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Suicidalità

Il termine suicidalità si riferisce all’ideazione suicidaria e a tutti quei comportamenti che possono determinare il suicidio (compreso l’atto portato a termine). Circa 800.000 persone muoiono ogni anno per suicidio (Ryberg et al., 2016) e la presenza di disturbi mentali (tra cui disturbi dell’umore, primo fra tutti il disturbo bipolare, psicosi, disturbo da uso di sostanze e alcuni disturbi di personalità) è il principale fattore di rischio.

Sebbene il suicidio si verifichi raramente prima dei 15 anni di età, è un fenomeno che interessa anche la popolazione giovanile, soprattutto in presenza di problemi familiari, sociali e psicologici, oltre che in casi di abuso di sostanze. Vi è una stretta associazione tra il suicidio e la presenza di condotte autolesive precedenti, infatti circa un quarto dei giovani che commettono il suicidio aveva già messo in atto comportamenti che non erano stati fatali (Hawton e James, 2005).

In particolar modo, è stata riscontrata una stretta associazione tra i disturbi di personalità e suicidio/tentativi di suicidio (Stanley & Jones, 2009). Le ricerche hanno mostrato che il suicidio nel Disturbo Borderline di Personalità (DBP) si può verificare anche nel 10% dei casi e che i pazienti con DBP possono presentare una media di tre tentativi di suicidio lungo il corso della propria vita  (O’Connor et al., 2011).

Le persone con DBP presentano una marcata disregolazione emotiva e un ridotto controllo degli impulsi, e ciò determina frequenti oscillazioni dell’umore, un ampio ventaglio di comportamenti impulsivi e relazioni interpersonali caratterizzate da instabilità. Una cronica ideazione suicidaria è, dunque, una caratteristica del disturbo (Paris, 2008). Mentre le persone con disturbi dell’umore manifestano tendenze suicidarie solo in fase depressiva, il paziente con DBP può prendere in considerazione il suicidio quasi quotidianamente, per un periodo che può durare anche anni. I pensieri suicidari e i comportamenti suicidari rappresentano delle risposte alle emozioni dolorose e ai rapidi cambiamenti di umore legati agli stressors ambientali (Russell et al., 2007). Le persone con DBP sono molto vulnerabili emotivamente, sentono le emozioni in maniera molto intensa e il “picco emotivo” dura a lungo, cosa che rende l’emozione insopportabile e impossibile da tollerare. I comportamenti suicidari vengono messi in atto nel tentativo di trovare una via di fuga dal dolore o per fronteggiare eventi di vita stressanti. Quindi, il suicidio e i tentativi di suicidio possono essere interpretati come una risposta impulsiva al dolore emotivo, che viene percepito come irrefrenabile e incomunicabile. In molti casi la motivazione può comunque risultare ambivalente, in quanto alcune persone, per esempio, assumono delle dosi di farmaci potenzialmente fatali ma contattando altri significativi che possano intervenire in loro aiuto (Gunderson & Links, 2008).

L’ideazione suicidaria e i comportamenti suicidari, dunque, possono avere diverse funzioni:

  1. Sono delle vie di uscita dal dolore e dalla sofferenza;
  2. Permettono alla persona di percepirsi di nuovo in grado di avere una forma di “controllo” di se stessa, perché può pensare di non poter gestire la propria vita ma di poter almeno decidere se porvi fine;
  3. Rappresentano una forma di comunicazione del dolore. Molto spesso le persone non sono in grado di esprimere la loro sofferenza e i loro bisogni, oppure sono guidati dalla previsione che l’altro non comprenderà mai cosa stanno sentendo, quindi i comportamenti suicidari rappresentano una dimostrazione concreta della propria disperazione.

Lo scopo principale del trattamento è cercare di evitare che queste persone mettano fine alla propria vita. Chi presenta DBP ha spesso una lunga e complessa storia di trattamento, caratterizzata da vari percorsi di psicoterapia, ospedalizzazioni ripetute (spesso a seguito di tentativi di suicidio falliti) e prescrizioni di numerosi “cocktail farmacologici”. L’approccio cognitivo–comportamentale è ormai di comprovata efficacia, e la ricerca ha dimostrato che il protocollo DBT (Dialectical Behaviour Therapy; Linehan et al., 2015) è particolarmente indicato per i pazienti suicidari. La DBT prevede l’insegnamento di abilità che aiutano le persone a regolare le proprie emozioni dolorose e a ridurre l’impulsività che le spinge a mettere in atto i comportamenti disfunzionali e pericolosi per la propria vita. E’ stata riscontrata, inoltre, l’efficacia della Schema Therapy, che si focalizza sugli schemi maladattivi e sulla loro relazione con le esperienze infantili (Giesen-Bloo et al., 2006).

Suicidalità: Bibliografia e Riferimenti

  • Giesen-Bloo, J., van Dyck, R., Spinhoven, P., van Tilburg, W., Dirksen, C., van Asselts, T., Kremers, I., Nadort, M. & Arntz, A. (2006). Outpatient psychotherapy for borderline personality disorder: Randomized trial of schema-focused therapy vs transference-focused psychotherapy. Archives of General Psychiatry, 63: 649-658.
  • Gunderson, J.G. & Links, P.S. (2008). Borderline Personality Disorder: A clinical Guide, 2nd ed. Washington, DC: American Psychiatric Press.
  • Hawton, K. & James, A. (2005). Suicide and deliberate self harm in young people. British Medical Journal, 330: 891-894.
  • Linehan, M.M., Korsulnd, K.E., Harned, M.S., Gallop, R.J., Lungu, A., Neacsiu, A.D., McDavid, J., Comtois, K.A. & Murray-Gregory, A.M. (2015). Dialectical Behavior Therapy for High Suicide Risk in Individuals With Borderline Personality Disorder. A Randomized Clinical Trial and Component Analysis. JAMA Psychiatry, 72(5):475-482.
  • O’Connor, R., Platt, S. & Gordon, J. (2011). International Handbook of Suicide Prevention: Research, Policy and Practice, First Edition. John Wiley & Sons, Ltd.
  • Paris, J. (2008). Treatment of Borderline Personality Disorder: A guide to evidence-based practice. New York: Guilford Press.
  • Russell, J.J., Moskowitz, D.S., Zuroff, D.C., Sookman, D. & Paris, J. (2007). Stability and variability of affective experience and interpersonal behavior in borderline personality disorder. Journal of Abnormal Psychology, 116: 578-588.
  • Ryberg, W., Fosse, R., Zahl, P.H., Brorson, I., Moller, P., Landro, N.I. & Jobes, D. (2016). Collaborative Assessment and Management of Suicidality (CAMS) compared to treatment as usual (TAU) for suicidal patients: study protocol for a randomized controlled trial. Trials 17: 481.
  • Stanley, B. & Jones, J. (2009). Risk for suicidal bahaviour in personality disorders. In: Wasserman D, Wasserman C (eds). Oxford Textbook of Suicidology and Suicide Prevention: A Global Perspective. Oxford University Press, Oxford, New York: 287–292.
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