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La Risonanza Magnetica (RM) nel Disturbo Bipolare

La Risonanza Magnetica (RM) nel Disturbo Bipolare

Il Disturbo Bipolare, denominato classicamente “psicosi maniaco-depressiva”, è un disturbo cronico e ricorrente che continua a costituire una sfida per la medicina e la psicologia, nonostante la crescente efficacia delle risorse terapeutiche disponibili. Le conseguenze della malattia e delle sue ricadute richiedono per l’individuo e per i suoi familiari un molteplice sforzo terapeutico, che vada oltre la sola farmacoterapia e che allo stesso tempo la faciliti. In questo contesto è oramai accertata l’importanza di informare adeguatamente il paziente rispetto al proprio disturbo. La non comprensione della malattia aggrava il decorso dei disturbi psichiatrici, poiché, al malessere causato dagli stessi sintomi, si aggiunge quello derivante dal non sentirsi capito dagli altri e dal non comprendere che cosa stia accadendo, né che cosa aspettarsi. Il paziente che non conosce la sua malattia non conosce la sua vita, si sente incapace di pianificare, di prevedere, si sente “in balia delle onde”. Il paziente informato smette, invece, di sentirsi colpevole per diventare responsabile e tale passo costituisce l’inizio del processo di accettazione del disturbo e di un positivo percorso di cura.

Qual è la causa del Disturbo Bipolare?

Una delle prime domande che ci fanno i nostri pazienti riguarda la causa del Disturbo Bipolare. Attualmente sappiamo che è di origine biologica. Seppur non siano del tutto chiari i meccanismi che sottendono questo disturbo, è stato dimostrato che si tratta di meccanismi che coinvolgono i neuroni (le cellule del cervello) e le loro complesse reti di comunicazione. I sistemi neuronali maggiormente implicati sembrano essere quelli appartenenti alle aree del cervello responsabili della regolazione delle emozioni, del tono dell’umore e dei livelli di energia.

Il ruolo della Risonanza Magnetica nel comprendere la causa del Disturbo Bipolare

Nonostante sia oramai accertata la determinante biologica del Disturbo Bipolare, gli esatti meccanismi che sottendono il suo sviluppo non sono stati ancora spiegati. Dopo decenni di ricerche a oggi la patogenesi del disturbo non è ancora stata scoperta. Nel corso del tempo svariati studi hanno utilizzato lo strumento della Risonanza Magnetica per tentare di rispondere alla domanda “Quale è la causa del Disturbo Bipolare?”.

Che cosa è la Risonanza Magnetica e cosa sono gli studi di neuroimmagini

La RM o Risonanza Magnetica è una moderna tecnica diagnostica, non invasiva, che permette di visualizzare l’interno del nostro corpo. Prevede l’utilizzo di uno speciale macchinario che emette onde radio e campi magnetici. La macchina produce e invia al corpo della persona, inserito in un grande magnete, impulsi di radiofrequenza: i dati vengono trasformati da un computer in immagini anatomiche delle porzioni analizzate, visualizzate attraverso un monitor. Le sezioni possono essere ottenute indifferentemente nei tre piani dello spazio, creando in tal modo una visione virtuale tridimensionale del corpo. La Risonanza Magnetica è un’indagine sicura e del tutto innocua per l’organismo umano (non prevede l’utilizzo di radiazioni) e viene impiegata per ottenere immagini molto dettagliate, più di quelle generate da una TAC (Tomografia Assiale Computerizzata), di molti tessuti. La qualità dei risultati consente di apprezzare particolari non rilevabili con altre tecniche diagnostiche. E’ particolarmente utile nell’ottenere immagini dettagliate del cervello.

Gli studi di neuroimmagini sono quegli studi scientifici che utilizzano tecniche di neuro-visualizzazione, cioè metodi e strumenti che permettono di rilevare e di riprodurre graficamente l’attività cerebrale in termini anatomici e funzionali. Oltre alla Risonanza Magnetica queste tecniche prevedono la TAC, la PET (Tomografia ad Emissione di Positroni) e la SPECT (Tomografia ad Emissione di un Singolo Fotone).

Quali sono le aree del cervello individuate dagli studi di neuroimmagini come implicate nel Disturbo Bipolare?

L’individuazione delle aree del cervello maggiormente implicate nel Disturbo Bipolare rappresenta uno degli obiettivi principali della ricerca, in quanto in grado di individuare marker di malattia utili per lo sviluppo di strategie di prevenzione, diagnosi e trattamento più specifiche. Come già detto, le aree maggiormente implicate sembrano essere quelle responsabili della regolazione delle emozioni, del tono dell’umore e dei livelli di energia.

Nel corso del tempo svariati studi hanno riportato alterazioni cerebrali strutturali associate alla malattia, tuttavia il numero di pazienti convolti era spesso limitato e i risultati venivano raramente replicati nel contesto di ricerche differenti. Proprio per ovviare a questa grande variabilità di studi e risultati, recentemente è stato costituito un gruppo di ricerca internazionale multicentrico, chiamato ENIGMA (Enhancing Neuro Imaging Genetics Through Meta Analysis), che comprende 76 istituti appartenenti a 28 differenti gruppi di ricerca nel mondo. ENIGMA ha condotto diversi studi di neuroimmagini sul Disturbo Bipolare e ha concluso che alcune aree della corteccia cerebrale (la parte più esterna del cervello) e alcune aree sottocorticali (la parte più interna del cervello) sono implicate nella genesi di questo disturbo (1).

Nell’ambito dello studio sulla corteccia (la parte più esterna del cervello) sono stati inclusi 6503 soggetti, di cui 2447 pazienti affetti da Distubo Bipolare e 4056 soggetti di controllo sani. Sono state prese in considerazione moltissime varabili socio-demografiche e cliniche, quali età, sesso, presenza di sintomi psicotici, età di esordio, terapia farmacologica assunta, tono dell’umore. Dall’analisi dei dati sono emerse differenze significative, rispetto ai controlli sani, localizzate soprattutto a livello corticale frontale e temporale, aree deputate alla processazione cognitiva ed emotiva. In particolare sono stati riscontrati ridotti volumi e spessori corticali tra i pazienti affetti da Disturbo Bipolare, bilateralmente. Una maggiore durata di malattia e la presenza di sintomi psicotici sono risultati associati a una maggiore riduzione di volume corticale, mentre è stato confermato l’effetto neuroprotettivo del litio, noto per la sua attività neurotrofica (2).

Lo studio di ENIGMA sulle aree sottocorticali (la parte più interna del cervello) invece ha rilevato che i pazienti, rispetto ai soggetti di controllo, presentavano volumi cerebrali ridotti nelle aree dell’ippocampo, del talamo e dell’amigdala. Sono queste le strutture particolarmente implicate nel controllo emozionale. L’ippocampo è specificatamente coinvolto nella funzione della memoria e l’amigdala nelle reazioni di paura e ansia.

La genetica del Disturbo Bipolare e gli studi di neuroimmagini

Attualmente sappiamo che la genetica svolge un ruolo fondamentale nel Disturbo Bipolare. Di fatto è accertato che questo disturbo è marcato dai geni. A conferma di questo dato il Disturbo Bipolare è spesso già presente nell’anamnesi familiare di persone che scoprono la malattia. D’altro canto, però, a volte non si individua nessun caso simile nella famiglia del paziente e il disturbo non si manifesta fino all’età adulta. Queste ultime due considerazioni potrebbero mettere in discussione il ruolo della genetica nella malattia maniaco-depressiva. Tuttavia bisogna considerare che il Disturbo Bipolare è un disturbo multifattoriale in cui non un solo gene ma molti geni sono possibilmente coinvolti nella sua patogenesi. In più, perché determinate malattie con una componente ereditaria si manifestino, è necessario il concorso di alcuni fattori ambientali ugualmente importanti ai fattori genetici. Dall’altro lato, spesso gli antecedenti familiari non sono riconosciuti dall’individuo affetto. Ciò è frequente nelle patologie psichiatriche ed è dovuto da un lato alla mancata conoscenza di tali disturbi negli anni passati e dall’altro allo stigma che tali patologie hanno rappresentato dal punto di vista sociale, che ha portato le famiglie a nascondere i propri componenti malati piuttosto che a curarli.

Ma perché alcuni individui sviluppano il disturbo bipolare, mentre i loro fratelli ad alto rischio genetico non lo fanno?

Un recente studio di neuroimmagini ha provato a chiarire questo punto. Lo studio, condotto presso la Scuola di Medicina dell’Ospedale Mount Sinai di New York dal gruppo di ricercatori guidato dalla Prof.ssa Sophia Frangou, ha utilizzato le tecniche di neuroimaging per studiare come le differenze nella rete neurale possano sia aumentare che diminuire le probabilità di sviluppare il Disturbo Bipolare. Per questo studio i ricercatori hanno utilizzato la risonanza magnetica funzionale (fMRI) per mappare gli schemi di connettività nel cervello di tre gruppi di soggetti: i pazienti con disturbo bipolare, i loro fratelli e sorelle che non hanno sviluppato la malattia, e individui sani non imparentati (3). Durante la scansione del cervello, a ogni partecipante è stato chiesto di eseguire un compito emotivo e un compito non emotivo che coinvolgono due diversi tipi di funzioni cerebrali colpiti nel disturbo bipolare. I risultati hanno dimostrato che i fratelli non malati e i pazienti affetti presentavano anomalie simili nella connettività delle reti cerebrali coinvolte nell’elaborazione emotiva. Tuttavia i fratelli non malati esibivano ulteriori modifiche nel circuito cerebrale all’interno di queste reti che probabilmente erano state, invece, protettive rispetto allo sviluppo del Disturbo Bipolare. La capacità dei fratelli sani di “riorganizzare” le loro reti cerebrali potrebbe significare che essi sono dotati di una neuroplasticità adattiva che può averli aiutati a evitare la malattia. Questo lavoro apre quindi nuove prospettive per la ricerca scientifica nello studio dell’eventuale capacità, nota anche come resilienza, che il cervello potrebbe avere di impedire l’espressione della disturbo, con la speranza di sviluppare trattamenti più efficaci. “I fattori genetici predisponenti costituiscono il fattore di rischio più grande per l’insorgenza del disturbo bipolare, ma mentre noi spesso ci concentriamo su questo rischio, dimentichiamo che la maggioranza di coloro che rientrano in questa categoria restano sani, dunque non manifestano il disturbo“, ha detto la Professoressa Frangou. Con la ricerca di meccanismi biologici che possano essere indici di resilienza e quindi protettivi contro la malattia, si apre una direzione completamente nuova per lo sviluppo di trattamenti più specifici.

A cura della Dott.ssa Delfina Janiri

Scuola di Specializzazione in Psichiatria, Facoltà di Medicina e Psicologia
Università La Sapienza, Roma

BIBLIOGRAFIA

  1. Hibar DP, Westlye LT, Doan NT et al. Cortical abnormalities in bipolar disorder: an MRI analysis of 6503 individuals from the ENIGMA Bipolar Disorder Working Group. Mol Psychiatry Published Online First: 2017. doi:10.1038/mp.2017.73
  2. Hibar DP, Westlye LT, Van Erp TGM et al. Subcortical volumetric abnormalities in bipolar disorder. Mol Psychiatry 2016;21:1710–1716.
  3. Doucet GE, Bassett DS, Yao N, Glahn DC, Frangou S. The role of intrinsic brain functional connectivity in vulnerability and resilience to bipolar disorder. Am J Psychiatry 2017;174:1214–1222.

Risonanza magnetica 1
Legenda: I pazienti con disturbo bipolare presentano riduzioni della materia grigia nelle regioni frontali del cervello coinvolte nell’auto-controllo (arancione), mentre le regioni sensoriali e visive sono normali (grigio)(Hibar et al., 2017).

Risonanza magnetica 2Legenda: Differenze fra pazienti bipolari (BD), fratelli sani non affetti (SIB) e controlli sani (HV) in specifiche aree cerebrali (Doucet et al., 2017)

 

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