Istituto A.T.Beck https://www.istitutobeck.com Terapia Cognitivo Comportamentale Thu, 02 Jul 2020 17:13:35 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.4.2 Sviluppo dell’abilità musicale: una competenza già presente a sei mesi di vita https://www.istitutobeck.com/beck-news/svilluppo-dell-abilita-musicale Mon, 13 Jul 2020 08:00:29 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=20986 L'articolo Sviluppo dell’abilità musicale: una competenza già presente a sei mesi di vita proviene da Istituto A.T.Beck.

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Sviluppo dell’abilità musicale

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Comunemente si ritiene che possedere l’“orecchio” in ambito musicale, dunque la capacità di cogliere e riprodurre toni suonando note ed accordi, rappresenti un’abilità innata. Musicista si nasce.

Mentre la maggior parte di noi deve impegnarsi il doppio del tempo per percepire le variazioni musicali.

Un nuovo contributo scientifico, apportato da una squadra di neuroscienziati dell’Università di York, suggerisce che la capacità di ascoltare e, dunque, distinguere i toni maggiori e quelli minori di una sequenza musicale possa appartenere ad un individuo ancor prima che esso prenda delle lezioni di musica, in tenerissima età.

Lo studio che prendiamo in esame, pubblicato in “Journal of the Acoustical Society of America”, attraverso una specifica modalità in grado di rilevare i movimenti oculari prodotti in seguito all’esplicitazione di uno stimolo acustico, ha esaminato la capacità dei bambini di sei mesi di discriminare tra una sequenza di toni musicali.

Contributi scientifici passati hanno dimostrato che circa il 30% degli adulti può identificare questa variabilità; mentre, il 70% di essi, indipendentemente dall’impegno profuso in sessioni di allenamento musicale, non è in grado di farlo. Stessa proporzione è stata registrata negli studi condotti con bambini di sei mesi di vita: il 30% può, il 70% no.

Seppure ci sono bambini che prendono confidenza con la musica già in tenera età, ascoltandola ripetutamente perché stimolati da un ambiente familiare incline a questo tipo di educazione (soprattutto nel mondo occidentale); è altamente improbabile che, nei primi sei mesi di vita, essi abbiano ricevuto una formazione formale e specifica in questo ambito. «Questi dati indicano che il fenomeno sia guidato da un meccanismo innato» sintetizza Scott Adler, Professore del Dipartimento di Psicologia della Facoltà della Salute e membro del programma Vision.

Tali risultati sono confermati dagli studi condotti sugli adulti dal team di Adler che, in associazione con il professor Charles Chubb dell’Università della California a Irvine, hanno dimostrato l’esistenza di questi due gruppi di popolazione: uno solo di essi è in grado di discriminare tra toni principali e secondari, indipendentemente dal livello di formazione o al grado di esposizione musicale ricevuto.

Il nuovo studio che stiamo approfondendo, oltre ad estendere le conoscenze acquisite anche nell’ambito dell’età evolutiva, si prende il merito di suggerire che tale variabilità sia connessa ad una componente genetica. La stessa che determina negli individui un maggior o minor apprezzamento del contenuto “emotivo” della musica (definito appunto dall’alternanza della tipologia dei toni).

Vediamo, nello specifico, come è stata condotta la ricerca in questione. Trenta bambini, di sei mesi di vita, sono stati scelti come partecipanti. Ad essi sono stati proposti una serie di toni, la cui qualità indicava la posizione in cui una specifica immagine sarebbe apparsa. I bambini avevano il compito di stabilire da che parte guardare dopo aver sentito un determinato tono.

In una prima fase, appunto, dopo aver ascoltato una serie di note, un’immagine appariva a destra o a sinistra a seconda che si trattasse di tonalità maggiori o minori. In una seconda fase dell’esperimento, la comparsa di specifici toni non prevedevano in modo affidabile la posizione in cui l’immagine sarebbe apparsa.

Tale metodo ha permesso nel tempo ai ricercatori di analizzare le modalità attraverso cui i bambini hanno imparato ad associare la tipologia di suono al luogo in cui sarebbe comparso lo stimolo visivo. Infatti, il bambino che riesce a distinguire la qualità del tono dirige lo sguardo verso il corretto posizionamento dell’immagine prima ancora che essa appaia, in quanto ha imparato a prevederne l’andamento.

Come già accennato il 33% dei bambini coinvolti nello studio (dunque un terzo di essi) ha dimostrato (attraverso i loro movimenti oculari) di prevedere con grande successo il posizionamento dell’immagine; il 67% di essi, al contrario, non è riuscito a farlo. Questi risultati possono risultare molto utili nell’ambito dello sviluppo del linguaggio che, come sappiamo, si basa su alcuni meccanismi uditivi propri anche della musica.

Conclude il Professor Adler: «Quando si parla con i bambini, si tende a cambiare l’intonazione della nostra voce; dunque disporre della capacità di cogliere tale variabilità può influenzare le modalità attraverso cui un bambino apprende la propria lingua. Dobbiamo tenerne conto».

Riferimenti

  • Adler A.S., Comishen K.J., Wong-Kee-You A.M.B., Chubb C. (2020). Sensitivity to major versus minor musical modes in bimodally distributed in young infants. The Journal of the Acoustical Society of America 147, 3758.

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Non capisco le tue intenzioni! Disturbo bipolare e teoria della mente https://www.istitutobeck.com/beck-news/disturbo-bipolare-4 Fri, 10 Jul 2020 08:00:40 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=20982 L'articolo Non capisco le tue intenzioni! Disturbo bipolare e teoria della mente proviene da Istituto A.T.Beck.

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Non capisco le tue intenzioni! Disturbo bipolare e teoria della mente. Quest'importante tema affrontato dal Dott. De Gabriellis.

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I deficit nel funzionamento sociale delle persone che soffrono di disturbo bipolare spesso riguardano molteplici domini del funzionamento sociale stesso. Dai dati disponibili in letteratura, sembra che questi deficit siano riconducibili a menomazioni delle funzione cognitive, in particolare della Teoria della Mente (Theory of Mind, ToM). La ToM fa riferimento alla capacità di comprendere le intenzioni altrui a partire dal loro comportamento. Essa può essere suddivisa in ToM cognitiva (cioè la capacità di fare inferenze su pensieri, desideri, intenzioni altrui) e ToM affettiva (capacità di comprendere le emozioni altrui). Noi tutti interpretiamo il comportamento altrui e le intenzioni che si celano dietro di esso in modo “automatico”, senza farci troppo caso. I deficit nella ToM rendono invece gli scambi sociali ed interpersonali difficoltosi e confusi poiché capire e interpretare il comportamento altrui diventa un arduo compito, tutt’altro che automatico.

Dalla letteratura emergono dati contraddittori per quel che riguarda il disturbo bipolare e i deficit nella ToM; sembra che il deficit nella ToM nel decorso del disturbo bipolare sia però un risultato condiviso dalla maggioranza. Sembrerebbe invece essere un risultato univoco il collegamento tra una ToM deficitaria nel disturbo bipolare associata ad un funzionamento sociale impoverito, soprattutto durante fasi maniacali acute o subsindromiche, ed in particolar modo per la componente cognitiva.

Il gruppo di ricerca (Popolo et al., 2020) ha deciso indagare la correlazione tra la componente cognitiva della ToM e i deficit di tipo sociale indipendentemente dai sintomi, con l’obiettivo ultimo di poter trovare modalità di trattamento che agiscano sui meccanismi che porterebbero alla degradazione di quest’ultima funzione.

Allo studio hanno preso parte 45 adulti (25 femmine e 20 maschi) con diagnosi di Disturbo bipolare, facenti parte di un’unità psichiatrica ambulatoriale e trattati con antipsicotici atipici.

I sintomi sono stati valutati utilizzando la Brief Psychiatric Rating Scale 4.0.

La componente cognitiva della ToM è stata valutata tramite l’Hinting Task, uno strumento che richiede di comprendere l’intenzione di altre persone attraverso il racconto di 10 storie. Il Theory of Mind Picture Sequencing Task è composto invece da sei serie di quattro immagini, da utilizzare per comporre una storia.

Risultati

I partecipanti con disturbo bipolare, rispetto al gruppo di controllo, hanno impiegato più tempo per completare le attività cognitive. Il tasso di risposte errate però non era più elevato. Come previsto, una maggiore latenza sul compito cognitivo prevedeva una funzione sociale impoverita.

Latenze maggiori nel Theory of Mind Picture Sequencing Task erano correlate a maggiori livelli di sospettosità. Una possibile spiegazione è che nel momento in cui non si è in grado di valutare rapidamente le intenzioni altrui, il sospetto potrebbe essere un modo per evitare la possibilità che gli altri nutrano cattive intenzioni.

Un’interpretazione alternativa, da approfondire senz’altro con ricerche future, è che tra i pazienti con disturbo bipolare i deficit cognitivi della ToM potrebbero interferire con un rapido rilevamento delle intenzioni altrui, che porterebbe a sua volta a difficoltà nel formare e sostenere connessioni con gli altri.

Un’altra spiegazione potrebbe consistere nel fatto che la disfunzione di tipo sociale comprometta la componente cognitiva della ToM; oppure, fattori come le capacità metacognitive e lo stigma legato al disturbo potrebbero aver influenzato i risultati osservati. Sono tutte ipotesi da indagare con studi futuri, anche su campioni più ampi.

 

Riferimenti:

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Ortoressia nervosa, un nuovo disturbo alimentare? https://www.istitutobeck.com/beck-news/ortoressia-nervosa Thu, 09 Jul 2020 08:00:13 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=20978 L'articolo Ortoressia nervosa, un nuovo disturbo alimentare? proviene da Istituto A.T.Beck.

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Ortoressia nervosa

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I disturbi alimentari rappresentano un’ampia area di intervento della salute pubblica a causa delle problematiche psicologiche, somatiche, familiari e sociali che li caratterizzano. Secondo l’ultima edizione del manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali (DSM 5), i disturbi alimentari sono caratterizzati da una sottoalimentazione o sovralimentazione patologica che crea, nel lungo periodo, conseguenze importanti sul funzionamento globale dell’individuo. La classificazione internazionale suddivide i disturbi alimentari in: anoressia, bulimia e il disturbo da alimentazione incontrollata (o binge eating disorder, BED). Gli studi più recenti stimano la prevalenza di tali disturbi al 0,6% per l’anoressia, l’1% per la bulimia e il 2,8% per i disturbi da binge eating con una netta predominanza nelle donne rispetto agli uomini.

Il termine ortoressia è stato usato per la prima volta dal medico Steven Bratman nel 1997, che l’ha definita come un’ossessione nel consumare cibo sano e una preoccupazione eccessiva per quanto riguarda le proprietà degli alimenti, in cui il valore nutrizionale e la salubrità dell’alimento rivestono un ruolo fondamentale, a discapito di gusto e piacere. Anche se non formalmente riconosciuta nel Manuale Diagnostico e Statistico dei disturbi mentali, la consapevolezza clinica circa l’ortoressia è in aumento; essere consapevoli e preoccupati della qualità nutrizionale del cibo che si ingerisce non rappresenta di per sé un problema, ma le persone con ortoressia diventano così ossessionati dal cosiddetto “mangiare sano” che arrivano a danneggiare il proprio benessere psicofisico. L’ortoressia mostra infatti una sovrapposizione con la sintomatologia dei disturbi alimentari e dei disturbi ossessivi-compulsivi.

Le persone con caratteristiche ortoressiche sono focalizzate, non sulla quantità ma sulla qualità e valore nutrizionale del cibo che ingeriscono. La preoccupazione per la purezza degli alimenti porta tali persone ad escludere dalla loro alimentazione gli alimenti giudicati «impuri» in quanto contenenti pesticidi, ingredienti geneticamente modificati o altre sostanze artificiali. La preparazione degli alimenti occupa un posto importante nelle preoccupazioni quotidiane e nel tempo (> 3 ore) trascorso a preparare pasti sani. Qualsiasi eccezione alla dieta rigorosa provoca un senso di colpa intenso.

Se le manifestazioni ortoressiche sono spesso segnalate dai professionisti della salute, la mancanza di dati empirici riguardanti l’ortoressia rende complesso l’inquadramento del disturbo. Anche se non sono stati proposti criteri formali dalle classificazioni nosografiche attuali (ICD-10;DSM-5), sono stati creati strumenti di screening per individuare la sintomatologia ortoressica, come l’ORTO-15, la Bratman Orhorexia Scale (BOT), e più recentemente l’Eating Habits Que-(EHQ)

Nelle ricerche presenti in letteratura la prevalenza dell’ortoressia mostra una estrema variabilità stimata tra il 6 % e l’88,7 %. Questa forte disparità può essere spiegata nell’eterogeneità delle popolazioni prese in esame. Diversi studi hanno evidenziato che le popolazioni in cui si riscontrano livelli elevati di sintomi ortoressici sono impegnate nel campo artistico alimentare e sportivo, troviamo infatti percentuali del 32,1 % nei ballerini di balletto, dell’81,9 % nei nutrizionisti, dell’81,8 % nei cantanti d ‘opera professionale, dell’86 % in istruttori di yoga, oppure dell’88,7 % tra gli studenti che seguono un corso di laurea in nutrizione. Tra le manifestazioni rilevate alcune sono comuni al quadro clinico dell’anoressia nervosa, come la preoccupazione per il cibo, la restrizione degli alimenti, la necessità di controllo, il senso di colpa e i comportamenti punitivi nel caso di trasgressioni; altre sono comuni anche al disturbo ossessivo compulsivo (DOC), quali la presenza di ossessioni invadenti e persistenti, la rigidità e una ricerca di purezza e perfezione attraverso l ‘alimentazione.

Il DSM-5 specifica che un comportamento può essere considerato come patologico quando è causa di disagio significativo e ha conseguenze sul piano sociale, professionale e in altri settori importanti. In questa prospettiva, l’ortoressia può avere un impatto negativo sulla qualità vita e le relazioni interpersonali, come l ‘isolamento sociale dovuto in particolare al rifiuto di consumare cibo preparato da terzi e/o lo stress generato dal condividere i pasti in presenza di altri percepiti come non in grado capire tali abitudini alimentari. Dal punto di vista medico, è stato dimostrato che può portare a complicazioni, simili a quelle conseguenti ad un disturbo alimentare. Una perdita di peso significativa che porta ad un basso BMI, carenze alimentari legate al carattere restrittivo dell’alimentazione, problemi gastrointestinali, cambio nella pressione sanguigna, osteoporosi o infiammazioni dello stomaco possono così essere annoverate tra le conseguenze dei comportamenti specifici dell’ortoressia. Bratman sottolinea che queste diverse complicazioni possono portare, in casi molto gravi, alla morte della persona.

Riferimenti

  • American Psychiatric, Association. Diagnostic and statistical manual of mental disorders, fifth edition (DSM-5®). Washington: APA; 2013.
  • Bratman S. The health food eating disorder. Yoga J 1997
  • Goutaudier N., Rousseau A. Orthorexia: A New Type of Eating Disorder? Presse Med 2019
  • Koven NS, Abry AW. The clinical basis of orthorexia nervosa: emerging perspectives. Neuropsychiatr Dis Treat 2015
  • Malmborg J, Bremander A, Olsson MC, Bergman S. Health status, physical activity, and orthorexia nervosa: a comparison between exercise science students and business students. Appetite 2017

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Covid-19: la paura del contagio e di contaminazione https://www.istitutobeck.com/beck-news/la-paura-del-contagio-e-di-contaminazione Wed, 08 Jul 2020 08:00:55 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=20974 L'articolo Covid-19: la paura del contagio e di contaminazione proviene da Istituto A.T.Beck.

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la paura del contagio e di contaminazione

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La diffusione della pandemia COVID-19 ha comportato uno stravolgimento degli stili di vita quotidiani e delle dinamiche relazionali, con ripercussioni sul benessere psicosociale dell’intera collettività. L’assistenza psicologica fornita finora riguarda principalmente la gestione di emozioni quali solitudine, rabbia e ansia, in particolare relativa al terrore del contagio o di poter infettare i propri familiari, amici o colleghi (Xiang, Y.T., et al., 2020). Ciascuno, però, reagisce in maniera differente alle situazioni stressanti e tali reazioni possono essere influenzate da esperienze di vita e da caratteristiche di personalità, nonché dal contesto sociale di appartenenza. La reazione allo stress di una stessa persona, inoltre, può variare nel tempo e a seconda delle circostanze (Center for Disease Control and Prevention, 2020c).

L’esperienza psicologica legata alla diffusione del coronavirus è, tuttavia, caratterizzata da specifici fattori di stress quali (IASC, 2020):

  • Il rischio di essere contagiato o contagiare, soprattutto dal momento che le modalità di trasmissione non sono completamente chiare;
  • La presenza di sintomi comuni ad altre patologie come l’influenza;
  • La preoccupazione dei genitori di sapere i propri figli a casa, purtroppo talvolta senza l’appropriato supporto;
  • Il rischio di deterioramento fisico e mentale di individui vulnerabili e con disabilità anche laddove i genitori siano con loro in quarantena e non si disponga di altre figure di supporto solitamente presenti;
  • Il rischio di essere esposti a lutti traumatici in quanto la pandemia stessa costringe a una “morte senza saluto” impedendo di vedere i propri cari defunti, non consentendo l’attuazione di cerimonie e riti funebri che favoriscono la socializzazione del dolore, la narrazione con i propri cari, e che permettono, in generale, una ritualizzazione della morte racchiudendola in una cornice di significato (Goffredo et al., 2019; Onofri et al., 2015).

Ed è proprio in questa condizione che è necessario prendere precauzioni rispetto ad eventuali contagi di coronavirus. Tuttavia ciò potrebbe anche attivare delle forme di psicopatologia. Un chiaro esempio è dato dalla paura di contaminazione. Classicamente per timore di contaminazione si intende la paura di entrare in contatto diretto o indiretto con persone o cose considerate sporche o potenzialmente dannose (Rachman, 2004). Essendo un sottotipo del disturbo ossessivo-compulsivo, il timore di contaminazione è caratterizzato da pensieri ossessivi che sono a loro volta intrusivi, ripetitivi e persistenti e si legano a compulsioni, quali rituali messi in atto in maniera continuativa allo scopo di contrastare la paura del contagio. Una caratteristica molto importante di questi comportamenti patologici è quella di essere estremamente eccessivi e distaccati da un piano di realistico allarme per il rischio temuto. Lavarsi le mani ogni qual volta si entra in contatto in casa con un oggetto domestico – una forchetta, un libro, una maniglia – è palesemente irrazionale.

Un’altra importante caratteristica riguarda il fatto che questi comportamenti sono compulsivi, e quindi difficili da trattenere: non si è mai convinti di essere veramente al sicuro, quindi non si possono fermare i rituali, niente è mai abbastanza pulito e igienizzato.

E’ chiaro che tali comportamenti rappresentano un tentativo di “tenere la situazione sotto-controllo”, e che attualmente si incastra benissimo all’interno del panico da Coronavirus. E’ importante quindi fermarsi a riflettere, seppur con grande sacrificio, che assumere comportamenti eccessivi e chiaramente irrazionali non avrà esiti “protettivi” ma contribuirà ad aumentare l’ansia e il panico individuale trasformandosi in un vero disturbo ossessivo-compulsivo, peraltro aggravato se già preesistente.

 

Bibliografia

  • Center for Disease Control and Prevention (c) Stress and Coping.
  • Goffredo, M. et al.,(2019). Dalla violenza assistita al lutto traumatico. I bambini orfani speciali, Maltrattamento e Abuso all’Infanzia, Vol. 21-1- pp 73-89, Franco Angeli, Milano.
  • IASC Inter Agency Standing Commettee. (2020). Briefing note on addressing mental health and psychosocial aspects of COVID-19outbreak.
  • Onofri, A, La Rosa, C.,Il lutto. Psicoterapia cognitivo-evoluzionista e EMDR (2015). Giovanni Fioriti Editore.
  • Rachman, S. (2004). Fear of contamination. Behaviour Research and Therapy, Volume 42, Issue 11, pp. 1227-1255.
  • Xiang, Y.T., Yang, Y., Li, W., Zhang, L., Zhang, Q., Cheung, T., Ng, C.H. (2020). Timely mental health care for the 2019 novel coronavirus outbreak is urgently needed. The Lancet Psychiatry, Volume 7, Issue 3, pp. 228-229.

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Il tradimento di Morfeo: la correlazione tra disturbi del sonno e qualità della vita nei disturbi dello spettro autistico https://www.istitutobeck.com/beck-news/correlazione-tra-disturbi-del-sonno-e-qualita-della-vita-nei-disturbi-dello-spettro-autistico Mon, 06 Jul 2020 08:00:41 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=20969 L'articolo Il tradimento di Morfeo: la correlazione tra disturbi del sonno e qualità della vita nei disturbi dello spettro autistico proviene da Istituto A.T.Beck.

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la correlazione tra disturbi del sonno e qualità della vita nei disturbi dello spettro autistico

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In generale, molte persone nello spettro dell’autismo riportano una bassa qualità di vita rispetto a quanto affermato dalla popolazione generale, e ciò sembra essere influenzato in modo significativo dalla qualità del sonno degli individui: i disturbi del sonno, infatti, risultano correlati ad una bassa qualità della vita, mentre fattori quali la sensazione di non essere utile alla società e la presenza di comorbilità psicologiche appaiono legate ad un livello più basso delle attività quotidiane, a un anno di distanza.

I disturbi del sonno sono comuni nelle condizioni dello spettro autistico, e possono influenzare la severità dei sintomi, avendo anche effetto sulla salute fisica e mentale della persona; inoltre, possono manifestarsi durante tutto il corso della vita, mantenendosi costanti nel tempo.

In uno studio recente, Deserno e colleghi (2019) hanno analizzato nel dettaglio il legame che unisce il sonno e la qualità della vita nei soggetti con autismo, avvalendosi anche del fatto che negli ultimi anni il ruolo del sonno nei disturbi dello spettro autistico è diventato argomento molto discusso all’interno della comunità scientifica.

Il primo risultato dello studio conferma il ruolo fortemente predittivo dei disturbi del sonno rispetto alla qualità della vita soggettiva, e considerando che secondo le stime più recenti tra il 44 e l’86% dei bambini con autismo ha problemi a dormire, ciò rappresenta una questione della massima importanza nel campo degli studi sull’autismo. Un ulteriore elemento riguarda la definizione della qualità della vita per le persone nello spettro: gli autori sottolineano la necessità di creare ambienti consoni a sviluppare e sostenere le abilità e i talenti delle persone nello spettro, in quanto questo permette loro di sviluppare un senso di soddisfazione, completezza e utilità all’interno della società.

In secondo luogo, la ricerca ha dimostrato, in modo controintuitivo, come la severità dei sintomi dell’autismo non sia direttamente correlata alla qualità della vita: ciò significa che il livello di benessere e soddisfazione percepito dalla persona è indipendente dalla gravità della condizione.

Infine, dall’analisi dei dati è emerso che il 38% dei partecipanti riportava di essere soddisfatto della vita, mentre solo il 15% affermava di essere infelice. Questo sembrerebbe in contrasto con quanto affermato nelle premesse alle basi della ricerca, e cioè che la grande maggioranza delle persone con autismo riporta livelli di qualità della vita molto bassi. Gli autori, tuttavia, spiegano che già studi precedenti hanno dimostrato che i risultati dipendono dalla tipologia di misurazione utilizzata: misurazioni soggettive della qualità della vita, invece che oggettive, tendono a non mostrare differenze significative tra i soggetti nello spettro e la popolazione neurotipica.

Da non trascurare, inoltre, è la comorbidità con disturbi quali ansia e depressione, che spesso sono alla base dei disturbi del sonno riportati in seguito, che a loro volta vanno ad influire sulla qualità della vita: lo studio, dunque, dimostra che intervenire sui problemi del sonno e riportare la persona a seguire una routine del sonno regolare può contribuire in modo significativo a migliorare la qualità della vita del soggetto.

Conclusioni

Lo studio di Deserno e collaboratori risulta di fondamentale importanza non solo perché conferma il ruolo dei disturbi del sonno nell’influenzare la qualità della vita dei soggetti con autismo, e quindi riporta l’attenzione su un aspetto critico della condizione, ma anche perché dimostra la mancata correlazione tra severità dei sintomi e qualità della vita: per i professionisti della salute mentale, ma anche per tutte le persone direttamente in relazione con una persona con autismo, è importante ricordare che un’elevata gravità dei sintomi non sempre corrisponde ad una qualità della vita percepita bassa, e viceversa, la presenza di sintomi lievi non è garanzia di soddisfazione e benessere.

 

Riferimenti

  • Ballester, P., Martinez, M.J., Javaloyes, A., Inda, M-D-M., Fernandez, N., Gazquez, P., Aguilar, V., Perez, A., Hernandez, L., Richdale, A.L., Peirò, A.M. (2018). Sleep problems in adults with autism spectrum disorder and intellectual disability. Autism Research, 12, 1, 66-79
  • Deserno, M.K., Borsboom, D., Begeer, S., van Rentergem, J.A.A., Mataw, K., Geurts, H.M. (2019). Sleep determines quality of life in autistic adults: A longitudinal study. Autism Research, 12, 5, 794-801

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Interventi psicologici nell’emergenza COVID-19: riflessioni e spunti clinici https://www.istitutobeck.com/beck-news/interventi-psicologici-nell-emergenza-covid-19 Fri, 03 Jul 2020 08:00:23 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=20965 L'articolo Interventi psicologici nell’emergenza COVID-19: riflessioni e spunti clinici proviene da Istituto A.T.Beck.

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Interventi psicologici nell’emergenza COVID-19

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Si legge ormai di tutto riguardo il COVID-19, gli esperti di ogni settore studiano e scrivono riguardo il suo impatto sociale, economico e sulla salute mentale a livello globale. Indubbiamente, le famose “sfide” di cui tutti parlano saranno innumerevoli; nel settore dell’assistenza psicologica si tratta innanzitutto di identificare e monitorare i possibili gruppi a rischio di morbilità psicologica, nonché di esplorare nuovi modi di fornire servizi.

Gli autori dell’articolo (Inchausti, MacBeth, Hasson-Ohayon, Dimaggio, 2020), di recentissima pubblicazione, individuano tre gruppi di persone come target di approcci psicologici, poiché considerabili a rischio di morbilità psicologica durante e dopo la pandemia:

  1. operatori sanitari impegnati in prima linea, a rischio di elevati livelli di depressione, ansia e disturbi del sonno, paura elevata di essere infettati durante i turni di lavoro; la formazione e il supporto per gli operatori probabilmente dovrebbe puntare innanzitutto ad identificare e gestire le reazioni emotive che possono ostacolare il loro lavoro. Come sottolineato dagli autori, si tratterebbe di massimizzare la resilienza psicologica nel maggior numero possibile di professionisti. Sono sconsigliati interventi come il debriefing psicologico o qualsiasi altro intervento in una singola sessione che impone al personale di parlare dei propri pensieri o emozioni nel culmine di una pandemia;
  2. persone nelle quali insorgono problemi di salute mentale in seguito alla diagnosi di COVID-19, in seguito all’isolamento sociale prolungato oppure a causa della perdita di persone care. Occorre tenere in conto che queste persone possono mostrare sintomi di PTSD, depressione o disturbo da lutto complicato, non necessariamente durante la pandemia ma anche dopo diversi mesi;
  3. persone con pregressi disturbi mentali che hanno ricevuto la diagnosi di COVID-19 o che hanno vissuto un aggravamento delle loro problematiche in seguito all’isolamento sociale. Innanzitutto sarebbe importante personalizzare l’intervento “standard” utilizzato fino a quel momento, ponendo attenzione all’eventuale impatto dell’isolamento sulla patologia.

Qualsiasi intervento dovrebbe essere basato su una valutazione approfondita multifattoriale. Come primo passo, andrebbe condotta un’analisi accurata dei possibili fattori di rischio che possono mantenere il problema, così come dello stato precedente di salute mentale del paziente; da non sottovalutare la presenza di una storia di autolesionismo o comportamenti suicidari sia nel paziente che nella sua famiglia; la storia di eventuali traumi precedenti; infine il contesto socio-economico dell’individuo.

Gli autori sottolineano l’importanza per sintomi come ipocondria, ansia, insonnia, depressione, di un intervento primariamente psicologico, minimizzando il più possibile l’uso di farmaci, come indicato dalle linee guida NICE 2014 e 2018. Inoltre, come evidenziato dalla letteratura, è da sconsigliarsi l’inizio di un intervento psicologico che non passi per un’attenta valutazione e monitoraggio attivo: ciò significa che occorre evitare di patologizzare normali reazioni emotive, evitando interventismi che rischiano di “interrompere” meccanismi di coping naturali dell’individuo.

Infine, nei casi emergenziali gravi quali aggressività, autolesionismo o tentativi di suicidio si rende necessario un intervento di persona, mentre gli altri interventi psicologici possono essere eseguiti efficacemente attraverso strumenti digitali.

Come affermano gli autori dell’articolo, “l’intervento psicologico specializzato per il COVID-19 dovrebbe essere abbastanza dinamico e flessibile da adattarsi rapidamente alle diverse fasi della pandemia”. Ad esempio, nelle prime fasi, psicologi e psicoterapeuti dovrebbero collaborare attivamente con il resto del sistema sanitario per intervenire sugli impatti immediati della pandemia. Gli interventi psicologici dovrebbero essere pianificati e coordinati insieme a tutti gli attori socio-sanitari coinvolti. Ciò permetterebbe un’adeguata continuità di cura anche dopo che la fase acuta della pandemia sarà conclusa.

I dati sull’impatto dell’attuale crisi sono ancora frammentari, incompleti e prematuri per certi versi. Possiamo però apprendere dalle prove delle passate epidemie (come la SARS) come base di partenza di identificazione di gruppi a rischio e di strategie di gestione.

 

Riferimenti:

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Mindfulness e paralisi cerebrale https://www.istitutobeck.com/beck-news/mindfulness-e-paralisi-cerebrale Tue, 30 Jun 2020 08:00:44 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=20854 L'articolo Mindfulness e paralisi cerebrale proviene da Istituto A.T.Beck.

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Mindfulness e paralisi cerebrale

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La paralisi cerebrale (CP) è un disturbo del movimento e della postura, derivante da una lesione o da un difetto del cervello in via di sviluppo. La CP è spesso accompagnata da disturbi della sensazione, della cognizione, della percezione del comportamento, con problemi secondari nel sistema muscolo-scheletrico.

Vivere, quindi, con una paralisi cerebrale impone delle pesanti limitazioni di tipo fisico. Una di queste è la spasticità grave che ostacola le attività quotidiane e autonome (Van Der Slot, et al., 2012). Per alcuni soggetti, fortunatamente, esistono delle terapie in grado di ridurre al minimo tale condizione.

I programmi di follow-up sviluppati nel tempo per le persone con CP hanno posto attenzione principalmente sullo sviluppo e sulla conservazione delle abilità motorie, mentre i sintomi somatici e psicosociali sono stati ampiamente ignorati nonostante siano quelli con più ricadute interpersonali.

Diversi studi hanno sottolineato la necessità di programmi di intervento complementari che migliorano l’autoregolazione del benessere fisico ed emotivo, contrastando la solitudine e facilitando il coping potenziale dell’individuo, ossia l’insieme dei meccanismi psicologici adattativi messi in atto da un individuo per fronteggiare problemi emotivi ed interpersonali, allo scopo di gestire, ridurre o tollerare lo stress ed il conflitto. Condizioni con le quali fanno i conti anche i pazienti affetti da paralisi cerebrale, arrivando spesso ad avere pensieri catastrofici sul proprio dolore e di conseguenza una serie di sintomi di natura depressiva.

Si è man mano compresa l’importanza delle strategie di coping adottate e degli interventi atti alla valutazione psicologica dello stato del paziente. Difatti c’è una maggiore consapevolezza del necessario riconoscimento delle suddette strategie, partendo dal modello biopsicosociale, che si basa sull’assunto che fattori psicologici e sociali influiscono in modo interattivo sulla salute e sul benessere.

Una strategia importante per la risoluzione di alcuni dei problemi legati alla paralisi cerebrale, compresa la percezione del dolore, potrebbe essere l’attuazione del protocollo MBSR su soggetti con questa patologia.

Il protocollo MBSR (Mindfulness-based stress reduction) è un programma che mira a migliorare gli aspetti della gestione dell’angoscia e disabilità nella vita di tutti i giorni, favorendo un atteggiamento mentale diverso nell’individuo (Kabat-Zinn, 2013). La capacità di essere presente, consapevoli nel qui e ora, con la mente e con il corpo, adottando un atteggiamento non giudicante verso le proprie emozioni, i pensieri e le sensazioni corporee è alla base di questo programma. In questa prospettiva, la consapevolezza può essere utilizzata per aiutare le persone a fare una valutazione più realistica dei fattori di stress. Inoltre, la consapevolezza del proprio stato, dà all’individuo il potenziale per agire in modo più intenzionale e in modo flessibile alle condizioni che si trova a vivere,

Il protocollo MBSR ha mostrato una vasta gamma di aspetti positivi e benefici in varie popolazioni di pazienti, fino ad esplicare la sua utilità anche in pazienti adulti con paralisi cerebrale.

Uno studio pilota (Hoye et al., 2020) ha esplorato la fattibilità e i risultati di un protocollo MBSR eseguito in videoconferenza con un gruppo di adulti con paralisi cerebrale. Questo intervento ha comportato una riduzione del dolore statisticamente significativo. I dati ottenuti dimostrano vantaggi in termini di gestione dei sintomi cronici correlati alla paralisi cerebrale e non solo perché sembra che le videoconferenze offrano una maggiore accessibilità e connessione sociale, favorendo un atteggiamento mentale più orientato alle relazioni. Inoltre praticare il protocollo MBSR di gruppo tramite videoconferenza riduce i costi energetici e aumenta l’accessibilità, ed ha anche un potenziale come programma di servizio sanitario supplementare per adulti con paralisi cerebrale.

In definitiva, dieci sessioni di questo protocollo, precedute da una valutazione individuale, porterebbero ad una maggiore accettazione di sé e ad una diminuzione del senso di colpa, ma soprattutto la consapevolezza nell’affrontare e gestire lo stress porterebbe ad una diminuzione statistica significativa della percezione dolore cronico.

 

Riferimenti

  • Høye, H., Jahnsen, R. B., Løvstad, M., Hartveit, J. F., Sørli, H., Tornås, S., & Månum, G. (2020). A Mindfulness-Based Stress Reduction Program via Group Video Conferencing for Adults With Cerebral Palsy–A Pilot Study. Frontiers in Neurology, 11.
  • Kabat-Zinn J. Full Catastrophe Living, Revised Edition: How to Cope With Stress, Pain and Illness Using Mindfulness Meditation. London: Hachette UK (2013).
  • Van Der Slot WM, Nieuwenhuijsen C, Van Den Berg-Emons RJ, Bergen MP, Hilberink SR, Stam HJ, et al. Chronic pain, fatigue, and depressive symptoms in adults with spastic bilateral cerebral palsy. Dev Med Child Neurol. (2012) 54:836–42.

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Tipologie di stalker https://www.istitutobeck.com/beck-news/tipologie-di-stalker Fri, 26 Jun 2020 08:00:04 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=20850 L'articolo Tipologie di stalker proviene da Istituto A.T.Beck.

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Tipologie di stalker

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Il termine stalking, tratto dal verbo inglese “to stalk”, che nel linguaggio tecnico della caccia significa letteralmente “braccare, fare la posta, seguire, pedinare, perseguitare”, si riferisce a una serie di molestie assillanti, ovvero un insieme di comportamenti ripetuti ed intrusivi di sorveglianza, controllo, ricerca di contatto e comunicazione, a volte violenza fisica, nei confronti di una vittima che non gradisce questi comportamenti, in quanto fonte di fastidio, preoccupazione, se non vera e propria angoscia o, comunque, di uno stato di sofferenza psicologica.

Mullen et al. (1999) definiscono lo stalking come una costellazione di comportamenti riguardanti tentativi ripetuti e perduranti di ricercare comunicazione e/o contatto nei confronti di una persona non consenziente. I tentativi di comunicare possono essere: telefonate, lettere, e-mail, scritte sui muri ed hanno lo scopo di stabilire un contatto con la vittima e allo stesso tempo sorvegliarla. Comportamenti associati possono essere la consegna indesiderata di doni o omaggi floreali, minacce e danni alla proprietà, fino ad arrivare ad aggressioni fisiche e violenze.

Nella letteratura scientifica sull’argomento si trovano numerosi tentativi di classificare i comportamenti di stalking ed individuare tipologie specifiche (Mullen et al. 1999; Zona et al, 1993; Wright et al, 1996). Le varie classificazioni, generate in differenti contesti di osservazione e quindi sulla base di specifiche motivazioni, possono essere raggruppate in tre categorie:

  • classificazioni che considerano lo stalking esclusivamente come espressione della violenza di genere sulle donne, formulate da organizzazioni, spesso pro- femministe, di contrasto alla violenza domestica;
  • classificazioni che differenziano i comportamenti di stalking sulla base della presenza/assenza di un disturbo mentale, spesso utilizzate in ambito di valutazione psichiatrico-forense;
  • classificazioni che evidenziano le diverse motivazioni che sottendono i comportamenti di stalking ed il tipo di relazione esistente tra vittima e stalker, generate per lo più dall’osservazione clinica.

Mullen et al. (1999; 2001; 2009), propongono una classificazione multiassiale, abbastanza esaustiva, da utilizzare sia in ambito forense che clinico.

Le tipologie di stalkers vengono descritte su tre assi: il primo asse fornisce una valutazione funzionale del comportamento, definendo gli scopi perseguiti dallo stalker attraverso le molestie assillanti; il secondo valuta il tipo di relazione esistente tra stalker e vittima; il terzo infine è diagnostico e discrimina la presenza/assenza di psicosi.

Il primo asse permette di distinguere cinque tipologie di stalker: il risentito (resentful), il molestatore in cerca di intimità (intimacy seeker), il rifiutato (rejected), il corteggiatore incompetente (incompetent suitor), il predatore (predatory).

Dal tipo di relazione, variabile del secondo asse, si individuano molestatori del tipo: ex-partners, colleghi di lavoro, clienti/pazienti, conoscenti/amici, sconosciuti.

Infine il terzo asse divide gli stalkers in due gruppi: psicotici/non psicotici. Nel primo gruppo (41%) si collocano soggetti con diagnosi di schizofrenia, disturbo delirante, psicosi affettiva e psicosi su base organica; nel gruppo dei non psicotici sono prevalenti le diagnosi di disturbi di personalità e, in parte minore, disturbi d’ansia e depressivi. L’abuso di sostanze è in comorbilità nel 25% dei casi e il disturbo di personalità, cluster B risulta la diagnosi più diffusa (51%) nel campione.

La classificazione del gruppo di Melbourne è ad oggi una delle più usate in ambito internazionale poiché permette di valutare una serie di variabili: la persistenza dello stalking, lo scopo dei comportamenti, i rischi di violenza e la risposta ad un eventuale trattamento. I dati ottenuti possono risultare utili a fini predittivi. Di seguito vengono presentate le diverse tipologie di stalkers (Mullen et al., 2009). Nei prossimi articoli verranno descritti in modo approfondito i vari profili.

 

Riferimenti

  • Mullen P.E., Pathé M., Purcell R.,(2009), “Stalkers and their victims”, Cambridge, University Press

Stefanelli, M. (2011), “Lo stalker. Profili e trattamento”, Psicoterapeuti in formazione, n.7,

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Autismo e disturbi alimentari: quale relazione? https://www.istitutobeck.com/beck-news/autismo-e-disturbi-alimentari Wed, 24 Jun 2020 08:00:30 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=20846 L'articolo Autismo e disturbi alimentari: quale relazione? proviene da Istituto A.T.Beck.

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Autismo e disturbi alimentari

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“Circa un quinto delle donne che presentano anoressia nervosa presenta tratti autistici- e ci sono prove che queste donne traggano il minimo beneficio dagli attuali modelli di trattamento del disturbo alimentare. Le persone con autismo e disturbo alimentare potrebbero aver bisogno di un approccio diverso nei confronti del trattamento” (trad. William Mandy)

Ricerche recenti hanno messo in luce una sovrapposizione tra autismo e disturbo alimentare. Il 20-30 % degli adulti con disturbo alimentare presenta anche tratti tipici di un disturbo dello spettro dell’autismo: difficoltà sociali, rigidità di pensiero, rituali, ecc..(Vagni et al., 2016). Alcuni studi hanno dimostrato che la presenza di tratti autistici può essere associata ad una serie di comportamenti alimentari discontrollati come il bingeeating (Chris-tensen et al., 2019), suggerendo che i tratti dell’autismo potrebbero fungere da fattore di rischio operando nell’intero spettro della psicopatologia dei disturbi alimentari. Tuttavia, non è stato del tutto chiarito se sia l’autismo ad aumentare il rischio di sviluppare un disturbo alimentare o se la sintomatologia propria del disturbo alimentare a volte potesse mimare quella tipica dei tratti dell’autismo. Vi sono infatti anche prove che dimostrano come gli effetti psicologici della fame possano imitare i sintomi dell’autismo (Hiller & Pellicano, 2013), e altri studi che mostrano come alcune teorie relative alle difficoltà mentali osservate nell’anoressia nervosa diminuiscono quando il peso corporeo viene ripristinato nella norma (Oldershaw et al., 2010).

Lo studio recente

Uno studio recente ha coinvolto 5.381 partecipanti, monitorati in maniera longitudinale dalla nascita ai 16 anni di età. I ricercatori hanno valutato la presenza di tratti riferiti allo spettro dell’autismo all’età di 7,11, 14 e 16 anni e la presenza di disturbi alimentari all’età di 14 anni.

I risultati mettono in luce come gli adolescenti che hanno sperimentano comportamenti alimentari disordinati all’età di 14 anni ottenevano punteggi più alti sulla scala che misura la presenza di tratti riferiti all’autismo durante l’infanzia e fino alla metà dell’adolescenza. Ciò suggerisce che è probabile che la presenza di tratti dell’autismo possa predisporre allo sviluppo di un’alimentazione disordinata. Ulteriori analisi inoltre hanno confermato che i disturbi alimentari all’età di 14 anni non sembravano predire la presenza di tratti autistici all’età di 16 anni.

Le cause alla base della relazione significativa tra disturbo dello spettro dell’autismo e disturbo alimentare possono risiedere nelle difficoltà relative alla comunicazione sociale e lo sviluppo delle amicizie, che potrebbero contribuire a tassi più alti di depressione e ansia in giovane età. L’alimentazione disordinata potrebbe dunque derivare da metodi disfunzionali di far fronte a queste difficoltà emotive.

Conclusioni

La ricerca mette in luce come le persone con autismo siano più a rischio di presentare disturbi di tipo alimentare durante l’adolescenza.

Tali risultati potrebbero aiutare i clinici e i genitori delle persone con autismo ad individuare precocemente i primi segni di un disturbo alimentare e intervenire in maniera tempestiva su di essi.

Riferimenti

  • Christensen, S.S., Bentz, M., Clemmensen, L., Strandberg-Larsen, K., & Olsen, E.M. (2019). Disordered eating beha-viours and autistic traits-are there any associations innonclinical populations? A systematic review. EuropeanEating Disorders Review, 27,8–23
  • Solmi, F. Bentivegna, H. Bould, W. Mandy, R. Kothari, D. Rai, D. Skuse, G. Lewis. Trajectories of autistic social traits in childhood and adolescence and disordered eating behaviours at age 14 years: A UK general population cohort study. Journal of Child Psychology and Psychiatry, and Allied Disciplines. doi:10.1111/jcpp.13255
  • Hiller, R., & Pellicano, L. (2013). Autism and anorexia: A Cautionary note. The Psychologist, 26, 780.
  • Oldershaw, A., Hambrook, D., Tchanturia, K., Treasure, J., &Schmidt, U. (2010). Emotional theory of mind and emotionalawareness in recovered anorexia nervosa patients. Psycho-somatic Medicine, 72,73–79
  • Vagni, D., Moscone, D., Travaglione, S., & Cotugno, A. (2016). Using the Ritvo Autism Asperger Diagnostic Scale-Revised (RAADS-R) disentangle the heterogeneity of autistic traits in an Italian eating disorder population. Research in AutismSpectrum Disorders, 32, 143–155

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Unione Europea ed emergenza “umana” Covid-19: non solo quindi una questione economica https://www.istitutobeck.com/beck-news/unione-europea-ed-emergenza-umana Tue, 23 Jun 2020 08:00:24 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=20865 L'articolo Unione Europea ed emergenza “umana” Covid-19: non solo quindi una questione economica proviene da Istituto A.T.Beck.

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Unione Europea ed emergenza umana

Intervista a Massimo Toschi, International Relations Officer e SDGs coordinator per l’Agenzia dell’Unione Europea per i Diritti Fondamentali (FRA)

Questa intervista nasce dal caso, da uno scambio di email, da una proposta dettata dalla curiosità accettata con entusiasmo. Il dottor Toschi, romagnolo di origine, comincia nel 1995 il suo lavoro a Bruxelles nel settore dei diritti umani a livello internazionale, in particolare dei diritti dell’infanzia. Nel 1999 lavora per la European Human Rights Foundation e nel 2002 entra a far parte delle Nazioni Unite lavorando per il Rappresentante Speciale per i bambini in Guerra (Ambasciatore Olara Otunnu). Nel 2006 il dottor Toschi è stato Child Protection Advisor della Missione di Pace dell’ONU ad Haiti e dal 2009 lavora presso l’agenzia dell’Unione Europea per i Diritti Fondamentali con sede a Vienna.

Ringrazio di cuore il dottor Toschi per la disponibilità e la ricchezza delle informazioni che ha voluto condividere per la realizzazione di questa intervista, non solo tramite le sue parole ma anche grazie alle immagini presenti all’inizio dell’articolo.

Le opinioni espresse, riportate qui di seguito, sono esclusivamente dell’intervistato ed il contenuto non rappresenta le opinioni o posizioni dell’Agenzia dell’Unione Europea per i Diritti Umani.

Ascoltando i telegiornali siamo abituati a sentire nei servizi dedicati all’ Unione Europea, innumerevoli sigle. Molto spesso sono legate ad aspetti monetari arrivando così ad avere la sensazione che “l’universo Unione Europea” sia qualcosa di distante, qualcosa che solo chi conosce bene l’economia, la geopolitica e le lingue straniere possa capire. E poi, per caso, come è successo a me, ci si imbatte in sigle che “profumano” di persone e non di numeri. Lei, dottor Toschi, lavora presso la FRA – European Union Agency for Fundamental Rights. Ci spiega di che cosa vi occupate?

Ci terrei a cominciare con una considerazione: sfortunatamente, molto spesso, l’Europa che ci arriva è quella delle sigle e dei numeri mentre penso che dovremmo tornare a rilanciare la nostra Europa. Non dimentichiamo che l’Italia è uno dei Paesi fondatori. E’ da poco trascorsa la festa dell’Europa (9 Maggio) e la situazione attuale ci conferma ancora di più, quanto sia necessaria l’Europa, la cooperazione e il coordinamento a livello internazionale. Un Paese da solo conta molto poco, non può fare più di tanto. Mi permetto un paragone azzardato con il mondo della salute: quando c’è un bambino che ha bisogno di aiuto, La/o psicologa/o da solo non può bastare. C’è bisogno di una equipe di professionisti che collaborino e si coordinino non solo tra di loro ma anche con la famiglia e la scuola. Una sola persona, una sola branca non basta, occorre un approccio olistico. La stessa cosa vale a livello internazionale: occorre assolutamente avere un coordinamento e cercare di renderlo sempre migliore. Per capire meglio di cosa si occupa l’Unione Europea, e quindi l’agenzia in cui lavoro, credo sia necessario tornare a coloro che l’hanno ispirata: persone che venivano dalla guerra, dalle frontiere e hanno capito che certe problematiche si risolvono solamente insieme. Esattamente quello di cui abbiamo bisogno per la fase che stiamo vivendo adesso. Facciamoci quindi nuovamente ispirare dal progetto comune sottolineando il valore della solidarietà che sfortunatamente, in questi mesi, è stata messo un po’ in discussione.

L’agenzia per la quale lavoro si occupa di dare supporto ai governi nazionali europei e alle istituzioni europee per quanto riguarda il rispetto dei diritti fondamentali umani sia a livello programmatico che legislativo. Per esempio, per quanto riguarda l’accoglienza dei rifugiati, noi abbiamo dato assistenza alle istituzioni e ai governi affinché venissero rispettati i diritti fondamentali. Io stesso sono stato negli hotspot in Sicilia e in Puglia per dare il nostro contributo affinché si rispettassero, con progetti mirati, i diritti delle persone più vulnerabili come ad esempio i minori non accompagnati o le donne vittime di violenza sessuale. L’agenzia inoltre si occupa di analizzare i dati che i vari Paesi forniscono riguardo specifiche problematiche, al fine di creare linee guida per migliorare le politiche europee e nazionali. Uno dei principali studi, è stato svolto in 27 Paesi Europei sul tema della violenza di genere. In agenzia ci occupiamo poi anche di disabilità e di infanzia: dai diritti fondamentali alla giustizia minorile, e molto altro ancora.

Tanto si è parlato di COVID-19 nell’ottica della salute pubblica e dell’economia dei singoli Paesi ma i diritti fondamentali che riguardano la persona abbracciano anche molti altri settori. Varcando quindi i confini del nostro Paese, in che modo L’Europa si sta muovendo affinché niente venga lasciato in secondo piano?

Anche se il focus si è incentrato sulla salute e su gli aspetti economici, come Europa non possiamo non riflettere su come le misure governative per combattere il COVID-19 abbiano avuto e continuino ad avere profonde implicazioni sui diritti fondamentali di tutti. In questa situazione così complessa e straordinaria l’Europa ha il dovere di non lasciare indietro niente e nessuno: il rispetto dei diritti umani e la protezione della salute pubblica devono andare infatti di pari passo. La relazione dell’agenzia “Coronavirus pandemic in the EU: Fundamental Rights Implications” (La pandemia di coronavirus nell’UE: implicazioni sui diritti fondamentali) si pone proprio l’obiettivo di esaminare le misure che gli Stati membri dell’Unione Europea stanno adottando per affrontare la pandemia evidenziano soprattutto quelle da cui prendere esempio. E’ possibile visionare sia lo studio finale che quello di ogni singolo Paese dell’Unione Europea sulla pagina: https://fra.europa.eu/en/publication/2020/covid19-rights-impact-april-1. In particolare l’agenzia pone il suo sguardo su sei aspetti che devono essere costantemente monitorati:

  1. Vita quotidiana: intesa come libertà di movimento, di riunione, diritti relativi al lavoro, all’istruzione e alla salute
  2. Misure di distanziamento sociale e fisico: monitorare cioè le scelte dei singoli Paesi affinché non si alimenti l’isolamento sociale
  3. Protezione verso le fasce di popolazioni più vulnerabili: anziani, bambini, persone con pregresse condizioni mediche, rom, rifugiati, senzatetto, detenuti, persone istituzionalizzate. L’agenzia si pone anche l’obiettivo di monitorare specifiche misure come per esempio la realizzazione di rifugi per le vittime di violenza domestica o assicurare che le informazioni medico sanitarie arrivino in ogni dove nel nostro continente
  4. Razzismo: la pandemia di COVID-19 ha innescato un aumento degli attacchi razzisti e xenofobi in particolare contro le persone di origine asiatica. E’ compito degli stati membri monitorare costantemente la situazione affinché tali reati vengano perseguiti
  5. Disinformazione: combattere la disinformazione rispetto al virus
  6. Garantire la protezione dei dati: a tale scopo, i paesi dell’Unione Europea dovrebbero vigilare e attuare tutte le misure di salvaguardia

Il suo lavoro riguarda la tutela dell’infanzia e dell’adolescenza. Nel nostro Paese molto si discute sul modo in cui è stata gestita l’emergenza scuola e la ripresa a settembre continua ad alimentare il dibattito. Non voglio sapere la sua opinione al riguardo, ma vorrei con lei varcare i confini del nostro Paese, o meglio ancora del nostro continente, e chiederle in che modo pensa che il COVID-19 stia impattando a livello mondiale sull’istruzione dei bambini che vivono in contesti più sfortunati tenendo conto anche della sua esperienza precedente nelle Nazioni Unite? L’agenzia per cui lavora ha in programma dei progetti al riguardo?

Il programma di cui mi occupo si chiama Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile e uno dei principi su cui si basa è “leave no one behind” ovvero non lasciamo nessuno indietro. Purtroppo esistono, a prescindere dalle emergenze sanitarie, gruppi di bambini che vengono, appunto, lasciati indietro già nel contesto normale in cui vivono. Prendiamo come esempio i bambini rom i quali non sempre hanno un accesso all’educazione, ancor meno le bambine, peggio ancora se con disabilità. Ci sono alcune fasce di popolazione che per multi-discriminazione (genere, etnia) o per povertà vengono lasciati indietro e il COVID-19 rischia solo di peggiorare le cose. In questo periodo infatti, quei bambini che già sono più sfortunati di altri si trovano ad esserlo ancora di più: non sono soltanto “lasciati indietro” ma ancora peggio sono “spinti indietro”. Pensiamo alle difficoltà che questi bambini vivono e che possono rappresentare un ostacolo per la continuità scolastica con la didattica a distanza: il rischio è che una buona fetta di loro, già da mesi sia completamente tagliata fuori. Non è solo una questione di Paesi ricchi o poveri ma è soprattutto una questione legata a specifici gruppi di popolazione indipendentemente dalla loro provenienza geografica per i quali, l’emergenza sanitaria che stiamo vivendo, non fa altro che accentuare il divario e le discriminazioni già presenti 

Vorrei adesso allargare lo sguardo circa il suo lavoro, lasciando sullo sfondo la pandemia. I progetti in cui ha partecipato e che ha diretto, l’hanno portata a conoscere e visitare molti angoli del nostro pianeta soprattutto in momenti critici come per esempio Haiti nel 2006. Quanto spazio è dedicato in questi progetti al supporto psicologico? In che modo i bambini e i ragazzi vengono aiutati? Esistono delle equipe specializzate o si lavora sulla formazione di personale in loco? E’ previsto anche un supporto psicologico per voi operatori?

Sono fermamente convinto che i racconti di vita vissuta valgano più di mille costrutti teorici, ecco perché racconto questo episodio. Poco dopo essere arrivato ad Haiti (fine giugno del 2006) sono andato a visitare con i miei colleghi le prigioni in cui erano detenuti, separatamente, i bambini e le bambine. Nella prigione delle bambine c’era una ragazza che mi aveva molto colpito per il suo atteggiamento assente e per lo sguardo perso nel vuoto. Per quelle bambine abbiamo avviato un progetto di scolarizzazione affiancato da un supporto psicologico e proprio grazie a questa iniziativa quella ragazza è stata una delle quattro che ha passato l’esame a fine anno scolastico. Grazie al supporto psicologico infatti, la ragazza si era ripresa e questo le ha permesso di dedicarsi agli studi. Penso che questo sia un esempio molto valido per far capire l’importanza del lavoro degli psicologi all’interno delle missioni umanitarie. Grazie al loro costante lavoro, le persone in difficoltà, che si chiudono o che affondano nella propria vergogna (penso ai bambini vittime di abuso sessuale per i quali ho lavorato) possono avere l’opportunità di cambiare la loro vita.

Per quanto riguarda gli psicologi sul campo, nonostante le agenzie internazionali abbiamo le loro equipe di professionisti, durante le missioni ci avvaliamo sempre dell’aiuto di personale autoctono, proprio per la conoscenza che hanno della cultura, delle tradizioni, delle manifestazioni sintomatologiche presenti in quel territorio. In alcune situazioni è comunque previsto anche l’aiuto di traduttori o mediatori culturali come nel caso della riabilitazione psicologica dei bambini soldato. E per noi operatori, che andiamo a lavorare in prima linea, parlare con loro, ci dà la possibilità di avere momenti molto preziosi di confronto e conforto; ci aiuta a conoscere le difficolta e le sfide che ci attenderanno.

Anche per noi che andiamo in prima linea è previsto un supporto pre e post missione, gestito da professionisti dipendenti delle organizzazioni internazionali. Purtroppo però spesso le missioni avvengono in situazioni di emergenza, per cui, nonostante i protocolli ci siano, non sempre vengono rispettati. Ho potuto, in prima persona, apprezzare l’utilità di questo servizio che dovrebbe essere meno trascurato. Ricordo ancora, al mio rientro a Vienna da una missione di Pace dell’ONU, la paura che avevo quando stavo fermo al semaforo e passava di lì una macchina: dopo aver vissuto tre anni in un territorio di guerra ogni vettura era per me un possibile attentato.

Lei è un genitore. In che modo il suo lavoro impatta sulla sua genitorialità? Che consigli si sente di dare a chi, come lei, passa molto tempo lontano da casa?

Nel momento in cui ho deciso di costruirmi una famiglia, ho cambiato lavoro. Dalle Nazioni Unite mi sono trasferito all’Agenzia Europea per i Diritti Fondamentali proprio perché Vienna è una family duty station ovvero un posto dove è possibile fare il mio lavoro con a seguito la famiglia. Dal momento che ho avuto le mie due figlie, la modalità di lavoro è cambiata: le mie missioni non mi portano fuori casa più di due notti. Questo naturalmente ha modificato le aspettative circa il mio percorso professionale per dare il tempo e la qualità che serve alle bambine. Ogni genitore e ogni famiglia fa le sue scelte: io ho fatto quella di stare più vicino a loro. Io ritengo sia molto importante che i nostri figli capiscano e sappiano in cosa consiste il lavoro dei loro genitori. Quindi, cercando di usare sempre la terminologia appropriata voglio renderle partecipi del lavoro che svolgo. E se posso non solo con le parole. Cinque anni fa, in Europa, c’è stato l’arrivo di molti rifugiati, anche a Vienna. La stazione ferroviaria vicino casa nostra era affollata da queste persone per cui insieme alle mie figlie siamo andati con una busta piena di giocattoli da regalare ai bambini appena arrivati. Ricordo ancora la maggiore che, se all’inizio si nascondeva dietro le mie gambe, piano piano si è fatta sempre più coraggio e mi ha aiutato a distribuire i giocattoli, scegliendo di donare anche la bambola che all’inizio non voleva cedere. In quel momento la solidarietà ha vinto e io credo sia stato un insegnamento prezioso per le mie bambine. Hanno provato quello che il loro papà cerca di fare ogni giorno.

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Il ruolo del cervelletto nella depressione https://www.istitutobeck.com/beck-news/ruolo-del-cervelletto-nella-depressione Mon, 22 Jun 2020 08:00:16 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=20842 L'articolo Il ruolo del cervelletto nella depressione proviene da Istituto A.T.Beck.

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Il ruolo del cervelletto nella depressione

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La depressione è un disturbo dell’umore tristemente diffuso nella popolazione, affligge oltre 350 milioni di persone nel mondo e si manifesta con una serie di sintomi di tipo emotivo, cognitivo, somatico e comportamentale, tra questi: tristezza persistente, apatia, incapacità di provare piacere, difficoltà di concentrazione, alterazioni del sonno, dell’appetito, rallentamento psicomotorio, evitamento di attività, isolamento sociale.

Un disturbo depressivo può svilupparsi, in chi ne ha la predisposizione, in seguito ad alcuni eventi stressanti come ad esempio malattie fisiche, lutti, separazioni coniugali, licenziamenti, fallimenti economici…

Da anni gli studiosi effettuano ricerche mirate a comprendere meglio i meccanismi che governano una patologia così nota ed anche pericolosa, dal momento in cui può indurre chi ne soffre a decidere di porre fine alla propria vita.

I costi sociali della depressione sono molto elevati, l’American Heart Association (2014) specifica come tale malattia faccia anche aumentare il rischio di andare incontro a problemi cardiovascolari e cerebrovascolari.

La depressione altera il funzionamento del nostro corpo, non a caso può provocare sintomi come affaticamento, nervosismo, calo del desiderio sessuale, diminuzione o aumento di peso, dolori somatici; tali manifestazioni hanno portato gli scienziati ad approfondire il nesso che intercorre tra il cervelletto (una struttura localizzata nella parte posteriore del cervello, responsabile di alcune funzioni motorie) ed i sintomi depressivi.

Il cervelletto è un componente del sistema nervoso centrale ed è suddiviso in due emisferi, la sua finalità è quella di raccoglie le informazioni provenienti dagli organi di senso e dal midollo spinale, per regolare la postura, l’equilibrio, i movimenti volontari e controllare alcune attività cognitive come l’attenzione, la memoria ed il linguaggio. Senza il cervelletto non saremmo in grado di apprendere i movimenti, ad esempio fare sport, ballare, guidare…

Buckner ed altri studiosi (2011), grazie all’utilizzo della risonanza magnetica funzionale, hanno evidenziato come parte dei neuroni appartenenti alla corteccia cerebellare (del cervelletto) avrebbero un ruolo nella psicofisiologia cognitiva ed emozionale. Successive ricerche (Alalade e al., 2011; Liu e al., 2012; Guo e al., 2013) hanno rilevato come pazienti depressi presentino un’anomalia delle connessioni fra alcune zone della corteccia cerebellare e questo causerebbe un’alterazione della memoria verbale di lavoro e rallentamento psicomotorio (Buyukdura e al., 2011; Bracht e al., 2012; Hyett e al., 2018), problematiche presenti nel disturbo depressivo.

Huguet e collaboratori grazie ad esami di laboratorio svolti nel 2017, hanno notato che l’invio di impulsi elettrici ai circuiti neuronali del cervelletto provocherebbe stati ansiosi uniti a comportamenti impulsivi, si avvalorerebbe dunque l’ipotesi che vede il cervelletto coinvolto nella regolazione del tono dell’umore.

Ancora una volta il nostro cervello ci affascina dando conferma della sua complessità e dell’importante legame che unisce mente e corpo.

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Il contributo della mindfulness nel trattamento dei partner violenti https://www.istitutobeck.com/beck-news/il-contributo-della-mindfulness-nel-trattamento-dei-partner-violenti Fri, 19 Jun 2020 08:00:20 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=20837 L'articolo Il contributo della mindfulness nel trattamento dei partner violenti proviene da Istituto A.T.Beck.

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contributo della mindfulness nel trattamento dei partner violenti. Ecco la pagina in cui si affronta nello specifico questo tema

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Il termine “violenza di genere” descrive tutte le forme di violenza da quella psicologica e fisica a quella sessuale, dallo stalking allo stupro rivolte verso le donne. Tale costrutto comprende anche le mutilazioni genitali femminili, i delitti d’onore e la tratta di donne (WHO, 2013). Nel mondo le donne vittime di violenza sono circa il 35% della popolazione e nel 30% dei casi si parla di violenza domestica.

La violenza domestica è definita come la minaccia o l’uso di violenza fisica, psicologica e/o emotiva con l’intenzione di infliggere un danno o esercitare potere e controllo sulla vittima. Tale forma di violenza viene esercitata da un membro dell’ambiente domestico della vittima: un partner, un marito, un ex marito o ex partner, un familiare, un amico o un conoscente. Di norma, tale forma di violenza non descrive un singolo evento violento ma piuttosto un sistema di violenze complesso e perpetuato nel tempo che può caratterizzarsi anche per una compresenza delle diverse forme di violenza.

I dati del rapporto formulato dall’Organizzazione Mondiale della Sanità mostrano che la violenza sulle donne è un fenomeno i cui numeri continuano ad aumentare nel corso degli anni. Essere vittima di violenza può comportare conseguenze sulla salute della donna a breve, medio o lungo termine. Questi effetti possono essere più o meno gravi: femminicidio, lesioni fisiche, gravidanze indesiderate, uso/abuso di alcol, disturbi psicosomatici e altri disturbi psicologici.

Tra le conseguenze psicologiche della violenza domestica numerosi studi hanno citato: depressione, ansia, attacchi di panico, nervosismo, insonnia, difficoltà di concentrazione, paura dell’intimità e calo di autostima. In particolare la letteratura mostra che il 37% delle donne vittime di violenza soffre di depressione, il 46% di ansia e/o attacchi di panico e il 45% ha un disturbo post-traumatico da stress (PTSD) (Flury, Nyberg, 2010).

Un nuovo studio pubblicato su “BCM psychiatry” e condotto da Nesset e colleghi ha rivolto l’attenzione al fenomeno ponendosi dal punto di vista dell’autore della violenza.

I fattori che spingono una persona ad agire in maniera violenta sono complessi e molteplici. Due di essi sembrano essere prevalenti: la disuguaglianza sociale nei confronti delle donne e l’uso normativo della violenza nella gestione dei conflitti. Senza nessuno di questi fattori, la violenza domestica potrebbe non verificarsi. Inoltre, questi elementi possono interagire con una rete di cause complementari che si traducono nella violenza. Ad esempio le ideologie della superiorità maschile legittimano l’uso della forza da parte degli uomini verso le donne (Jewkes, 2002).

Nel lavoro con gli autori della violenza la terapia cognitivo-comportamentale si è dimostrata estremamente efficace per affrontare la rabbia disfunzionale e i comportamenti violenti. In particolare, si lavora sulle credenze disfunzionali che generano affetti negativi, motivazioni, comportamenti e risposte fisiologiche. La TCC può aiutare il partner violento a riconoscere i modelli di pensiero distorti e a migliorare la regolazione delle emozioni.

Lo studio condotto da Nesset e colleghi (2020) aveva come obiettivo valutare gli effetti della terapia cognitivo-comportamentale in un campione di uomini violenti nei confronti delle loro compagne. I partecipanti nel gruppo sperimentale hanno ricevuto due sessioni individuali e 15 sessioni di gruppo di terapia cognitivo-comportamentale. In questo intervento i ricercatori si sono concentrati sulle strategie di cambiamento comportamentale, sulla ristrutturazione cognitiva, la modifica delle convinzioni e degli schemi mentali e sulla prevenzione delle recidive di comportamenti violenti. I primi cinque incontri sono stati di psicoeducazione sulla rabbia e su come elaborare le risposte comportamentali. I restanti incontri sono stati di esercitazione sulle capacità di comunicazione e di risoluzione dei conflitti.

I soggetti del gruppo di controllo invece ricevevano 16 ore di intervento di riduzione dello stress basato sulla mindfulness (MBSR). Lo scopo del programma basato sulla mindfulness era quello di insegnare ai partecipanti a riconoscere i pensieri negativi senza, però, evitarli. Mirava, inoltre, a migliorare la consapevolezza delle proprie sensazioni corporee nelle situazioni che provocano rabbia o nervosismo.

I risultati dello studio hanno mostrato che entrambi gli interventi (TCC e MBSR) sono efficaci nel trattamento dei partner violenti. Infatti, i partecipanti ad entrambi i gruppi al follow-up a 12 mesi hanno riportato una riduzione della violenza sia fisica che sessuale, senza alcune differenze tra i gruppi. Per quanto riguarda la violenza psicologica la riduzione è stata meno ampia per entrambi i gruppi probabilmente perché questa forma di violenza potrebbe essere più difficile da affrontare e da trattare.

Riferimenti

  • Flury, M., & Nyberg, E. (2010). Domestic violence against women: definitions, epidemiology, risk factors and consequences. Swiss medical weekly, 140(3536).
  • Jewkes, R. (2002). Intimate partner violence: causes and prevention. The lancet, 359(9315), 1423-1429.
  • Nesset, M. B., Lara-Cabrera, M. L., Bjørngaard, J. H., Whittington, R., & Palmstierna, T. (2020). Cognitive behavioural group therapy versus mindfulness-based stress reduction group therapy for intimate partner violence: a randomized controlled trial. BMC psychiatry, 20, 1-11.
  • World Health Organization. (2013). Global and regional estimates of violence against women: prevalence and health effect of intimate partner violence and non-partner sexual violence. Department of Reproductive Health and Research, London School of Hygiene and Tropical Medicine: South African Medical Research Council, 2-33.

L'articolo Il contributo della mindfulness nel trattamento dei partner violenti proviene da Istituto A.T.Beck.

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La paralisi del sonno https://www.istitutobeck.com/beck-news/la-paralisi-del-sonno Thu, 18 Jun 2020 08:00:22 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=20833 L'articolo La paralisi del sonno proviene da Istituto A.T.Beck.

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paralisi del sonno

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La paralisi del sonno sono dei fenomeni ricorrenti di atonia muscolare (caratteristica tipica del sonno REM) nello stato di veglia. Durante questi episodi la persona è incapace di parlare e di muovere gli arti e/o il tronco, pur rimanendone consapevole ed essendo poi in grado di ricordare correttamente ciò che è accaduto. Questa condizione si manifesta all’addormentamento o al risveglio e la durata dell’episodio varia da secondi a minuti. Questo disturbo causa intensa paura rispetto al sonno e le persone sperimentano una marcata ansia anticipatoria prima di andare a letto. Quasi il 7.6% della popolazione ha sperimentato almeno un episodio durante la vita.

Durante questi episodi la maggior parte degli individui sperimenta anche contenuti di attività onirica, che risultano vividi, multisensoriali e, spesso, a valenza negativa. La combinazione fra atonia muscolare e incubo nella veglia è un’esperienza spiacevole e non facilmente comprensibile, quindi alcune persone considerano queste esperienze come generati da fenomeni sovrannaturali (p.e., rapimento alieno notturno o attacchi demoniaci).

Storie traumatiche e sintomi di PTSD (Post Traumatic Stress Disorder) sono risultati associati alla presenza di paralisi del sonno, e nelle persone affette è risultata elevata l’anxiety sensitivity, cioè la paura delle conseguenze cognitive e delle manifestazioni somatiche dell’ansia. Sono stati inoltre riscontrati alti livelli di dissociazione, convinzioni paranormali/soprannaturali e immaginazione (Sharpless, 2016).

Essendo un fenomeno abbastanza sconosciuto e di difficile comprensione, le persone spesso riferiscono emozioni di vergogna o pensieri distorti sulle cause degli episodi (p.e., convinzione di “diventare matte” o presenza di eventi paranormali), quindi la prima linea d’intervento è certamente la rassicurazione.

Dal momento che la frequenza della paralisi aumenta con la deprivazione di sonno, è necessario migliorare la qualità e la quantità del sonno, quindi è raccomandata una corretta igiene del sonno, specialmente per i turnisti e per le persone con jet lag (Gangdev, 2004). Vengono poi fornite altre specifiche istruzioni come l’evitare la posizione prona e quella supina o, dal momento che possono scatenare gli episodi di paralisi del sonno, vengono scoraggiati i sonnellini diurni.

Vengono utilizzate anche le tecniche di rilassamento e la meditazione per migliorare la gestione degli episodi di paralisi (Jalal, 2016) e vengono anche previste delle strategie per fronteggiare (mettendole in discussione o modificandole) le allucinazioni spaventanti.

Nel caso in cui si presenti un concomitante problema d’insonnia viene applicato il protocollo di Terapia Cognitivo-Comportamentale per l’Insonnia (TCC-I).

 

Riferimenti bibliografici

  • Gangdev P. (2004). Relevance of sleep paralysis and hypnic hallucinations to psychiatry. Australasian Psychiatry, 12(1): 77-80.
  • Jalal B. (2016). How to make the ghosts in my bedroom disappear? Focused-attention meditation combined with muscle relaxation (MR therapy) – a direct treatment intervention for sleep paralysis. Front Psychol 7: 28.
  • Sharpless B.A. (2016). A clinician’s guide to recurrent isolated sleep paralysis. Neuropsychiatric Disease and Treatment, 12: 1761-1767.

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“Meditazione” psicologica: funziona quanto quella “spirituale”? https://www.istitutobeck.com/beck-news/meditazione-psicologica Wed, 17 Jun 2020 08:00:23 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=20827 L'articolo “Meditazione” psicologica: funziona quanto quella “spirituale”? proviene da Istituto A.T.Beck.

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Meditazione psicologica

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La psicologia di indirizzo cognitivo-comportamentale ha da tempo implementato, tra i suoi strumenti, l’impiego della mindfulness, specialmente nella forma cristallizzata da Jon Kabat-Zinn con il suo programma di 8 settimane “Mindfulness-Based Stress Reduction” o MBSR.
Questa pratica, come anche le tecniche immaginative o di “Imagery” (pensiamo all’Imagery Rescripting di Arnoud Arntz o all’uso dell’immaginazione nella Schema Therapy, una delle nuove branche della Terapia Cognitiva-Comportamentale), sono molto simili alle tecniche di meditazione Vipassana (per la Mindfulness) e di Visualizzazione Creativa (per le tecniche immaginative), derivando essenzialmente da un apporto delle tradizioni spirituali buddhiste e induiste (Sharf, 1995).

L’impiego di tecniche di derivazione orientale in un contesto occidentale ha causato molte controversie legate proprio al diverso approccio culturale alla pratica. Infatti in Oriente il praticante viene seguito da un maestro (il guru), e subisce un processo di iniziazione (la dīkṣā) dove gli viene trasmesso uno specifico mantra su cui dovrà meditare, o gli viene comunque assegnata una specifica pratica meditativa (sādhanā) che dovrà portare avanti.
Nonostante esistano testi di pratiche meditative, è ritenuto culturalmente che tali pratiche vadano “aggiustate” sulla persona, grazie a indicazioni del guru che solitamente non vengono trascritte.

Traslando queste preoccupazioni in un’ottica occidentale e soprattutto clinica, la vera domanda è: le tecniche insegnate in Occidente, che prescindono da una iniziazione orientale, che si basano su un’interpretazione della meditazione a partire da testi scritti della tradizione orientale e non da un passaggio iniziatico connesso a un lignaggio tradizionale, hanno lo stesso effetto psicofisico delle pratiche impiegate in un contesto autenticamente buddhista o induista?

Queste medesime domande sono state portate avanti da alcuni ricercatori, Rinske A. Gotink e colleghi, che in una revisione sistematica del 2016 hanno confrontato le scansioni cerebrali dei meditatori regolari di pratiche tradizionali (Zen, Vipassana, Tibetana, ecc.) con quelle di coloro che avevano partecipato ai percorsi di forme non-religiose di meditazione, come il programma di Mindfulness-Based Stress Reduction (MBSR) o quello di Mindfulness-Based Cognitive Therapy (MBCT).

I risultati hanno mostrato che, a seguito del programma di meditazione non-religiosa, si riscontrava un aumento nell’attivazione, nella connettività e nel volume della corteccia prefrontale, della corteccia cingolata, dell’insula e dell’ippocampo dei partecipanti, assieme a una diminuzione nell’attività funzionale dell’amigdala, un aumento della connettività funzionale nella corteccia prefrontale e una più veloce disattivazione a seguito dell’esposizione a stimoli emotivi.
Questi cambiamenti funzionali e strutturali nella corteccia prefrontale, nella corteccia cingolata, nell’insula e nell’ippocampo erano simili ai cambiamenti descritti negli studi sulla pratica meditativa tradizionale in ambito religioso.

In sintesi, i risultati suggerivano che i training di mindfulness non-religiosi evocassero le medesime risposte cerebrali delle meditazioni tradizionali a lungo termine (Gotink et al, 2016).

È dunque possibile affermare che eventuali dettagli aggiunti alla pratica meditativa a seguito di iniziazioni o dovuti a particolari lignaggi spirituali, antichità o tradizionalità delle pratiche, non incidano in maniera significativa sul risultato della meditazione né sugli effetti psicofisici e cerebrali che essa ha sull’individuo, ma che rappresentino invece esclusivamente delle particolarità culturali.

È dunque necessario analizzare le tecniche meditative non sulla base di fattori culturali come l’antichità, la tradizione o il lignaggio, bensì sulla concordanza o discordanza delle aree cerebrali attivate dalle stesse.
Qualora si attivino le medesime aree cerebrali, l’impatto sull’individuo sarà il medesimo, altrimenti sarà diverso.

È pertanto indispensabile che gli psicologi e gli psicoterapeuti smettano di confrontare l’efficacia della pratica della mindfulness, e di altre tecniche meditative impiegate in ambito clinico, sulla base di presupposti anti-scientifici o tutt’al più culturali, e si concentrino invece sull’evidenza riportata dagli studi relativi all’attivazione cerebrale.

È addirittura possibile porre come obiettivo a lungo termine della ricerca in psicologia quello di de-misticizzare l’esperienza di Oneness (la percezione di unità con tutto ciò che ci circonda), che vari contesti religiosi hanno chiamato “Nirvana”, “Moksha” o “Illuminazione”, analizzando invece i cambiamenti neurobiologici degli individui durante e a seguito delle pratiche meditative e cosiddette “spirituali”.

Lo stato dell’arte nella ricerca ci fa capire come l’impiego della preghiera, della meditazione senza oggetti, della meditazione con oggetti (visualizzazione o meditazione guidata), dell’impiego dei tamburi e di altre forme di induzione della trance, del canto religioso e dei rituali devozionali sia altamente connesso a questa percezione di Oneness.

E’ dunque evidente che sia compito della nostra disciplina analizzare i risultati della ricerca per elaborare un programma che conduca l’individuo a sperimentare uno stato (quello di Oneness) che essenzialmente è mentale e dunque ambito della psicologia, in modo da poter equipaggiare coloro che vorranno sperimentarlo in maniera scientifica e razionale, lasciando alle tradizioni religiose l’interpretazione spirituale di esso.
Perché ciò avvenga è però necessario staccarsi da elementi religiosi o religiosizzanti come quello di “illuminazione”, poiché questi rappresentano una definizione culturale che chiunque, non avendo un background buddhista, induista od orientale, può invece classificare, chiamare e concettualizzare come meglio ritiene. L’individuo deve essere libero di sperimentare uno stato della sua mente accessibile tramite l’impiego di pratiche che agiscono sulla psiche (e quindi ambito della psicologia) senza doversi legare a elementi culturali, ad esempio senza avere l’obbligo a classificare questo stato mentale come lo scopo della propria vita, ma potendolo invece esperire come una delle molteplici modalità dell’essere vivi, e quindi senza doverlo classificare culturalmente come invece è oggi quasi obbligato a fare (Newberg, 2014).

Perché ciò avvenga è però necessario che la psicologia si riappropri di questo ambito, come è accaduto per la mindfulness, e inizi almeno a concettualizzare la possibilità di creare un programma atto a permettere agli individui di accedere allo stato di Oneness, che rappresenta un potenziale di esperienze mentali che sappiamo essere di grande beneficio nei confronti di chiunque lo sperimenti e potenzialmente terapeutico per individui che affrontano difficoltà emotive e cognitive, e forse anche per chi soffre di veri e propri disturbi mentali.


Bibliografia:

  • Sharf, R. Buddhist modernism and the rhetoric of meditative experience. Numen, vol. 42, n. 3, 1995, pp. 228–283.
  • Gotink RA, Meijboom R, Vernooij MW, Smits M, Hunink MG. 8-week Mindfulness Based Stress Reduction induces brain changes similar to traditional long-term meditation practice – A systematic review. Brain Cogn. 2016;108:32‐41.
  • Andrew B. Newberg. The neuroscientific study of spiritual practices. Front Psychol. 2014; 5: 215.

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Covid e violenza di genere: una doppia pandemia https://www.istitutobeck.com/beck-news/covid-e-violenza-di-genere Tue, 16 Jun 2020 08:00:54 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=20823 L'articolo Covid e violenza di genere: una doppia pandemia proviene da Istituto A.T.Beck.

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Covid e violenza di genere

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 “Non dimenticare mai che sarà sufficiente una crisi politica, economica o religiosa perché i diritti delle donne siano rimessi in discussione. Questi diritti non sono mai acquisiti. Dovrete restare vigili durante tutto il corso della vostra vita” (Simone de Beauvoir)

L’impatto globale della pandemia COVID-19 sta avendo forti ripercussioni a livello economico, sociale, storico istituzionale e scientifico e alcune categorie come le donne hanno pagato un prezzo ancora più alto, la quarantena forzata ha, infatti, portato ad un aumento dei casi di violenza di genere e dei femminicidi.

Per violenza di genere, secondo l’Assemblea generale della Nazioni Unite 1993, si intende; “Qualsiasi atto che provoca o possa provocare danni fisici, sessuali o psicologici alle donne, incluse le minacce di tali atti, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà, sia che si verifichi nella vita pubblica o privata”. L’ONU e L’U.E. definiscono violenza di genere “Una violenza che si annida nello squilibrio relazionale tra i sessi e nel desiderio di controllo e di possesso da parte del genere maschile sul femminile. Violenza di genere, che si coniuga in: violenza fisica, sessuale, economica, psicologica”.

Dall’ultima indagine Istat disponibile del 2015 (su dati del 2014) si rileva che sono circa 7 milioni le donne dai 16 a 70 anni che nel corso della propria vita hanno subìto una qualche forma di violenza (fisica, sessuale o psicologica, incluse le minacce, la coercizione o la privazione arbitraria della libertà). Sono 652 mila le donne che hanno subìto stupri e 746 mila le vittime di tentati stupri perpetrate maggiormente da partner attuali e da ex partner. Purtroppo ancora oggi risulta che soltanto circa il 35% delle donne, che hanno subìto violenza fisica o sessuale nel corso della vita, ritiene di essere stata vittima di un reato.

Durante il lockdown la situazione è peggiorata, le telefonate al 1522 (numero rosa antiviolenza e stalking) sono state il 73% in più rispetto al 2019 (Istat, 2019).

Il 45% delle vittime ha paura per la propria incolumità, il 72% subisce violenza ma non denuncia e secondo l’indagine Istat del 2020 il 93% dei casi di violenza è consumato tra le mura domestiche con un 64% anche di casi di violenza assistita.

Questi dati sono lo specchio di un Paese ancora culturalmente legato a vecchi stereotipi d genere radicati e difficili da cancellare infatti, la violenza sulle donne rimane ancora nel 2020 un fenomeno di portata mondiale definito dall’ OMS come uno dei principali problemi di salute pubblica.

Fattori di vulnerabilità

Durante la quarantena le persone sono state obbligate a rimanere a casa per arginare la pandemia a discapito della libertà personale. Il cambiamento delle routine, secondo molti medici e specialisti ha compromesso il benessere psicologico e la salute mentale di molti individui aumentando il livello di stress (Galea, 2020).

L’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) con la pubblicazione del documento “COVID-19 and Violence Against Women” del 7 Aprile 2020, ha delineato i motivi per cui il COVID-19 ha esacerbato il rischio di violenza domestica contro le donne.

Tra i fattori di vulnerabilità rientrano: lo stress, l’interruzione delle reti sociali e protettive, la riduzione dell’accesso ai servizi, l’aumento del tempo a stretto contatto con l’abusante, le perdite economiche e/o di lavoro e il supporto scolastico dei figli a carico delle donne.

In situazioni familiari già complicate, man mano che le risorse economiche diventano più scarse, aumenta il rischio che le donne siano vittime di abusi e restrizioni. L’abusante arriva a privarle dell’accesso all’uso di disinfettanti e saponi, diffondendo disinformazione sulla malattia e stigmatizzando il partner.

L’aumento dei casi di violenza domestica deriva anche dall’impossibilità per la donna di accedere a servizi come, case rifugio, assistenza legale e servizi di protezione.

Come aiutare le donne vittime di violenza durante la quarantena

In questo periodo per le donne vittime di violenza è ancora più complicato chiedere aiuto, per questo motivo le istituzioni hanno creato nuove reti di comunicazione con l’esterno. Il supporto sociale diventa un fattore protettivo contro la violenza domestica.

Tra le varie iniziative intraprese da segnalare la campagna di sensibilizzazione #Liberapuoi che ha lo scopo di promuovere il numero rosa 1522 e la relativa app per permette alle vittime di chattare in sicurezza con le operatrici e ricevere supporto. Sempre in materia digitale è stata realizzata dalla polizia di stato l’app “youPOL” grazie alla quale è possibile chattare con le forze dell’ordine e richiedere aiuto in sicurezza, senza correre il rischio ulteriore di essere ascoltate dagli aggressori. Anche le farmacie sono diventate un canale di aiuto dove le donne richiedendo al farmacista la “mascherina 1522” possono denunciare la violenza e chiedere aiuto. Le case rifugio e i centri antiviolenza, rimaste aperte durante la pandemia, restano comunque un punto di riferimento fondamentale, un posto sicuro dove le donne possono trovare conforto e speranza per avviare una nuova fase di vita.

Riferimenti:

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Maltrattamento su minori e disturbi bipolari: quale connessione? https://www.istitutobeck.com/beck-news/maltrattamento-su-minori-e-disturbi-bipolari Fri, 12 Jun 2020 08:00:48 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=20809 L'articolo Maltrattamento su minori e disturbi bipolari: quale connessione? proviene da Istituto A.T.Beck.

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Maltrattamento su minori e disturbi bipolari

Photo by Leo Foureaux on Unsplash

Il maltrattamento sui minori consiste in comportamenti messi in atto da parte di un adulto e che arrecano danni al minore; sono compresi l’abuso sessuale, fisico, emotivo, neglect. Sono in costante aumento le prove dell’associazione che esisterebbe tra maltrattamento su minori e psicopatologia in età adulta. Quelle disponibili riguardano depressione, ansia, disturbi dell’alimentazione, disturbi somatoformi, abuso di sostanze e disturbi di personalità. Ultimamente, la ricerca si è concentrata anche sul ruolo del maltrattamento nei disturbi bipolari, poiché effettivamente assai frequente in pazienti con questa diagnosi (sembra che l’abuso emotivo sia il tipo di trauma più frequentemente riportato dai pazienti bipolari).

Gli studi condotti fino ad oggi hanno riscontrato che il trauma infantile legato al maltrattamento è associato alla gravità e al decorso dei disturbi bipolari.

La maggior parte degli studi sulle associazioni dei disturbi bipolari con eventi di vita stressanti (incluso il trauma infantile) non distingue però tra i tipi di episodi (maniacale, ipomaniacale, depressivo) che sono gli elementi costitutivi di questo disturbo.

La ricerca

Lo studio presentato mira a chiarire ulteriormente le associazioni di maltrattamento sui minori con i sintomi bipolari, esplorandone anche gli effetti nel tempo. Lo studio è parte di un più ampio progetto di ricerca longitudinale sui sintomi prodromici dei disturbi bipolari, condotto presso la LWL University Clinic della Ruhr-University di Bochum dal 2014.

Lo studio ha un disegno longitudinale (si protrae nel tempo con più misurazioni per gli stessi soggetti); nello specifico, le misurazioni sono state ripetute 5 volte in un periodo di 2 anni. Questa procedura consente di esplorare se i sintomi depressivi, ipomaniacali, maniacali e bipolari globali cambiano con il passare del tempo.

Degli iniziali 2329 partecipanti selezionati che hanno risposto ai questionari per la prima misurazione, solo 134 partecipanti hanno compilato completamente i questionari in tutte e cinque le misurazioni.

Il campione è composto da studenti; 48 uomini (36%) e 86 donne (64%). Al momento della prima misurazione avevano un’età media di 24,64 anni, 48 (36%) erano single, 74 (55%) avevano un partner romantico senza essere sposati, 11 (8%) erano sposati e 1 (1%) era divorziato. 127 partecipanti (95%) non aveva figli. Nessun partecipante aveva ricevuto alcuna diagnosi di disturbo mentale.

Nello studio sono stati considerati tre tipi di maltrattamenti sui minori: abuso emotivo, fisico e sessuale.

Tutti i dati sono stati raccolti con le seguenti scale self-report:

  • Misurazione retrospettiva del maltrattamento sui minori
  • Beck Depression Inventory II (BDI)
  • Hypomania Checklist 32 (HCL)
  • Altman Self-Rating Mania Scale (ASRM)
  • Bochumer Screeningbogen Bipolar (BSB)

Risultati e considerazioni

Mentre i sintomi ipomaniacali e maniacali non differiscono a seconda della capacità di ricordare l’abuso, i sintomi depressivi sono risultati molto più alti tra i partecipanti che riportano queste esperienze. La differenza è stata riscontrata per tutti e tre i tipi di maltrattamenti considerati, ma l’effetto più forte è apparso in relazione all’abuso emotivo. Inoltre, è emerso un dato nuovo ed interessante: solo le donne che riportano esperienze di abuso ottengono un punteggio più alto sulla scala della depressione (gli uomini hanno ottenuto un punteggio più basso nella scala della depressione, paragonabile a quelli ottenuti dalle donne senza ricordi di abusi). I ricercatori hanno ipotizzato quindi che le esperienze di abuso combinate con il genere femminile possano rappresentare un fattore di rischio per la depressione nella vita adulta, mentre il genere maschile sembra essere un fattore protettivo, indipendente dalla presenza o dall’assenza di ricordi di abuso. Queste associazioni, tuttavia, non sono state analizzate per l’abuso sessuale a causa del ridotto numero di uomini nel campione che hanno riferito di avere ricordi di questo tipo di trauma. L’effetto moderatore del genere rispetto agli effetti dannosi dell’abuso necessita quindi di studi futuri.

Come precedentemente accennato, i sintomi ipomaniacali e maniacali non sono risultati influenzati dalla presenza o meno dell’abuso, ma per quanto riguarda i sintomi ipomaniacali è stato riscontrato un effetto temporale: la loro riduzione significativa nel corso dei 2 anni di misurazione. Questo risultato sembra suggerire che le condizioni subcliniche di ipomania diventino meno frequenti e meno pronunciate con l’aumentare dell’età; in effetti, è un’ipotesi supportata dai risultati di un vasto studio transculturale in cui si sono riscontrate consistenti diminuzioni significative con l’età nei punteggi HCL in 12 paesi diversi (Angst et al., 2010).

Nello studio qui presentato, non è stato identificato alcun fattore psicosociale (dell’infanzia) associato ai sintomi maniacali: questi ultimi, infatti, non erano correlati ai ricordi di maltrattamenti su minori e non hanno mostrato alcun effetto sul tempo o sull’età. Una possibile spiegazione è che i sintomi maniacali non siano correlati alle esperienze vissute durante l’infanzia, ma alle attuali esperienze interpersonali.

Sicuramente sono necessari ulteriori approfondimenti che tentino anche di superare i limiti del presente studio. Nello specifico, del maltrattamento sui minori sono state valutate solo 3 delle sue possibili declinazioni (abuso emotivo, fisico e sessuale). In secondo luogo, la misurazione del maltrattamento sui minori è retrospettiva, ma ci sono risultati che dimostrano che gli episodi documentati di abuso sessuale nell’infanzia non sono segnalati in età adulta da molte persone interessate, in particolare gli uomini; quindi questo fattore potrebbe comportare una distorsione dei risultati in un certo senso. Infine, sarebbe interessante esplorare se i risultati di questo studio possano essere replicati in campioni clinici di pazienti con un disturbo bipolare.

 

Riferimenti

L'articolo Maltrattamento su minori e disturbi bipolari: quale connessione? proviene da Istituto A.T.Beck.

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Temperamento infantile come predittore della personalità adulta https://www.istitutobeck.com/beck-news/temperamento-infantile-come-predittore-della-personalita-adulta Thu, 11 Jun 2020 08:00:55 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=20805 L'articolo Temperamento infantile come predittore della personalità adulta proviene da Istituto A.T.Beck.

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Temperamento infantile come predittore della personalità adulta

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Con buona probabilità un bambino tendenzialmente inibito dal punto di vista comportamentale sarà un giovane adulto riservato ed introverso. Come facciamo a saperlo?

Un recente studio finanziato dal National Institutes of Health e pubblicato in Proceedings of National Academy of Sciences ci dà finalmente una chiara conferma del ruolo significativo che il temperamento infantile ha sullo sviluppo della personalità adulta.

Ad oggi, la maggior parte degli studi condotti si sono concentrati sul verificare una chiara connessione tra comportamento infantile e rischio psicopatologico, perdendo di vista, in sostanza, la peculiarità delle differenze individuali. Lo studio citato in questo articolo, approfondisce, invece, tale aspetto sostenendo che il temperamento possa predire l’evolversi di determinati processi neurali a distanza di 20 anni.

Il nostro temperamento, dunque, biologicamente determinato alla nascita, definisce il peculiare modo in cui reagiamo dal punto di vista emotivo e comportamentale nei confronti del mondo che ci circonda. Pertanto, non stupisce che esso costituisca la base su cui erigeremo la nostra futura personalità.

Partendo da tale presupposto, lo studio in questione ha indicato come una specifica tipologia di temperamento infantile, caratterizzato da inibizione comportamentale, possa essere associato ad un maggior rischio di disturbi internalizzanti. Nello specifico: un bambino tendenzialmente cauto, pauroso ed evitante nei confronti di situazioni e persone non familiari, è maggiormente predisposto a diventare un adulto che attui ritiro sociale e soffra cronicamente d’ansia.

Non tutti gli studi condotti, tuttavia, pur suggerendo esiti a lungo termine, hanno compiuto ricerche longitudinali che permettessero di seguire lo sviluppo di bambini inibiti dalla prima infanzia sino all’età adulta. I ricercatori dell’Università del Maryland, in associazione a quelli della Catholic University of America e del National Institute of Mental Health, si sono presi l’impegno di reclutare un campione di partecipanti (caratterizzati da inibizione comportamentale) dai 4 mesi di vita sino ai 15 anni, indagandone le caratterstiche neurofisiologiche in grado di predirne un eventuale rischio psicopatologico.

Il metodo utilizzato nello studio fa riferimento alla rilevazione di un segnale elettrico registrato dal cervello in seguito all’esplicitazione di risposte errate a compiti computerizzati, valutandone la sensibilità. Maggiore risulta essere la sensibilità all’errore commesso, maggiore è la tendenza ad interiorizzare un vissuto ansioso ed introverso; al contrario, alla drastica diminuzione di essa corrisponde un atteggiamento estrnalizzante, predisposto ad esprimere impulsività e ricerca di sensazioni forti (quali l’uso di sostanze).

All’età di 26 anni, i partecipanti che hanno dimostrato grande disponibilità ed interesse, sono stati richiamati per un’ulteriore valutazione relativa alla personalità e al funzionamento in termini sociali, scolastici o lavorativi.

Concludendo, dunque, un temperamento inibito dal punto di vista comportamentale rilevato a 14 mesi di vita, intorno ai 26 anni di età è in grado di predire una personalità:

  • riservata;
  • introversa;
  • poco incline al coinvolgimento in relazioni sentimentali;
  • con funzionamento sociale inferiore alla norma.

In associazione a tali aspetti, il temperamento infantile descritto correla positivamente anche con lo sviluppo di disturbi di natura internalizzante (ansia, depressione, ecc.).

L’apporto maggiormente significativo dello studio riportato è relativo alla natura stabile e duratura che il temperamento di ognuno di noi possiede. Un canale che, se precocemente individuato, può aiutare nell’identificare gli individui più a rischio da un punto di vista psicopatologico in età adulta.

 

Riferimenti bibliografici:

  • Tang A., Crawford H., Morales S., Degnan K., Pine D.S., Fox N.A. (2020). Infant behavioral inhibition predicts personality and social outcomes three decades later, PNAS. https://doi.org/10.1073/pnas.1917376117

L'articolo Temperamento infantile come predittore della personalità adulta proviene da Istituto A.T.Beck.

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Esiti a lungo termine dell’abuso sessuale infantile: siamo sicuri di conoscerli? https://www.istitutobeck.com/beck-news/abuso-sessuale-infantile Wed, 10 Jun 2020 08:00:03 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=20801 L'articolo Esiti a lungo termine dell’abuso sessuale infantile: siamo sicuri di conoscerli? proviene da Istituto A.T.Beck.

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abuso sessuale infantile

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Ormai da tempo la luce dei riflettori di tutto il mondo è puntata sul tema dell’abuso sessuale su minori: da una meta-analisi di 217 pubblicazioni è emersa una prevalenza globale del 12%. È quindi più che comprensibile che ci sia una certa urgenza di comprendere per poter intervenire e prevenire.

Se è vero che gli studi su questo tema in letteratura sono davvero numerosi, è vero anche che “non è tutto oro quello che luccica”, come si suol dire. Proprio a questo proposito, rispetto alle precedenti meta-analisi sull’abuso sessuale infantile, la review qui sintetizzata aveva lo scopo di migliorare la portata, la validità e la qualità dei risultati riguardo il tema. In che modo? Compiendo una revisione sistematica delle meta-analisi esistenti, valutandone attentamente la qualità e l’eterogeneità. L’obiettivo ultimo era fornire una sintesi completa degli effetti dell’abuso sessuale infantile sulla morbilità e sulla disabilità in età adulta, che potrebbe aiutare a identificare gli obiettivi per interventi sia clinici che politici.

Cosa è emerso?

Poca chiarezza. In sostanza, quel che emerge da questa meta-analisi ad ombrello è la necessità di una migliore comprensione dei possibili meccanismi alla base dell’associazione tra abuso sessuale infantile e conseguenze a lungo termine identificate.

I principali risultati sul modo in cui l’abuso infantile aumenti il rischio di psicopatologia e malattie fisiche sono riassumibili in:

  • Meccanismi biologici (ad esempio di tipo infiammatorio come quelli che coinvolgono l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene)
  • Meccanismi psicosociali, come comportamenti a rischio (ad esempio, l’abuso sessuale infantile è associato a comportamenti sessuali rischiosi, che potrebbero aumentare la probabilità di contrarre malattie)
  • Fattori psichiatrici (ad esempio, l’effetto dell’abuso sessuale infantile sull’obesità potrebbe essere dovuto alla depressione o ad alcuni disturbi alimentari; ma è vero anche che gli effetti dell’abuso sessuale infantile sulla depressione e sui disturbi alimentari potrebbero essere scatenati dall’obesità)

Insomma, a volte leggendo questi risultati viene da pensare che sia praticamente vero e/o probabile tutto e il contrario di tutto. Di questi fattori appena elencati nessuno appare univoco, manca una loro conoscenza approfondita, non è chiaro se sia l’uno a causare l’altro ed in che modo, quale sia conseguenza e quale sia fattore predisponente o di rischio, per esempio. Per prevenire psicopatologie e altri esiti negativi legati all’abuso sessuale infantile, appare evidente che saranno necessarie ulteriori ricerche sui meccanismi di sviluppo.

Inoltre, le meta-analisi dalle quali sono state tratte importanti conclusioni riguardo i “famosi” esiti a lungo termine, si basano su studi che coinvolgono differenti tipi di abuso su minori. In quest’ottica, la raccolta di informazioni più dettagliate sulla natura dell’abuso potrebbe aiutare a distinguerne i differenti esiti (che sembrerebbero esserci, ma nemmeno questo è chiaro).

Emergono infine notevoli lacune riguardo l’attuale letteratura di revisione per disturbo bipolare e disturbo ossessivo-compulsivo come esiti dell’abuso sessuale infantile, mentre sembrano esserci prove di alta qualità per le associazioni con schizofrenia, disturbo post traumatico da stress e abuso di sostanze.

 

Riferimenti:

L'articolo Esiti a lungo termine dell’abuso sessuale infantile: siamo sicuri di conoscerli? proviene da Istituto A.T.Beck.

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Il ruolo della mindfulness nel trattamento dei disturbi alimentari in adolescenza https://www.istitutobeck.com/beck-news/ruolo-della-mindfulness-nel-trattamento-dei-disturbi-alimentari-in-adolescenza Tue, 09 Jun 2020 08:00:23 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=20796 L'articolo Il ruolo della mindfulness nel trattamento dei disturbi alimentari in adolescenza proviene da Istituto A.T.Beck.

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ruolo della mindfulness nel trattamento dei disturbi alimentari in adolescenza

Photo by Anna Pelzer on unsplash

Una corretta alimentazione è il primo passo fondamentale per un sano sviluppo del bambino dall’infanzia all’adolescenza, ma nel mondo contemporaneo le linee guida che spingono a seguirne una sana ed equilibrata vengo scarsamente prese in considerazione dai giovani.
Abitudini alimentari scorrette durante l’infanzia e l’adolescenza possono portare a sviluppare sul lungo periodo patologie quali diabete di tipo 2, malattie cardiovascolari e riduzione della qualità di vita, inoltre, più di un terzo degli adolescenti americani vengono considerati in sovrappeso o obesi e di conseguenza maggiormente colpiti da body shaming e bullismo da parte dei loro coetanei. Ciò porta ad una modificazione significativa della soddisfazione rispetto al proprio corpo e ad un aumento del rischio per lo sviluppo di disturbi alimentari.

I disturbi alimentari (ED) colpiscono una parte significativa della popolazione globale

L’anoressia nervosa (AN) è caratterizzata da abitudini alimentari restrittive e dalla paura di aumentare di peso; i pazienti con AN sono in grado di sopprimere l’assunzione di cibo, anche in presenza di forti segnali fisiologici di fame. La bulimia nervosa (BN) è caratterizzata da episodi regolari di abbuffate con perdita di controllo, seguiti da comportamenti compensativi come vomito o uso di lassativi in uno sforzo costante di monitoraggio del peso. Le abbuffate e la perdita di controllo si verificano anche nel binge eating disorder (BED), ma non sono seguiti da comportamenti compensativi; l’obesità o il sovrappeso sono molto comuni.
La diagnosi di disturbo alimentare nei bambini e negli adolescenti può essere particolarmente difficile, in quanto questi gruppi di età spesso non sono in grado di riflettere sulle cognizioni tipicamente associate a questi disturbi (paura di aumento di peso, preoccupazioni per l’immagine del corpo, ecc.) e possono invece presentare sintomi fisici non specifici come nausea, soffocamento da cibo o dolore addominale postprandiale. La presenza di bambini ed adolescenti con disordini alimentari è stata, in parte, riconosciuta nel DSM-V con l’introduzione di categorie diagnostiche come il disturbo evitante/restrittivo dell’assunzione di cibo (ARFID).

Alcuni studi riferiscono che l’età di insorgenza dei disturbi alimentari è drasticamente diminuita con un notevole aumento dei bambini di età inferiore a 12 anni che si sottopongono al trattamento e una riduzione del rapporto tra donne e uomini nei giovani pazienti, suscitando quindi preoccupazione ed interesse clinico per la messa in campo di trattamenti precoci.
Nonostante vi siano stati alcuni tentativi di introdurre nel trattamento dell’AN interventi di terapia cognitivo-comportamentale (CBT) o di terapia focalizzata sugli adolescenti (AFT), il trattamento d’elezione e maggiormente diffuso rimane la terapia familiare incentrata sul comportamento (family treatment-behavior; FT-B); gli interventi CBT hanno dimostrato una certa efficacia per il BED, mentre sono state recentemente pubblicate indagini sulla non efficacia di altri approcci, come la terapia interpersonale. I tassi di remissione negli adolescenti con ED sono del 30 -40%, pertanto, vi è una chiara necessità di sviluppare e attuare nuovi approcci di cura.

La mindfulness, come risultato della pratica meditativa, è la consapevolezza di sé che emerge prestando deliberatamente attenzione alle esperienze interne ed esterne, associate ad emozioni, pensieri e sensazioni corporee, senza giudizio e nel momento presente. Sono molteplici i protocolli che promuovono la mindfulness, tra quelli più noti si annoverano l’MBSR, per la gestione e la riduzione dello stress, l’MBCT, per il trattamento della depressione o il protocollo Mindfulness Based Relapse Prevention (MBRP) finalizzato alla prevenzione delle ricadute nelle problematiche di addiction. Gli interventi che si basano sulla mindfulness possono migliorare l’attenzione cognitiva (prolungata, memoria di lavoro), l’affettività (riducendo la ruminazione) e i risultati interpersonali, nonché la salute mentale e fisica.

Per quanto riguarda i disturbi alimentari e l’alimentazione disregolata, sono stati pubblicati un gran numero di studi che utilizzano interventi basati sulla mindfulness nella popolazione adulta, riportando miglioramenti nella percezione dell’immagine corporea e nel controllo sulle abbuffate; è stato inoltre creato un protocollo per trattare il BED, il Mindfulness-Based Eating Awareness Training (MB-EAT) , partendo dal presupposto che i soggetti affetti da tale disturbo sono guidati da stimoli esterni non nutritivi, piuttosto che dai segnali fisiologici di fame e sazietà.
Anche la DBT e l’ACT vengono utilizzate nei casi di gravità bassa o moderata con assenza di comorbidità significativa.

Una recente review, ha analizzato un ampio numero di studi sull’efficacia di interventi mindulness-based nel trattamento dei disturbi alimentari in adolescenza. Soltanto 13 tra gli studi presi in esame hanno riscontrato una correlazione tra l’apprendimento di tecniche mindful e una riduzione dei comportamenti psicopatologici, dell’indice di massa corporea (IMC) e un aumento della disponibilità a mangiare nuovi cibi sani. Questi dati restano però esigui, per quanto incoraggianti, e secondo gli autori le future ricerche dovrebbero includere follow-up più lunghi e più frequenti per determinare gli effetti a lungo termine degli interventi oltre alla presa in esame del coinvolgimento delle figure genitoriali.

 

Riferimenti

  • Banfield E.C., Liu Y., Davis J.S., Chang S., Frazier-Wood A.C. Poor Adherence to US Dietary Guidelines for Children and Adolescents in the National Health and Nutrition Examination Survey Population. J. Acad. Nutr. Diet. 2016
  • Skinner A.C., Perrin E.M., Skelton J.A. Prevalence of obesity and severe obesity in US children, 1999–2014
  • Keski-Rahkonen A., Mustelin L. Epidemiology of eating disorders in Europe: Prevalence, incidence, comorbidity, course, consequences, and risk factors. Curr. Opin. Psychiatry. 2016
  • Lock J. An Update on Evidence-Based Psychosocial Treatments for Eating Disorders in Children and Adolescents. J. Clin. Child Adolesc. Psychol. 2015

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L’influenza della disregolazione emotiva nel trattamento di PTSD e PTSD complesso https://www.istitutobeck.com/beck-news/l-influenza-della-disregolazione-emotiva-nel-trattamento-di-ptsd-e-ptsd-complesso Fri, 05 Jun 2020 08:00:04 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=20792 L'articolo L’influenza della disregolazione emotiva nel trattamento di PTSD e PTSD complesso proviene da Istituto A.T.Beck.

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L’influenza della disregolazione emotiva nel trattamento di PTSD e PTSD complesso

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Rispetto al singolo trauma nell’età adulta, il trauma interpersonale durante l’infanzia è associato a problemi di lunga durata nella regolazione delle emozioni. Questa rappresenta una delle ragioni per cui l’undicesima edizione dell’International Classification of Diseases (ICD-11) dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha incluso una nuova categoria diagnostica, chiamata “PTSD complesso”, caratterizzata da difficoltà persistenti nella regolazione delle emozioni, nella percezione di sé e nelle relazioni interpersonali, oltre ai sintomi principali del PTSD.

Gli individui con PTSD complesso o PTSD, a seguito di traumi interpersonali e prolungati durante l’infanzia, sono accomunati dalla perdita di competenze emotive e sociali; questo può comportare un rischio nell’elaborazione di ricordi traumatici, in quanto tali processi potrebbero rivelarsi emotivamente soverchianti. L’idea che gli individui che soffrono di PTSD e che mostrano livelli elevati di disregolazione emotiva possano rappresentare un sottogruppo con difficoltà di trattamento è supportata dai risultati di una recente meta-analisi che ha preso in esame l’efficacia degli interventi psicologici con individui che soddisfavano i criteri del PTSD complesso (Karatzias et al., 2019). Infatti, per quanto riguarda la disregolazione emotiva, gli autori non hanno trovato alcuna evidenza a favore del fatto che tecniche cognitivo comportamentali, espositive o l’utilizzo dell’EMDR abbiano una migliore efficacia di trattamento rispetto a qualsiasi altra terapia non specifica per il trauma.

La difficoltà nell’agire sulla disregolazione emotiva in individui con storie traumatiche complesse ha indotto gli esperti a prestare attenzione allo sviluppo delle capacità interpersonali prima dell’inizio della terapia. Questo è il motivo per cui le prime linee guida di trattamento della International Society of Traumatic Stress Studies (ISTSS) per quanto riguarda il PTSD complesso, hanno raccomandato una fase di stabilizzazione pre-trattamento, finalizzata a ridurre problemi di autoregolazione e migliorare le competenze emotive, sociali e psicologiche, per garantire che gli individui possano tollerare meglio l’intervento terapeutico. Nelle recenti indicazioni cliniche, il comitato dell’ISTSS afferma che il trattamento dovrebbe essere incentrato principalmente sulla facilitazione dell’elaborazione delle memorie infantili, ma propone anche un approccio personalizzato, finalizzato alla stabilizzazione e alla gestione dei sintomi.

Altri autori sostengono essere i sintomi del PTSD stesso a causare e mantenere difficoltà nella regolazione emotiva, perciò il trattamento diretto della sintomatologia del PTSD dovrebbe portare ad una conseguente diminuzione di questi aspetti disfunzionali.

Alcuni recenti studi hanno esaminato i cambiamenti nella regolazione delle emozioni tra 200 pazienti con diagnosi di PTSD, con e senza una storia di abusi infantili, che hanno ricevuto un programma di trattamento incentrato sul trauma, senza intervenire sulle capacità di regolazione delle emozioni prima della terapia (10 settimane di trattamento di esposizione prolungata). I risultati hanno mostrato miglioramenti sia nei sintomi del PTSD che nelle capacità di regolazione delle emozioni al post-trattamento e al follow-up. Per di più, si è scoperto che sia gli adulti con, che gli adulti senza una storia di abusi infantili, beneficiavano in egual modo del trattamento mirato ai traumi.

Un ulteriore studio ha preso in esame un campione di 54 persone, dividendo i gruppi in base all’età in cui si sono verificate le esperienze traumatiche: 32 pazienti (51,6%) riportavano una storia di abusi sessuali prima dell’età di 12 anni, 22 pazienti (35,5%) avevano subito abusi sessuali all’età di 12 anni o più tardi.

I risultati del presente studio indicano che la terapia incentrata sul trauma è stata efficace in quanto la gravità dei sintomi di PTSD dei pazienti diminuiva drasticamente e la regolazione delle emozioni migliorava significativamente pre e post-trattamento.

In conclusione, sebbene siano necessarie ulteriori indagini per ottenere una comprensione più completa di come le difficoltà di regolazione emotiva siano correlate alla risposta al trattamento di pazienti con grave PTSD, i risultati attuali forniscono evidenze che mettono in discussione la necessità di una fase di stabilizzazione
I risultati supportano l’idea che le difficoltà di regolazione delle emozioni siano semplicemente fenomeni legati al trauma che si riducano a seguito della risoluzione dei sintomi stessi del PTSD. 

 

Riferimenti

  • ISTSS Guidelines Committee (2018). Guidelines position paper on Complex PTSD in adults. Oakbrook Terrace
  • Jerud A. B., Zoellner L. A., Pruitt L. D., & Feeny N. C. (2014). Changes in emotion regulation in adults with and without a history of childhood abuse following posttraumatic stress disorder treatment. Journal of Consulting and Clinical Psychology
  • Karatzias T., Murphy P., Cloitre M., Bisson J., Roberts N., Shevlin M., … Hutton P. (2019). Psychological interventions for ICD-11 complex PTSD symptoms: Systematic review and meta-analysis. Psychological Medicine
  • M. M. van Toorenburg,a S. A. Sanches,a,b B. Linders,a L. Rozendaal,a E. M. Voorendonk,a,c A. Van Minnen,a,c and A. De Jongh (2020) Do emotion regulation difficulties affect outcome of

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