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Il Disturbo Traumatico dello Sviluppo

Il Disturbo Traumatico dello Sviluppo e l'Abuso Sessuale Infantile

Ogni anno molti bambini subiscono varie forme di violenza e maltrattamenti che possono essere fisici, emotivi, di trascuratezza (anche nota come neglect) e che nell’80% dei casi si consumano all’interno del nucleo familiare. Secondo alcuni dati, l’abuso sessuale infantile si presenterebbe nel 20% dei casi (Van der Kolk, 2005). In aggiunta all’essere vittime dirette di abusi, spesso questi bambini crescono in contesti altamente disfunzionali. Secondo gli studi sulle ACE (Adverse Childhood Experiences, o esperienze infantili avverse), in questi ambienti familiari si rileva un’elevata presenza di:

  • Separazione e divorzio;
  • Violenza domestica;
  • Malattia mentale di un genitore o altro familiare;
  • Abuso di alcool e sostanze stupefacenti;
  • Incarcerazione di un membro della famiglia.

I bambini ripetutamente esposti a questo tipo di esperienze traumatiche e stressanti tendono a sviluppare dei sintomi non riconducibili alla categoria diagnostica del PTSD, che infatti non descrive in maniera esaustiva la molteplicità e la complessità degli effetti del trauma durante la fase di sviluppo.

Per questo motivo, i membri della Developmental Trauma Disorders Taskforce, istituita all’interno del NCTSN – National Child Traumatic Stress Network e guidata dallo psichiatra Bessel Van der Kolk, hanno identificato una nuova diagnosi, il Disturbo traumatico dello sviluppo (Developmental Trauma Disorder, DTD). Si tratta di una configurazione post-traumatica riscontrabile in bambini e adolescenti con storie di traumatizzazioni complesse, ed è cioè specifica per l’età evolutiva.

Il DTD può essere considerato un disturbo “ponte” tra i primi sintomi post-traumatici e/o dell’adattamento nell’infanzia e in adolescenza e lo sviluppo di forme di patologia franca in età adulta, in particolar modo il Disturbo post-traumatico complesso.

Sintomatologia e problemi associati

Sebbene il DTD non sia ufficialmente riconosciuto come disturbo a sé stante dai due principali manuali diagnostici (il DSM-5 e l’ICD-11), Van der Kolk e colleghi (2005; Spinazzola, Van der Kolk & Ford, 2018) hanno osservato che i bambini e gli adolescenti traumatizzati spesso presentano:

  • Disregolazione delle emozioni, cioè incapacità di modulare, tollerare e superare emozioni negative come paura, rabbia, vergogna;
  • Problemi nella regolazione delle funzioni corporee, come disturbi del sonno, dell’alimentazione e dell’evacuazione (enuresi e encopresi);
  • Iper-reattività o bassa reattività agli stimoli circostanti (ad esempio, contatto, suoni, ecc.) e difficoltà di adattamento ai cambiamenti;
  • Sintomi dissociativi e bassa consapevolezza del proprio corpo;
  • Problemi somatici, come mal di testa, disturbi gastrointestinali, dolore cronico, ecc.;
  • Difficoltà nel riconoscere e descrivere le emozioni, o alessitimia, evidente soprattutto in adolescenza;
  • Ridotto controllo degli impulsi, mancanza di attenzione e condotte aggressive, che generano problemi soprattutto in ambiente scolastico;
  • Costante stato di allerta, ma ridotta capacità di identificare correttamente ed evitare il pericolo;
  • Comportamenti di autoconsolazione (dondolio, stereotipie motorie, masturbazione compulsiva) o autolesionismo;
  • Disturbi nella percezione di Sé e nelle relazioni, ad esempio cronici sentimenti di vergogna, incapacità, odio verso se stessi, sfiducia, diffidenza e timore verso gli altri e tendenza all’isolamento sociale.

A uno sguardo non specialistico, è facile incorrere nell’errore di vedere questi gruppi di sintomi come isolati e di etichettare il bambino o l’adolescente come “difficile” o “cattivo”. Ad esempio, a scuola i sintomi di disattenzione possono essere interpretati come svogliatezza, oppure, se accompagnati ad aumentata reattività e iperattività, come attribuibili a un Disturbo da Deficit dell’Attenzione/Iperattività (ADHD).

Alcuni di questi bambini sono portati a reagire velocemente in maniera diretta e aggressiva agli stimoli che suscitano emozioni intense, reazioni queste che possono sfociare in comportamenti violenti nei confronti dei pari e degli adulti e che, se estrapolate dal contesto, potrebbero portare a diagnosi come quella di Disturbo Oppositivo Provocatorio.

Altri bambini, invece, assumono un comportamento ritirato e passivo, che li rende vittime preferenziali di bullismo da parte dei pari e, dunque, li espone a ulteriori violenze interpersonali. Se la relazione con le figure di accudimento è stata caratterizzata da trascuratezza e/o abuso, il bambino non avrà appreso strategie adattive per regolare le proprie emozioni negative, e ricorrerrà perciò a comportamenti di coping disfunzionali. Gli altri, in particolare gli adulti, sono visti come poco affidabili e dal comportamento imprevedibile, quindi i bambini e gli adolescenti svilupperanno sentimenti di sfiducia, sospettosità, problemi nell’intimità, isolamento sociale e convinzioni che dovranno proteggersi da soli, perché nessun altro lo farà.

Infine, un indicatore di traumatizzazione infantile è la regressione a periodi precedenti dello sviluppo, cioè la perdita di capacità e competenze precedentemente acquisite (ad esempio, linguaggio, controllo sfinterico, maggiore indipendenza dalle figure genitoriali, ecc.).

Uno studio longitudinale condotto su 4.000 bambini ha mostrato che questo complesso quadro sintomatologico sembrerebbe corrispondente alle difficoltà presentate da coloro che avevano subìto dei traumi interpersonali in giovane età (De Angelis, 2007). Gli effetti negativi e pervasivi della traumatizzazione precoce e ripetuta sono dovuti al fatto che queste esperienze interferiscono con lo sviluppo del cervello e del Sistema Nervoso in generale, e dunque con la capacità di integrare le informazioni sensoriali, emotive e cognitive in un’esperienza unica e coesa. Diversi studi (ad esempio, Dunn et al., 2018) hanno, infatti, mostrato che traumi avvenuti in periodi sensibili nello sviluppo neurobiologico, tendono ad avere conseguenze a lungo termine e aumentano significativamente il rischio di gravi disturbi fisici e psicologici in età adulta.

Diagnosi e Trattamento

Recentemente, è stata messa a punto la Developmental Trauma Disorder Semi-Structured Interview (Ford et al., 2018), uno strumento che può supportare i professionisti nel formulare la diagnosi. Per trattare i sintomi cognitivi, emotivi, psicologici e comportamentali associati al trauma si raccomandano interventi di TCC (Cohen et al., 2016) e basati sulla Mindfulness (Semple & Madni, 2015), entrambi adattati a bambini e adolescenti.

In linea generale, l’intervento deve prevedere due fasi (Van der Kolk, 2005):

Prima Fase

Deve mirare ad aumentare il senso di sicurezza e di competenza dei bambini. Si devono prevedere degli interventi di psicoeducazione al trauma, con cui spiegare ai bambini quali sono i trigger che scatenano i ricordi indesiderati, per aiutarli a osservare cosa accade loro quando emerge la memoria traumatica allo scopo di regolare meglio le emozioni e i comportamenti. È necessario sviluppare la capacità di gestire lo stress e la sofferenza in maniera più efficace, senza mettere in atto gli abituali comportamenti disfunzionali quando si attiva la risposta di attacco/fuga. Inoltre, è molto importante aiutarli a focalizzarsi su attività piacevoli e sviluppare le abilità sociali che consentono loro di giocare con gli altri bambini e di essere coinvolti in attività di gruppo.

Seconda Fase

Deve essere centrata sul corpo. È importante che il bambino impari a prestare attenzione alle risposte che provengono dal corpo e a tutte quelle sensazioni, causate dall’iperattivazione, che producono un costante stato di allarme e alti livelli di irritabilità. I bambini che presentano risposte di freezing devono essere aiutati a risvegliare la propria curiosità e a esplorare il mondo circostante per modificare la loro tendenza a non essere coinvolti in compiti e attività che ai loro occhi potrebbero rappresentare dei trigger scatenanti i ricordi traumatici.

Riferimenti

Anda, R. F., Felitti, V. J., Bremner, J. D., Walker, J. D., Whitfield, C. H., Perry, B. D., … & Giles, W. H. (2006). The enduring effects of abuse and related adverse experiences in childhood. European archives of psychiatry and clinical neuroscience256(3), 174-186.

Cohen, J. A., Mannarino, A. P., & Deblinger, E. (2016). Treating trauma and traumatic grief in children and adolescents. Guilford Publications.

De Angelis, T. (2007). A new diagnosis for childhood trauma? Some push for a new DSM category for children who undergo multiple, complex traumas. Monitor on Psychology, 38(3), 32 from http://www.apa.org/monitor/mar07/diagnosis.aspx

Dunn, E. C., Nishimi, K., Gomez, S. H., Powers, A., & Bradley, B. (2018). Developmental timing of trauma exposure and emotion dysregulation in adulthood: Are there sensitive periods when trauma is most harmful? Journal of affective disorders227, 869-877.

Ford, J. D., Spinazzola, J., & Grasso, D. J. (2018). Toward an Empirically Based Developmental Trauma Disorder Diagnosis for Children: Factor Structure, Item Characteristics, Reliability, and Validity of the Developmental Trauma Disorder Semi-Structured Interview. The Journal of clinical psychiatry79(5).

Semple, R.J., & Madni, L.A. (2015). Treating childhood trauma with mindfulness. In V. Follette, J. Briere, J. Hopper, D. Rozelle, & D. Rome (Eds.), Contemplative Methods in Trauma Treatment: Integrating Mindfulness and Other Approaches. (pp. 284-300). New York: Guilford Press.

Spinazzola, J., Van der Kolk, B., & Ford, J. D. (2018). When nowhere is safe: interpersonal trauma and attachment adversity as antecedents of posttraumatic stress disorder and developmental trauma disorder. Journal of traumatic stress, 31(5), 631-642.

Van der Kolk, B. A. (2005). Developmental Trauma Disorder; Towards a rational diagnosis for children with complex trauma histories. Psychiatric Annals, 5, 401-408.

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