Istituto A.T.Beck https://www.istitutobeck.com Terapia Cognitivo Comportamentale Wed, 23 Sep 2020 16:29:18 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.5.1 Disturbo dello spettro autistico: come il livello di gravità può cambiare durante la prima infanzia https://www.istitutobeck.com/beck-news/disturbo-dello-spettro-autistico Fri, 25 Sep 2020 08:00:10 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=21254 L'articolo Disturbo dello spettro autistico: come il livello di gravità può cambiare durante la prima infanzia proviene da Istituto A.T.Beck.

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Disturbo dello spettro autistico

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La prima infanzia è un periodo di notevole crescita del cervello con capacità critica di apprendimento e sviluppo. È anche il momento in cui spesso viene posta una diagnosi di autismo e il momento migliore in cui iniziare un intervento precoce.  Sebbene le condizioni dello spettro dell’autismo siano considerate presenti per tutta la vita della persona, un numero crescente di studi indica che almeno in in alcuni casi, con il tempo, i sintomi sembrano ridursi o scomparire (Steinhausen et al., 2016; Solomon, 2018), tanto da, in un numero ristretto di soggetti, non soddisfare più i criteri diagnostici (Fein et al. 2013).

Lo studio recente

Lo studio del MIND Institute (Waizbard-Bartov et al. 2020), pubblicato sul Journal of Autism and Developmental Disorders, ha valutato i cambiamenti rispetto alla gravità dei sintomi durante la prima infanzia e i potenziali fattori associati a tali cambiamenti in 125 bambini (89 maschi e 36 femmine) con autismo. I ricercatori hanno utilizzato uno strumento per la valutazione del grado severità sintomatologica a 10 punti chiamato ADOS Calibrated Severity Score (CSS), derivato dall’Autism Diagnostic Observation Schedule (ADOS), lo strumento di valutazione standard nella ricerca sull’autismo. All’interno dello studio, la differenza tra i punti ottenuti al CSS ADOS all’età di 6 e all’età di 3 anni è stata calcolata come punteggio di gravità, con una variazione di due o più punti considerata come significativa rispetto alla severità dei sintomi.

Risultati:

Variazione della gravità dei sintomi

I risultati dello studio hanno messo in luce una variazione della severità sintomatologica con un miglioramento dei sintomi nel 28,8% dei partecipanti. Il 16,8% dei partecipanti ha mostrato un aumento della severità dei sintomi, mentre il 54,4 % ha mostrato una severità sintomatologica stabile nel tempo. In questo studio, sette partecipanti (quattro femmine e tre maschi) hanno ottenuto un punteggio CSS ADOS al di sotto della soglia diagnostica all’età di 6 anni, indicando potenzialmente la scomparsa della diagnosi.

Ragazze con autismo e mimetismo come strategia di coping

Maschi e femmine presentano diverse manifestazioni dei sintomi relativi all’autismo. Le femmine hanno infatti mostrato risultati di sviluppo migliori rispetto ai maschi in termini di cognizione, socievolezza e capacità comunicative pratiche. È risultato inoltre come nelle femmine vi sia una maggiore riduzione della sintomatologia durante la prima infanzia. Una spiegazione possibile potrebbe risiedere nella capacità delle femmine di camuffare o nascondere i propri sintomi. La capacità di mascherare i sintomi in situazioni sociali potrebbe essere utilizzata come strategia di compensazione sociale maggiormente presente nella popolazione femminile con autismo, rispetto a quella maschile nelle diverse fasce di età, compresa l’età adulta.

QI, gravità iniziale e variazione della gravità dell’autismo

Lo studio ha anche messo in luce come il QI (Quoziente Intellettivo) mostri una relazione significativa con il cambiamento nella gravità dei sintomi. I bambini con QI più alti avevano maggiori probabilità di mostrare una riduzione dei sintomi relativi all’autismo. Il QI è dunque considerato un forte predittore della severità sintomatologica. All’aumento dei punteggi del QI nei partecipanti, da 3 a 6 anni infatti, i livelli di severità sintomatologica sono diminuiti.

Conclusioni

Questo studio, in maniera coerente con i più recenti dati di letteratura, indica che esiste la possibilità di un sostanziale cambiamento nel tempo della gravità dei sintomi dell’autismo. In particolare, lo studio mette in luce come una percentuale maggiore di partecipanti di sesso femminile, rispetto a quelli di sesso maschile, mostri una diminuzione della severità sintomatologica nel tempo. Anche il punteggio QI sembra predittivo di una possibilità di riduzione della severità dei sintomi con lo sviluppo. Lo studio sopracitato può essere utile al fine di progettare interventi su misura in base alla prognosi della persona e lavorare allo scopo di ridurre il livello di gravità sintomatologica con lo sviluppo, al fine di massimizzare il potenziale di ciascun bambino.

 

Riferimenti

  • Waizbard-Bartov, E., Ferrer, E., Young, G.S. et al. Trajectories of Autism Symptom Severity Change During Early Childhood. J Autism Dev Disord (2020). https://doi.org/10.1007/s10803-020-04526-z

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Siamo sicuri che gattonare sia solo una fase di passaggio? https://www.istitutobeck.com/beck-news/gattonare Wed, 23 Sep 2020 08:00:06 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=21250 L'articolo Siamo sicuri che gattonare sia solo una fase di passaggio? proviene da Istituto A.T.Beck.

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Gattonare

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Nuove frontiere sullo studio dell’ontogenesi del movimento umano

Tutti noi abbiamo chiara in mente l’immagine che ritrae l’evoluzione umana: dall’australopiteco fino all’homo sapiens sapiens, fiero sulle sue gambe. un essere vivente bipede alla scoperta del mondo. Ma siamo sicuri sia davvero cosi?

Noi sappiamo che la posizione eretta e la motricità bipede è una caratteristica peculiare degli esseri umani a lungo studiata da scienziati ed antropologi mentre poco spazio è stato dato al gattonare che i cuccioli di uomo fanno prima di imparare a camminare. Eppure i movimenti che avvengono prima che il bambino assuma una posizione eretta sembrano avere un impatto molto importante sullo sviluppo di diversi domini cognitivi (Anderson et al., 2018).

Negli anni passati erano comune pensare che fossero due i movimenti principali di locomozione dei bambini e che fossero semplici “rituali di passaggio” al vero movimento umano: il camminare. Questi movimenti erano strisciare e gattonare. Adesso i ricercatori e i clinici della prima infanzia preferiscono parlare solamente di gattonare dividendo il movimento in due varianti: o con il supporto di braccia e ginocchia (hands and Kneews crawling) o facendo riferimento alla pancia (belly crawling).

Eppure non sono soltanto i bambini a gattonare: basti pensare a tutti i video che girano sul web di circensi e artisti di strada che corrono o si arrampicano usando tutti e 4 gli arti.

Lo sguardo sul movimento dell’uovo è in piena rivoluzione: i ricercatori suggeriscono infatti che bisogna cambiare prospettiva sull’argomento e non vedere più il camminare come un’attiva che implica il solo uso delle gambe. Chi di voi non oscilla le braccia quando cammina? Braccia, gambe, tronco: un vero e proprio network neurospinale che evidenzia come anche gli adulti della specie umana abbiamo una organizzazione motoria quadrupede. Se guardassimo una persona camminare a rallentatore vedremmo come il picco del movimento dell’arto superiore coincida perfettamente con la fine del movimento della gamba ipsilaterale ovvero quando il piede è completamente poggiato.

A partire da questi dati un gruppo di ricercatori dell’università Descartes di Parigi guidati da Marianne Barbu-Roth l’anno scorso hanno voluto indagare l’esistenza di un pattern neurale che colleghi gli arti inferiori e superiori presente già sin dalla nascita. Molto poco infatti si sa sul movimento quadrupede nei primi momenti di vita visto anche, come precedentemente detto, il gattonare sia stato per anni visto come una tappa di passaggio verso la posizione eretta.

Il mondo scientifico interessato all’argomento invece, ha cominciato a considerare il gattonare, camminare, calciare o nuotare come parti dello stesso sistema locomotore semplicemente espresso in diverse posizioni e contesti (Barbu-Roth et al., 2014). In questa ottica camminare non è altro che una manifestazione parziale del gattonare o del nuotare (Forma et al., 2018). Nello specifico si è voluto indagare se fosse già presente il gattonate nei neonati e se fosse caratterizzato da quel movimento in diagonale presente sia negli animali che negli umani in quadrupedìa-.

L’esperimento ha avuto luogo all’ospedale Port Royal di Parigi e sono stati presi in esame 60 neonati con due giorni di vita che presentavano un indice Apgard 8 dopo 5 minuti dalla nascita e in assenza di patologie. L’esperimento ha previsto due condizioni: i bambini venivano adagiati in posizione prona su un materassino pediatrico senza supporti per la testa o il tronco (condizione materassino) oppure venivano adagiati su un mini skateborad (condizione Crowliskate®). Il movimento dei piccolissimi è stato registrato tramite dei markers indossati dai neonati tramite degli appositi indumenti o bande elastiche. Il compito consisteva nel gattonare per 1 minuto in entrambe le condizioni sopra presentate.

I risultati hanno dimostrato che nella condizione “materassino” i neonati avevano difficoltà a darsi la spinta e tentavano di farlo utilizzando per primi gli arti inferiori come se stessero camminando in posizione orizzontale. Cosa molto diversa avviene nei neonati con cui è stato usato il mini skateboard.

Non avendo infatti la difficoltà legata alla frizione del loro pancino sulla superfice, i neonati hanno mostrato una capacità di movimento quadrupede usando per un numero equivalente di volte i movimenti delle braccia e delle gambe dimostrando come la coordinazione tra gli arti presenti durante il gattonare o il camminare lo sia già alla nascita. Inoltre era evidente come i movimenti delle gambe e delle braccia (calciare e muovere le braccia su e giù) fossero i precursori de movimenti presenti durante il camminare in età adulta. Inoltre lo studio ha dimostrato come i neonati siano già in grado di organizzare i momenti di estensione delle gambe. Sembra quindi essere già attivo nei neonati un sistema neuromuscolare che agganci tutti e 4 gli arti validando la teoria della quadrupedìa per cui il movimento diagonale che caratterizza il gattonare con le mani e le ginocchia sarebbe già presente durante lo sviluppo fetale.

Per la prima volta quindi, è stato dimostrato come anche i neonati siano in grado di compiere movimenti in quadrupedìa anche solo dopo 48 ore di vita. Sembra quindi che il pattern che permette il movimento armonioso tra braccia e gambe tipico del camminare adulto sia già presente “in utero”. Alla luce di quanto scoperto il Crawliskate® potrebbe essere uno strumento prezioso anche per aiutare i bambini a rischio di sviluppare problematiche relative al movimento. Inoltre questa stimolazione potrebbe anche avere degli effetti positivi sul sistema nervoso in termini di sviluppo della motricità indipendente.

Speriamo che da Parigi continuino ad arrivare risultati incoraggianti.

Bibliografia

  • Anderson, D. I., Uchiyama, I., Campos, J. J., He, M., Dahl, A., Walle, E. A., & Barbu-Roth, M. A. (2018). Recent advances in understanding the link between locomotor experience and psychological development. Behavioral Science Research, 56, 73–102.
  • Barbu-Roth, M., Anderson, D. I., Despres, A., Streeter, R. J., Cabrol, D., Trujillo, M., . . . Provasi, J. (2014). Air stepping in response to optic flows that move toward and away from the neonate. Developmental Psychobiology, 56, 1142–1149. https://doi.org/10.1002/dev.21174
  • Forma, V., Anderson, D.I., Provasi, J., Soyez, E., Martial, M., Huet, V., Granjon, L., Goffinet, F., Barbu-Roth, M. A. (2019). What Does Prone Skateboarding in the Newborn Tell Us About the Ontogeny of Human Locomotion? Child Development, 90:4,1286-1302

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Perché meditare? Le ragioni dietro la scelta https://www.istitutobeck.com/beck-news/perche-meditare-le-ragioni-dietro-la-scelta Fri, 18 Sep 2020 08:00:46 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=21242 L'articolo Perché meditare? Le ragioni dietro la scelta proviene da Istituto A.T.Beck.

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Perché meditare

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Cosa motiva le persone a cominciare a meditare? E perché continuano a farlo?

La letteratura ha dimostrato che la meditazione influisce positivamente su una grande quantità di variabili sia psicologiche che fisiologiche, sia per la popolazione normale che per quella clinica.

Tuttavia, gli studi scientifici che hanno approfondito le ragioni che spingono le persone a meditare sono sorprendetemente pochi.

Studi precedenti (Shapiro, 1992; Carmody 2009) che hanno esplorato i motivi alla base della scelta di cominciare a meditare hanno mostrato che il 37% dei partecipanti meditava perché voleva potenziare l’autoregolazione, cioè la capacità di ridurre lo stress, il dolore e migliorare il benessere. Il 33% praticava la meditazione con lo scopo di auto-liberazione quindi per aumentare l’auto-compassione e per promuovere un senso di armonia con se stessi e con l’universo. Il 22% meditava per l’auto-esplorazione ovvero per aumentare la consapevolezza e la comprensione di sé.

E’ stato poi chiesto ad un campione di studenti, che praticavano abitualmente o avevano praticato in passato la meditazione, di spiegare le ragioni che li avevano spinti a meditare. In questo caso gli studenti hanno dichiarato che meditavano per sentirsi più calmi e rilassati, per gestire pensieri o situazioni difficili, per aumentare il loro benessere o per imparare a tollerare il dolore fisico (Pepping et. al., 2016).

Per cercare di colmare i limiti ed integrare i risultati delle ricerche precedenti Sedlmeier e colleghi hanno condotto due studi.

Il primo studio aveva come scopo quello di ottenere un elenco completo dei motivi che spingono le persone a cominciare e a continuare a meditare, chiedendo ad un campione di meditatori sia principianti che esperti. Dai risultati sono emersi 87 motivi diversi, 77 dei quali si applicavano sia a chi era alle prime armi che agli esperti.

Coerentemente con gli studi precedenti le ragioni potevano essere ricondotte alle categorie dell’autoregolazione e dell’autoesplorazione. Gli esperti avevano citato anche l’auto-liberazione, ragione invece non indicata dai principianti che al contrario riferivano il desiderio di risolvere problemi personali oppure la ricerca della tranquillità.

Nel secondo studio si è tentato di ridurre i motivi emersi dalla ricerca precedente ad un numero ristretto di dimensioni e di approfondire se queste dimensioni potessero cambiare all’aumentare della frequenza della meditazione. Dall’analisi dei risultati di questo studio è emerso che le ragioni alla base della meditazione possono essere estremamente eterogenee, possono cambiare nel tempo e in base alle caratteristiche di personalità dei soggetti.

Infatti, mentre per i principianti la meditazione sembra essere scelta per imparare a ridurre gli aspetti negativi e i problemi della vita, gli esperti la usano per arricchire le loro vite e per favorire la crescita personale.

Riferimenti:

  • Carmody, J., Baer, R. A., Lykins, E., & Olendzki, N. (2009). An empirical study of the mechanisms of mindfulness in a mindfulness-based stress reduction program. Journal of Clinical Psychology, 65, 613–626.
  • Pepping, C. A., Walters, B., Davis, P. J., & O’Donovan, A. (2016). Why do people practice mindfulness? An investigation into reasons for practicing mindfulness meditation. Mindfulness, 7, 542–547.
  • Sedlmeier, P., & Theumer, J. (2020). Why Do People Begin to Meditate and Why Do They Continue?. Mindfulness, 11(6), 1527-1545.
  • Shapiro, D. H. (1992). A preliminary study of long-term meditators: goals, effects, religious orientation, cognitionsJournal of Transpersonal Psychology, 24, 23–39.

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La Mindfulness per gli adolescenti con Insonnia https://www.istitutobeck.com/beck-news/mindfulness-per-gli-adolescenti-con-insonnia Wed, 16 Sep 2020 08:00:33 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=21238 L'articolo La Mindfulness per gli adolescenti con Insonnia proviene da Istituto A.T.Beck.

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Mindfulness per gli adolescenti con Insonnia

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L’insonnia è il disturbo del sonno più comune tra gli adolescenti, la prevalenza è compresa tra il 7.8% e il 23.8%. Inoltre, alcune meta-analisi indicano che l’insonnia rappresenta uno dei problemi della salute mentale più frequenti in adolescenza (p.e., Polanczyk et al., 2015).

Generalmente la TCC-I (Terapia Cognitivo-Comportamentale per l’Insonnia) prevede i seguenti interventi: psicoeducazione, regole di igiene del sonno, controllo dello stimolo, terapia cognitiva, training di rilassamento e restrizione del sonno. Negli ultimi anni, tuttavia, sono stati sviluppati anche degli interventi che combinano la TCC-I e degli interventi basati sulla Mindfulness per trattare l’insonnia (p.e., Ong et al., 2014; Wong et al., 2017).

Interventi basati sulla Mindfulness hanno determinato un miglioramento nelle misure oggettive e soggettive del sonno in adolescenti con problemi del sonno e sintomi d’ansia (Blake et al., 2016). Tuttavia non risulta ancora chiaro se il generale miglioramento sia dovuto anche al contributo degli esercizi di Mindfulness o sia solo legato agli interventi di TCC-I.

Lo studio di de Bruin e collaboratori (2020) è stato effettuato per valutare se la pratica del body scan della Mindfulness influenzasse gli effetti positivi della TCC-I sugli adolescenti.

Un campione di adolescenti ha ricevuto un trattamento di TCC-I, attraverso internet, per 6 settimane. Successivamente sono stati formati due gruppi, uno ha praticato il body scan e uno no.

Le differenze tra i due gruppi sono state poi valutate per le misure soggettive e oggettive (rispettivamente, diario del sonno e actigrafia) del sonno, confrontando i dati di baseline, post-trattamento e follow up (dopo 2 mesi dalla fine del trattamento).

Entrambi i gruppi hanno mostrato una riduzione dei sintomi d’insonnia al post-trattamento, miglioramenti che sono stati mantenuti al follow up. Tuttavia, mentre nel gruppo che non ha praticato il body scan non sono stati rilevati cambiamenti nelle misure oggettive relative alla veglia intra-sonno e in quelle soggettive legate al breve periodo di sonno e all’irritabilità, sono stati riscontrati dei miglioramenti in queste misure nel gruppo che ha praticato il body scan.

Questi risultati indicano che l’uso della meditazione di Mindfulness del body scan produce degli aggiuntivi effetti positivi sul sonno, oltre a quelli ottenuti mediante l’utilizzo delle tradizionali tecniche di TCC-I.

Inoltre, i risultati di questo studio indicano che l’applicazione online di esercizi di Mindfulness per il trattamento dell’insonnia negli adolescenti è una modalità utile ed efficace.

Riferimenti bibliografici

  • Blake M.,Waloszek J., Schwartz O., Raniti M., Simmons J., Blake L., et al. (2016). The SENSE study: post intervention effects of a randomized controlled trial of a cognitive-behavioral and mindfulness-based group sleep improvement intervention among at-risk adolescents. Journal of Consulting and Clinical Psychology, 84(12): 1039-1051.
  • de Bruin E.J., Meijer A.M. & Bögels S.M. (2020). The Contribution of a Body Scan Mindfulness Meditation to Effectiveness of Internet-Delivered CBT for Insomnia in Adolescents. Mindfulness, 11: 872-882.
  • Ong J., Manber R., Segal Z., Xia Y., Shapiro S. &Wyatt, J. (2014). A randomized controlled trial of mindfulness meditation for chronic insomnia. Sleep, 37(9): 1553-1563.
  • Polanczyk G.V., Salum G.A., Sugaya L.S., Caye A. & Rohde L. A. (2015). Annual research review: a meta-analysis of the worldwide prevalence of mental disorders in children and adolescents. Journal of Child Psychology and Psychiatry, 56(3): 345-365.
  • Wong S.Y., Zhang D., Li C.C., Yip B.H., Chan D.C., Ling Y., Lo C.S., Woo D.M., Sun Y. & Wing, Y. (2017). Comparing the effects of mindfulness-based cognitive therapy and sleep psycho-education with exercise on chronic insomnia: a randomised controlled trial. Psychotherapy and Psychosomatics, 86(4): 241-253.

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Gravidanza e disturbi d’ansia: conoscere per tutelare mamme e bambini https://www.istitutobeck.com/beck-news/gravidanza-e-disturbi-d-ansia Mon, 14 Sep 2020 08:00:02 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=21234 L'articolo Gravidanza e disturbi d’ansia: conoscere per tutelare mamme e bambini proviene da Istituto A.T.Beck.

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Gravidanza e disturbi d’ansia

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Circa il 30% degli adulti in America soffre di un disturbo d’ansia (Anxiety Disorder, AD) ad un certo punto della loro vita.

Ciò rappresenta una delle principali preoccupazioni per la salute pubblica dal momento che l’ansia può comportare importanti alterazioni nel funzionamento sociale, emotivo e fisico, causando un elevato utilizzo dei servizi sanitari. Oltre ai costi diretti per la salute pubblica, gli AD sono associati a costi indiretti sostanziali correlati ad una compromissione funzionale, come la riduzione della capacità lavorativa.

Le donne sono particolarmente a rischio in quanto hanno una probabilità significativamente maggiore (da 1,2 a 6,8 volte) di soffrire di un AD rispetto agli uomini.

Dati dalla letteratura

Lo screening e il trattamento di AD nel peripartum è particolarmente importante alla luce dei potenziali effetti a breve e lungo termine dell’ansia sui nascituri e le loro madri. L’ansia prenatale materna è stata associata infatti ad esiti avversi della gravidanza come aborto spontaneo, gestosi, parto pre-termine e basso peso alla nascita.

L’ansia materna è stata anche associata a una ridotta capacità di adattamento, tra cui risposte comportamentali negative alle novità ed umore negativo nella prole. Infine, le madri con AD hanno maggiori probabilità di avere bambini inibiti dal punto di vista comportamentale e con attaccamento insicuro.

I fattori di rischio identificati sia per l’umore che per l’ansia perinatale includono lo status di minoranza etnica, basso stato socioeconomico, scarso livello di istruzione, relazioni di scarsa qualità con il partner, problemi di salute mentale pregressi, circostanze avverse in gravidanza o durante il parto, storia di abuso / violenza domestica, eventi avversi nella vita, stress percepito elevato, essere single e gravidanza non pianificata o indesiderata.

Solo di recente la ricerca ha puntato i riflettori sui disturbi d’ansia perinatali e sulla loro frequenza, con una enfasi sullo screening e sul trattamento della depressione perinatale.

Come evidenziato dagli autori della meta-analisi approfondita di seguito, gli studi che utilizzano campioni selezionati di donne in gravidanza o postpartum non forniscono stime accurate dell’ansia perinatale. Analogamente, le valutazioni basate su questionari delle condizioni di salute mentale sovrastimano significativamente i tassi di prevalenza e incidenza.

Sebbene non sia incluso nel DSM, è importante notare che l’ansia da gravidanza o l’ansia correlata alla gravidanza viene identificata in letteratura come un fenomeno clinico distinto, poiché le preoccupazioni sono legate direttamente alla gravidanza, al parto e al ruolo materno. In modo similare a ciò che avviene con i disturbi d’ansia definiti dal DSM, esiste una correlazione con i risultati ostetrici avversi e di sviluppo del bambino. Pertanto, è possibile che le preoccupazioni specifiche della gravidanza contribuiscano a una parte di sintomi riscontrati da donne con diagnosi di disturbi definiti dal DSM.

Dato il potenziale per le AD di avere gravi conseguenze negative sia per la madre che per il bambino, accertare la prevalenza delle AD tra le donne in gravidanza e dopo il parto può aiutare a sensibilizzare su questo importante problema.

Il presente studio è la prima meta-analisi a voler stimare la probabilità di avere almeno 1 su 8 AD comuni durante la gravidanza e nel periodo post-partum, tenendo conto correttamente della variazione dei disturbi riportati dalle singole stime.

Risultati dalla nuova meta-analisi

I risultati suggeriscono che circa 1 donna su 5 (20,7%) soddisfa i criteri diagnostici per almeno un AD e 1 donna su 20 (5,5%) soddisfa i criteri per almeno due AD. Queste stime si basano su studi che hanno utilizzato interviste diagnostiche strutturate con un campione rappresentativo di comunità.

Il tasso di prevalenza riscontrato nel presente studio è coerente con i tassi di prevalenza a 12 mesi rilevati per gli AD nei campioni nazionali (18,1%), ma è considerevolmente più elevato rispetto alla stima di precedenti studi considerati come riferimento (Goodman et al. 2016; Dennis et al. 2017).

Questo studio contribuisce inoltre in modo significativo alla stima della prevalenza di singoli AD, permettendo quindi a personale sanitario e i ricercatori di sapere dove è richiesto maggiormente l’aiuto.

Nella meta-analisi di Goodman et al., i disturbi più comuni nel periodo postpartum erano Disturbo d’ansia Generalizzato (GAD), DOC e Disturbo da Attacchi di Panico. L’attuale meta-analisi ha riscontrato invece che la fobia specifica, il GAD e la fobia sociale sono i disturbi perinatali più diffusi.

Nell’esaminare i potenziali predittori della prevalenza del disturbo d’ansia, emerge un supporto provvisorio alla conclusione che le donne in gravidanza siano a maggior rischio rispetto alle donne dopo il parto.

Certamente ulteriori dati sono necessari prima che possano essere tratte conclusioni valide in merito ai predittori, ma l’attenzione posta al tema fa ben sperare sia i clinici che i ricercatori coinvolti.

Riferimenti:

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Depressione in età giovanile: quale tipologia di stress lo favorisce https://www.istitutobeck.com/beck-news/depressione-in-eta-giovanile-2 Fri, 11 Sep 2020 08:00:15 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=21230 L'articolo Depressione in età giovanile: quale tipologia di stress lo favorisce proviene da Istituto A.T.Beck.

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Depressione in età giovanile

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Un recente studio pubblicato su Journal of American Academy of Child and Adolescent Psychiatry (JAACAP) ha messo in evidenza un interessante contributo: gli individui più esposti ad un vissuto stressante in età precoce, hanno maggiore probabilità di sviluppare un Disturbo Depressivo Maggiore durante l’infanzia e/o l’adolescenza. Inoltre, gli studiosi in questione sono riusciti a discriminare tra gli effetti delle diverse tipologie di stress responsabili di questo processo.

Partendo dagli assunti scientifici ormai chiari, secondo cui eventi di vita stressanti sperimentati nella prima infanzia aumentano la probabilità che un individuo possa essere colpito da disturbi depressivi in età adulta, la finalità primaria che ha guidato tale studio è stata quella di comprendere in modo più specifico quali fasi di vita fossero implicate.

I risultati dello studio in questione hanno evidenziato che la relazione causa-effetto tra le variabili si manifesta rapidamente: eventi di vita stressanti nella prima infanzia raddoppiano la possibilità che emrgano sintomi depressivi in età giovanile; dunque, come afferma la Dottoressa Joelle LeMoult, ricercatrice presso l’Università British Columbia di Vancouver: «questo ci indica che esiste una finestra molto stretta in cui è possibile intervenire per i professionisti del settore».

I risultati ottenuti si basano su una meta-analisi di dati provenienti da 62 articoli di riviste e 44.000 partecipanti. Sono stati inclusi anche studi che hanno valutato lo stress precoce e la presenza o l’assenza di Disturbo Depressivo Maggiore prima dei 18 anni.

Gli autori hanno, altresì, condotto otto ulteriori meta-analisi per esaminare l’associazione tra diversi tipi di stress e la diagnosi di Disturbo Depressivo Maggiore durante l’infanzia e l’adolescenza. Si è osservato che l’abuso sessuale, fisico e psicologico, la morte di un membro della famiglia, la violenza domestica sono eventi associati a un rischio significativamente più elevato di Disturbo Depressivo Maggiore ad esordio giovanile. Al contrario: povertà, malattia e/o lesioni, essere stato esposto ad un disastro naturale non lo sono.

Concludendo, i risultati forniscono prove del fatto che gli effetti negativi dello stress sul rischio psicopatologico del DDM si manifestano nelle prime fasi dello sviluppo e variano in base al tipo di evento vissuto. Questo dovrebbe condurre i professionisti del settore ad utilizzare tutte le conoscenze e le competenze acquisite per individuare precocemente i fattori di rischio (stress) durante l’età evolutiva di un individuo.

 

 

Riferimenti

·      LeMoult J.et al. (2020). Meta-analysis: Exposure to Early Life Stress and Risk for Depression in Childhood and Adolescence. Journal of American Academy of Child and Adolescent Psychiatry; 59: 842-855.

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Metacognition-Oriented Social Skills Training (MOSST): il ruolo della metacognizione nel trattamento della schizofrenia https://www.istitutobeck.com/beck-news/mosst Wed, 09 Sep 2020 08:00:48 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=21226 L'articolo Metacognition-Oriented Social Skills Training (MOSST): il ruolo della metacognizione nel trattamento della schizofrenia proviene da Istituto A.T.Beck.

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MOSST

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Per le persone affette da disturbi dello spettro della schizofrenia (schizophrenia spectrum disorders, SSDs), l’allenamento delle abilità sociali tramite Social Skills Training (SST) è da tempo un intervento validato e raccomandato dalle linee guida per questi disturbi. Nel tempo però, numerosi studi hanno rivelato che gli effetti e la generalizzabilità dell’SST sono più scarsi di quanto ritenuto precedentemente.

Contemporaneamente, negli ultimi decenni, sono stati condotti numerosi studi incentrati sulla metacognizione (attività mentali che consentono alle persone di essere consapevoli e riflettere sui propri pensieri, sentimenti e intenzioni e quelle di altre persone) come meccanismo centrale coinvolto nel funzionamento sociale adattivo negli SSDs.

Partendo da queste considerazioni, lo studio (Inchausti et al., 2017) è stato progettato per confrontare l’efficacia e i potenziali benefici di un intervento di gruppo basato sul MOSST (Metacognition-Oriented Social Skills Training) con quello dell’SST convenzionale nei pazienti ambulatoriali con SSDs.

I ricercatori hanno condotto uno studio in cieco, randomizzato, controllato.

Le ipotesi erano tre: l’intervento MOSST avrebbe portato a miglioramenti maggiori nel funzionamento sociale; le abilità metacognitive dei partecipanti sarebbero migliorate solo con il MOSST; il MOSST non avrebbe portato alcun effetto diretto sui sintomi psicotici ma avrebbe portato effetti sull’umore e sull’ansia.

Ai partecipanti è stato assegnato in modo casuale il trattamento: MOSST o SST convenzionale, entrambi oltre al trattamento solito (Treatment As Usual, TAU: cure standard e gestione clinica regolare con psichiatri, psicologi clinici e terapisti occupazionali). Il funzionamento sociale, professionale e personale dei partecipanti, le capacità metacognitive e i sintomi clinici specifici del disturbo sono stati valutati a 0 mesi (basale), non prima di 4 mesi dopo (post-trattamento) e al follow-up di 6 mesi. Sia il MOSST che l’SST avevano una durata di 16 settimane.

I partecipanti idonei di età compresa tra 18 e 65 anni soddisfacevano i criteri di classificazione internazionale ICD-10 per schizofrenia, disturbo schizoaffettivo o disturbo delirante, clinicamente stabili e trattati con una dose costante dello stesso farmaco antipsicotico per un periodo di almeno 2 mesi prima dell’intervento.

Risultati

Come ipotizzato in prima battuta, i partecipanti che hanno preso parte al MOSST hanno avuto un miglioramento nel loro funzionamento psicosociale, ottenendo risultati di molto maggiori a SST alla valutazione di follow-up di 6 mesi. Risultati particolarmente degni di nota osservati a 6 mesi sono stati il ​​mantenimento di un maggiore funzionamento correlato ad attività sociali, l’estensione delle relazioni interpersonali e la sostanziale riduzione dell’evitamento attivo nonché di comportamenti aggressivi.

In linea con la seconda ipotesi, solo il MOSST ha migliorato l’autoriflessività dei partecipanti e la capacità di comprendere la mente degli altri. Inoltre, il MOSST sembra anche aiutare i pazienti nel capire che i propri pensieri sono esperienze soggettive separate dalla mente degli altri e che le loro aspettative interne non hanno un effetto diretto sulla realtà.

Sono stati anche valutati i sintomi della psicosi come esiti secondari, nonché la depressione e l’ansia. Non è stato riscontrato alcun effetto di trattamento differenziale in relazione ai sintomi psicotici, senza alcuna sorpresa in realtà (i partecipanti di entrambi i gruppi hanno migliorato la loro sintomatologia positiva e negativa): l’assenza di effetti sui sintomi psicotici può essere facilmente spiegata dal fatto che MOSST non è stato appositamente studiato per affrontare i sintomi positivi.

Come previsto con la terza ipotesi, vi sono state significative riduzioni del disagio emotivo all’interno del gruppo MOSST. Per quanto riguarda la depressione, i risultati sono coerenti con la letteratura che suggerisce che il miglioramento del funzionamento interpersonale e la metacognizione riducono i sintomi depressivi. Per quel che riguarda l’ansia, è plausibile che i partecipanti possano aver sperimentato miglioramenti nell’autoregolazione emotiva associata ad un aumento delle capacità metacognitive.

Limiti

Sono necessarie ulteriori ricerche per replicare i risultati attuali in campioni con diverse caratteristiche sociodemografiche e cliniche, come i giovani adulti con psicosi precoce.

Inoltre, sarà necessario valutare se la metacognizione è il meccanismo di cambiamento sottostante i miglioramenti riscontrati. Il ruolo della metacognizione come moderatore e/o mediatore del cambiamento non è stato infatti specificamente analizzato in questo studio e le ricerche future dovrebbero concentrarsi su come i miglioramenti nella metacognizione potrebbero promuovere il funzionamento psicosociale nei pazienti con SSDs.

Riferimenti:

L'articolo Metacognition-Oriented Social Skills Training (MOSST): il ruolo della metacognizione nel trattamento della schizofrenia proviene da Istituto A.T.Beck.

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Genitorialità consapevole e alimentazione emotiva in adolescenza. Il ruolo dell’autocompassione e della vergogna https://www.istitutobeck.com/beck-news/genitorialita-consapevole-e-alimentazione-emotiva-in-adolescenza Mon, 07 Sep 2020 08:00:34 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=21222 L'articolo Genitorialità consapevole e alimentazione emotiva in adolescenza. Il ruolo dell’autocompassione e della vergogna proviene da Istituto A.T.Beck.

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Genitorialità consapevole e alimentazione emotiva in adolescenza

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Un interessante studio portoghese ha esplorato la relazione tra capacità genitoriali e alimentazione emotiva in adolescenza attraverso i livelli di self compassion (autocompassione) e body shame (vergogna del corpo) degli adolescenti.

L’alimentazione emotiva è un serio e urgente problema di salute pubblica perché conduce a sovrappeso e obesità. Secondo gli Autori di questo studio potrebbe essere utile comprendere quali processi psicosociali ed emotivi sono legati a questo tipo di comportamento alimentare disfunzionale e identificare le abilità psicologiche protettive che potrebbero aiutare i giovani a sviluppare un rapporto più sano con il corpo e il cibo.

L’alimentazione emotiva è un comportamento alimentare disfunzionale caratterizzato dal mangiare come strategia di coping evitante per alleviare temporaneamente gli stati emotivi negativi. Questo comportamento alimentare è legato all’incapacità di regolare adeguatamente gli stati emotivi, in particolare quelli dolorosi o stressanti. È più frequente tra gli adolescenti che tra i bambini e tra i giovani con sovrappeso e/o obesità piuttosto che tra i giovani con peso normale.

Un fattore di rischio implicato nell’alimentazione emotiva è provare vergogna del corpo che comporta pensieri ed emozioni negativi sul proprio corpo ma anche sentimenti negativi più generali nei confronti di sé stessi sulla base dell’aspetto fisico. La vergogna del corpo nasce dal valutare sé stessi o percepire di essere valutati come inferiori, imperfetti o poco attraenti, e di conseguenza manifestare il desiderio di nascondere sé stessi e il proprio corpo. Maggiore sarebbe la vergogna del corpo, maggiore la probabilità di sperimentare emozioni negative o sentirsi privi di risorse psicologiche positive e questo influenzerebbe lo sviluppo di comportamenti alimentari disfunzionali e problemi psicologici. Quando gli adolescenti sperimentano un’intensa vergogna del corpo, potrebbe manifestarsi una dis-regolazione emotiva che li renderebbe più inclini a impegnarsi in comportamenti compensatori come l’alimentazione emotiva.

L’autocompassione è una risorsa psicologica volta a prendersi cura della propria sofferenza attraverso un atteggiamento di amorevole gentilezza e benevolenza, ed è sconsiderata una strategia adattativa di regolazione delle emozioni o una strategia di coping.

I genitori svolgono un ruolo importante nello sviluppo delle capacità di autocompassione dei loro figli. Attraverso un approccio genitoriale consapevole incoraggiano l’accettazione non giudicante di stati emotivi difficili e favoriscono l’uso di strategie adattative di regolazione delle emozioni.

Lo studio suggerisce che genitori consapevoli possono consentire lo sviluppo di abilità di autocompassione negli adolescenti, che possono ridurre l’alimentazione emotiva, e quest’abilità di autocompassione può consentire agli adolescenti di accettare la forma del corpo e il loro aspetto, impedendo così il verificarsi di comportamenti alimentari disfunzionali che regolano in modo disfunzionale gli stati emotivi negativi. Nello studio è emerso anche che sia i ragazzi adolescenti che le ragazze con maggiori capacità di autocompassione si impegnavano meno nell’alimentazione emotiva perché sperimentavano meno vergogna corporea.

La genitorialità consapevole potrebbe essere un terreno ideale per lo sviluppo di importanti risorse psicologiche negli adolescenti. I genitori con livelli più elevati di genitorialità consapevole favoriscono relazioni genitore-figlio positive e sicure basate su una mentalità calorosa, compassionevole, accettante e rispettosa che a sua volta promuove il benessere degli adolescenti e le capacità di autocompassione.

Sviluppando una posizione di autocompassione, gli adolescenti possono essere meno giudicanti e identificati con i propri stati interni, e isolati nei momenti di sofferenza, e possono sviluppare un atteggiamento di gentilezza verso di sé quando affrontano la propria sofferenza riconoscendo che tutti gli esseri umani soffrono. Questi adolescenti saranno più in grado di affrontare le sfide tipiche di questa fase dello sviluppo, come per esempio quella associata all’immagine ideale del corpo perpetuata dalla società odierna.

Se si considera la vergogna del corpo come un’emozione basata sull’autocritica, avere maggiore auto-compassione può proteggere da valutazioni negative del proprio corpo e da sentimenti negativi verso sé stessi.

 

Riferimenti

  • Gouveia M.J. Canavarro M. C., Moreira H. (2018). Is Mindful Parenting Associated With Adolescents’ Emotional Eating? The Mediating Role of Adolescents’ Self-Compassion and Body Shame, Front Psychol. 2018; 9: 2004.

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Il comportamento sessuale compulsivo negli adolescenti: il ruolo della genitorialità https://www.istitutobeck.com/beck-news/comportamento-sessuale-compulsivo-negli-adolescenti Fri, 04 Sep 2020 08:00:32 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=21216 L'articolo Il comportamento sessuale compulsivo negli adolescenti: il ruolo della genitorialità proviene da Istituto A.T.Beck.

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comportamento sessuale compulsivo negli adolescenti: il ruolo della genitorialità

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L’adolescenza segna l’inizio di molteplici cambiamenti nella maturità sessuale e riproduttiva che coincidono con altrettante modificazioni nel funzionamento cognitivo, emotivo e sociale dell’individuo.
Ricerche precedenti hanno indicato come la progressione delle esperienze sessuali adolescenziali segua, in molti casi, una sequenza comune: baciare e tenersi per mano, accarezzare il seno, toccare i genitali, sesso orale e rapporto vaginale, seguito da variazioni meno comuni, come il sesso anale.
Se la maggior parte degli adolescenti mostrano un normale sviluppo sessuale, alcuni sviluppano quello che viene definito comportamento sessuale compulsivo (Compulsive Sexual Behavior).

L’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), nell’undicesima edizione della Classificazione Internazionale delle Malattie (ICD-11), ha annoverato tra i disturbi sessuali il CSB (ora chiamato CSBD).
Il CSBD è un disturbo del controllo degli impulsi caratterizzato da una preoccupazione ripetitiva e intensa con fantasie sessuali, impulsi, e comportamenti che portano ad un disagio clinicamente significativo nel funzionamento sociale e occupazionale.
I clinici sono tuttavia ancora alle prese con una definizione specifica del CSBD in adolescenza.

Efrati e Mikulincer (2018) hanno identificato tre aspetti del comportamento sessuale compulsivo che sono in linea con la definizione di CSBD e che si manifestano sia negli adulti che negli adolescenti:
(a) Conseguenze indesiderate a causa di fantasie sessuali (b) mancanza di controllo comportamentale – costante impegno incontrollato in fantasie sessuali, sollecitazioni ed in comportamenti volti a ridurre significativamente il comportamento sessuale ripetitivo; (c) effetti negativi – sentimenti negativi e angoscia accompagnati da senso di colpa e vergogna.

Nonostante la maggioranza degli studi abbia cercato di comprendere i meccanismi e i fattori personali che sottendono ai CSB, nella prospettiva di sviluppare un trattamento efficace, un recente studio di Efrati e Gola (2019) ha cercato di valutare i fattori familiari che possono influenzare lo sviluppo di tali condotte comportamentali tra gli adolescenti.

Gli autori hanno cercato di comprendere se le competenze genitoriali (autostima e autoefficacia), lo status religioso e i quadri psicopatologici dei genitori fossero correlati alla qualità della comunicazione sulla sessualità con i figli, e se la qualità della comunicazione fosse associata alla gravità dei CSB.

L’analisi dei dati ha mostrato come un livello più elevato di CSB si associa a una minore qualità della comunicazione, a una minore autostima genitoriale (materna e paterna) e ad una maggiore psicopatologia genitoriale (materna e paterna).

Lo studio ha dimostrato che per quanto riguarda le figlie femmine, più alta è l’autostima materna, più aperta e chiara è la comunicazione legata al sesso e più sono ridotti i CSB. Questo risultato è in linea con la letteratura che indica che le madri tendono ad avere una comunicazione più aperta riguardo al sesso e alla sessualità con i loro figli, ed in particolare con le loro figlie, rispetto ai padri. Le madri con un’alta autostima genitoriale sono più soddisfatte del ruolo genitoriale che rivestono e potrebbero essere più inclini ad educare e comunicare l’esperienza accumulata nel corso degli anni. I sentimenti di autoefficacia promuovono l’uso di strategie genitoriali funzionali alla crescita dei bambini, mentre coloro che non hanno fiducia nelle loro capacità genitoriali sperimentano frustrazione, angoscia, irritazione e rabbia.

Per quanto riguarda i figli maschi, i risultati dello studio hanno indicato che era la prospettiva culturale a predire una comunicazione aperta sulla sessualità e non il senso di competenza dei genitori. Tali risultati sembrano essere in linea con la tendenza, tra padri e figli, a mostrare difficoltà nel condividere esperienze emotive o discutere di argomenti relazionali potenzialmente imbarazzanti, come la salute sessuale.

I risultati di questo studio indicano che la disposizione verso il comportamento sessuale compulsivo tra gli adolescenti non è solo una questione individuale, ma un problema familiare, dove entrano in gioco molteplici variabili della genitorialità, come l’autostima, l’autoefficacia e i quadri psicopatologici di uno o di entrambi i genitori.
Nel contemplare le opzioni di trattamento, come la terapia cognitivo comportamentale o altri approcci, i clinici dovrebbero tenere in considerazione tali fattori e considerarli come parte integrante del percorso di cura.

Nonostante i limiti dello studio citato, tale ricerca può essere considerata come un importante primo passo nella comprensione delle dinamiche familiari nello sviluppo del CSBD tra gli adolescenti.
Altri studi, con campioni più ampi e multiculturali, potrebbero accertarne la replicabilità e la generalizzazione dei risultati fornendo indicazioni utili ad un trattamento mirato per gli adolescenti a rischio.

Riferimenti

  • Ballonoff Suleiman A., Lin J. S., Constantine N. A. (2016). Readability of educational materials to support parent sexual communication with their children and adolescents. Journal of Health Communication
  • Efrati Y., Gola M. (2019) Adolescents’ compulsive sexual behavior: The role of parental competence, parents’ psychopathology, and quality of parent–child communication about sex. Journal of Behavioral addiction
  • Efrati Y., Mikulincer M. (2018). Individual-based Compulsive Sexual Behavior Scale: Its development and importance in examining compulsive sexual behavior. Journal of Sex & Marital Therapy

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Co-housing forzato: cosa ci lasciamo dietro della convivenza difficile ai tempi della quarantena https://www.istitutobeck.com/beck-news/co-housing-forzato Thu, 03 Sep 2020 08:00:01 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=21212 L'articolo Co-housing forzato: cosa ci lasciamo dietro della convivenza difficile ai tempi della quarantena proviene da Istituto A.T.Beck.

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Co-housing forzato

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Che le misure di confinamento e quarantena stiano avendo conseguenze negative considerevoli sulla salute mentale e il benessere psicologico degli individui coinvolti, ormai è sotto gli occhi di tutti; e, non solo, lo stiamo sperimentando sulla nostra pelle. La stessa OMS ha riconosciuto che elementi come l’isolamento, la paura, l’incertezza e le turbolenze economiche stanno già causando, in numerosi Paesi, un aumento dei sintomi della depressione e dell’ansia. Numerosi sono i soggetti pubblici e privati, nazionali e internazionali, tuttora impegnati ad indagare rischi e conseguenze psico-sociali dell’attuale pandemia Covid-19 e dei relativi interventi di lock-down. Soprattutto con lo spettro di una nuova ondata di casi in autunno. Da una recente rassegna sull’impatto psicologico della quarantena, che ha preso in esame studi condotti in paesi precedentemente colpiti da epidemie come quella di Sars o dal virus Ebola, è emerso che questi effetti psicologici negativi includono: sintomi da Disturbo da stress post-traumatico[1], confusione e rabbia. Non soltanto i singoli individui: a pagare il prezzo della quarantena e a cambiare sono state anche le forme sociali del nostro abitare. Il confinamento obbligatorio a casa della popolazione ad esempio, come fa notare la scrittrice, giornalista e autrice televisiva Laurie Penny, ha dato vita a nuove tipologie di famiglie (studenti universitari fuori sede, caregiver e anziani ecc.) e… a vecchi problemi!

Confini

La prigionia in casa propria, soprattutto per coloro che la condividono con altre persone, potrebbe aver significato un assottigliamento dei confini fisici e psicologici: questo si concretizza, ad esempio, nell’impossibilità di avere un po’ di privacy, o nella difficoltà a conciliare attività lavorativa e faccende domestiche. Salvador Minuchin (1974) definisce i confini l’espressione delle regole che definiscono il ruolo di ognuno all’interno di un sistema. Egli li distinse in: chiari, quando tra i sottosistemi (coniugale, genitoriale, dei figli ecc.) passano informazioni adeguate, per quantità e pertinenza; diffusi, laddove la quantità di informazioni scambiata è eccessiva; rigidi, in caso di quantità insufficiente di informazioni che, invece, competerebbero ai vari sottosistemi. Prendiamo, ad esempio, una famiglia particolarmente “invischiata” e isolata dal contesto: il coinvolgimento tra i vari componenti della famiglia è eccessivo e i confini deboli; tutti sono soliti intromettersi nelle decisioni altrui; regnano un’elevata preoccupazione e l’iperprotettività e le emozioni esperite da uno si ripercuotono con forza su tutti i membri del sistema. Sarebbe interessante approfondire se le misure di confinamento e le limitazioni alle possibilità di muoversi abbiano avuto l’effetto di esacerbare caratteristiche e dinamiche specifiche preesistenti. E con quali conseguenze, in particolare per i membri più dipendenti, come i giovani. Secondo uno studio ispano-italiano risalente all’aprile di quest’anno, gli effetti negativi immediati della quarantena da Covid-19 sullo stato emotivo di bambini e adolescenti (sotto forma di difficoltà di concentrazione, noia, irritabilità, irrequietezza e così via) aumentavano laddove la convivenza familiare era conflittuale, la situazione più seria e i livelli di stress maggiori.

Controllo e conflitto

Nei casi più estremi, la convivenza forzata ha comportato un inasprimento dei livelli di conflittualità e del controllo di uno o più membri del nucleo familiare, o domestico, su un altro. La quarantena non volgeva ancora al termine, che nel nostro paese più di dieci vite di donne erano già state stroncate per mano del proprio partner o di altri familiari. Carli e Paniccia (2003) hanno concettualizzato il controllo come una modalità di costruzione e organizzazione della relazione con l’altro, mirata a possedere qualcuno di cui non si è mai sicuri. Secondo questi autori, l’assunto alla base è che l’altra persona sia un nostro nemico, salvo riuscire a provare il contrario. E, per farlo, dobbiamo controllare ciò che fa e fargli fare ciò che vogliamo noi. Il controllore, tuttavia, come un partner o una compagna gelosi e possessivi, è totalmente centrato su di sé e le proprie fantasie e usa in modo tendenzioso e distorto le informazioni che riesce a ottenere. Per lui, l’atto del controllare in sé è più importante di sapere: così, ogni conoscenza ottenuta non sarà mai sufficiente a fugare i sospetti, le paure e le fantasie che l’hanno motivato. A mettere in discussione le proprie convinzioni irrazionali, usando il linguaggio a noi noto dell’approccio cognitivo-comportamentale. Il controllo, inoltre, deriverebbe dalla frustrazione della pretesa di essere la sola fonte di emozioni e d’interesse per l’altro. La Federazione Svizzera delle Psicologhe e degli Psicologi ha messo a disposizione sul proprio sito (www.psychologie.ch/it) delle semplici e preziose strategie: per evitare gli inevitabili conflitti, provocati dalla convivenza forzata in spazi ristretti e dal fatto di trascorrere molto più tempo insieme; e per tutelarsi da possibili manifestazioni aggressive e violente. Ad esempio, facendo una telefonata a un amico per sfogarsi o chiedendo aiuto a una linea d’emergenza (in Italia, il numero antiviolenza e stalking è 1522).

Riferimenti bibliografici:

  • Brooks S.K., Webster R.K., Smith L.E. et al. (2020) The psychological impact of quarantine and how to reduce it: rapid review of the evidence. The Lancet 395: 912–920.
  • Carli R., Paniccia R.M. (2003), Analisi della domanda. Teoria e tecnica dell’intervento in psicologia clinica, il Mulino, Bologna.
  • Minuchin S. (1974), Families and Family Therapy, Harvard University Press: Cambridge (trad. it., Famiglie e Terapia della famiglia, Astrolabio Ubaldini, Roma, 1982).
  • Orgilés, M., Morales, A., Delvecchio, E., Mazzeschi, C., & Espada, J. P. (2020, April 21). Immediate psychological effects of the COVID-19 quarantine in youth from Italy and Spain.
  • Wang, C., Pan, R., Wan, X., Tan, Y., Xu, L., Ho, C. S., & Ho, R. C. (2020). Immediate psychological responses and associated factors during the initial stage of the 2019 coronavirus disease (COVID-19) epidemic among the general population in china. International Journal of Environmental Research and Public Health, 17(5), 1729.

[1] Per un approfondimento, al link: https://www.istitutobeck.com/disturbo-post-traumatico-da-stress.

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Viaggio in solitaria. L’esperienza della maternità per le donne nello spettro autistico https://www.istitutobeck.com/beck-news/viaggio-in-solitaria Wed, 02 Sep 2020 08:00:04 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=21208 L'articolo Viaggio in solitaria. L’esperienza della maternità per le donne nello spettro autistico proviene da Istituto A.T.Beck.

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Viaggio in solitaria

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“Nonostante ci provassi con tutte le mie forze, ho sempre avuto l’impressione che ciò che facevo non fosse abbastanza. Prima di sapere dell’AS (Sindrome di Asperger) mia figlia ha dovuto assistere alle mie varie trasformazioni. Mentre stavo cercando di capire me stessa lei ha dovuto affrontare lo stesso percorso con me, dato che il mio viaggio spirituale ha spesso assunto anche una forma fisica.”

(Tratto da “Aspergirls” di Rudy Simone)

L’invisibilità delle madri autistiche

Nonostante sia risaputo che l’autismo costituisce una condizione costante nell’arco di vita degli individui, la ricerca non ha prestato sufficiente attenzione ad un aspetto dell’esistenza per molte persone fondamentale, che spesso rappresenta un momento di svolta importante: la genitorialità. Ciò comporta che non ci siano stime affidabili sul numero effettivo di persone con autismo che sono genitori. Inoltre, per le donne nello specifico, non bisogna dimenticare che queste spesso non vengono riconosciute come autistiche, o vengono diagnosticate tardi ad un’età già avanzata; è dunque verosimile che ci siano molte madri che non sanno di collocarsi all’interno dello spettro. Gli unici aspetti della maternità che sono stati studiati nelle donne con autismo sono la gravidanza, il parto e il post-partum (Gardner et al., 2016), e ciò ha consentito di evidenziare alcuni elementi importanti: la sensibilità sensoriale che si modifica durante la gravidanza e l’allattamento, la necessità di indicazioni chiare e concrete da parte del personale sanitario, lo stress che deriva dalle aspettative circa le proprie abilità come madre, e il fatto che le madri con autismo vengano automaticamente stigmatizzate e indicate come “cattive madri” in ambito sanitario. Nonostante l’utilità di queste informazioni, c’è la necessità di approfonditi studi sulle donne con autismo e la maternità, che vadano oltre il periodo della gravidanza e del post-partum. Per esempio, la paura del giudizio e della discriminazione in quanto autistiche, e di conseguenza l’isolamento sociale impattano negativamente sulla salute mentale delle persone con autismo, e ciò può verificarsi in particolare nelle prime fasi della maternità, quando le donne si stanno ancora adeguando al loro nuovo ruolo. Inoltre, essendo presente una comorbilità tra autismo e depressione, e dato che una storia di depressione è uno dei fattori di rischio maggiori per l’insorgenza di un episodio depressivo post-partum, ci si aspetterebbe che le donne autistiche fossero più a rischio di sviluppare depressione post-partum rispetto alla controparte neurotipica. Anche la sensibilità sensoriale è un tratto spesso presente nelle condizioni dello spettro, e si manifesta come una iper o ipo-sensibilità agli stimoli sensoriali (Robertson & Simmons, 2013). Essa può essere particolarmente sviluppata in gravidanza, e le difficoltà di comunicazione con il personale sanitario possono contribuire a distinguere l’esperienza della maternità delle donne con autismo da quella delle donne che non fanno parte dello spettro, evidenziando la necessità di un supporto specifico e tarato sulle esigenze individuali per le madri autistiche.

Lo studio

Pohl e colleghi (2020) hanno realizzato uno studio per valutare come le madri con autismo sperimentano le prime fasi della maternità, paragonate alle madri non autistiche. Nonostante alcune differenze individuali all’interno del campione di donne intervistate (in particolare rispetto a istruzione, identità di genere e età alla nascita del primo figlio), sono emersi alcuni aspetti rilevanti: le madri con autismo avevano più probabilità di aver sperimentato condizioni psichiatriche aggiuntive, tra cui la depressione pre- e post-partum, e riportavano difficoltà più accentuate nell’ambito del multi-tasking, della gestione delle responsabilità domestiche e della creazione di opportunità di socializzazione per il proprio figlio. C’era anche una maggiore probabilità che le madri nello spettro dichiarassero di non sentirsi comprese dal personale sanitario, e sono stati riportati livelli più elevati di ansia e mutismo selettivo. Le madri con autismo hanno anche affermato più spesso di vivere la maternità come un’esperienza di isolamento, di preoccuparsi rispetto a come gli altri possano giudicare le proprie capacità genitoriali, e si sono dichiarate incapaci di rivolgersi ad altri per chiedere aiuto. Nonostante le difficoltà emerse, che sembrano essere specifiche delle madri con autismo, queste si dimostravano in grado di agire nell’interesse del proprio figlio e di andare incontro ai suoi bisogni. 

Conclusioni

Ciò che emerge dai risultati dello studio è che la presenza di ostacoli specifici e l’influenza negativa dello stigma sociale possono incrementare il rischio di isolamento per le madri con autismo, che necessitano invece di programmi e interventi di supporto mirati, che considerino le reali necessità di questa parte della popolazione.

Riferimenti

  • Gardner, M., Suplee, P.D., Bloch, J., Lechs, K. (2016). Exploratory Study of Childbearing Experiences of Women With Asperger Syndrome. Nursing for Women’s Health, 20 (1), 28-37.
  • Pohl, A.L., Crockford, S.K., Blakemore, M., Allison, C., Baron-Cohen, S. (2020). A comparative study of autistic and non-autistic women’s experience of motherhood. Molecular Autism, 11 (1), 3, doi: 10.1186/s13229-019-0304-2.
  • Robertson, A.E., Simmons, D.R. (2013). The relationship between sensory sensitivity and autistic traits in the general population. Journal of Autism and Developmental Disorders, 43 (4), 775-784.

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Disturbi dello spettro dell’autismo: individuati i circuiti cerebrali delle preferenze sociali https://www.istitutobeck.com/beck-news/disturbi-dello-spettro-dell-autismo Mon, 31 Aug 2020 08:00:24 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=21173 L'articolo Disturbi dello spettro dell’autismo: individuati i circuiti cerebrali delle preferenze sociali proviene da Istituto A.T.Beck.

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Disturbi dello spettro dell'autismo

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Alcuni individui adorano incontrare nuove persone, mentre altri detestano l’idea. In quanto animali sociali generalmente ricerchiamo l’impegno sociale, e siamo portati ad interpretare le interazioni come esperienze positive o negative, influenzando il modo in cui adattiamo i nostri futuri comportamenti verso gli altri. Entrambi gli aspetti, sia quelli positivi che quelli negativi del comportamento sociale hanno delle essenziali funzioni evolutive. In alcuni casi tuttavia si manifestano delle risposte disadattive, come accade nel disturbo dello spettro dell’autismo. In condizioni come l’autismo, gli incontri sociali, soprattutto se inaspettati, spesso producono reazioni emotive negative, portando a difficoltà di tipo comunicativo e interpersonale.

I neuroscienziati che studiano l’autismo hanno cercato di definire i circuiti cerebrali alla base di queste difficoltà, per consentire una diagnosi più precisa e sviluppare protocolli al fine di testare l’efficacia degli interventi terapeutici. Gli sforzi di mappatura del cervello sull’uomo, sui primati non umani e sui roditori, hanno coinvolto molteplici aree, tra cui i circuiti fronto-limbici come responsabili dell’elaborazione emotiva e del comportamento sociale (Adolphs, 2003; Phelps e LeDoux, 2005). Assegnare cause ed effetti riferiti all’alterazione in questi circuiti come responsabili dei sintomi dell’autismo, tuttavia, si è rivelato impegnativo.

Lo studio recente

Lo studio recente (Huanget al., 2020), realizzato dal laboratorio del neuroscienziato Damon Page, PhD, ha individuato due circuiti specifici in grado di controllare in maniera indipendente uno dall’altro, le preferenze sociali nei topi. Entrambi i circuiti collegano le aree del pensiero e del processo decisionale di livello superiore situate nella corteccia prefrontale al centro di regolazione emotiva del cervello, l’amigdala.

Il gruppo di ricerca ha scoperto che un circuito neurale, il quale collega la corteccia infralimbica del topo all’amigdala basolaterale, compromette il comportamento sociale del topo stesso se la sua attività viene ridotta. L’altro circuito chiave collega invece la corteccia prelimbica all’amigdala basolaterale. L’attività di inibizione di quest’ultimo circuito ha prodotto comportamenti sociali di tipo ugualmente alterato, compromettendo la capacità di comportamento sociale. Utilizzando metodi di indagine optogenetica inoltre i ricercatori hanno messo in luce come un’attivazione prolungata del circuito PL-BLA (dalla corteccia prelimbica all’amigdala basolaterale), è sufficiente a compromettere il funzionamento sociale dei topi, promuovendo l’evitamento comportamentale.

Conclusioni

Lo studio sopracitato individua la presenza di due circuiti cerebrali, la cui alterazione nei topi, sembra responsabile dell’evitamento comportamentale e dell’inibizione dei comportamenti di avvicinamento sociale. La ricerca si rivela un importante aiuto nel far luce sul ruolo che questi circuiti rivestono rispetto alla presenza dei sintomi relativi alla sfera sociale nelle persone con autismo. In particolare, la loro scoperta può rivelarsi utile al fine di comprendere in che modo gli interventi terapeutici influiscono sulla funzione di questi circuiti e sui potenziali fattori di rischio genetici o ambientali che possano causarne una connessione alterata.

Riferimenti

  • Huang W.C., Zucca A., Jenna L., Page D.T. (2020). Social Behavior Is Modulated by Valence-Encoding mPFC-Amygdala Sub-circuitry. Cell Reports. 32, 107899

L'articolo Disturbi dello spettro dell’autismo: individuati i circuiti cerebrali delle preferenze sociali proviene da Istituto A.T.Beck.

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Covid-19 e carestia di cultura: fotografia della scuola nel mondo https://www.istitutobeck.com/beck-news/covid-19-e-carestia-di-cultura Fri, 28 Aug 2020 08:00:31 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=21169 L'articolo Covid-19 e carestia di cultura: fotografia della scuola nel mondo proviene da Istituto A.T.Beck.

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Covid-19 e carestia di cultura

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Covid 19 è sicuramente salute, politica, imprese, infrastrutture, agevolazioni fiscali, rapporti internazionali ma è anche cultura. E cultura significa scuola. “Il Coronavirus ha lasciato 1,6 miliardi di bambine, bambini e adolescenti fuori dalla scuola: circa il 90% dell’intera popolazione studentesca”. Cosi comincia l’articolo presente sul sito di Save The Children (vedi riferimento in bibliografia) che fotografa la situazione rispetto l’istruzione nel mondo a seguito della pandemia.

Prima del virus già 258 milioni tra bambini e adolescenti non avevano la possibilità di frequentare un percorso scolastico e adesso la fetta di popolazione è destinata solamente che ad aumentare. All’interno del report (per la lettura del testo originale si rimanda alla bibliografia) è stato infatti calcolato l’indice di vulnerabilità facendo soprattutto riferimento a Paesi il cui reddito è medio basso. L’indice ha preso in esame tre parametri:

  1. il tasso di abbandono scolastico precedente all’emergenza
  2. le diseguaglianze di genere e di reddito tra i bambini che lasciavano la scuola
  3. il numero di anni di frequenza scolastica

I Paesi maggiormente a rischio sono risultati essere: Mali, Chad, Liberia, Afghanistan, Guinea, Mauritania, Yemen, Nigeria, Pakistan, Senegal e Costa d’Avorio. Ma non bisogna guardare alle situazioni più critiche per ipotizzare scenari negativi. Sempre nel rapporto di Save The Children, in Bangladesh è emerso che Il 90% dei bambini non ha avuto alcun contatto con la propria scuola dopo la chiusura, il 91% non ha ricevuto dai familiari alcuno aiuto a casa, il 65% dei bambini ha riferito di aver studiato solo un po’ e il 23% non lo ha assolutamente fatto.

Inoltre è emersa anche una differenza di genere rispetto alle conseguenze dell’abbandono scolastico e i numeri parlano chiaro: 9 milioni di bambine contro 3 milioni di bambini. A causa dell’emergenza sanitaria le ragazze sono maggiormente esposte ai matrimoni combinati, alla violenza di genere o a gravidanze precoci. Inoltre si è assistito, in alcune regioni dell’Africa, ad aumento delle pratiche relative alle mutilazioni genitali. I bambini e i ragazzi che vivono in zone di guerra sono invece maggiormente a rischio di essere reclutati e ingrandire le file delle bande armate. Entrambe i sessi sono maggiormente vulnerabili al mercato del lavoro e in generale quindi allo sfruttamento minorile.

L’impatto della chiusura ha colpito una intera generazione di bambini e ragazzi ai quali è negata anche qualsiasi tipo di formazione a distanza: spesso infatti vivono in famiglie in cui non solo non c’è tecnologia ma anche entrambe i genitori sono analfabeti. Una vera e propria emergenza educativa, una fame di cultura verso la quale i paesi più ricchi non possono essere indifferenti.

Sempre nel report si evidenzia come nell’ultimo periodo, diversi progetti hanno cercato di colmare questa vera e propria carestia di cultura: in molti paesi africani programmi radiofonici e televisivi hanno avuto come obiettivo quello di realizzare palinsesti a sfondo educativo (non soltanto favorendo l’acquisizione di nozioni accademiche ma anche per divulgare elementi base di educazione sessuale), oppure in Vietnam è stato portato avanti un progetto di messaggistica online attraverso il quale inviare ai genitori suggerimenti su quali attività fare con i propri figli (Zalo online messaging platform). I messaggi sono stati inviati sia in forma scritta che in forma audio, qualora i genitori non sapessero leggere.

A mio parere, i dati presentati da questo report aprono una finestra di riflessione che ogni cittadino, indipendentemente dal proprio ambito professionale, dovrebbe trovare il tempo a cui dedicare. Ciò che si legge non sono solo numeri o racconti rispetto a nazioni sparse nel nostro pianeta come fossero territori da conquistare in una partita a Risiko. Sono il futuro, il futuro dell’intero pianeta, il mondo che verrà, loro sono noi e quindi, noi, non possiamo girarci dall’altra parte, non possiamo, almeno nel nostro piccolo, non sapere.

  

 

Bibliografia

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Drogati di sport https://www.istitutobeck.com/beck-news/drogati-di-sport Thu, 27 Aug 2020 08:00:27 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=21165 L'articolo Drogati di sport proviene da Istituto A.T.Beck.

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Drogati di sport

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Ormai è noto a tutti come lo sport sia una potente arma di prevenzione contro le malattie, praticare una regolare e sana attività fisica rende infatti i nostri muscoli più forti, accelera l’attività del nostro metabolismo, migliora la capacità contrattile cardiaca, influisce positivamente sul tono dell’umore.

Lo sport è consigliato ad ogni età con le dovute cautele, onde evitare che diventi un pericolo per la nostra salute.

Uno dei casi in cui lo sport può essere nemico del nostro benessere fisico, è quello in cui diventi un comportamento compulsivo, dal quale non ci si può astenere. Tra i rischi connessi ad un eccesso di attività fisica, abbiamo mutamenti cronici di rilascio ormonale, aumento di infortuni, ipoglicemia, inibizione della risposta immunitaria.

Alcuni individui sono ossessionati dal bisogno di raggiungere standard di prestazioni fisiche elevati, alla base di questa esigenza vi è spesso l’idea di ottenere una sorta di controllo sul proprio comportamento e sul proprio corpo, altri invece hanno un’idea negativa della propria immagine corporea e dunque dedicandosi allo sport in modo compulsivo, sperano di poter modificare ciò che non amano (o odiano) del proprio fisico.

Griffith (2005) considera una dipendenza comportamentale lo sport praticato in modo compulsivo, dal momento in cui in questo caso l’attività fisica diventa prioritaria nella vita di una persona, ne condiziona in modo importante l’umore, porta all’instaurarsi del fenomeno della tolleranza (il soggetto per esperire gli effetti desiderati deve intensificare l’attività fisica), genera astinenza…Tutte caratteristiche comuni a coloro che hanno sviluppato una dipendenza da uso di sostanze psicotrope.

Accorgersi di essere caduti nella trappola della sport-dipendenza, non è semplice poiché lo sport gode da sempre di “un’ottima reputazione” e difficilmente lo si associa ad un qualcosa di dannoso per il benessere fisico, per non parlare dell’enorme peso che ormai gioca nella nostra società l’idea di possedere un corpo snello e tonico. Lichtenstein et al. hanno condotto nel 2017 uno studio che ha confermato come sia difficile riconoscere quando lo sport è diventi una droga, a causa del consenso sociale che ruota attorno a tale attività.

I meccanismi alla base dell’instaurarsi della dipendenza sono legati all’entrata in gioco di importanti sostanze chimiche rilasciate dal nostro cervello in seguito allo svolgimento dell’attività sportiva, come le endorfine, (sostante analgesiche analoghe all’oppio ed alla morfina) la dopamina, la serotonina, responsabili del nostro benessere. Non è un caso ad esempio se è stato individuato il fenomeno del Runner’s high (“sballo del corridore”), ovvero la sensazione di euforia, tipica di atleti che svolgono un’attività sportiva prolungata di tipo aerobico (es. maratona, ciclismo).

La dipendenza dallo sport si presenta spesso in comorbilità con i disturbi del comportamento alimentare, i disturbi relativi alla percezione della propria immagine corporea, disturbo da personalità ossessivo-compulsiva. (Lichtenstein, Christiansen et al. 2014).

Esiste una particolare forma di dismorfismo corporeo, si tratta della dismorfia muscolare (o vigoressia), chi ne soffre è tormentato dall’idea di non avere un’adeguata struttura muscolare e tenta dunque di colmare questa presunta mancanza, sottoponendosi ad esercizi fisici eccessivi o addirittura ricorrendo all’uso di steroidi anabolizzanti.

Atleti affetti da vigoressia spesso seguono diete rigide, finalizzate a ridurre il contenuto di grasso corporeo e presentano una estrema focalizzazione sul raggiungimento di obiettivi di fitness elevati.

Alcuni studiosi hanno rilevato un nesso tra dipendenza e disturbi dell’umore, Linchestein e collaboratori (2018), hanno osservato come depressione e fattori stressanti aumentino il rischio di sviluppare una dipendenza dallo sport, mirata a regolare il tono dell’umore.

Il costrutto del Work Craving Model elaborato da Wojdylo et al. nel 2013, individua tra dimensioni responsabili del mantenimento della dipendenza da esercizio fisico: “edonia”, “compulsione” e “componenti cognitive”, in particolare infatti perfezionismo e tratti ossessivo-compulsivi di personalità, predisporrebbero allo sviluppo di una dipendenza da sport.

Bruno et al. (2014), hanno osservato come l’Exercise Addiction abbia un’elevata comorbilità anche con la personalità di tipo narcisistico, improntata alla ricerca di ammirazione.

E’ importante che la psicoterapia approfondisca le modalità e la frequenza con cui le quali persona pratica sport, l’eventuale ricorso ad integratori ed i significati che si legano allo svolgimento di esercizio fisico. Nello specifico, sarà utile effettuare un’accurata psicodiagnosi mirata a rilevare i problemi psichici alla base della dipendenza dallo sport, in modo da individuare gli strumenti terapeutici più adatti a trattare i comportamenti disfunzionali che ne derivano.

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Il contributo della mindfulness per gli insegnanti https://www.istitutobeck.com/beck-news/contributo-della-mindfulness-per-gli-insegnanti Wed, 26 Aug 2020 08:00:54 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=21161 L'articolo Il contributo della mindfulness per gli insegnanti proviene da Istituto A.T.Beck.

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contributo della mindfulness per gli insegnanti.

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Il ruolo dell’insegnante è fondamentale per favorire l’apprendimento e promuovere il benessere socio-emotivo degli alunni. Tuttavia, la presenza di elevati livelli di stress negli insegnanti può incidere sulle loro capacità didattiche ed educative e sulla loro efficacia in classe. Diversi studi, infatti, hanno riportato una correlazione tra elevati livelli di stress negli insegnanti ed affaticamento, depressione, ansia e bassa autoefficacia.

È importante quindi fornire agli insegnanti le risorse necessarie per aumentare il senso di efficacia personale e la loro capacità di gestire le situazioni stressanti. Per questo motivo negli ultimi anni si è pensato di applicare al contesto scolastico alcuni programmi basati sulla mindfulness (MBP). Questi interventi si sono dimostrati utili per promuovere un ambiente scolastico sano e hanno avuto delle implicazioni positive sull’apprendimento e sul successo scolastico degli alunni.

Solitamente i programmi basati sulla mindfulness sono composti da una sequenza di otto sessioni di gruppo a cadenza settimanale e includono un lavoro sul movimento, pratiche di meditazione e sessioni psicoeducative sullo stress e sulla reattività ad esso. Durante questi programmi i partecipanti imparano a riportare la loro attenzione al momento presente ed assumono un punto di vista non giudicante nei confronti dell’esperienza. Ne deriva l’acquisizione della capacità di relazionarsi in maniera differente alla propria esperienza, vedendo pensieri, stati emotivi e fisici e comportamenti all’interno di uno spazio più ampio di consapevolezza.

Sono stati indicati tre modi diversi attraverso cui la mindfulness può essere introdotta nel contesto scolastico: indirettamente (coinvolgendo gli insegnanti nella pratica mindfulness per trasmettere i comportamenti consapevoli ai loro studenti in maniera implicita); direttamente (insegnando le pratiche mindfulness agli studenti); oppure attraverso una combinazione di entrambi gli approcci (Meiklejohn et al., 2012 ).

Un nuovo studio, pubblicato sul Journal of Child and Family Studies, è stato condotto per valutare gli effetti di un programma basato sulla mindfulness condotto a scuola su un campione di insegnanti.

I partecipanti del programma “Stop, Breathe and Be” apprendevano un intervento composto da 9-10 sessioni di mindfulness da insegnare a bambini e ragazzi dagli 11 ai 18 anni. Una delle pratiche apprese era la costruzione di uno “spazio respiratorio” ovvero veniva ricordato agli studenti di fermarsi, radicarsi, di prendere consapevolezza del loro respiro e successivamente di prendere nota della loro esperienza nel momento presente.

I partecipanti allo studio hanno confermato l’impatto principalmente positivo che la pratica mindfulness ha avuto sul rapporto con gli studenti e con i colleghi. Nella maggior parte dei casi sono stati riportati miglioramenti nelle relazioni con gli studenti, nell’attenzione alla comunicazione non verbale, nel rapporto di fiducia tra insegnante e allievo e minori problemi disciplinari nel contesto classe. Infatti, a seguito di questa esperienza, gli insegnanti erano concordi nell’interpretare in maniera diversa gli atteggiamenti di sfida degli studenti, comprendendo le situazioni di vita e le emozioni alla base di essi ed accettandoli. Gli insegnanti hanno riferito di percepire un calo dello stress e dei sentimenti negativi vissuti a lavoro e ciò gli consentiva di essere meno reattivi verso i comportamenti difficili e sfidanti degli studenti.

Dal punto di vista della vita lavorativa la pratica della mindfulness ha permesso ai partecipanti di gestire meglio le parti stressanti e difficili dell’organizzazione lavorativa. Gli insegnanti si auto-percepivano come “migliori”, più efficaci e maggiormente in grado di gestire le situazioni difficili e i ritmi lavorativi.

I ricercatori hanno concluso che l’uso della pratica mindfulness può migliorare la vita personale, professionale e le prestazioni lavorative degli insegnanti.

 

 

Riferimenti:

  • Emerson, L. M., Leyland, A., Hudson, K., Rowse, G., Hanley, P., & Hugh-Jones, S. (2017). Teaching mindfulness to teachers: A systematic review and narrative synthesis. Mindfulness,8(5), 1136-1149.
  • Flook, L., Goldberg, S. B., Pinger, L., Bonus, K., & Davidson, R. J. (2013). Mindfulness for teachers: A pilot study to assess effects on stress, burnout, and teaching efficacy. Mind, Brain, and Education, 7(3), 182-195.
  • Meiklejohn, J., Philips, C., Freedman, M. L., Griffin, M. L., Biegel, G., Roach, A., Frank, J., Burke, C., Pinger, L., Soloway, G., Isberg, R., Sibinga, E., Grossman, L., & Saltzman, A. (2012). Integrating mindfulness training into K-12 education: fostering the resilience of teachers and students. Mindfulness, 3, 291–307.
  • Norton, K. R., & Griffith, G. M. (2020). The Impact of Delivering Mindfulness-Based Programmes in Schools: A Qualitative Study. Journal of Child and Family Studies, 1-14. 

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Enuresi notturna e interventi comportamentali https://www.istitutobeck.com/beck-news/enuresi-notturna Mon, 24 Aug 2020 08:00:22 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=21157 L'articolo Enuresi notturna e interventi comportamentali proviene da Istituto A.T.Beck.

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Enuresi notturna

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L’enuresi notturna è caratterizzata da una perdita involontaria e intermittente di urina durante il sonno, nei bambini di età superiore ai 5 anni e in assenza di un altro disturbo fisico che giustifichi la minzione involontaria. Questo disturbo è estremamente comune, ma nella maggior parte dei casi passa con l’avanzare dell’età, infatti solo nel 2% dei casi persiste dopo i 13 anni.

L’enuresi notturna ha una base genetica (la familiarità è stata riscontrata in quasi l’80% dei casi) ed è più frequente nei maschi. Il disturbo è risultato associato a stipsi ed encopresi, problemi cognitivi, disturbi dell’attenzione, disturbi psicologici e comportamentali.

Gli interventi comportamentali si sono dimostrati molto efficaci, e questi includono: schemi di minzioni programmate, sistemi di allarme ed esercizi di riabilitazione vescicale.

I trattamenti non farmacologici prevedono sempre una fase di descrizione e comprensione del disturbo, per poi procedere con il fornire delle istruzioni sui comportamenti adeguati e di supporto finalizzate alla riduzione dei sintomi. Ecco alcuni esempi:

  1. Vengono date precise indicazioni sulla corretta assunzione di liquidi; ad esempio, viene consigliato di eliminare l’assunzione di bevande a base di caffeina.
  2. Il bambino dovrebbe urinare ogni 2-3 ore durante il giorno ed evitare di trattenere la pipì quando sente lo stimolo di urinare. La sera deve urinare prima di andare a letto e non deve bere eccessivamente.
  3. Può essere previsto l’utilizzo dell’allarme notturno. L’alarm training è un famoso intervento comportamentale (si basa sui principi del condizionamento operante) ideato nel 1938 e di dimostrata efficace a lungo termine (Caldwell et al., 2013). Viene posto un allarme nella biancheria intima (o nelle lenzuola) del bambino in modo che il sensore possa rilevare l’umidità provocata dalla fuoriuscita dell’urina. Quando lo strumento rileva la presenza di urina l’allarme inizia a suonare, svegliando il bambino.
  4. Vengono fornite delle specifiche indicazioni per aiutare il bambino a rilassare i muscoli del pavimento pelvico.

Un aspetto molto importante è quello che riguarda la relazione dei genitori rispetto al problema di enuresi notturna. I genitori devono essere invitati e aiutati alla gestione del problema evitando punizioni, disapprovazione o rabbia manifesta nei confronti del figlio.

 

Riferimenti bibliografici

  • Caldwell, P.Y., Deshpande, A. & von Gontard, A. (2013). Management of nocturnal enuresis. British Medical Journal, 347: f625.

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Dall’Ipnosi alla Mindfulness https://www.istitutobeck.com/beck-news/ipnosi-e-mindfulness Fri, 21 Aug 2020 08:00:46 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=21152 L'articolo Dall’Ipnosi alla Mindfulness proviene da Istituto A.T.Beck.

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ipnosi e Mindfulness

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Mindfulness, ipnosi, meditazione: spesso vengono trattati come fenomeni molto diversi… ma lo sono veramente? Per capirlo, affronteremo prima brevemente la storia dell’ipnosi.

Dalle iniziali convinzioni di Franz Anton Mesmer sull’esistenza di un “magnetismo animale” si passa, nel corso degli anni, a una visione psicologicista, dove le tecniche ipnotiche iniziano a diventare sempre meno “manuali” e sempre più verbali e psicologiche. Josè Custódio de Faria per primo inizia a parlare del far fissare un oggetto al paziente per indurgli la trance o “sonno magnetico”, come chiamato all’epoca (processo, questo, che lui chiama di “fascinazione”). James Braid, pur proseguendo con il metodo dell’induzione tramite fissità oculare, si rende conto, riuscendo a ipnotizzare anche soggetti ciechi, che più che il fissare un oggetto, è la concentrazione mentale diretta verso un’unica idea, o “monoideismo”, a portare a uno stato ipnotico. Braid inoltre associava spesso le tecniche di fascinazione a suggestioni come l’ordine ad “addormentarsi”, ovvero a entrare in trance.

Ambroise-Auguste Liébeault modifica la tecnica di fascinazione di Braid e di Faria e ipnotizza chiedendo ai suoi pazienti di fissarlo negli occhi, mentre suggerisce loro che si stiano gradualmente “addormentando” (ovvero entrando in uno stato alterato di coscienza). Liébeault crea inoltre la prima scala di “profondità ipnotica”, e a seguire ne arriverà un’altra, di Hippolyte Bernheim, un suo collaboratore. Queste scale verranno poi sostituite nel XX secolo dalle “scale di suscettibilità ipnotica”. Nonostante servino per altri scopi, queste scale, riportando le tecniche di induzione e le suggestioni che venivano date ai pazienti, finiranno per diventare dei veri e propri standard della pratica ipnotica (Council, 2002). Pertanto, partendo dalla loro analisi, è possibile capire quali siano le tecniche “standardizzate” impiegate nella pratica dell’ipnosi. Una delle più importanti scale è sicuramente la Friedlander-Sarbin Scale del 1938, su cui poi si baserà la Stanford Hypnotic Susceptibility Scale (SHSS, 1959), la più usata assieme alla Harvard Group Scale of Hypnotic Susceptibility (HGSS, 1962).
Anche l’ipnosi ericksoniana sembra mimare, in maniera sicuramente diversa e “meno autoritaria”, le induzioni di rilassamento presenti in queste scale, sebbene utilizzando suggestioni più indirette (tipiche dell’approccio ericksoniano) che suggestioni dirette come invece ritroviamo nelle scale di suscettibilità ipnotica. Tuttavia, differisce leggermente invece il metodo di induzione dell’autoipnosi utilizzato dalla moglie di Erickson (il cosiddetto “Metodo 3, 2, 1 di Auto-Ipnosi di Betty Erickson”), che è diventato molto popolare e per questo lo analizzeremo in questa sede parlando di ipnosi.

Prenderemo dunque in considerazione le tecniche di induzione ipnotica presenti nelle principali scale e nel metodo di Betty Erickson e le confronteremo con le tecniche di meditazione mindfulness come riportate dal protocollo “Mindfulness-Based Stress Reduction” (MBSR) di Jon Kabat-Zinn, per capire se mindfulness e ipnosi siano o meno fenomeni ontologicamente diversi.

Iniziamo con la prima scala di suscettibilità ipnotica mai creata, quella del 1930 di M.M. White. Nel testo leggiamo che il metodo usato per ipnotizzare il paziente è la fissità oculare accompagnata da suggestioni verbali: la persona è posta in una stanza completamente al buio tranne che per l’illuminazione di una sfera di cristallo, su cui il paziente deve tenere fisso lo sguardo fino ad entrare in trance. A questo punto possono essere date ulteriori suggestioni per il lavoro successivo (White, 1930). Passiamo adesso alla scala di Davis e Husband del 1931: anche qui gli autori riportano di aver ipnotizzato tramite il “metodo di Braid”, cioè attraverso la tecnica di osservare fisso un oggetto finché le ciglia non cominciano a sbattere e il battito cardiaco rallenta, ottenendo un rilassamento corporeo. A questo punto, secondo gli autori, si può ritenere la trance indotta con successo e proseguire con le successive suggestioni ipnotiche (Davis & Husband, 1931).

Nello stesso anno, Barry, Mackinnon e Murray inducono l’ipnosi chiedendo al paziente di “giacere su un divano con la testa leggermente sollevata e gli occhi focalizzati sulla testa di uno spillo bloccato nella parete opposta” e inducendo “rilassamento, sonnolenza e sonno” tramite affermazioni recitate con “una voce sommessa e monotona accompagnata da pressione sulla fronte e carezze”. Tutto questo per almeno 5 o 6 minuti prima che venissero date specifiche suggestioni per il successivo lavoro di ipnosi (Barry, Mackinnon & Murray, 1931).

Arriviamo adesso al 1945, e troviamo che Eysenck e Furneaux inducono l’ipnosi nei pazienti combinando la fissazione di un oggetto luminoso, l’ascolto di un suono basso costante, e suggestioni verbali di: stanchezza e chiusura degli occhi, completo rilassamento, sensazione di incapacità di eseguire qualunque attività, caduta irresistibile delle braccia, pesantezza delle palpebre, impossibilità di alzare le braccia, sensazione di essere a miglia di distanza, sensazione di percepire un calore piacevole, anestesia, rigidità delle braccia, catalessia, allucinazioni positive e negative (Eysenck & Furneaux, 1945).

Arriviamo adesso a scale più recenti, come la Creative Imagination Scale (CIS): in essa si chiede al paziente di lasciar andare i propri pensieri mentre chiude gli occhi e cerca di sentire le proprie mani e braccia pesanti, immaginando che dei dizionari molto voluminosi siano posizionati sul palmo delle proprie mani (che a loro volta dovrebbero essere rivolti verso l’alto mentre le braccia dovrebbero essere poste dritte davanti a sé all’altezza delle spalle). Questo esercizio crea una sensazione di pesantezza, che a sua volta induce l’ipnosi (Barber & Wilson, 1978). Un’altra procedura di induzione usata dagli stessi autori della CIS è semplicemente quella di eseguire ripetute suggestioni di rilassamento, sonnolenza e sonno (Barber, Wilson & Scott, 1980).

Arriviamo adesso alla Barber Suggestibility Scale (BSS): in essa si chiede al soggetto di fissare una luce che lampeggia in sincronia con il suono di un metronomo, mentre l’ipnotista recita le istruzioni, che consistono in suggestioni di: rilassamento di ogni muscolo del proprio corpo, stanchezza e sonnolenza, rallentamento del respiro, pesantezza e chiusura degli occhi, sentire un calore diffondersi in ogni parte del proprio corpo, sensazione di comodità, sonnolenza. L’induzione termina con un conto alla rovescia o normale a cui si associano suggestioni di rilassamento e di approfondimento della trance, in modo che la trance diventi sempre più profonda fino alla fine del conto (Barber, 1965).

Nella Waterloo-Stanford Group Scale l’ipnotista istruisce il paziente a sedersi, appoggiare le mani sul proprio grembo, osservare un punto a caso in esse, e fissarlo, lasciando che le mani si rilassino. Dopo un po’ il professionista suggerirà al paziente di sentire gli occhi molto stanchi, di volerli chiudere e infine questi si chiuderanno. Seguiranno suggestioni di rilassamento di ogni muscolo del proprio corpo, di pesantezza e sensazione di comodità in ogni parte di esso, e di un formicolio piacevole e caldo diffuso in ogni sua parte. A questo punto l’ipnotista eseguirà un conto da 1 a 20, a cui verranno associate suggestioni di maggiore rilassamento e di approfondimento della trance (Bowers, 1998). Anche l’Harvard Group Scale segue lo stesso iter, ma prima di iniziare con l’osservazione delle mani, chiede al paziente di chiudere gli occhi e di rilassarsi, sedersi dritto sulla sedia per 30 secondi e poi di pensare che la propria testa ondeggi e di immaginare infine che cada in avanti, inerte (Shor & Orne, 1962).

La Friedlander-Sarbin Scale istruisce il soggetto a fissare una luce e ad osservarla, quindi a rilassare completamente ogni muscolo del proprio corpo, a sentirli pesanti e inerti; a sentirsi stanco e sonnolente, e a percepire il proprio respiro che via via diventa più lento e regolare. A questo punto il soggetto sente gli occhi sempre più stanchi fino a che non si chiudono. Seguono suggestioni sul sentire prima un piacevole calore, poi una gradevole comodità, e infine una sensazione di pesantezza, diffondersi in ogni parte del proprio corpo. Per terminare l’induzione, l’ipnotista effettua un lento conto, alla rovescia o normale, associandovi suggestioni di maggiore rilassamento e approfondimento della trance (Friedlander & Sarbin, 1938).

Arriviamo adesso alla Scala più usata: la Stanford Scale. Inizialmente si chiede al paziente di fissare uno spillo nero o un altro target, rilassandosi. “Presta attenzione al modo in cui il target cambia, al modo in cui le ombre giocano attorno ad esso, a come è a volte sfocato, a volte chiaro. Qualunque cosa tu veda va bene”, dice l’ipnotista. Dopo aver fissato per un po’, gli occhi diventeranno stanchi e si chiuderanno da soli. Quindi il paziente si rilasserà concentrandosi via via su ogni parte del proprio corpo e rilassando così ogni suo muscolo. Dunque sentirà che ogni parte del suo corpo diventerà pesante o addirittura intorpidita, concentrandosi a poco a poco su ognuna di esse. Seguiranno inviti al paziente a respirare profondamente e suggestioni di sonnolenza. A questo punto il paziente verrà indotto a percepire un piacevole calore o un caldo formicolio scorrere nel proprio corpo, mentre si sentirà sempre più stanco e sonnolente. Adesso si richiederà al soggetto di porre l’attenzione alla voce dell’ipnotista e di rilassarsi sempre più nella concentrazione su di essa. Infine, il professionista effettuerà un lento conto, alla rovescia o normale, associandovi suggestioni di maggiore rilassamento e approfondimento della trance, suggerendo che la trance diventi sempre più profonda fino alla fine del conto (Weitzenhoffer & Hilgard, 1962).

Infine, l’approccio di Betty Erickson, ovvero del Metodo 3, 2, 1 di Auto-Ipnosi, segue questi passi: inizialmente si tengono gli occhi aperti e si inizia a porre attenzione a 3 cose che si vedono nel proprio ambiente circostante (colori, quadri appesi al muro, oggetti fuori dalla finestra e così via). Poi ci si focalizza su 3 cose che si possono ascoltare. In seguito su 3 cose che si possono percepire, ovvero 3 sensazioni provenienti dal mondo esterno (i vestiti sulla propria pelle, se si è seduti o in piedi, la temperatura della stanza e così via). A questo punto si ripete lo stesso ciclo, ma al posto di 3 cose, si notano 2 cose per ogni ambito (vista, ascolto e sensazione). Successivamente, si ripete nuovamente il ciclo ma con 1 sola cosa per ogni ambito. A questo punto si ripete l’intero processo ma ad occhi chiusi: si notano 3 cose che si vedono nella propria mente, 3 cose che si ascoltano (fuori o pensieri-voce nella propria mente) e 3 cose che si percepiscono (sensazioni interne, ma anche esterne se non ve ne sono o se non si riesce a percepirle internamente). Si ripete di nuovo questo ciclo con 2 cose e infine un’ultima volta ancora l’intero ciclo con 1 sola cosa (Bandler & Grinder, 1983).

Compariamo tutto ciò con la mindfulness, e noteremo una somiglianza impressionante.
Gli esercizi riportati finora sono infatti esercizi di mindfulness, escluso forse quello di fissità oculare, che però è simile alla pratica Śamatha, una meditazione di concentrazione che viene di solito effettuata prima delle meditazioni Vipassanā (da cui deriva la pratica della Mindfulness occidentale) nel Buddhismo. Le pratiche Śamatha normalmente sono pratiche di concentrazione, che spesso consistono in fissità oculare sui Kasina, una classe di oggetti visivi di base di questa meditazione utilizzati nel Buddismo Theravada.
Anche nel nostro occidente, una pratica simile è lo Scrying, ovvero la fissità oculare che si effettua fissando una sfera di cristallo (cristallomanzia) o uno specchio (speculomanzia) al fine di ottenere delle visioni.

Nel programma MSBR (composto da: meditazione sul respiro; body scan; meditazione yoga; meditazione seduta; meditare durante il cammino o meditazione camminata; meditazione di gentilezza amorevole e pratica informale) contiene almeno numerosi punti di contatto con i metodi qui presenti (soprattutto la meditazione sul respiro e il body scan). Così come il training autogeno (pensiamo alle suggestioni di calore e a quelle di pesantezza del corpo, ma anche all’esercizio del respiro e a quello del cuore) e il Rilassamento Muscolare Progressivo di Jacobson (a sua volta molto simile al Body Scan).

E’ dunque evidente che più che vere e proprie metodologie diverse, siano modalità differenti di esporre quella che sembra essere una semplice verità: che focalizzare l’attenzione e rilassare il corpo portano a uno stato di trance e suggestionabilità che può essere tranquillamente chiamato ipnosi, e che tutte queste tecniche (ipnosi, autoipnosi, trance, meditazione, scrying, samatha, vipassana, rilassamento progressivo, training autogeno e mindfulness) siano solo modi diversi e posti diversi dove focalizzare tale attenzione.

Riferimenti Bibliografici

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  • White, M. M. (1930). The physical and mental traits of individuals susceptible to hypnosis. The Journal of Abnormal and Social Psychology, 25(3), 293–298.
  • Davis, L. W., & Husband, R. W. (1931). A study of hypnotic susceptibility in relation to personality traits. The Journal of Abnormal and Social Psychology, 26(2), 175–182.
  • Barry, H., Jr., Mackinnon, D. W., & Murray, H. A., Jr. (1931). Studies in personality. A. Hypnotizability as a personality trait and its typological relations. Human Biology, 3, 1–36.
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  • Theodore X. Barber, Sheryl C. Wilson & Donald S. Scott. (1980). Effects of a traditional trance induction on response to “hypnotist-centered” versus “subject-centered” test suggestions, International Journal of Clinical and Experimental Hypnosis, 28:2, 114-126.
  • Barber, T. X. (1965). Measuring “Hypnotic-Like” Suggestibility with and without “Hypnotic Induction”; Psychometric Properties, Norms, and Variables Influencing Response to the Barber Suggestibility Scale (BSS). Psychological Reports, 16(3), 809–844.
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Gli effetti dissociativi della dopamina https://www.istitutobeck.com/beck-news/effetti-dissociativi-della-dopamina Fri, 21 Aug 2020 08:00:10 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=21246 L'articolo Gli effetti dissociativi della dopamina proviene da Istituto A.T.Beck.

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effetti dissociativi della dopamina

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La ketamina è una sostanza psicotropa prodotta come anestetico generale per la prima volta nel 1962 ed usata principalmente in ambito veterinario, si tratta di un allucinogeno sintetico che può avere una forma liquida o di polvere che si presta ad essere inalata o essere assunta con iniezioni intramuscolari. Nell’uomo la sostanza genera una potente dipendenza psichica e tra gli effetti che produce, abbiamo sensazioni dissociative ed allucinogene di tipo visivo e uditivo.

In una finalizzata a comprendere gli effetti dei farmaci per il trattamento della Malattia di Huntington, gli studiosi Nicol e Morton, (2020) hanno utilizzato l’elettroencefalografia per osservare i cambiamenti nelle onde cerebrali in alcune pecore alle quali era stata somministrata ketamina. Durante il sonno le pecore presentavano un’attività cerebrale a bassa frequenza mentre quando l’azione del farmaco svaniva e gli animali riprendevano conoscenza, si notava un’oscillazione tra le onde a bassa e ad alta frequenza che tendevano a diventare regolari nel giro di pochi minuti. L’anomalia nel tracciato cerebrale delle pecore corrispondeva al tempo in cui, un soggetto umano che ha assunto ketamina, riporta sintomi di depersonalizzazione.

Nello specifico, la ricerca di Nicol e Morton ha previsto che a sei pecore, su un campione di dodici, venisse somministrata una dose più elevata di ketamina, pari a 24 mg / kg (dosaggio dagli effetti anestetici). Dopo 2 minuti l’attività cerebrale di cinque delle sei pecore appariva totalmente interrotta per poi riprendere pochi istanti dopo. Gli studiosi hanno considerato questo momentaneo stop delle funzioni cerebrali, corrispondente al “buco K” descritto da coloro che fanno uso di ketamina, ovvero una condizione di alterazione dello stato di coscienza, analoga ad un’esperienza di pre-morte alla quale ha seguito una percezione di profonda quiete.

I consumatori di ketamina di solito assumono dosi superiori a quelle utilizzate con le pecore della ricerca e tra le conseguenze più devastanti che derivano dall’utilizzo della sostanza vi è una compromissione epatica irreversibile e l’arresto cardiaco (Nicol & Morton, 2020).

Ad oggi la ketamina è usata come anestetico sicuro di animali di grossa taglia e nell’uomo come ‘anestetico dissociativo’ dato che i pazienti possono sembrare vigili e compiere movimenti ma senza percepire dolore e comprendere ciò che accade attorno a loro (Berman et al., 2000).

Attualmente si stanno conducendo studi mirati a comprendere se la ketamina possa essere impiegata per il trattamento del disturbo da stress post traumatico e la depressione, anche se ancora sono da valutare accuratamente gli effetti che questa sostanza potenzialmente pericolosa genera sull’attività cerebrale (Nicol & Morton, 2020).

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Gioco sessuale o parafilia? https://www.istitutobeck.com/beck-news/gioco-sessuale Thu, 20 Aug 2020 08:00:37 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=21148 L'articolo Gioco sessuale o parafilia? proviene da Istituto A.T.Beck.

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Gioco sessuale

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“Se accetti di essere la mia sottomessa io sarò devoto a te”
(Cinquanta sfumature di grigio, Christian Grey)

Il termine parafilia sta lentamente entrando nel linguaggio comune, grazie anche al numero crescente di produzioni cinematografiche, siti web, social, che trattano il tema della sessualità in modo non convenzionale stimolando la curiosità della persona e introducendola in un immaginario erotico atipico.

Il termine parafilia, secondo il DSM-5 (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders), riguarda qualsiasi intenso e persistente interesse sessuale che coinvolge oggetti, attività o situazioni di natura atipica. Si parla di disturbo parafilico se la parafilia, nel momento presente, causa disagio o compromissione nell’individuo o una parafilia la cui soddisfazione ha arrecato, o rischiato di arrecare un danno a se stessi o agli altri.

Sono otto le parafilie elencate nel DSM-5 e comprendono: voyeurismo, esibizionismo, pedofilia, frotteurismo, sadismo sessuale, masochismo sessuale, feticismo e disturbo da travestimento.

Le parafilie, in generale, sono più comuni negli uomini, con ragioni sconosciute e sono già presenti prima della pubertà (K.A. Fisher; R. Marwaha, 2020).

L’esatta eziologia della parafilia e dei disturbi parafilici non è nota, ma si ritiene che una combinazione di processi neurobiologici, interpersonali e cognitivi giochino un ruolo importante nello sviluppo (Kristy A. Fisher, 2020).

George Brown definisce tre meccanismi di implicazione dello sviluppo di una parafilia: un precoce trauma emotivo che ha interferito con il normale sviluppo psicosessuale, un’esposizione prematura a esperienze sessuali estremamente dense che rinforzano nel soggetto l’esperienza del piacere sessuale e infine una modalità di eccitazione sessuale acquisita tramite oggetti simbolici e condizionanti (G. Brown, 2019).

Lo studio

Un recente studio, incentrato sulla neurotrasmissione dei disturbi parafilici, ha studiato i livelli di serotonina e catecolamina nelle persone con disturbi parafiliaci trovando una correlazione tra dopamina centrale e patogenesi dei disturbi parafilici, nonché sul disturbo generale della regolazione cosciente del comportamento.

I risultati di questo studio dimostrano come nei soggetti con disturbi parafilici, facendo riferimento ai campioni di urine, si riscontrino un aumento dei livelli di serotonina e noradrenalina e una diminuzione di DOPAC (acido 3,4-diidrossifenilacetico).

È stato inoltre dimostrato, una correlazione tra serotonina e noradrenalina con disturbi ossessivi e un’associazione di DOPAC con disturbi affettivi e dissociativi (M.Y. KamenskovO.I. Gurina 2019).

Conclusioni

Il trattamento e la gestione dei disturbi parafilici deve essere analizzata tenendo conto delle componenti psicologiche e biologiche.

Ad oggi il trattamento combinato tra psicoterapia e terapia farmacologica è l’intervento più efficace.

Tra gli approcci psicoterapeutici, la terapia cognitivo comportamentale risulta essere molto valida, indipendentemente dal disturbo parafilico diagnosticato (Kristy A. Fisher, 2020).

Rispetto alla terapia farmacologica le tre principali classificazioni degli agenti farmacologici utilizzati nella gestione dei disturbi parafilici comprendono: inibitori selettivi della ricaptazione della serotonina (SSRI), steroidei sintetici e antiandrogeni (B.J HoloydaD. C. Kellaher, 2016).

Riferimenti

 

  • American Psychiatric Association. (2013). Diagnostic and statistical manual of mental disorders (5th ed.). Arlington, VA: American Psychiatric Association.
  • Kamenskov MY, Gurina OI. [Meccanismi neurotrasmettitori dei disturbi parafilici]. Zh Nevrol Psikhiatr Im SS Korsakova. 2019; 119(8): 61-67.
  • Kristy A. Fisher ; Raman Marwaha. StatPearls Publishing. Gennaio 2020.
  • Joyal CC, Carpentier J. La prevalenza di interessi e comportamenti parafilici nella popolazione generale: un’indagine provinciale. J Sex Res. Febbraio 2017; 54(2): 161-171.

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Cannabinoidi sintetici, personalità e psicosi https://www.istitutobeck.com/beck-news/cannabinoidi-sintetici Wed, 19 Aug 2020 08:00:57 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=21144 L'articolo Cannabinoidi sintetici, personalità e psicosi proviene da Istituto A.T.Beck.

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Cannabinoidi sintetici

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La cannabis è la sostanza psicoattiva più popolare al mondo, dopo tabacco e alcool. Per di più, dal momento che diversi Paesi hanno adottato o stanno adottando politiche di depenalizzazione per il possesso di cannabis per uso ricreativo e per il suo possesso in piccole quantità, il consumo di questa sostanza probabilmente aumenterà nei prossimi anni.

Inoltre, un nuovo tipo di farmaci a base di cannabinoidi (e con alta concentrazione di cannabinoidi sintetici) ha iniziato a essere consumato tra gli individui dipendenti da sostanze di tutto il mondo. Gli effetti dei cannabinoidi sintetici (Synthetic Cannabinoids, SC) sono più intensi, più duraturi e imprevedibili, hanno maggiori rischi per la salute, con tossicità e potenziale overdose più elevati rispetto al THC.

Credo che ormai sia risaputo dalla maggior parte delle persone, sia consumatori che non, che l’uso di SC possa rappresentare un fattore di rischio per la schizofrenia. L’uso cronico di SC è stato associato in effetti a una vasta gamma di conseguenze negative per la salute, inclusi disturbi psicotici e affettivi, ma ancora poco si sa riguardo le caratteristiche di personalità di coloro che fanno uso di queste sostanze. A questo proposito, l’obiettivo dello studio presentato era proprio quello di indagare le differenze nelle caratteristiche di personalità e nella schizotipia tra i consumatori di SC, i consumatori di cannabis naturale e i non consumatori.

La ricerca ha coinvolto:

  1. 42 consumatori cronici di SC (reclutati dal programma israeliano di trattamento delle tossicodipendenze del Ministero della Salute).

I criteri di inclusione per questo gruppo prevedevano un uso regolare su base mensile con un utilizzo minimo di almeno dieci volte nell’ultimo anno e senza consumo eccessivo – definito come più di quattro utilizzi di SC nell’ultimo mese.

I partecipanti non hanno utilizzato cannabinoidi per almeno 1 settimana prima dello studio, sono stati valutati da uno psichiatra senior ed è stata esclusa la presenza di psicosi attuale o di disturbi psichiatrici o neurologici associati o di disturbi passati o attuali diversi dall’uso di cannabinoidi

  1. 39 consumatori di cannabis naturale.

I criteri di inclusione erano i medesimi del precedente, ma con uso di cannabinoidi naturali.

I criteri di esclusione prevedevano una storia di disturbi neurologici o psichiatrici e disturbo attuale o passato di uso di sostanze diverse dalla cannabis.

  1. 47 non consumatori (entrambi reclutati tramite amici, parenti o social network).

Per prendere parte allo studio, nessuno di loro doveva aver consumato farmaci a base di cannabinoidi negli ultimi 2 anni.

Infine, nessuno di loro aveva diagnosi di disturbo mentale o neurologico in anamnesi o diagnosi attuale da uso di sostanze.

Tutti hanno completato due questionari di personalità (Big-Five Factor Inventory, BFI, e Schizotypal Personality Questionnaire-Brief, SPQ-B), scale di valutazione della depressione e dell’ansia.

Risultati

I consumatori di SC hanno ottenuto un punteggio maggiore al BFI, rispetto ad entrambi gli altri gruppi, per la scala del nevroticismo/stabilità emotiva, mentre risultano inferiori i punteggi di gradevolezza (bassi punteggi di gradevolezza sono associati al distacco emotivo dagli altri, alla diffidenza e anche all’antagonismo e alla disonestà), estroversione e coscienziosità. Bassi livelli di coscienziosità risultano spesso associati a impulsività, angoscia mentale, comportamenti a rischio e strategie di coping disadattive; quindi non solo aumentano la possibilità di comportamenti a rischio per la salute, ma influenzano anche i meccanismi che regolano il mantenimento dell’abuso di droghe. Insieme, bassa gradevolezza e coscienziosità caratterizzano il profilo di personalità dei tossicodipendenti cronici. Di conseguenza, bassi livelli di questi tratti possono predisporre gli individui ad abusare di sostanze o possono spiegare i problemi interpersonali comunemente associati a disturbi da uso di sostanze.

Le caratteristiche della personalità identificate nel presente studio per i consumatori di SC potrebbero indicare che le SC attraggono individui con caratteristiche di personalità uniche e problematiche, che sono diverse dai consumatori di cannabis naturale.

Maggiori inoltre i punteggi dei tratti schizotipici, di depressione e di ansia, sempre per il gruppo di consumatori di SC.

Una maggiore apertura mentale e una minore coscienziosità erano predittori la schizotipia sia per i consumatori di SC che per i consumatori di cannabis naturale. Infine, un maggiore punteggio per il nevroticismo prediceva la schizotipia nei consumatori di cannabis naturale, mentre l’introversione era predittore per la schizotipia per i non utilizzatori. I risultati, nel complesso, evidenziano il fatto che i consumatori cronici di SC si differenziano dagli altri due gruppi, indicando una possibile propensione psicotica.

Non sono emerse differenze tra i non consumatori e i consumatori di cannabis naturale in altre variabili di personalità.

Complessivamente, i risultati attuali forniscono informazioni aggiuntive sui fattori di personalità associati all’uso di SC e la loro associazione con la predisposizione alla psicosi. Tuttavia, sono necessari ulteriori studi per replicare ed espandere le osservazioni attuali.

Riferimenti:

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