Etnopsichiatria tra passato e futuro

Etnopsichiatria tra passato e futuro

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Tratto dalla rivista “Sai che?” – periodico di sensibilizzazione su temi di natura civica, sociale e interculturale.

Autori:

  • Paolo Cianconi – medico, psichiatra, psicoterapeuta, Phd in neuroscienze univ. Cattolica di Roma. Responsabile scientifico del Master di Etnopsichiatria e psicologia della migrazione presso Ist. A. T. Beck di Roma
  • Francesco Grillo – fisico, antropologo culturale
  • Batul Hanife psichiatra, Azienda Provinciale per i Servizi Sanitari Provincia Autonoma di Trento
  • Andrea Buzzi psicologo, specializzando in psicologia della salute, responsabile di comunità presso le SRSRh24 della Struttura Residenziale Psichiatrica Colle Cesarano di Tivoli (Rm)
  • Oddi Luanatossicologa, resp. Servizio Bassa Soglia del Serdp del DAI SM-DP dell’ausl di Reggio Emilia.

 

Gli autori sono docenti presso il Master di etnopsichiatria e psicologia della migrazione dell’Istituto A. T. Beck di Roma

Definizione accettabile

L’Etnopsichiatria è una branca informale della psichiatria che, nel tempo, ha avuto varie definizioni. Una definizione condivisibile è: l’etnopsichiatria è una disciplina che unisce alla clinica psicoterapeutica di tipo umanistico ecologico e alla psichiatria le scienze sociali e l’antropologia. Essa si interessa al pensiero dei popoli non occidentali, ai disagi delle migrazioni, alle dinamiche di integrazione nella globalizzazione; studia il rapporto tra contesti, culture e salute mentale. Tra le sue peculiarità: considerarsi in esplorazione continua riguardo al pensiero della diversità e conservare una caratteristica rivoluzionaria e di ribellione nei confronti dei dogmi della psicologia classica legata al pensiero occidentale (Cianconi P. 2022). Queste sono caratteristiche tipiche degli «studi di confine», laboratori e ricerche che si sviluppano nei territori stessi dove si svolgono gli eventi e che sono sostanzialmente diversi dagli studi statistici dell’accademia. A distanza di più di 50 anni dalle prime teorie etnopsichiatriche alcuni dei temi e delle caratteristiche della riflessione etnopsichiatrica sono ora presenti in molteplici discipline, come la clinica della psicologia e della psichiatria sociale, l’antropologia delle religioni, l’antropologia urbana, l’antropologia medica, il diritto dei popoli, la psicologia ecologica, l’ecologia e l’eco-sostenibilità, la sociologia, la psicologia e psichiatria delle migrazioni, le dipendenze patologiche, la giurisprudenza eccetera

Origini

L’etnopsichiatria, almeno inizialmente, si è evoluta dalla psichiatria coloniale, dalla prima psicologia/psicoanalisi e dall’etnologia, cui si associarono via via i contributi di altre scienze umanistiche e sociali. Tutte queste discipline si interessavano al pensiero della malattia e ai sistemi della cura adottati dai popoli non occidentali; successivamente tutto ciò si concretizzò verso i disagi delle popolazioni, dei gruppi e degli individui nelle migrazioni, verso le dinamiche di integrazione nei paesi riceventi, verso i profughi da guerre e persecuzioni e gli sviluppi di queste collettività nella globalizzazione (postmodernità). L’etnopsichiatria trae i suoi contributi da due filoni: il primo è il pensiero sociologico post-coloniale occidentale e il secondo proviene da riflessioni di psicopatologia e cliniche e di alcuni medici che lavorarono nelle colonie o che dalle colonie studiarono in Europa. Appartengono al primo filone i protagonisti “ante litteram” dell’etnopsichiatria. Questi ricercatori non erano dei clinici ma operavano con criticità sulla società fordista-postfordista che era emersa dal secondo dopoguerra. Essi parteciparono almeno teoricamente alle contestazioni del decennio di fuoco ‘68-‘78. Tra loro ricordiamo sicuramente gli studi di Michel Foucault e l’etnologo naturalizzato francese Georges Devereux dal cui carteggio con lo psicoanalista Henri Ellenberger emerse proprio la parola etnopsichiatria. Al secondo filone, più sperimentale, appartengono pensatori e clinici del calibro di Henri Collomb, Thomas Adeoye Lambo; questi eminenti psichiatri lavorarono direttamente nelle colonie in Africa (Senegal e Nigeria). Infine, peculiare è il caso di Frantz Fanon, che dovette affrontare sulla propria pelle la crisi post-coloniale e le guerre postcoloniali e a cui venne chiesto di lavorare in qualità di psichiatra al regime di occupazione francese nel manicomio di Blida durante la guerra franco- algerina. Il medico si ribellò, si rifiutò e scrisse invece libri di condanna del colonialismo e della psichiatria usata come mezzo di tortura dei dissidenti. I libri di Frantz Fanon sono letti da chiunque si sia occupato di etnopsichiatria. La scuola francese, contribuì anche agli studi sugli stati modificati di coscienza, si ricordano le ricerche di George Lapassade, filosofo, sociologo e antropologo, che ha arricchito la comprensione degli stati di coscienza legati ai fenomeni sociali di massa e di cultura giovanile, al sacro, all’uso di sostanze.

Il pensiero

L’etnopsichiatria si rivolge allo studio della mente delle popolazioni subalterne intese come gli ex colonizzati, i migranti, i profughi, gli stranieri, ma anche contadini, pastori tradizionali europei che vivevano in condizioni di subalternità dei diritti (come nel mezzogiorno italiano). L’etnopsichiatria andò a coprire un grave lacuna manifestata da psicologia, psichiatria e antropologia nel comprendere, studiare l’alterità nei pazienti stranieri con disagi psichici e compromissione della salute mentale. Su queste collettività la psicologia e la psichiatria e la psicoanalisi ancora negli anni ’70 del ‘900 avevano un ritardo concettuale di almeno un centinaio di anni. Fino a quel momento la psicologia era stata fondamentalmente intra-soggettiva, non aveva considerato i contesti e si era occupata quasi esclusivamente di studiare la mente delle persone occidentali, centro europee, tendenzialmente di radice post-illuminista e razionalista. Erano stati del tutto trascurati i colonizzati quali erano i nativi americani, i neri ancora colonizzati o discendenti di tratta, gli orientali, gli aborigeni e tutte le comunità native (i “selvaggi”), inoltre i servi, i migranti, i profughi. In psicologia/psicoanalisi non era stato fatto molto per studiare queste popolazioni e ciò che era stato scritto sino ad allora è oggi considerato “figlio del suo tempo” e da alcuni finanche ritenuto una serie di teorie bislacche, ideologiche, elucubrazioni farneticanti di professori europei, bianchi, borghesi, maschi e colonialisti. La psichiatria comparativista esordita nei primi del ‘900 con Emil Kraepelin dal canto suo, rimase in preda alla frenesia classificatoria e delle cui categorie oggi non rimane molto di utilizzabile clinicamente.

Cambiano i tempi

I clinici e i pensatori occidentali non potevano più trascurare più questi elementi perché dovettero occuparsi di pazienti migranti, ossia persone che dal mondo post-coloniale giungevano in Europa per lavoro, studio o ricongiungimento familiare. Lo psicoanalista Tobie Nathan, allievo di Georges Devereux, apportò in questo campo contenuti fondamentali e per primo strutturò il setting etnopsichiatrico. Lui stesso era migrante e questo fu il motivo della sua sensibilità al tema. Assistendo i migranti comprese che l’approccio psicoanalitico classico andava modificato per potersi relazionare con persone che non erano state “costruite psicologicamente” all’interno del paradigma occidentale illuminista e razionalista. Nel frattempo, i coniugi psicoanalisti Leon e Rebeca Grinberg, in esilio in Spagna per sfuggire alla dittatura, avevano prodotto degli scritti sulla melanconia e la depressione del profugo. Inoltre le ricerche sul consumo di droghe come quelle di Norman ZInberg, che studiava l’analisi del consumo controllato di sostanze) evidenziarono l’interazione umana con diversi fattori considerando, oltre il tipo di droga, il metodo di assunzione, la mentalità del consumatore e il contesto sociale (Zinberg N. 1984). Lo studio dei cosiddetti “setting” condusse a quello più generale dei contesti che influiscono sulle dinamiche e sulle caratteristiche strutturali del fenomeno come riconosciuto anche dagli studi sulle sostanze tribali nel campo dell’etnobotanica. L’esperienza individuale, la storia personale e il momento storico o culturale in cui è situata una persona possono influenzare la sua esperienza. In questo modo l’etnopsichiatria si distanziò decisamente dalla psicologia intera-soggettiva che vedeva come unico elemento di importanza “la mente del paziente davanti al terapeuta” e sostenne invece che i “contesti si muovono, si modificano, entrano in crisi, trascinando le menti ad essi collegate verso adattamenti forzosi”, come avviene per migranti e profughi, riconoscendosi in una psicologia di tipo ecologico. In Italia l’etnopsichiatria arrivò come influsso della ricerca francese. Tuttavia, nel nostro Paese abbiamo avuto eminenti scienziati che si sono occupati degli studi relativi alle culture minoritarie, anche detti studi sui subalterni. Tra questi vi è l’immenso contributo di Ernesto De Martino che, già negli anni ’50, aprì alla ricerca sulle colonie studiando il Sud d’Italia e il meridione agricolo tradizionale, per come era rimasto dalla conquista piemontese, piegato e silenzioso davanti al mito risorgimentale. Se gli studi postcoloniali giunsero in ritardo in Italia, rispetto ad altri paesi europei, questi studi sui subalterni rappresentarono un’eccezione negli stessi studi postcoloniali perché si rivolgono la loro attenzione al proprio popolo anziché ad una colonia. Di fatto il meridione era una colonia in Italia. De Martino produsse risultati di eccellenza comparabile all’etnopsichiatria francofona e agli studi postcoloniali anglofoni. Egli si servì di equipe interdisciplinare, cui parteciparono antropologi musicologi quali Diego Carpitella e lo psichiatra psicoanalista Giovanni Jervis (il quale in seguito collaborò con il dr Franco Basaglia a Gorizia) nonché lo psicoanalista Emilio Servadio. Grazie al suo lavoro preparò il campo per lo studio della “psicopatologia delle colonie” da parte di altri professionisti, tra cui lo psichiatra Piero Coppo che fece ricerca per molti anni nell’altopiano Dogon in Mali e testi rivoluzionari di grande interesse etnoclinico, che sono anche poesie sull’Africa e lo psichiatra Roberto Beneduce.

Il setting etno clinico

Il setting etno-clinico descritto da Tobie Nathan è un setting di gruppo, cui partecipano:

    • il paziente
    • gli accompagnatori
    • gli psicoterapeuti

Il paziente è il portatore di un disagio o un disturbo di cui bisogna rintracciare una matrice.

Gli accompagnatori sono tutte le persone utili da parte del paziente, quindi si tratta spesso di familiari, amici, conoscenti e sue persone di fiducia, tutti coloro che si ritiene siano importanti per spiegare il disagio o il disturbo.

Infine gli psicoterapeuti, che possono essere presenti in più persone.

Tutte le figure in qualche modo terapeutiche sono considerate “psicoterapeuti”; come i mediatori etnoclinici, gli psicologi, i sociologi, gli antropologi, gli educatori, gli infermieri, altre figure in formazione (studenti tirocinanti) e tutti dovrebbero sottoporsi ad un training specifico. In questo setting si discute in gruppo e di solito è guidato da uno psicoterapeuta più esperto che ha la responsabilità formale del caso. Questo setting deriva da ciò che Henrì Collomb aveva studiato in Senegal con l’albero delle parole e dal “villaggio terapeutico” di Thomas Lambo ed è simile alle discussioni di gruppo di Franco Basaglia durante la deistituzionalizzazione. Non a caso Franco Basaglia leggeva testi postcoloniali di Frantz Fanon. Tutti questi autori posero la follia al centro di dinamiche tra individui e comunità nei contesti. Non è richiesta alcuna scuola di psicoterapia particolare per poter diventare un terapeuta con caratteristiche di etnoclinica. Si diventa degli “etnoclinici” con l’esperienza, vedendo pazienti in gruppo, partecipando a supervisioni di gruppo fatte da un etnopsichiatra in cui tutti ascoltano i casi degli altri per crescere ed evolvere in professionalità scientifica e tecnica clinica. Per una formazione più completa si rivelano importanti i viaggi di ricerca sul campo per studiare i “setting terapeutici”, le differenze culturali, i guaritori tradizionali (come curanderos, medicine men, sciamani eccetera). Questi fenomeni sono molto rispettati dall’etnopsichiatria che li ritiene vere e proprie tecniche (tecnologie) della cura che hanno sorvegliato sui vari tipi di follia presentatisi nella nostra specie da quando essa è emersa allo stato di coscienza. Infine, si diventa etnoclinici quando si è in grado di costruire con una certa sicurezza e competenza dei setting, che includano la differenza culturale in cui partecipano medici, psicologi, sociologi, biologi, mediatori linguistico culturali, guaritori, artisti. Il setting clinico in etnopsichiatria è pensato come un “dispositivo”. Un dispositivo è costituito da: teoria, contesto, oggetti attivi e persone sistemate come in un campo di forze. La definizione di dispositivo rimane tuttavia vaga e spesso liberamente interpretabile da parte dei terapeuti rendendola non è studiabile, riproducibile e verificabile secondo i metodi considerati “scientifici”, pur essendo inequivocabilmente efficace. Il non aver costruito un vero accordo teorico è sempre stato un limite dell’etnopsichiatria, disciplina clinica dalle grandi potenzialità, ma che ha sofferto di un certo campanilismo da parte dei suoi autori più importanti.

Etnopsichiatria e psichiatria transculturale

Il modello categoriale del DSM (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders – Manuale Diagnostico e Statistico dei Disturbi Mentali) mantenne a lungo un’incertezza sull’importanza da dare alla cultura e agli aspetti patoplastici o patogenetici nei disturbi mentali.

Il DSM cercò ben presto di strutturare la clinica che si rivolgeva a stranieri e migranti. Fino al DSM-IV si osserva una certa apertura verso la possibilità che esistesse “una follia degli altri” che poteva avere una sua dignità nosologica tramite il concetto di Sindrome Culturalmente Caratterizzata (Culture-bound Syndrome). Con il DSM-5 questo termine viene dismesso il campo si restringe sul considerare la cultura un’espressione patoplastica di disturbi che per l’accademia rimangono fondamentalmente di origine bio-genetica. Questo riflette il limite del DSM-5 verso i rapporti di potere e l’influenza del neuroriduzionismo e dell’etnocentrismo.

Tale paradigma, che prese il nome di “psichiatria transculturale” (in inglese “Transcultural psychiatry” o “Cross-cultural psychiatry”), si orientava all’individuazione delle influenze culturali sulle categorie diagnostiche note e produsse un approccio clinico verso le minoranze etniche, gli stranieri ed i migranti. Naturalmente la conseguenza è che anche la terapia viene concepita come prettamente occidentale servendosi di strumenti come farmaci, terapie psicodinamiche e cognitivo comportamentali. Questo approccio ha il vantaggio di avvicinare gli occidentali ai pazienti stranieri, tuttavia, quando questi concetti sono applicati a culture socio-centriche e tradizionali, le concezioni native sono spesso pesantemente disallineate e colpite da una interpretazione che sa solo tradurre i disagi in disturbi del DSM. Le culture tradizionali possono far ancora molto affidamento su guaritori tradizionali (spesso non ci sono medici o centri di salute mentale in questi territori) e quando è possibile i nativi ricercano psicoterapeuti che sono essi stessi nativi, perché “comprendono noi e tutto meglio che i bianchi”. L’approccio etnopsichiatrico, nato in ambito postcoloniale, è sicuramente più integrativo della cultura dell’altro, tuttavia gli autori di questo approccio non hanno mai strutturato una alternativa. Come ricordato sopra, non esiste un manuale clinico, non esiste un unico filone teorico, mentre le radici epistemologiche sono molteplici. Sintetizzando, per l’approccio transculturale l’importante è capire come trasformare quanto detto da un paziente e dalla sua cultura in una diagnosi da DSM; mentre nell’approccio etnopsichiatrico si tende ad includere tutte le idee, i pensieri, le concezioni religiose e dei culti del mito e le relative dinamiche, i dispositivi e concezioni diagnostiche e terapeutiche del paziente. La differenza principale tra i due approcci però riguarda la clinica, cioè come si intendono i disturbi mentali, i setting terapeutici, i dispositivi etnoclinici. È chiaro che i due approcci sono complementari tuttavia l’approccio etnopsichiatrico è più complesso e più articolato e non si limita a una semplice traduzione. Riguardo alle competenze degli operatori l’approccio transculturale porta alla competenza transculturale l’approccio etnopsichiatrico porta alla competenza etnoclinica. Tra psichiatria transculturale e etnopsichiatria si deve segnalare anche la differenza di approccio all’oggetto di studio. Chi si è formato in etnopsichiatria vive la professione come una esplorazione continua; ha incontrato diversi tipi di guaritori tradizionali nei territori; segue le evoluzioni culturali e complesse delle società; spesso conosce le cose per esperienza diretta perché le hanno vissute spendendo una buona parte del loro tempo accanto o dentro cornici culturali allogene; questi professionisti agiscono in modo emico e meno etnocentrico, con minor rischio di produrre nei setting inutili differenze di potere nel rapporto tra medico occidentale e paziente “straniero”. Molti “psichiatri transculturali” per quanto molto preparati, si limitano a sporgersi fuori delle loro sedi accademiche, il loro approccio punta a tradurre le categorie in quelle occidentali, applica modelli calati dalla cultura anglosassone, frequentano corsi accademici e hanno meno esperienza continuativa “oltre confine”.

Oggi

l’etnopsichiatria può essere descritta come una psicologia e psicoterapia della diversità culturale, e come una psicologia delle migrazioni con approccio ecologico che considera fondamentali i contesti e le forze in cui si svolgono le azioni e le dinamiche di individui, gruppi e collettività. Con gli strumenti sviluppati dall’etnopsichiatria e con gli esercizi di pensiero critico che si ricavano dalle supervisioni risulta più facile accrescere le proprie competenze circa le società postmoderne, realtà super tecnologiche, legate dalla globalizzazione, dalle reti e dagli scambi, caratterizzate da un processo di destrutturazione dei valori (tradizionali e non), da una sempre maggiore invadenza del mercato (comprensivo delle concezioni neoliberiste della persona e del disagio) nonché dalla migrazione delle “sostanze etniche” in contesti nuovi e non tradizionali (con aumento della loro patogenicità) o viceversa, la migrazione di sostanze occidentali in popolazioni native. Anche le società postmoderne hanno culture, trasformazioni e percorsi legati alla salute mentale. Anche queste società devono difendersi dalla follia mentre sono così legate dalla loro complessità alle loro crisi a ripetizione (crisi economiche, povertà, guerre totali, pandemie, cambiamento climatico) che generano conseguenze identitarie e nuovi profughi (Cianconi p. et al 2023).

Bibliografia

  • Paolo Cianconi Le chiavi dell’orizzonte circolare. Ed privata, 2022
  • Michel Foucault Storia della follia nell’età classica (1961), Ed. Rizzoli, Milano 1963.
  • Michel Foucault Sorvegliare e punire: nascita della prigione (1975), Ed. Einaudi, Torino 1976. Georges Devereux Saggi di etnopsichiatria generale (1970) Ed. Armando, Roma 2007.
  • Georges Devereux Saggi di etnopsicoanalisi complementarista, Ed. Bompiani, Milano 1975. Henri Hellemberger La scoperta dell’inconscio Ed. Bollati Boringhieri 1970
  • Henri Collomb Pour une psychiatrie sociale., pubbl. “Thérapie Familiale” 1980 ; 1 (2) : 99-107 Frantz Fanon Pelle nera maschere bianche Il nero e l’altro Ed. Marco Tropea 1996
  • Frantz Fanon I dannati della terra Ed. Piccola biblioteca Einaudi 2007 Tobie Nathan La follia degli altri Ed. Ponte alle grazie 1990
  • Tobie Nathan, Principi di Etnopsicoanalisi, Bollati Boringhieri 1996
  • Ernesto de Martino Il mondo magico Ed Universale Scientifica Boringhieri 1973 Torino Ernesto de Martino Sud e magia Ed. Universale Economica Feltrinelli 2001
  • Piero Coppo Guaritori di follia Ed. Bollati Bornghieri 1994 Torino
  • Roberto Beneduce Frontiere dell’identità e della memoria. Etnopsichiatria e migrazioni in un mondo creolo Franco Angeli 1988
  • Norman E. Zinberg Droga, Set e Setting. La basi del consumo controllato di sostanze psicoattive (1984). Ed. Gruppo Abele, Torino, 2019.
  • Cianconi P. Janiri L., Hanife B. Grillo F Cambiamento climatico e salute mentale Dalla ecologia della mente alla mente ecologica. Ed. Cortina 2023

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