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Women’s March 2018: cosa è cambiato, cosa cambiare

Women’s March 2018: cosa è cambiato, cosa cambiare
Women’s March 2018: cosa è cambiato, cosa cambiare

Women’s March 2018: cosa è cambiato, cosa cambiare

Un anno fa si teneva una delle manifestazioni più sentite sull’intero pianeta, la Women’s March. Questo evento nacque come reazione alla vincita alle elezioni di Donald Trump e alle sue esternazioni politiche e personali su temi quali uguaglianza sociale, considerazione sulle donne e sugli immigrati. È diventata la protesta più ampia della storia degli Stati Uniti, coinvolgendo altre 600 location nel Nordamerica e 140 nel resto del mondo, inclusa Piazza del Pantheon a Roma, per un totale di quasi 5 milioni di manifestanti. Tra loro, attrici del calibro di Jane Fonda e Charlize Theron, star della musica come Ariana Grande, Cher, Katy Perry e Kesha e anche molti loro colleghi maschi, come Alec Baldwin, James Franco, Jake Gyllenhaa e Sir Ian McKellen.

Nata dall’idea di una cittadina hawaiana come evento pubblico su Facebook, possiamo dire che è diventata una ricorrenza visto che anche quest’anno si è tenuta la stessa manifestazione. Di nuovo, la marcia ha portato in piazza la sua protesta contro la politica dell’amministrazione Trump a proposito di immigrazione, salute pubblica e divisioni razziali. Quest’anno la proattività del movimento si è concentrata sull’incoraggiare le donne a partecipare alla vita politica e presentarsi come candidati. Se l’obiettivo è quello di portare alle prossime elezioni una donna alla presidenza, l’intervento di Oprah Winfrey alla cerimonia dei Golden Globes è stato talmente intenso da aver aperto alla celebre attrice e conduttrice (intenzionalmente o meno, non è importante) la strada verso la Casa Bianca.

Quest’anno si sono evidenziati due interventi. Uno qui in Italia, potremmo dire molto atteso, quello di Asia Argento. L’attrice e regista, poco tempo fa sulle prime pagine dei quotidiani per le sue accuse di stupro contro il produttore cinematografico Harvey Weinstein, ha ricordato come in Italia ancora si tenda a colpevolizzare le donne vittime di stupro. A Los Angeles, una tesissima Natalie Portman parla dei molti commenti sessisti alla sua prima interpretazione al cinema come di terrorismo sessuale che le ha condizionato la scelta di copioni per molto tempo, evitando ruoli con anche solo una scena di baci, perché da giovane attrice a soli 13 anni aveva capito che esprimersi sessualmente come donna significava esporsi al rischio, fosse solo quello di diventare oggetto di pesanti allusioni da parte degli uomini.

Oltre alle centinaia di marce, l’evento principale avrà luogo a Las Vegas, teatro della peggiore sparatoria di massa nella storia degli Stati Uniti durante un concerto nell’Ottobre 2017 ma anche lo Stato, il Nevada, che detiene il potere di influenzare il Senato nel 2018. Il programma nazionale lanciato si chiama “Power to the polls” (Potere alle urne) e l’obiettivo è quello di registrare 1 milione di nuovi elettori per aiutare a eleggere più donne e progressisti.

Ciò che è sicuramente cambiato è una maggiore sensibilità dell’opinione pubblica sull’argomento “femminismo” e anche una maggiore copertura mediatica. Ritorniamo sullo scandalo Weinstein scoppiato lo scorso ottobre 2017: da anni giravano delle voci sui comportamenti riprovevoli del produttore cinematografico ma la denuncia vera e propria è stata possibile solo poco tempo fa anche grazie al supporto della prima Women’s March: più di cento donne hanno accusato Harvey Weinstein di averle aggredite sessualmente, dalla molestia allo stupro. I comportamenti di Weinstein non hanno a che fare con il sesso ma con l’abuso di potere che, in questo caso, si esprime con la coercizione sessuale su chi viene considerato una pedina, un oggetto, quindi non un pari, una persona con uguali diritti e dignità.

Quello dell’uguaglianza nella vita pubblica e lavorativa è un obiettivo collettivo che dovremmo perseguire tutti per il benessere della nostra società. Questa uguaglianza non è stata ancora raggiunta e nessun posto di lavoro ne è esente, neppure Hollywood. Ce lo racconta Gillian Anderson, popolare volto tv della serie “X-Files”: quando nel 2015 le è stato proposto di riprendere le vesti dell’agente FBI Dana Scully nella decima stagione dello show (dopo un gap di 14 anni dalla precedente), le è stato offerto un compenso pari alla metà di quello per il suo collega maschio David Duchovny, una cosa per la verità successa già nella prima stagione dello show. Anderson si è dichiarata sorpresa che la questione potesse ripresentarsi nel nuovo millennio ma anche quanto fosse arduo parlarne pubblicamente, pure per non mettere in imbarazzo la donna che in parte era responsabile di quella proposta. Ha trovato la forza di richiedere un compenso uguale a quello del suo co-star anche spronata dagli interventi in proposito di altre attrici, come Patricia Arquette alla cerimonia degli Oscar 2015.

I prossimi passi ce li mostra il “Global Gender Gap Index 2017” elaborato dal World Economic Forum, che non vede l’Italia a un buon punto: scivolati di 32 posizioni in un anno, stiamo meglio, in Europa, solo di Grecia, Cipro e Malta. Questo divario in Italia sta soprattutto nella bassa rappresentanza politica, dando ragione all’obiettivo di quest’anno della Women’s March. L’aspettativa di vita in salute delle donne è calata a 73,7 anni dai 74 anni del 2016, mentre quella degli uomini è salita. Dal punto di vista dell’istruzione, la strada è ancora lunga a causa delle disparità in termini di partecipazione alla forza lavoro, salari e reddito.

Con le elezioni politiche alle porte, sarebbe auspicabile, quando esercitiamo il nostro diritto di voto (che ha un potere enorme), che l’eguaglianza non porta via niente a nessuno ma aggiunge qualità alla vita di tutti in quanto i suoi effetti si diffondono capillarmente nella popolazione di un Paese che si professa civile.

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