skip to Main Content

Un’installazione immersiva per capire cosa provano i bambini testimoni di violenza domestica

Violenza domestica

I dati italiani sulle violenze subite dalle donne nei contesti familiari sono allarmanti: parliamo di quasi un milione e mezzo di donne, secondo i dati diffusi da Save the Children. Purtroppo questi numeri sono da ritenersi indicativi in quanto un terzo di queste donne non arriveranno a denunciare l’accaduto e nemmeno a consultare un medico, per paura e timore di ritorsioni, di non essere credute, di rimanere senza assistenza economica. In moltissimi casi (il 93%) le vittime non sono nemmeno pienamente consapevoli di essere all’interno di un caso di violenza domestica: il 57% di loro definisce l’accaduto come “qualcosa di sbagliato” non lo identifica con un vero e proprio reato.

Quasi la metà dei casi di violenza domestica vedono i bambini testimoni diretti o indiretti degli abusi perpetrati: questo significa che erano presenti al momento dell’aggressione (la stragrande maggioranza dei casi da parte dell’uomo) oppure capiscono l’accaduto da alcuni elementi come ferite e lividi sul corpo della madre, l’atmosfera in casa o mobili danneggiati. Questo tipo di fenomeno prende il nome di “violenza assistita”.

La casa si trasforma da luogo di protezione, da porto sicuro a luogo di paura e pericolo. Trauma infantili come questi, anche se non lasciano segni fisici, sono un fattore di rischio per lo sviluppo di diversi disturbi psichici una volta che il bambino diventerà un adulto, come ansia, depressione, disturbo post-traumatico da stress, dissociazioni, disturbo ossessivo-compulsivo. Altre volte, invece, si va incontro a somatizzazioni, ovvero l’insorgere e la cronicizzazione di problemi a livello fisico per i quali non è possibile avere una diagnosi medica: dolori muscolari o delle ossa, disturbi quali vertigini e debolezza, sintomi dell’apparato digerente come gastrite o ulcera, difficoltà sessuali, ecc.

Per sensibilizzare al problema, Save the Children ha ideato l’iniziativa “Abbattiamo il muro del silenzio” con la quale rende pubblici questi dati quantitativi e qualitativi sul fenomeno. Ma non solo: sfruttando la nostra capacità empatica, ha realizzato “La stanza di Alessandro”, un’installazione immersiva in cui si potrà avere esperienza in prima persona di cosa voglia dire essere un bambino in una condizione di violenza domestica. L’installazione consiste in una stanza in cui si può entrare e che sembra quella di un normale bambino di sette anni. A uno sguardo più attento, però, è possibile rintracciare tutta una serie di elementi che suggeriscono lo stato di paura e malessere in cui il bambino vive, come disegni rivelatori, giocattoli rotti su cui il bambino ripete le violenze a cui ha assistito o nascondigli sotto il letto o nell’armadio. La tecnologia “bone conductor” permetterà di sentire anche a livello fisico le sensazioni sgradevoli della situazione rappresentata.

Per cercare di risolvere questo tremendo problema che affligge gli adulti di oggi, nelle figure dei genitori violenti, e quelli di domani, ovvero i bambini abusati che prima o poi cresceranno, Save the Children sottolinea la necessità di una rete di prevenzione e protezione che va dai servizi psico-socio-sanitari locali alle iniziative istituzionali di enti, associazioni e scuole: proprio queste ultime rivestono un ruolo importantissimo nel caso della prevenzione, non sono facendo dell’educazione che coinvolga l’intera famiglia ma anche nel riconoscimento delle situazioni a rischio, in quanto è proprio nelle scuole che i bambini passano la maggior parte del tempo fuori casa.

Riferimenti:

Back To Top