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Violenza domestica: l’approccio della mentalizzazione

Violenza domestica: l’approccio della mentalizzazione
Violenza domestica: l’approccio della mentalizzazione

Violenza domestica: l’approccio della mentalizzazione

Sebbene possiamo affermare che i bambini vengano generalmente accuditi e protetti, in famiglia fronteggiamo situazioni potenzialmente dannose che potrebbero avere conseguenze molto negative sul nostro sviluppo psicofisico, anche se i genitori non volessero consapevolmente recare danno ai propri figli. Molti sono i casi di cronaca di aggressioni in famiglia, soprattutto da parte del marito verso la moglie o del padre verso i figli.

Nel caso di famiglie dove ricorrono violenze e abusi, l’impatto negativo sui bambini può avvenire sulle loro competenze socio-cognitive e il riconoscimento e la comunicazione delle proprie emozioni. Questo è verificabile anche a livello neurologico: esperienze infantili di estrema deprivazione di caregiving sono associate con riduzione del volume della materia grigia e bianca. I bambini che crescono in una famiglia violenta è più probabile che sviluppino una più alta tolleranza alla violenza subita, considerata come un normale mezzo di esercizio del potere. Inoltre internalizzerebbero violenza e relazioni intime come intrinsecamente collegate, in quanto esposti a una relazione genitoriale di questo tipo.

L’approccio della mentalizzazione si basa su come le esperienze in un contesto relazionale sono pensate e sentite dai partecipanti e quali loro pensano siano gli stati mentali che guidano i comportamenti degli altri (per es. bisogni, desideri, emozioni, credenze, obiettivi, ecc.). In un’ottica cognitivo-comportamentale, è stato teorizzato che non siano gli specifici eventi a innescare il comportamento violento, ma le difficoltà a mettere in atto la mentalizzazione, se non la sua assenza, che pongono l’individuo e la famiglia in una condizione di vulnerabilità a reiterare la violenza domestica.

Questa capacità, seppure vantaggiosa evolutivamente, necessita di un contesto, quello familiare, per acquisire e modellare le capacità sociali, con le prime relazioni di attaccamento. I bambini con attaccamento sicuro hanno risultati migliori nei compiti di mentalizzazione rispetto ai bambini con attaccamento insicuro. Sia la tradizione clinica che le nuove ricerche neuroscientifiche mostrano che nelle situazioni di stress, soprattutto emozionale, emergono le difficoltà di mentalizzazione; al suo posto, intervengono modelli di comportamento familiare non mentalizzati. Facciamo un esempio. Il bambino, alla vista del genitore stressato non disponibile all’interazione emozionale, si comporta in modo da richiamare la sua attenzione, con la conseguenza di esacerbarne l’eccitazione. Il genitore, da parte sua, potrebbe rivivere il proprio vissuto infantile di vulnerabilità mostrato dal bambino e agire la violenza come estremo tentativo di soluzione e difesa. Il comportamento aggressivo potrebbe, quindi, configurarsi come una risposta (dis)adattiva sviluppata a partire dalle limitate capacità cognitive del bambino. Questo circolo vizioso si tramanderebbe nella famiglia.

Osservando le interazioni nelle famiglie violente, si evidenziano modelli di comunicazioni che si presentano con tale regolarità e predittibilità da sembrare copioni. Questi copioni possono essere stati passati di generazione in generazione e finiscono per influenzare credenze e comportamenti che, anche se specchio di una cultura o sub-cultura, hanno un’espressione differente in ogni famiglia. Per esempio, la convinzione che la coercizione fisica dei bambini sia una buona pratica educativa o che le lotte tra fratelli li prepareranno alle prove nella vita reale. Una volta adulto, l’individuo potrebbe consapevolmente cercare relazioni molto diverse da quelle della famiglia di origine, oppure esporsi a contesti simili per cambiarne l’esito, o ancora rimanervi incastrato in una sorta di patto di lealtà verso le difficoltà della propria famiglia d’origine.

Nella famiglia violenta, i membri della famiglia possono provare un acuto senso di isolamento e solitudine. Quello che si apprende è che l’uso di collaborazione, perspective taking ed empatia sono strategie incompatibili con il vissuto relazionale; inoltre si sviluppa un focus sui comportamenti, più che su pensieri ed emozioni, che porta a ipervigilanza per riconoscere indizi di pericolo. Questa indisponibilità relazionale nella famiglia è la stessa vissuta dal bambino col caregiver e, allo stesso modo, i membri potrebbero utilizzare l’aggressività come tentativo di riempire quel vuoto.

Per concludere, esiste un circolo vizioso tra capacità di mentalizzazione e ricorso alla violenza intrafamiliare, la quale mina quel senso di sicurezza necessario a intraprendere la mentalizzazione dei propri e altrui comportamenti. Il compito di insegnamento della mentalizzazione è proprio della famiglia e, in particolare, dei genitore i quali, nelle famiglie violente, potrebbero essere impossibilitati per apprendimenti disadattivi che risalgono alle loro famiglie d’origine, in una trasmissione intergenerazionale di interazioni violente.

Benino Argentieri

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