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I disturbi del comportamento

Disturbi del comportamento

I disturbi del comportamento comprendono una serie di condotte definite “esternalizzanti”, in quanto comprendono comportamenti in cui il disagio interno viene rivolto verso l’esterno attraverso condotte disfunzionali come l’aggressività, l’impulsività, la sfida, la violazione delle regole e altre condotte considerate socialmente inappropriate. In età prescolare e scolare, gli accessi comportamentali possono verificarsi in modo isolato e temporaneo, quando ad esempio sono legati ad aspetti situazionali o alla particolare fase di sviluppo in cui si trova il bambino, oppure possono rappresentare dei veri e propri campanelli d’allarme per l’insorgenza di futuri disturbi del comportamento.

In che modo e a che età i bambini imparano a regolare il proprio comportamento

La capacità di agire in maniera appropriata rispetto alle norme sociali e di regolare autonomamente il proprio comportamento costituiscono due aspetti basilari dello sviluppo del bambino. Si tratta, tuttavia, di capacità complesse, che vengono acquisite gradualmente nel corso dell’intera infanzia. Fare affidamento sulla presenza dell’adulto nella regolazione delle proprie emozioni e del proprio comportamento è fondamentale per il bambino almeno fino ai tre anni di vita (Eisenberg et al., 2010). Quando un bambino così piccolo è agitato o arrabbiato ha bisogno di una figura di riferimento che possa tranquillizzarlo e che possa fornirgli le strategie più adeguate per risolvere il proprio conflitto interno. Così come nelle situazioni non familiari, se il bambino mostra paura e piange, è l’adulto che provvederà a calmarlo attraverso comportamenti affettuosi e adeguate spiegazioni. Il bambino impara quindi a cogliere i segnali dell’adulto, come le espressioni del viso, le comunicazioni verbali e i gesti, per riuscire a modulare il proprio modo di esprimersi nei vari contesti. Di grande importanza è il momento in cui il bambino passa da una regolazione basata sul supporto esterno dell’adulto ad una vera e propria autoregolazione, ovvero quando il bambino non ha più bisogno di appoggiarsi ad un aiuto esterno e riesce ad avere autocontrollo anche quando l’adulto non è presente (Eisenberg & Spinrad, 2004). Il periodo critico per l’acquisizione di tale abilità è compreso solitamente tra i 24 e i 36 mesi, età in cui il bambino inizia a mostrare di saper interiorizzare le regole dell’adulto, di saper attendere per ottenere qualcosa di desiderato e di poter controllare in modo flessibile il proprio comportamento in presenza di cambiamenti ambientali. Verso la fine del secondo anno di vita, inoltre, i bambini cominciano a mostrare di avere consapevolezza dell’esistenza delle norme sociali e della loro possibile violazione (Kochanska et al., 2001).

Cosa succede quando il bambino ha difficoltà ad autoregolarsi

Attualmente si ritiene che un deficit nell’autoregolazione sia relativamente stabile durante l’infanzia e che giochi un ruolo decisivo nell’insorgenza di alcuni problemi di adattamento e della regolazione del comportamento ad un’età più avanzata. Diversi ricercatori hanno proposto ipotesi differenti rispetto alle dinamiche interne (emotive e cognitive) del bambino, legate alla minore o maggiore capacità di controllare il proprio comportamento. Alcuni studi hanno mostrato che problemi della condotta possono essere legati a:

1) bassi livelli di paura in situazioni potenzialmente dannose e ridotta empatia nei confronti dei propri pari, insieme ad una maggiore impulsività,

2) livelli estremamente alti di attivazione emotiva di fronte a possibili ricompense, specialmente se associati ad un’emozionalità negativa piuttosto alta e a bassi livelli di autocontrollo (e.g, Nigg, 2006).

Ciò vuol dire che in questi bambini la disregolazione comportamentale può essere legata ad un’attivazione emotiva debole di fronte a possibili punizioni, che vengono così minimizzate, o ad un’attivazione emotiva molto elevata in presenza di potenziali gratificazioni, che vengono quindi massimizzate. In altri studi emerge, inoltre, come deficit nell’autoregolazione siano associati maggiormente ad un’aggressività di tipo reattivo (risposta difensiva ad una minaccia o provocazione) piuttosto che di tipo proattivo (aggressività espressa per ottenere un vantaggio o dominio sugli altri).Nel primo caso, infatti, il minore mostra difficoltà a regolare le proprie emozioni, ad esempio la propria rabbia e la frustrazione, quando viene provocato da altri. L’incapacità di far fronte a questa estrema attivazione interna conduce così a limitazioni nello sviluppo e nell’uso delle proprie abilità sociali, andando ad inficiare le interazioni e l’instaurarsi di positive relazioni con i genitori e con i pari. Nel secondo caso, invece, quando l’aggressività è innescata senza provocazioni esterne perché è finalizzata all’ottenimento di un guadagno personale, si può parlare di tratti maggiormente orientati alla provocazione e alla sfida e di una difficoltà evidente a mettersi in contatto con le emozioni proprie ed altrui (e.g., Frick & Morris, 2004).

Fattori di rischio dei disturbi del comportamento

Le origini dei disturbi del comportamento possono essere di diversa natura. Sono molti, infatti, i fattori di rischio che concorrono a definire un problema di regolazione comportamentale (e.g., Brett et al., 2015; Carliner et al., 2017; Fearon&Bleksy, 2011; Hoge et al., 2008; Roskam, 2018; van Nieuwenhuijzen et al., 2017). Tra questi, vi sono:

  • Fattori biologici e autonomici (come bassi livelli di serotonina, alti livelli di cortisolo e bassa frequenza cardiaca a riposo)
  • Deficit neurocognitivi (come deficit nelle funzioni esecutive)
  • Difficoltà di processamento delle informazioni sociali
  • Vulnerabilità temperamentali (ridotta regolazione emotiva, impulsività)
  • Fattori di rischio legati alla fase prenatale (esposizione a tossine durante la gravidanza) e perinatale (scarsa qualità delle cure subito dopo il parto)
  • Stile educativo genitoriale coercitivo
  • Stile di attaccamento insicuro o disorganizzato tra bambino e adulto di riferimento
  • Conflitti all’interno del contesto familiare
  • Esposizione ad atti violenti, maltrattamenti o situazioni di abuso

Quali sono i disturbi del comportamento

Nel DSM-5, il Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (APA, 2013), si parla dei cosiddetti “Disturbi del comportamento dirompente, del controllo degli impulsi e della condotta” per riferirsi ad una famiglia di disturbi in cui sono prevalenti le componenti comportamentali dell’aggressività e della violazione delle norme. In particolare, si fa riferimento a:

Tra i “Disturbi del neurosviluppo” troviamo invece l’ADHD o DDAI, ovvero il Disturbo da deficit di attenzione e iperattività.

Per saperne di più sui singoli disturbi, visita le pagine dedicate che trovi sul nostro sito.

Cosa fare

Come appare evidente da quanto emerge dalla letteratura scientifica, alcune difficoltà nella regolazione del comportamento possono essere osservate già durante l’età prescolare. Questo è un aspetto molto importante in quanto può permettere al genitore, o agli altri adulti che si prendono cura del minore, di attivare interventi tempestivi. Ogni intervento viene pianificato diversamente a seconda del disturbo presentato e in base alle caratteristiche specifiche del bambino e del contesto in cui vive. Il trattamento dei disturbi comportamentali vede nella valutazione psicologica il suo primo passo, seguita da un intervento centrato sull’attivazione delle risorse e dei fattori protettivi del bambino a diversi livelli: personale, familiare, amicale e scolastico.

Bibliografia

  • American Psychiatric Association. (2013). Diagnostic and statistical manual of mental disorders (5th ed.). Washington, DC: Author;
  • Brett, Z.H., Humphreys, KL, Smyke A.T., Gleason, M.M., Nelson, C.A., Zeanah, C.H., Fox, N.A., Drury, S.S. (2015). Serotonin transporter linked polymorphic region (5-HTTLPR) genotype moderates the longitudinal impact of early caregiving on externalizing behavior.Development and Psychopathology, 27,7-18.doi: 10.1017/S0954579414001266;
  • Carliner, H., Dahsan, G., McLaughlin, K., Keyes, K.M. (2017). Trauma exposure and externalizing disorders in adolescents: Results from the national comorbidity survey adolescent supplement. Journal of the American Academy of Child & Adolescent Psychiatry, 56,755-764. https://doi.org/10.1016/j.jaac.2017.06.006;
  • Eisenberg, N., &Spinrad, T.L. (2004). Emotion-related regulation: Sharpening the definition. Child Development, 75, 334–339;
  • Eisenberg, N., Spinrad, T. L., &Eggum, N. D. (2010). Emotion-related self-regulation and its relation to children’s maladjustment. Annual Review of Clinical Psychology, 6, 495-525;
  • Fearon, R.M.P., Belsky, J. (2011). Infant-mother attachment and the growth of externalizing problems across the primary-school years. Journal of Child Psychology and Psychiatry, 52, 782–791. doi: 10.1111/j.1469-7610.2010.02350.x;
  • Frick, P.J., &Morris, A.S. (2004). Temperament and developmental pathways to conduct problems. Journal of Clincal Child& Adolescent Psychology, 33,54–68. DOI: 10.1207/S15374424JCCP3301_6;
  • Hoge, R.D., Guerra, N.G., and Boxer, P. (2008). Treating the Juvenile Offender. New York: The Guilford Press;
  • Kochanska, G., Coy, K. C., & Murray, K. T. (2001). The development of self-regulation in the first four years of life. Child Development, 72, 1091-1111;
  • Nigg, J.T. (2006). Temperament and developmental psychopathology. Journal of Child Psychology and Psychiatry, 47, 395–422. DOI: 10.1111/j.1469-7610.2006.01612.x
  • Roskam, I. (2018). Externalizing behavior from early childhood to adolescence: Prediction from inhibition, language, parenting, and attachment. Development and Psychopathology, 1-13.doi:10.1017/S0954579418000135;
  • Van Nieuwenhuijzen, M., Van Rest, M.M., Embregts, P.J.C.M., Vriens, A., Oostermeijer, S., Van Bokhoven, I., Matthys, W. (2017). Executive functions and social information processing in adolescents with severe behavior problems. Child Neuropsychology, 23, 1-14. https://doi.org/10.1080/09297049.2015.1108396.
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