Una storia di ordinaria violenza, una storia di violenza di genere

Una storia di ordinaria violenza, una storia di violenza di genere

violenza di genere

Photo by Karolina Grabowska on Pexels

Ci sono storie che colpiscono più di altre. Non per una ragione specifica. Almeno, non per una sola. Un insieme di fattori fa sì che non siano ignorate. Spesso non si tratta di vicende eccezionali, ma di storie perfettamente normali, nel senso che potrebbero capitare a ciascuno di noi, ai nostri vicini di casa, ai nostri fratelli o sorelle, ai nostri figli.

Giulia Cecchettin è stata la centocinquesima donna ad essere uccisa dall’inizio dell’anno. Tragicamente e prevedibilmente, il numero di femminicidi non si è arrestato con lei. La sua, però, è una di quelle storie perfettamente normali che ha avuto il potere di evocare reazioni intense in moltissime e moltissimi fra noi. Ha fatto vacillare certezze. Ha confermato angosce e preoccupazioni. Soprattutto ci ha obbligati ad una presa di coscienza collettiva. Ha reso, cioè, evidente la necessità di trasformare il modo in cui si concepisce, si analizza e si racconta pubblicamente la violenza di genere.

Quanto accaduto a Giulia resiste ad ogni interpretazione distorta della realtà. Non riesce ad essere inquadrato negli stereotipi delle narrazioni patriarcali dominanti. Quelle narrazioni che negano la strutturalità e la sistematicità della violenza degli uomini ai danni delle donne. Che si rifiutano di attribuire le cause del femminicidio ad una cultura basata sulla supremazia di un genere sugli altri. Nonostante il nostro tessuto sociale sia ancora intriso di concezioni e pratiche relazionali centrate sulla dominanza del maschile sul femminile, si tende a spostare la responsabilità altrove.

Questo atteggiamento si riflette anche nell’approccio della politica. Trasversalmente a partiti e posizionamenti, quest’ultima brilla per incapacità di inquadrare e affrontare con competenza e sistematicità il dramma dei vari tipi di abusi e delitti commessi dagli uomini contro le donne. Nonostante gli altisonanti proclami, le istituzioni sono latitanti e quando intervengono lo fanno da una prospettiva che privilegia un approccio securitario al problema. La soluzione proposta è spesso quella di irrigidire le pene. Ma l’irrigidimento della pena, da solo, non impedisce e non cura di certo il perpetrarsi di un tipo di violenza che ha radici culturali antiche, profonde e ramificate.

Eppure le indicazioni dell’Unione Europea e le richieste delle operatrici e degli operatori che da anni operano nel settore sono chiare: è necessario elaborare piani di azione concreti. Questo significa non solo essere attivi nel contrasto alla violenza di genere – aumentando, per esempio, le risorse per centri antiviolenza e case-rifugio – ma soprattutto agire nella sua prevenzione. Significa avviare un processo di profonda trasformazione sociale e collettiva.

Si tratta – tra le altre cose – di modificare le modalità con cui si parla di violenza di genere, che troppo spesso finisce con l’essere diluita, annacquata, confusa, manipolata sino a essere resa invisibile. Ma vediamo come accade tutto questo.

Il fatto che l’aggressore, il femminicida, venga spesso presentato come un cittadino non italiano e/o di classe sociale disagiata, strumentalizza la violenza sulle donne, mettendola al servizio della xenofobia. Nulla di nuovo nella storia: lo stesso modello veniva utilizzato ai primi del Novecento negli U.S.A., proprio quando il movimento suffragista iniziava ad acquisire visibilità. Ieri come oggi, il molestatore/aggressore/assassino era lo straniero: la sua provenienza motivava la sua natura bestiale, e quindi la sua rischiosità, rafforzando l’immagine positiva dell’uomo bianco come benevolo protettore. Tra gli stranieri cui prestare attenzione figuravano anche gli italiani.

Se l’aggressore è un nostro connazionale, si tende a presentarlo come l’altro, il diverso rispetto ad un tessuto sociale altrimenti sano: reietto, tossico, senza casa, disturbato mentalmente. Insomma, una mela marcia. Si nega in questo modo la strutturalità della violenza degli uomini contro le donne e, al contempo, si colpevolizza la povertà, la marginalità, il disagio, la malattia.

Quando il perpetratore è un uomo bianco non-marginale, se ne assume la prospettiva, cercando di comprendere la ragione alla base del suo gesto. Spesso si insinua il dubbio che vi sia una qualche corresponsabilità della vittima. In genere il femminicidio viene spiegato in termini di raptus passionale determinato dall’abbandono o dal tradimento da parte della donna: sul banco degli imputati finisce, quindi, la libertà femminile. Questo fenomeno è noto con il nome di victim blaming, ovverosia la colpevolizzazione secondaria della vittima: si dimostra come quest’ultima sia in qualche modo responsabile o, quantomeno, co-responsabile, ad esempio per essersela cercata o/e per non aver fatto abbastanza per evitare il peggio. Si tenga conto che questo è un paese in cui la difesa del proprio onore tradito era ancora motivo di riduzione della pena per omicidio fino al 1981.

A volte i femminicidi vengono letti, anche in sede terapeutica, come espressioni di quella che in ambito anglosassone si definisce come Intimate Partner Violence (IPV). La IPV è quel tipo di violenza che intercorre tra persone con cui si hanno relazioni intime, indipendentemente dal fatto che si conviva sotto lo stesso tetto, dal proprio genere e/o dal proprio orientamento sessuale. La IPV supera il concetto di violenza domestica, che situa il contesto dell’abuso o del crimine all’interno delle mura di casa, presupponendo, quindi, la coabitazione tra vittima e perpetratore. Indubbiamente l’IPV è uno dei modi in cui la violenza di genere può manifestarsi, culminando talvolta nel femminicidio. Tuttavia i due fenomeni non sono sovrapponibili. In primo luogo perché l’IPV può essere anche agita da donne o all’interno di relazioni non eterosessuali. In secondo luogo, perchè la violenza di genere ai danni delle donne è un fenomeno più ampio, con cause e dinamiche specifiche, che accade dentro e fuori il perimetro delle proprie abitazioni e delle proprie relazioni.

La Convenzione di Istanbul ha definito la violenza contro le donne come una violazione dei diritti umani e una forma di discriminazione, comprendente tutti gli atti di violenza fondati sul genere, ovvero compiuti per affermare l’inferiorizzazione di un genere rispetto ad un altro, che provocano o sono suscettibili di provocare danni o sofferenze di natura fisica, sessuale, psicologica o economica. Sono comprese anche le minacce di compiere tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia nella vita pubblica sia nella vita privata.

La violenza di genere implica, quindi, anche il non corrispondere a uomini e donne la stessa retribuzione a fronte di analoghe prestazioni o mansioni, il limitare l’avanzamento delle donne in carriera, lo scoraggiarne le scelte di studio in base ad un presunto ruolo femminile, le molestie verbali, private e pubbliche, il controllo sociale sul loro corpo, e molto altro ancora. È ogni atto di inferiorizzazione compiuto dall’universo maschile per affermare la propria supremazia su quel sesso definito debole dagli stessi uomini che sembrano, in realtà, soltanto temerne la forza.

Tornando a Giulia Cecchettin, lei era una brava ragazza, la figlia orfana di un’amorevole famiglia italiana del nordest, così come il suo assassino. Un bravo ragazzo anche lui, studente universitario. Ebbene, questo bravo ragazzo non ha saputo accettare la libertà di Giulia, il suo desiderio di allontanarsi da lui, la sua autodeterminazione, il fatto di aver ottenuto successi accademici maggiori dei suoi. Questa storia perfettamente normale mette chiaramente in luce il permanere di una visione delle relazioni tra i generi profondamente asimmetrica e distorta, rappresentandone un’efferata declinazione. È una prospettiva di prevaricazione che fornisce nutrimento a dinamiche relazionali perverse, violente in cui – accanto alla volontà più o meno consapevole di mantenere una posizione di privilegio di un genere sull’altro – si inseriscono le fragilità individuali.

Non c’è più tempo. È ora di spezzare le catene di questo sopruso estensivo e socialmente accettato, di questo marchio dello svantaggio dato in sorte alle donne dalla loro biologia. Un marchio che costringe molte a donne a vivere al 50% – se non meno – delle proprie possibilità e tutte le donne a conoscere la paura di finire preda di qualcuno. È l’ora della rivolta. È l’ora di smettere di sopportare in silenzio e di fare rumore. Lo chiede la sorella Elena, in un lucido quanto appassionato comunicato rilasciato poco dopo la conferma che la speranza di ritrovare Giulia in vita era purtroppo naufragata. Lo riconferma il padre, in un dignitoso, preciso e commovente discorso di commiato pubblico durante i partecipatissimi funerali. Le sue parole non si soffermano sulle dinamiche di coppia – da cui Giulia si era consapevolmente sottratta – ma puntano alla questione sociale della violenza di genere nella sua interezza e complessità.

Il problema va oltre il singolo, oltre l’artefice materiale del delitto. Il problema coinvolge e riguarda da vicino l’ambiente culturale che lo sostiene. Sta in quelle regole non scritte che allenano un uomo a sentirsi frustrato se lei non è più sua, sta nel delirio di controllo di lui, sta nel fatto che si possa confondere l’amore per una persona con l’impellenza di possederla. Come ricorda Elena, il delitto di Giulia non è un delitto di passione, ma un delitto di potere. E contro quel potere si sono scagliate il 25 novembre le migliaia di persone che hanno unito i loro corpi nella manifestazione organizzata a Roma e nel resto del paese per piangere la sua atroce morte e, attraverso di lei, per gridare il dolore inascoltato delle tantissime vittime che la hanno preceduta. Non deve, non dovrebbe esserci, mai più un’altra Giulia.

Autore/i dell’articolo

Dott.ssa Antonella Montano
Psicoterapeuta cognitivo-comportamentale. Fondatrice e Direttrice dell’Istituto A.T. Beck per la terapia cognitivo-comportamentale di Roma e Caserta. Certified Trainer/Consultant/Speaker/Supervisor dell’ACT (Academy of Cognitive Therapy). Membro del Beck Institute International Advisory Committee di Philadelphia. È Fondatrice e Presidente della Onlus Il Vaso di Pandora. La Speranza dopo il Trauma (www.ilvasodipandora.org). Socio Fondatore e Vice Presidente di CBT-Italia. Insegna da anni protocolli Mindfulness Based (MBSR, MBCT, Mindful eating, ecc.) È Mindfulness Yoga Teacher ed Expert Yoga Trauma Teacher certificata CSEN e Yoga Alliance®. È autrice di numerosi libri, capitoli di libri e pubblicazioni.

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