoltà che questi bambini vivono e che possono rappresentare un ostacolo per la continuità scolastica con la didattica a distanza: il rischio è che una buona fetta di loro, già da mesi sia completamente tagliata fuori. Non è solo una questione di Paesi ricchi o poveri ma è soprattutto una questione legata a specifici gruppi di popolazione indipendentemente dalla loro provenienza geografica per i quali, l’emergenza sanitaria che stiamo vivendo, non fa altro che accentuare il divario e le discriminazioni già presenti 

Vorrei adesso allargare lo sguardo circa il suo lavoro, lasciando sullo sfondo la pandemia. I progetti in cui ha partecipato e che ha diretto, l’hanno portata a conoscere e visitare molti angoli del nostro pianeta soprattutto in momenti critici come per esempio Haiti nel 2006. Quanto spazio è dedicato in questi progetti al supporto psicologico? In che modo i bambini e i ragazzi vengono aiutati? Esistono delle equipe specializzate o si lavora sulla formazione di personale in loco? E’ previsto anche un supporto psicologico per voi operatori?

Sono fermamente convinto che i racconti di vita vissuta valgano più di mille costrutti teorici, ecco perché racconto questo episodio. Poco dopo essere arrivato ad Haiti (fine giugno del 2006) sono andato a visitare con i miei colleghi le prigioni in cui erano detenuti, separatamente, i bambini e le bambine. Nella prigione delle bambine c’era una ragazza che mi aveva molto colpito per il suo atteggiamento assente e per lo sguardo perso nel vuoto. Per quelle bambine abbiamo avviato un progetto di scolarizzazione affiancato da un supporto psicologico e proprio grazie a questa iniziativa quella ragazza è stata una delle quattro che ha passato l’esame a fine anno scolastico. Grazie al supporto psicologico infatti, la ragazza si era ripresa e questo le ha permesso di dedicarsi agli studi. Penso che questo sia un esempio molto valido per far capire l’importanza del lavoro degli psicologi all’interno delle missioni umanitarie. Grazie al loro costante lavoro, le persone in difficoltà, che si chiudono o che affondano nella propria vergogna (penso ai bambini vittime di abuso sessuale per i quali ho lavorato) possono avere l’opportunità di cambiare la loro vita.

Per quanto riguarda gli psicologi sul campo, nonostante le agenzie internazionali abbiamo le loro equipe di professionisti, durante le missioni ci avvaliamo sempre dell’aiuto di personale autoctono, proprio per la conoscenza che hanno della cultura, delle tradizioni, delle manifestazioni sintomatologiche presenti in quel territorio. In alcune situazioni è comunque previsto anche l’aiuto di traduttori o mediatori culturali come nel caso della riabilitazione psicologica dei bambini soldato. E per noi operatori, che andiamo a lavorare in prima linea, parlare con loro, ci dà la possibilità di avere momenti molto preziosi di confronto e conforto; ci aiuta a conoscere le difficolta e le sfide che ci attenderanno.

Anche per noi che andiamo in prima linea è previsto un supporto pre e post missione, gestito da professionisti dipendenti delle organizzazioni internazionali. Purtroppo però spesso le missioni avvengono in situazioni di emergenza, per cui, nonostante i protocolli ci siano, non sempre vengono rispettati. Ho potuto, in prima persona, apprezzare l’utilità di questo servizio che dovrebbe essere meno trascurato. Ricordo ancora, al mio rientro a Vienna da una missione di Pace dell’ONU, la paura che avevo quando stavo fermo al semaforo e passava di lì una macchina: dopo aver vissuto tre anni in un territorio di guerra ogni vettura era per me un possibile attentato.

Lei è un genitore. In che modo il suo lavoro impatta sulla sua genitorialità? Che consigli si sente di dare a chi, come lei, passa molto tempo lontano da casa?

Nel momento in cui ho deciso di costruirmi una famiglia, ho cambiato lavoro. Dalle Nazioni Unite mi sono trasferito all’Agenzia Europea per i Diritti Fondamentali proprio perché Vienna è una family duty station ovvero un posto dove è possibile fare il mio lavoro con a seguito la famiglia. Dal momento che ho avuto le mie due figlie, la modalità di lavoro è cambiata: le mie missioni non mi portano fuori casa più di due notti. Questo naturalmente ha modificato le aspettative circa il mio percorso professionale per dare il tempo e la qualità che serve alle bambine. Ogni genitore e ogni famiglia fa le sue scelte: io ho fatto quella di stare più vicino a loro. Io ritengo sia molto importante che i nostri figli capiscano e sappiano in cosa consiste il lavoro dei loro genitori. Quindi, cercando di usare sempre la terminologia appropriata voglio renderle partecipi del lavoro che svolgo. E se posso non solo con le parole. Cinque anni fa, in Europa, c’è stato l’arrivo di molti rifugiati, anche a Vienna. La stazione ferroviaria vicino casa nostra era affollata da queste persone per cui insieme alle mie figlie siamo andati con una busta piena di giocattoli da regalare ai bambini appena arrivati. Ricordo ancora la maggiore che, se all’inizio si nascondeva dietro le mie gambe, piano piano si è fatta sempre più coraggio e mi ha aiutato a distribuire i giocattoli, scegliendo di donare anche la bambola che all’inizio non voleva cedere. In quel momento la solidarietà ha vinto e io credo sia stato un insegnamento prezioso per le mie bambine. Hanno provato quello che il loro papà cerca di fare ogni giorno.

Autore/i dell’articolo

Roberta Rubbino
Psicologa-Psicoterapeuta, esperta in Psicodiagnostica, Responsabile Area Età Evolutiva "Beck for Kids" e docente dell'Istituto A.T.Beck .Si occupa prevalentemente di clinica relativa all’infanzia e all’ adolescenza. Per anni ha lavorato nell'ambito della neuropsicologia dell'età adulta e dell'età evolutiva in strutture ospedialiere in Italia e all'estero sia ai fini clinici che di ricerca. In Istituto si occupa anche della organizzazione e realizzazione dei gruppi di Mindfulness per pazienti oncologici (MBCT-CA). La dott.ssa Rubbino è full member della Società Internazionale di Schema Therapy (SIST) e membro fondatore della Associazione Italiana per lo Studio del Trauma e della Dissociazione (AISTED). Di recente insieme alla dott.ssa Montano ha curato l'edizione italiana del protocollo di Mindfulness per bambini ansioni (MBCT-C).
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