Un’odiosa intrusa, la violenza nel contesto sportivo dei minori

Un’odiosa intrusa, la violenza nel contesto sportivo dei minori

violenza nel contesto sportivo dei minori

Photo by Abdulvahap Demir on Pexels

Praticare sport dovrebbe apportare dei benefici a livello fisico e mentale, non a caso l’attività fisica è solitamente consigliata per la pianificazione di uno stile di vita sano. Purtroppo anche il contesto sportivo non è esente da dinamiche che possano risultare dannose per il benessere, lo testimonia un’indagine sulla violenza nello sport commissionata alla multinazionale Nielsen da ChangeTheGame.

La ricerca e i dati sconcertanti

Tra febbraio e marzo 2023, grazie a ChangeTheGame (un’associazione italiana di volontari che si occupa di contrastare la violenza in ambito sportivo) per la prima volta in Italia è stato  condotto uno studio che ha coinvolto un campione di circa 1.400 ragazzi e ragazze  tra i 18 e i 30 anni, che prima di diventare maggiorenni avevano praticato attività sportive a vari livelli. I risultati emersi attraverso interviste che hanno previsto la presenza di uno psicologo, hanno rilevato che il 39% degli intervistati – 4 persone su 10 – da minorenne è stato vittima di violenze durante l’attività sportiva. Nello specifico, la maggior parte dei soggetti non aveva mai chiesto aiuto, gli aggressori erano per lo più compagni di squadra per gli uomini, per le donne addirittura gli allenatori.

La ricerca di ChangeTheGame e Nielsen ha fatto riferimento alla definizione elaborata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità per descrivere concretamente cosa si intenda per violenza: ogni forma di azione aggressiva di tipo fisico, sessuale (con contatto fisico e senza contatto fisico), psicologico, incluse la privazione o abbandono (negligenza).

Le vittime di abuso sono state al 40% uomini e al 37% donne. La più comune forma di violenza sembra essere stata quella psicologica (30,4%), di seguito quella fisica (18,6%), la negligenza (14,5%) e la violenza sessuale (13,7%).  Il 22% dei soggetti ha subito umiliazioni, il 20% è stato rimproverato, insultato, minacciato, il 19% è stato ignorato, anziché essere valorizzato ed incoraggiato. Il 55% degli intervistati ha riportato di aver vissuto queste tristi esperienze prima dei 15 anni. La violenza sessuale, con e senza contatto, avrebbe avuto come oggetto persone tra  i 15 e i 17 anni (rispettivamente 57% e 54%).

Il volto dei  carnefici e le conseguenze sulle vittime

Lo studio ha evidenziato come solitamente le violenze fossero esercitate dai compagni di squadra (conosciuti per il 33,1% e non conosciuti per il 22,7%) e dagli allenatori o allenatrici (31,1%, percentuale che per le donne saliva al 35% e per gli uomini scendeva al 27%).

Nei contesti in cui veniva praticato sport a livello agonistico, gli episodi di violenza si sono manifestati in maniera molto più frequente.

Le vittime hanno riportato come emozione prevalente la vergogna, unita alla paura di non essere credute, motivo per cui molte di loro non hanno mai rivelato ciò che avevano subito. Un’altra motivazione ha riguardato la convinzione di poter tollerare quanto subito (il 52% delle donne) o al timore di essere visti come deboli  (30%). La quota di chi non ha chiesto aiuto è risultata essere 1,3 volte maggiore tra chi era stato oggetto di violenza psicologica. In generale, il 12% ha riferito di aver chiesto aiuto ma di non essere stato supportato.

Nell’80% gli abusi hanno causato notevoli conseguenze nella vita delle vittime : il  37% ha abbandonato il mondo dello sport, il 13% ha avuto problemi di salute transitori, l’8,5% problemi di salute cronici.

Conclusioni

La ricerca ha consentito di fare emergere un mondo sotterraneo che pone al primo posto l’urgenza di impiegare nel settore sportivo professionisti preparati da un punto di vita psicopedagogico, affinché lo sport sia un bene promotore di salute, divertimento ed educazione.

Riferimenti

Autore/i dell’articolo

Dott.ssa Laura Pascucci
Psicologa, psicoterapeuta, ha maturato esperienza clinica all’interno dei servizi afferenti alla struttura operativa Dipartimento di Salute Mentale della ASL RM/E acquisendo competenza nel trattamento dei disturbi d’ansia, depressione, disturbo ossessivo-compulsivo, disturbi di personalità, disturbo bipolare, schizofrenia, disturbo post-traumatico da stress. Collabora come libero professionista all’interno dell’istituto Beck e svolge attività di volontariato per l’associazione Onlus “Il Vaso di Pandora” dedicata alle vittime di eventi traumatici.

Se hai bisogno di aiuto o semplicemente vuoi contattare l’Istituto A.T. Beck per qualsiasi informazione,
compila il modulo nella pagina contatti.

Torna su
Cerca