Istituto A.T.Beck https://www.istitutobeck.com Terapia Cognitivo Comportamentale Mon, 23 Nov 2020 11:20:07 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.5.3 Il ddl Zan contro omo-lesbo-bi-transfobia, misoginia e abilismo https://www.istitutobeck.com/beck-news/ddl-zan Mon, 23 Nov 2020 09:00:00 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=21824 L'articolo Il ddl Zan contro omo-lesbo-bi-transfobia, misoginia e abilismo proviene da Istituto A.T.Beck.

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Ddl Zan

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A diversi giorni dall’approvazione del ddl Zan alla Camera, le polemiche degli ambienti più oscurantisti e conservatori non sembrano acquietarsi: gruppi di preghiera in strada, richiami alla lotta contro le perversioni sessuali, oblique associazioni fra omosessualità e pedofilia. Una vasta congerie di personaggi politici e religiosi si è riunita contro il presunto comune nemico liberticida. La principale obiezione mossa al ddl è sintetizzabile nelle parole della CEI (Conferenza Episcopale Italiana), secondo la quale esisterebbero già presidi normativi che tutelino le diverse forme di comportamento violento e discriminatorio. Il ddl Zan sarebbe dunque solo un tentativo di colpire la libertà di espressione personale, garantito all’articolo 21 della Costituzione italiana. Accanto alle accuse di liberticidio si posizionano invece coloro che come Giorgia Meloni, deputata FI, questionano l’importanza di una legge ritenuta assolutamente secondaria in questo periodo emergenziale: “ma siete sicuri che gli omosessuali di questa nazione non avrebbero voluto vedervi al lavoro per difendere le loro attività, piuttosto che su questa roba qui?”.

La comunità LGBTIQ+ ha replicato con forza “si, Giorgia, siamo sicuri”, “aspettiamo questa legge da 30 anni”, capeggiata dall’appello di personaggi pubblici fra i quali Tiziano Ferro, Vladimir Luxuria, Cathy La Torre, Franco Grillini e Carolina Morace. Fioriscono, specialmente su Instagram, messaggi di supporto al proseguimento dei lavori.

Si assiste quindi a una guerra mediatica, combattuta principalmente su campo giornalistico e sulla celebre piattaforma Instagram. Proprio da una breve ricerca su questo social, si possono contare una settantina di post riportanti l’hashtag #ZanSiamoSicuri, confrontabili con i 2700 post accomunati dall’hashtag #RestiamoLiberi, stendardo delle posizioni più conservatrici.

Inutili molti giri di parole.

Dai dati disponibili grazie al servizio di Gay Help Line sull’isolamento sociale causato dall’emergenza COVID-19 nella comunità LGBT, si rileva che il 40% dei minorenni fra i 12 e i 18 anni subisce episodi di discriminazione e violenza, mentre il 19% subisce violenze gravi (la maggioranza in ambito familiare, con almeno 400 casi annui). Il numero verde di aiuto ha ricevuto, dal 2006, oltre 240 mila richieste, più di 20 mila solo nell’ultimo anno (50 persone al giorno). In crescita anche il numero di italiani che mantiene pubblicamente opinioni estremamente negative sull’omosessualità (15.1%), considerata come disgustosa, abominevole e contronatura. Il dato sulle violenze e sugli abusi contro persone LGBT sale del 9% rispetto al 2019, arrivando ad un totale del 25%.

Infine, il dato forse più desolante: solo 1 persona su 40 crede che denunciare possa condurre a un miglioramento della situazione, i restanti 39 hanno timore di esporsi, specialmente per paura di possibili reazioni negative da parte dell’ambiente di appartenenza.

I numeri appena presentati possono aiutarci a caratterizzare il clima profondamente omofobico con cui le persone LGBT si trovano a confrontarsi quotidianamente. Misure legislative che tutelino tale popolazione si rendono necessarie, sebbene non esauriscano né risolvano l’insieme di problematiche a cui sono esposti gay, lesbiche, bisessuali e transessuali nel nostro paese. L’omofobia sociale infatti, termine inaugurato da George Weinberg, è un fenomeno tipico della maggior parte delle società umane eterosessiste, costituendosi come insieme di pensieri, idee, opinioni che provocano emozioni quali ansia, paura, disgusto, rabbia, ostilità nei confronti delle persone non eterosessuali. Il corrispettivo dell’omofobia per le persone lesbiche, bisessuali o transessuali, prende il nome rispettivamente di lesbofobia, bifobia e transfobia. Le principali istituzioni sociali, come Chiesa, stato, mass media, famiglia e scuola, reiterano il messaggio omofobico favorendone l’apprendimento sin dalla più tenera età. Quando le persone LGBT si trovano ad apprendere, al pari delle persone eterosessuali o cis-gender, tali credenze, opinioni e assunzioni, queste vengono interiorizzate producendo importanti e gravi effetti sul benessere psicofisico. Le persone LGBT, in virtù di tale interiorizzazione, si trovano a soffrire di più alti livelli di disturbi d’ansia, disturbi dell’umore, disturbi da uso di sostanze, tabagismo, problemi di peso e infezioni sessualmente trasmissibili (HIV/AIDS, gonorrea…) (Selix et al., 2020; Batchelder et al., 2017). Sono anche esposte a un rischio suicidario tre volte maggiore della popolazione eterosessuale (Toft, 2020).

Un intervento preventivo che scoraggi ulteriori vittimizzazioni, discriminazioni e violenze, è dunque seriamente auspicabile, al fine di tutelare il benessere psico-fisico della comunità LGBT e delle minoranze in genere. Il clima drammatico che permea la realtà italiana in tal senso, rende particolarmente tiepida qualsiasi obiezione mossa da chi nega l’estrema necessità di nuove e importanti tutele.

L’approvazione del ddl da parte della Camera rappresenta quindi un grande passo avanti per l’Italia, che per la prima volta sembra allinearsi alle risoluzioni del Parlamento europeo del 2006 sull’omofobia, e agli inviti della Corte Europea dei Diritti dell’Uomo di Strasburgo, che ha più volte ribadito la necessità di tutelare la comunità LGBT anche dal punto di vista penalistico.

RIFERIMENTI

  • https://www.ilfattoquotidiano.it/2020/11/03/si-giorgia-siamo-sicuri-da-tiziano-ferro-a-franco-grillini-la-risposta-della-comunita-lgbt-a-meloni-aspettiamo-la-legge-zan-da-30-anni/5989519/
  • https://www.gaycenter.it/NEWS.asp?id_dettaglio=3146
  • Batchelder, A. W., Safren, S., Mitchell, A. D., Ivardic, I., & O’Cleirigh, C. (2017). Mental health in 2020 for men who have sex with men in the United States. Sexual health, 14(1), 59-71.
  • Selix, N. W., Cotler, K., & Behnke, L. (2020). Clinical Care for the Aging LGBT Population. The Journal for Nurse Practitioners.
  • Toft, A. (2020). Identity Management and Community Belonging: The Coming Out Careers of Young Disabled LGBT+ Persons. Sexuality & Culture, 1-20.

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L’efficacia della mindfulness per le tossicodipendenze https://www.istitutobeck.com/beck-news/efficacia-della-mindfulness-per-le-tossicodipendenze Fri, 20 Nov 2020 09:00:39 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=21698 L'articolo L’efficacia della mindfulness per le tossicodipendenze proviene da Istituto A.T.Beck.

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efficacia della mindfulness per le tossicodipendenze

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I disturbi da uso di sostanze sono tra i più frequenti e rilevanti dei tempi moderni. Secondo “l’Osservatorio Europeo delle droghe e delle tossicodipendenze” (EMCDDA) circa un terzo della popolazione italiana di età compresa tra i 15 e i 64 anni almeno una volta nella vita ha utilizzato droghe, si stima inoltre che circa un decimo ne abbia fatto uso nell’ultimo anno. L’Italia si colloca al quarto posto nella lista europea di paesi con maggiore uso di cannabis. Si stima inoltre che nel nostra paese il 6,9% della popolazione ha utilizzato almeno una volta la cocaina, il 2,4% ha provato anfetamine e il 2,7% ha fatto uso di MDMA. I dati sull’eroina risalgono al 2015 e rilevano circa 235 mila consumatori, collocando l’Italia tra i paesi dell’Unione Europea con le percentuali più alte. I casi di decessi per tossicodipendenza sono invece tra i più bassi dell’UE mentre le persone che fanno richiesta di cure sono in aumento.

La dipendenza da uso di sostanze viene inserita dal DSM-5 (APA, 2013) nella classe dei “disturbi correlati a sostanze e disturbi da addiction”. Si tratta di disturbi legati all’assunzione di sostanze che provocano un’attivazione del sistema cerebrale di ricompensa che a sua volta è coinvolto nel rafforzamento dei comportamenti e nella produzione dei ricordi. Il disturbo da uso di sostanze si caratterizza per la presenza di un insieme di sintomi cognitivi, comportamentali e fisiologici che inducono la persona a perseverare nell’uso della sostanza nonostante gli ingenti problemi connessi al suo utilizzo. Una diagnosi può essere formulata quando per almeno 12 mesi sono presenti almeno due sintomi tra cui: consumo eccessivo della sostanza in quantità maggiori a quelle dovute, “craving” o desiderio incontrollabile di ricerca della sostanza, difficoltà a interrompere l’assunzione nonostante ve ne sia la necessità, sintomi di astinenza ecc.

I trattamenti più utilizzati per i disturbi da uso di sostanze sono comunemente di tipo farmacologico finalizzati alla riduzione della frequenza di utilizzo e della gravida dei sintomi, tuttavia questi ultimi solitamente non sono sufficienti e richiedono l’integrazioni con trattamenti psicologici. Gli approcci cognitivo-comportamentali che lavorano sul cambiamento degli interessi dell’individuo e sulle sue capacità personali con l’obiettivo di diminuire l’interesse verso la sostanza hanno dimostrato una grande efficacia. Tra le tecniche cognitivo-comportamentali i programmi basati sulla mindfulness hanno mostrato particolare successo (Zgierska A. et. al., 2009) perché attraverso l’atteggiamento non giudicante e attento al momento presente consentono di separare l’esperienza dall’emozione ad essa associata facilitando una riposta consapevole alla situazione. Questo accade perché nel disturbo da uso di sostanze vi è la tendenza ad agire in maniera incontrollata piuttosto che prestando attenzione al qui ed ora. Inoltre, la mindfulness aiuta a mantenere uno stile di vita equilibrato e le abilità che si acquisiscono dalla sua pratica sono fondamentali per incrementare i benefici della terapia cognitivo-comportamentale (Hofmann S. et. al., 2008).

In un nuovo studio condotto da Bayır e Aylaz (2020) è stata presa in considerazione l’influenza della mindfulness sull’autoefficacia dei soggetti con disturbo da uso di sostanze. L’obiettivo era quello di aumentare la percezione dell’autoefficacia attraverso una psicoeducazione basata sulla mindfulness. Il costrutto dell’autoefficacia viene introdotto da Bandura (1977) e descrive la convinzione che ogni individuo ha di se stesso e delle capacità che possiede per far fronte alle difficoltà e portare a termine un compito. La letteratura scientifica ha dimostrato che avere una buona autoefficacia è associata ad un maggiore successo, migliore salute fisica e migliore socialità. Gli studi hanno infatti dimostrato che una bassa autoefficacia espone ad un maggiore rischio di fare uso di sostanze e di sviluppare una dipendenza.

Dopo aver offerto ad un campione di soggetti con tossicodipendenza otto sessioni di un programma educativo basato sulla mindfulness i risultati dello studio (Bayır e Aylaz, 2020) hanno mostrato un aumento significativo della percezione di autoefficacia nel gruppo sperimentale rispetto al gruppo di controllo. In particolare è stato documentato che l’autoefficacia traeva particolare beneficio dall’attenzione sul momento presente, dalle tecniche di respirazione e dalla maggiore consapevolezza. In accordo con la letteratura scientifica è stato dimostrato che la terapia basata sulla mindfulness è particolarmente efficace nel ridurre il desiderio della sostanza, aumentando la capacità di smettere.

Si può concludere che lavorare sull’autoefficacia attraverso un programma educativo basato sulla mindfulness può avere effetti importanti nella prevenzione delle ricadute in soggetti con disturbo da uso di sostanze.

 

Riferimenti:

  • American Psychiatric Association (2013). Diagnostic and Statistical Manual of Mental DIsorders (DSM 5). American Psychiatric Pub.
  • Bayır, B., & Aylaz, R. (2020). The effect of mindfulness-based education given to individuals with substance-use disorder according to self-efficacy theory on self-efficacy perception. Applied Nursing Research, 151354.
  • Hofmann, S. G., & Asmundson, G. J. (2008). Acceptance and mindfulness-based therapy: New wave or old hat?. Clinical psychology review, 28(1), 1-16.
  • Zgierska, A., Rabago, D., Chawla, N., Kushner, K., Koehler, R., & Marlatt, A. (2009). Mindfulness meditation for substance use disorders: A systematic review. Substance Abuse, 30(4), 266-294.
  • https://www.emcdda.europa.eu/countries/drug-reports/2019/italy/drug-use_en

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Riscrittura immaginativa e EMDR a confronto: egualmente efficaci nel trattamento del trauma https://www.istitutobeck.com/beck-news/riscrittura-immaginativa-e-emdr-a-confronto Tue, 17 Nov 2020 09:00:34 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=21695 L'articolo Riscrittura immaginativa e EMDR a confronto: egualmente efficaci nel trattamento del trauma proviene da Istituto A.T.Beck.

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Riscrittura immaginativa e EMDR a confronto:

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Nel campo della psicoterapia, la ricerca del trattamento gold standard per una categoria psicopatologica complessa come il trauma è ancora oggi materia di dibattito. Ma piuttosto che cercare di accaparrarsi il premio “miglior terapia dell’anno per il disturbo X” dimostrando che il proprio approccio sia efficacissimo, trovo intellettualmente più “modesto” ed interessante, oltre che scientificamente corretto, oserei dire, confrontare il proprio metodo con quello di chi non la pensa allo stesso modo, ovvero che ritiene che il miglior trattamento sia il proprio. Devo ammettere che cade proprio a pennello la ricerca che sto per presentare.

Il British Journal (di certo non un giornale qualunque), nel mese di settembre 2020, quindi pochissimo tempo fa, pubblica un interessante lavoro che mette a confronto l’efficacia di due trattamenti focalizzati sul trauma in età infantile: la riscrittura immaginativa (imagery rescripting, ImRs) e l’EMDR.

Qualche doverosa premessa: l’esposizione alle memorie traumatiche è stata ormai unanimemente identificata come componente essenziale di qualsiasi trattamento del PTSD.

La riscrittura immaginativa fa sì che il paziente immagini finali differenti relativi alle esperienze traumatiche, puntando l’attenzione in modo particolare sul riconoscimento dei bisogni insoddisfatti. Il processo di riscrittura aiuta a modificare il significato attribuito al ricordo traumatico.

L’EMDR, utilizza la stimolazione bilaterale (tramite movimenti oculari o tapping) per facilitare la rielaborazione delle esperienze traumatiche. Riduce la sofferenza e la vividezza associate alle memorie traumatiche.

La letteratura suggerisce l’efficacia di entrambe le tecniche, ma non sono mai state messe a confronto in un unico studio.

Lo studio è internazionale, multicentrico (Australia, Germania, Olanda), randomizzato. Roba seria, insomma. I soggetti coinvolti (155) nella sperimentazione sono adulti che hanno vissuto esperienze traumatiche nell’infanzia (prima dei 16 anni). Ognuno di loro si è sottoposto a 12 sedute di 90 minuti a cadenza bisettimanale di EDMR o ImRs, a seconda del gruppo nel quale erano stati inseriti (random).

Tirando le somme, nessuna differenza significativa è emersa tra i due trattamenti in termini di riduzione dei sintomi, in nessuna delle misurazioni post-trattamento e di follow-up. Sia EMDR che ImRs hanno comportato una riduzione dei sintomi connessi al PTSD come depressione, dissociazione, vergogna e colpa. Anche il tasso di drop-out risulta basso per entrambi i trattamenti, a supporto dell’evidenza sempre più crescente secondo la quale l’elaborazione del trauma possa avvenire sin dall’inizio della terapia.

Tra i limiti dello studio la mancanza di un gruppo di controllo, anche con altri trattamenti a confronto. Tuttavia, il fatto che non ci siano stati cambiamenti significativi durante il periodo in lista di attesa rende improbabile che i miglioramenti osservati siano dovuti a fattori non specifici, come il tempo.

Lo studio ha coinvolto una grande percentuale di partecipanti di sesso femminile, anche se questo dato è in realtà coerente con altri studi in cui la maggior parte dei partecipanti era di sesso femminile. Il processo di randomizzazione a blocchi ha cercato di bilanciare il genere tra le due condizioni e gli autori affermano che sia improbabile che ciò abbia un effetto significativo.

Il design rigoroso di questo studio controllato randomizzato, utilizzando un ampio campione internazionale, reclutando partecipanti da diversi centri di salute mentale e prevedendo un periodo di follow-up a lungo termine, fornisce prove dell’efficacia di questi trattamenti e aumenta la generalizzabilità dei risultati.

Riferimenti:

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Lettura della mente, disturbo borderline e psicoterapia https://www.istitutobeck.com/beck-news/disturbo-di-personalita-borderline Fri, 13 Nov 2020 09:00:19 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=21692 L'articolo Lettura della mente, disturbo borderline e psicoterapia proviene da Istituto A.T.Beck.

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Disturbo boderline della personalità

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La lettura della mente (una delle abilità metacognitive), secondo la maggior parte degli esperti, è un aspetto disfunzionale chiave nel Disturbo di Personalità Borderline (Borderline Personality Disorder, BPD). Essa è definibile come la capacità di comprendere la mente dell’altro, le sue intenzioni, i suoi stati mentali così da permetterci di affrontare la vita interpersonale e sociale e regolare i processi mentali interni. Inoltre, come definita da Semerari, la metacognizione comprende varie abilità tra cui la capacità di formarsi un’immagine complessa di sé e di riconoscere che le proprie idee non rispecchiano necessariamente la realtà (differenziazione); infine, comprende anche la capacità di risolvere problemi relazionali a partire dalla consapevolezza degli stati mentali propri e altrui.

La revisione della letteratura proposta perseguiva lo scopo di fornire una panoramica degli studi che si focalizzano sul funzionamento metacognitivo delle persone con diagnosi di BPD e del legame tra psicoterapia, capacità metacognitive e sintomatologia tipica del BPD.

Un totale di 11 studi hanno soddisfatto i criteri di inclusione e considerato la metacognizione seguendo la definizione proposta da Semerari.

Nel complesso, i risultati suggeriscono che il profilo metacognitivo del BPD includa principalmente difficoltà nei sottodomini metacognitivi di integrazione, differenziazione e mastery. Non è tutt’ora chiaro se le difficoltà nella capacità di decentramento fosse una caratteristica tipica del funzionamento metacognitivo del BPD, indipendentemente dalla gravità dei sintomi (come sostenuto da Semerari et al., 2005) e delle difficoltà emotive (Lisaker et al., 2017) o se fosse caratteristica comune a tutti i disturbi di personalità (Dimaggio et al., 2009). Dall’analisi dei dati sembra che, rispetto ad altre patologie, il BPD abbia difficoltà metacognitive specifiche e diverse rispetto ad altri disturbi psichiatrici e di personalità.

Nello specifico, questo profilo sembra includere difficoltà per 1) integrare le informazioni su sé e sugli altri, 2) differenziare tra rappresentazione e realtà e 3) risolvere il disagio personale e relazionale con strategie che richiedono uno sforzo mentale maggiore.

Per quanto riguarda il trattamento, la psicoterapia a lungo termine e specificamente focalizzata sui deficit metacognitivi sembra essere il tipo di trattamento più appropriato per migliorare le capacità metacognitive e ridurre i sintomi.

È interessante notare come questi risultati siano in linea con altri studi che hanno dimostrato come il miglioramento della capacità di pensare agli stati mentali richieda tempo in terapia, anche per produrre un miglioramento sintomatico, sia in pazienti con BPD che in pazienti con altri disturbi di personalità.

Tra le limitazioni degli studi originali esaminati vanno sicuramente evidenziate la mancanza di un gruppo di controllo, le ridotte dimensioni del campione e l’eterogeneità in termini di sesso, età, comorbidità e altri trattamenti in corso.

Certamente si renderanno necessari ulteriori studi per indagare approfonditamente il ruolo della metacognizione nell’efficacia dei trattamenti.

Riferimenti:

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Le ripercussioni della pandemia COVID-19 sugli adolescenti https://www.istitutobeck.com/beck-news/ripercussioni-della-pandemia-covid-19-sugli-adolescenti Tue, 10 Nov 2020 09:00:31 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=21689 L'articolo Le ripercussioni della pandemia COVID-19 sugli adolescenti proviene da Istituto A.T.Beck.

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ripercussioni della pandemia COVID-19 sugli adolescenti

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A distanza di quasi un anno dall’inizio della pandemia COVID-19, un’interessante review mette in luce le ripercussioni che questo periodo storico ha avuto e continua ad avere sulla salute mentale degli adolescenti, in particolare su quelli con un quadro psicopatologico pregresso..

Lo scopo principale dello studio é quello di rivedere la letteratura prodotta sui disturbi psichiatrici in adolescenza relativi alla pandemia e al lockdown, poiché eventi di vita stressanti, isolamento prolungato, violenza intrafamiliare, uso eccessivo di Internet e dei social media sono fattori che potrebbero influenzare il benessere psicologico in questa fase e sul lungo periodo, aumentando il rischio di sviluppare disturbi psichiatrici come disturbo da stress post-traumatico, depressione, disturbi d’ansia, nonché sintomi legati al lutto.

Negli ultimi mesi le relazioni sociali si sono ridotte e si permane per molto più tempo tra le mura domestiche, indossare mascherine sta diventando sempre più un’abitudine e gli individui non vedono più le espressioni facciali degli altri. Nei bambini e negli adolescenti, l’interruzione scolastica ha portato ad una minore attività fisica, irregolarità del sonno, alimentazione scorretta e ad un uso smodato di internet e di dispositivi elettronici.
Per gli adolescenti con disturbi psichiatrici, il lockdown può aver significato una interruzione della presa in carico o un cambiamento del setting nel percorso terapeutico.
Ci troviamo di fronte ad una situazione senza precedenti a causa della portata della crisi e del contesto di trasformazione dell’interazione sociale legato alle misure di contenimento, ma anche a causa della rivoluzione digitale. La vulnerabilità individuale, familiare e sociale degli adolescenti, così come le strategie di coping individuali e familiari, possono costituire fattori di rischio per la salute mentale in periodi storici di crisi, transizione e grandi cambiamenti.

Le misure di contenimento, la paura dell’infezione e le sue conseguenze, l’interruzione dell’assistenza psicologica e/o istituzionale potrebbero aumentare i sintomi di alcuni pazienti con disturbi psichiatrici che possono inoltre essere meno propensi a tollerare un lockdown.
Un sondaggio tra 2111 adolescenti con una storia pregressa di psicopatologia nel Regno Unito ha riferito che l’83% di loro ha convenuto che la pandemia aveva peggiorato la loro salute mentale e il 26% ha detto che non erano più in grado di accedere al percorso di cura.
Adolescenti con deficit di attenzione e iperattività (ADHD) hanno avuto maggiore difficoltà di adattamento, manifestando problemi comportamentali. Allo stesso modo, i giovani affetti da autismo hanno visto modificarsi le routine quotidiane e gli schemi di funzionamento personali e familiari.

Tra i pazienti con disturbi alimentari, l’anoressia nervosa è spesso complicata da immunodeficienza correlata alla malnutrizione cronica, portando ad una maggior vulnerabilità alle infezioni. Un team di Singapore ha segnalato un aumento dell’ansia legata alla salute nei pazienti con disturbi alimentari; inoltre l’ansia dovuta alla pandemia può aumentare le difficoltà dei pazienti a controllare il loro comportamento alimentare.
La reazione dei pazienti con disturbi ossessivo-compulsivi, in particolare quelli con ossessioni di contaminazione, è incerta, ma c’è già consenso tra gli esperti sulla gestione da raccomandare per gli adulti.

Il COVID-19 sta anche provocando una grave crisi economica; le crisi economiche sono associate in letteratura ad un aumento dei suicidi, depressione, ansia e disturbi da dipendenza negli adulti, ma non ci sono molti studi che abbiano indagato le conseguenze su bambini e giovani. È interessante notare come alcuni autori abbiano riferito che la riduzione del reddito è stato il più alto fattore predittivo dello sviluppo di disturbi psicologici durante il recupero dopo l’epidemia di SARS del 2003 a Pechino, mentre altri autori hanno evidenziato che durante la crisi economica in Grecia, gli adolescenti riferivano più tensioni e lotte all’interno della famiglia e più bassi livelli di soddisfazione.

Per promuovere il benessere e il senso di sicurezza degli adolescenti, è consigliabile utilizzare rassicurazioni, informazioni adeguate e azioni volte a ridurre lo stress. I genitori sono l’aiuto più vicino e più evidente per bambini e adolescenti, il sostegno emotivo e il tempo trascorso con le figure genitoriali possono fungere da fattori protettivi. Si raccomanda un dialogo volto a migliorare la comprensione e alleviare l’ansia, promuovendo modelli di vita equilibrati, con particolare attenzione alla qualità del sonno.
Adattare il sistema di salute mentale alla nuova realtà con cui ci troviamo a fare i conti può essere una sfida, e lo studio preso in esame mette in evidenza la necessità di servizi integrati progettati per i giovani.

Al di là delle conseguenze immediate sulla salute mentale, ci si può interrogare sulle conseguenze a lungo termine sulla psiche degli adolescenti, che improvvisamente si trovano a crescere in un mondo in cui la società e il modello economico vengono drammaticamente trasformati per affrontare la pandemia e proteggere la popolazione. Se crescere in un ambiente familiare sicuro è un fattore di protezione per la salute degli adolescenti, crescere in un mondo stabile e sicuro è probabilmente altrettanto protettivo.

Ampliare la ricerca sui disturbi psichiatrici adolescenziali in un periodo storico di pandemia è auspicabile e necessario, in quanto tale situazione globale potrebbe essere prolungata o ripetersi nel futuro.

 

Riferimenti

  • Barry C.T., Sidoti C.L., Briggs S.M., Reiter S.R., Lindsey R.A. Adolescent social media use and mental health from adolescent and parent perspectives. Journal of Adolescence. 2017
  • Brooks S.K., Webster R.K., Smith L.E., Woodland L., Wessely S., Greenberg N., Rubin G.J. The psychological impact of quarantine and how to reduce it: rapid review of the evidence. The Lancet
  • Cao W., Fang Z., Hou G., Han M., Xu X., Dong J., Zheng J. The psychological impact of the COVID-19 epidemic on college students in China. Psychiatry Research. 2020
  • Guessoum S.B, Lachal J. Adolescent psychiatric disorders during the COVID-19 pandemic and lockdown. Psychiatry Research. 2020

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Esiste un legame tra disturbi d’ansia e malfunzionamento della tiroide https://www.istitutobeck.com/beck-news/legame-tra-disturbi-d-ansia-e-malfunzionamento-della-tiroide Fri, 06 Nov 2020 09:00:25 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=21686 L'articolo Esiste un legame tra disturbi d’ansia e malfunzionamento della tiroide proviene da Istituto A.T.Beck.

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legame tra disturbi d’ansia e malfunzionamento della tiroide

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La tiroide, situata nella parte bassa del collo e la cui forma – volendo ricorrere a un’immagine suggestiva – ricorda vagamente quella di una farfalla, è una ghiandola endocrina. La tiroide, stimolata dall’ormone tireostimolante o TSH prodotto dall’ipofisi, rilascia nel sangue la tetra-iodotironina o tiroxina (T4) e la tri-iodotironina (T3)[1], implicate nel corretto funzionamento di molteplici organi e tessuti, ad esempio il battito del cuore, la temperatura corporea, lo sviluppo psico-fisico nella prima infanzia; soprattutto, essa svolge un ruolo cruciale nella regolazione del metabolismo del nostro organismo.

Già nel 1825 un medico, C.H. Parry, ipotizzò e descrisse un’associazione tra disfunzione tiroidea e “varie affezioni nervose”, gli odierni disturbi dell’umore. Ed effettivamente alcuni dei sintomi del malfunzionamento della ghiandola tiroidea ricordano quelli caratteristici dell’ansia e della depressione, come l’affaticamento, la lentezza mentale e la difficoltà a porre attenzione, gli sbalzi umorali che si riscontrano nell’ipotiroidismo; oppure l’irritabilità, i problemi di concentrazione e il calo del desiderio sessuale associati all’ipertiroidismo.

Secondo un recente studio[2] che ha coinvolto 56 pazienti con disturbi d’ansia e attacchi di panico, questi ultimi potrebbero avere origine da una disfunzione tiroidea. Più precisamente, in presenza di disturbi d’ansia si registrerebbero, con elevata probabilità: infiammazione della tiroide, disfunzioni dei livelli plasmatici degli ormoni tiroidei o presenza di auto-anticorpi specifici, segno di una malattia autoimmune della tiroide (come la tiroidite). Condizioni che sono state monitorate con una ecografia e gli esami del sangue. Secondo la ricercatrice che ha condotto lo studio, quindi, trattando il disturbo tiroideo nella maniera classica, ovvero tramite un antinfiammatorio come l’ibuprofene ed eventualmente una terapia ormonale a base di tiroxina, si normalizzerebbe la funzione tiroidea; eliminato lo stato infiammato della ghiandola, anche le manifestazioni dell’ansia risulterebbero alleviate.

Saranno ovviamente necessari ulteriori e ripetuti studi, ad esempio con campioni più ampi o estendendo l’analisi ad altre disfunzioni endocrine, per aggiungere forza e chiarezza ai risultati. Inoltre, è ormai ampiamente dimostrato che le risposte d’ansia, in special modo se molto intense o protratte a lungo, coinvolgono un complesso e sfaccettato sistema di pensieri, emozioni, comportamenti e sensazioni corporee come il battito cardiaco accelerato, l’iperidrosi o la sudorazione fredda, un’eccessiva tensione o rigidità muscolare, le vertigini e così via, in cui queste ultime rappresentano solo uno degli aspetti in gioco. Grazie a un percorso di psicoterapia cognitivo-comportamentale, il paziente può essere aiutato a riconoscere i suddetti sintomi fisici, insieme ai pensieri catastrofici che li accompagnano, per interrompere il ciclo di ansia crescente.

Nulla ci vieta, però, di prenderci cura della nostra tiroide, consci della funzione che questa ghiandola svolge per il benessere psico-fisico. A cominciare dalla tavola: privilegiando alimenti ricchi di iodio come i cereali, i crostacei e il pesce di mare, le proteine di qualità come le uova, i grassi sani come l’olio di avocado e la farina di cocco, i semi come il girasole e la frutta oleosa come mandorle, noci e nocciole, che sono anche antinfiammatori. Evitando, invece, sostanze eccitanti come caffè, tè e alcolici, in grado di peggiorare i sintomi legati all’ipertiroidismo, quali l’agitazione, il nervosismo e l’insonnia. Anche l’apprendimento e il ricorso a tecniche di respirazione o rilassamento può limitare l’impatto negativo delle sensazioni fisiche dell’ansia sul nostro organismo, oltre alla pratica mindfulness per la riduzione dello stress. Quest’ultimo, infatti, influisce sulla secrezione degli ormoni tiroidei, causando disturbi digestivi e alterazioni del ciclo mestruale, solo per citare alcuni comuni effetti indesiderati.

 

Bibliografia

  • Hage MP, Azar ST. The link between thyroid function and depression. J Thyroid Res. 2012;2012:590648.
  • Heinrich TW, Graham G. Hypothyroidism presenting as psychosis: myxedema madness revisited. Prim Care Companion J Clin Psychiatry 2003; 5: 260–266.
  • Krassas GE, Poppe K, Glinoer D. Thyroid function and human reproductive health. Endocr Rev 2010; 31: 702–75.
  • Missori, S. e Gelli, A. (2020) Tiroide e metabolismo. Le ricette. Ipotiroidismo, ipertiroidismo, tiroidite, stanchezza, chili di troppo, Edizioni LSWR, Milano.

[1] Nella struttura di questi ormoni sono presenti atomi di iodio: un microelemento tanto importante per l’attività della tiroide, quanto carente nell’ambiente e negli alimenti, al punto da richiedere la promulgazione, in Italia, di una legge (Legge n. 55 del 21 marzo 2005, recante “Disposizioni finalizzate alla prevenzione del gozzo endemico e di altre patologie da carenza iodica”) che ne limitasse il deficit e i relativi disturbi. Promuovendo, ad esempio, il consumo massivo di sale arricchito con iodio.

[2] Di Juliya Onofriichuk (Kiev City Clinical Hospital, Ucraina), presentato al congresso virtuale della Società Europea di Endocrinologia tenutosi dal 15 al 17 ottobre 2020.

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Non giudicare un libro dalla copertina: Wattpad e le nuove frontiere della lettura digitale tra i giovani https://www.istitutobeck.com/beck-news/lettura-digitale-per-giovani Tue, 03 Nov 2020 09:00:07 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=21684 L'articolo Non giudicare un libro dalla copertina: Wattpad e le nuove frontiere della lettura digitale tra i giovani proviene da Istituto A.T.Beck.

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Lettura digitale per giovani

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La situazione attuale

Attualmente l’idea comune è che adolescenti e giovani adulti non si dedichino più alla lettura, o che lo facciano comunque con un’intensità di molto inferiore rispetto alle generazioni precedenti. Ciò avviene principalmente perché si è osservato un calo nell’acquisto di libri e materiali cartacei per la lettura, che però non sono l’unica fonte di testi e opere letterarie: i libri e i testi digitali, infatti, si stanno diffondendo molto velocemente soprattutto tra i giovani lettori, andando a sostituire i loro equivalenti cartacei (Nakamura, 2013).

Wattpad

Recentemente, poi, sono state sviluppate e si sono diffuse alcune app che contengono un numero molto elevato di testi, tra le quali la più importante sembra essere Wattpad. Questa applicazione contiene circa 30 milioni di fonti bibliografiche, che includono storie brevi, romanzi, poesie, fanfiction; i testi possono essere letti e commentati, e chiunque lo desidera può contribuire pubblicando i propri lavori. Per comprendere realmente le abitudini di lettura dei giovani, dunque, considerare la lettura sociale digitale diventa imprescindibile: la principale novità, infatti, è rappresentata dai commenti in tempo reale di ciò che si sta leggendo, che riguardano non l’intero libro, come avviene nelle classiche recensioni, ma i singoli paragrafi, consentendo ai lettori di condividere non solo le proprie opinioni, ma anche le specifiche reazioni emotive. Ciò permette anche ai ricercatori di accedere a questi contenuti emotivi in modo rapido e immediato, come mai è avvenuto prima. Un fattore che emerge è l’importanza del contributo dei giovani nell’evoluzione del genere narrativo, attraverso la condivisione delle proprie creazioni letterarie, tra cui spicca il genere delle fanfiction (in cui gli autori sono fan di personaggi letterari, cinematografici o in generale mediatici e si ispirano alle vicende di questi). Attraverso l’analisi di questi contenuti, inoltre, gli studiosi sono in grado di identificare alcuni pattern ricorrenti, come ad esempio il fatto che gli autori di lingua inglese (quella più comune su Wattpad) non trattano il tema dell’assenza, in quanto la parola “without” (“senza”) si trova raramente nei titoli, o che quelli occidentali siano maggiormente focalizzati sulla creazioni di mondi alternativi e sulle relazioni tra i personaggi e il mondo esterno, mentre gli autori asiatici si concentrano di più sul concetto di famiglia e sulle relazioni familiari. Inoltre, analizzando le parole più frequenti nei titoli, si è osservato con una certa sorpresa che l’influenza culturale predominante nel contesto delle fanfiction non è costituita da modelli letterari occidentali, bensì da un fenomeno della cultura musicale asiatica, il pop sud-coreano (K-pop). Cambia anche il rapporto tra autore e lettori: i giovani che pubblicano le proprie storie interagiscono infatti con i propri lettori in modo assiduo e costante, favorendo un continuo confronto e scambio di opinioni in merito all’argomento trattato.

Anche la categoria dei lettori di fanfiction si distingue per alcune caratteristiche peculiari: per esempio, emerge il fatto che una vasta parte di essi legge storie in lingua inglese, contribuendo alla loro diffusione su scala globale, pur non essendo madrelingua; in particolare, il gruppo dei lettori filippini è particolarmente esteso, attingendo sia alla bibliografia nella propria lingua sia a quella inglese, e confermandosi uno dei gruppi di lettori più numerosi su Wattpad. Lo scambio continuo di commenti e interazioni tra persone di tutto il mondo favorisce anche il confronto e il dialogo tra culture e prospettive anche molto diverse tra loro (Pianzola et al., 2020).

Conclusioni

Diventa dunque evidente come Wattpad, e in generale gli strumenti di lettura digitale, siano una risorsa imprescindibile nello studio e nell’analisi delle abitudini di lettura di adolescenti e giovani adulti, e come il fatto di ignorare queste preziose fonti di dati e informazioni possa condurre a informazioni distorte e non corrispondenti alla realtà attuale.

 

Riferimenti

  • Nakamura, L. (2013). “Words with Friends”: Socially Networked Reading on Goodreads. PMLA, 128 (1), 238-243.
  • Pianzola, F., Rebora, S., Lauer, G. (2020). Wattpad as a resource for literary studies. Quantitative and qualitative examples of the importance of digital

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Relazione tra medicina e perfezionismo https://www.istitutobeck.com/beck-news/relazione-tra-medicina-e-perfezionismo Fri, 30 Oct 2020 09:00:58 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=21500 L'articolo Relazione tra medicina e perfezionismo proviene da Istituto A.T.Beck.

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Relazione tra medicina e perfezionismo

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La cura di un paziente è una questione estremamente delicata. Come tutti gli esseri umani anche i medici posso avere delle difficoltà personali che inficiano nella loro attività. Tra i fattori da prendere in considerazione rientrano anche elementi psicologici ed emotivi che possono essere attivi nel clinico, il quale può essere meno efficiente nel suo lavoro. Infatti non solo può venir leso l’aspetto interpersonale e relazionale nella diade medico-assistito ma, addirittura, possono essere commessi dei veri e propri errori se, ad esempio, il medico è depresso oppure è in uno stato di forte ansia oppure è in burnout per sovraccarico lavorativo.

Gli studenti che studiano medicina già in una primissima fase di formazione possono risentire dell’impatto di un ambiente stressante tanto è vero che sono stati riscontrati livelli significativi di stress e depressione più alti rispetto ai livelli misurati in studenti di altre facoltà. Il 27% degli studenti di medicina, supera i tassi di depressione di altri studenti e della popolazione generale (Dyrbye et al., 2006). Inoltre sembra che un’elevata espressione di perfezionismo corrisponda a livelli più elevati di sintomi depressivi e ansia negli studenti di medicina. Una relazione tra i sintomi della depressione e il perfezionismo è stata identificata spesso. Certo, sappiamo ormai che, entro certi limiti, il perfezionismo correla con variabili positive come la coscienziosità, l’adattamento e gli standard personali elevati, un comportamento che non può essere considerato problematico o patologico di per sé ed è collegato ad una maggiore tendenza allo studio e alla preparazione personale.

Il concetto di perfezionismo si è evoluto come costrutto multidimensionale relativamente alle caratteristiche della personalità, riconoscendo la presenza di forme diverse del perfezionismo e delle loro relative conseguenze. Uno dei modelli più importanti ha permesso lo sviluppo della Scala del perfezionismo multidimensionale postulata da Frost e colleghi nel 1990. Essa individua costrutti ben precisi come gli standard personali, le capacità di organizzazione, la preoccupazione per errori, i dubbi sulle azioni e le aspettative di ricevere critiche da parte dei genitori. Un altro modello di perfezionismo appartiene a Hewitt e Flett (1991) e comprendente tre scale: perfezionismo auto-orientato, perfezionismo socialmente prescritto e perfezionismo orientato verso l’altro. Entrambi gli autori hanno definito il confine tra il perfezionismo sano e quello disfunzionale. Quest’ultimo correla con il nevroticismo e con l’insoddisfazione per il rendimento scolastico negli studenti di medicina i quali tendono a notare di più gli errori.

Visto che sia la depressione che il perfezionismo impattano sulla carriera universitaria e ha conseguenze importanti sulle carriere dei ragazzi che decidono di diventare medici, Bußenius e Harendza (2019) hanno tentato di valutare i punteggi dei candidati alla scuola di medicina per le due variabili, il perfezionismo e i sintomi della depressione, per chiarire se differenze in queste dimensioni correlano con l’ammissione al corso di formazione. I risultati hanno mostrato che gli studenti con alti punteggi di perfezionismo e depressione hanno avuto risultati peggiori ai test, si sentivano significativamente più colpiti dai sintomi depressivi nella vita quotidiana e affermavano che i sintomi depressivi rendevano molto difficile lavorare e andare d’accordo con altre persone.

Ciò è in linea con la letteratura che afferma che l’estroversione è associata a una migliore prestazioni in quanto è un tratto sociale necessario per far fronte alle esigenze dell’istruzione medica universitaria e, ancor di più, per quel che riguarda la gestione della carriera lavorativa, a stretto contatto con pazienti e familiari di pazienti.

Il perfezionismo disadattivo comprende le seguenti dimensioni: il perfezionismo socialmente prescritto (la convinzione che gli altri possano avere standard elevati su sé stessi), preoccupazione per gli errori e relative reazioni negative, dubbi su azioni (la convinzione che la prestazione non possa mai portare alla soddisfazione). Tutti questi aspetti impattano notevolmente sulla performance.

Pertanto, le scuole di medicina devono riconoscere l’aumento dei sintomi depressivi durante l’istruzione medica universitaria e promuovere la resilienza negli studenti che potrebbero essere raggiunti, ad esempio, offrendo programmi e corsi creativi sulla gestione di un ambiente stressante (Pathipati e Cassel , 2018) così come è necessario promuovere la relazione medico-paziente, l’auto-demarcazione e l’autoconsapevolezza allo scopo di mantenere una buona salute mentale di base ad una buona pratica medica.

Riferimenti

  • Bußenius, L., & Harendza, S. (2019). The relationship between perfectionism and symptoms of depression in medical school applicants. BMC medical education19(1), 1-8., S. (2019). The relationship between perfectionism and symptoms of depression in medical school applicants. BMC medical education19(1), 1-8.
  • Dyrbye LN, Thomas MR, Shanafelt TD. Systematic review of depression, anxiety, and other indicators of psychological distress among US and Canadian medical students. Acad Med. 2006;81(4):354–73.
  • Frost RO, Marten P, Lahart C, Rosenblate R. The dimensions of perfectionism. Cognit Ther Res. 1990;14(5):449–68
  • Hewitt PL, Flett GL. Perfectionism in the self and social contexts: conceptualization, assessment, and association with psychopathology. J Pers Soc Psychol. 1991;60(3):456–70
  • Pathipati AS, Cassel CK. Addressing student burnout: what medical schools can learn from business schools. Acad Med. 2018;93(11):1607–9.

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La Bisessualità: la “Cenerentola” degli orientamenti sessuali https://www.istitutobeck.com/beck-news/bisessualita Thu, 29 Oct 2020 09:00:35 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=21496 L'articolo La Bisessualità: la “Cenerentola” degli orientamenti sessuali proviene da Istituto A.T.Beck.

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Bisessualità:

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La Giornata mondiale della visibilità e dell’orgoglio bisessuale si celebra ogni anno il 23 settembre dal 1999, e ha lo scopo di combattere l’invisibilità e la stigmatizzazione delle persone bisessuali, sia all’esterno che all’interno della comunità LGBTQIA+.

La bisessualità è definita come: “La capacità di provare attrazione emotiva, romantica e/o fisica per più di un sesso o genere”. La letteratura scientifica dimostra che le persone bisessuali corrono un rischio maggiore di esiti negativi sulla salute mentale (es: uso di sostanze e problemi di salute sessuale) rispetto agli individui monosessuali (eterosessuali e gay / lesbiche). Sebbene esistano varie ragioni alla base di queste disparità, un fattore che contribuisce in modo significativo è lo stress correlato allo stigma e alla discriminazione.

Il gruppo che si autoidentifica come bisessuale è il più esteso all’interno della comunità LGBTQ ma la percentuale di ricerca sulla salute mentale LGBTQ incentrata sulle persone bisessuali è minoritaria. Le ricerche stimano che il 3,9% della popolazione adulta statunitense si autoidentifica come bisessuale (5,5% di donne, 2,0% di maschi) mentre il 17,4% delle donne e il 6,2% degli uomini riferiscono di aver avuto partner dello stesso sesso e del sesso opposto (comportamento bisessuale) nel corso della vita.

Le persone che esprimono attrazione o manifestano comportamenti bisessuali possono autoidentificarsi come tali, ma possono anche utilizzare etichette alternative (ad esempio, queer, pansessuale) o identificarsi come lesbiche, gay o eterosessuali.

I bisessuali sono soggetti a sperimentare l’omofobia o la bifobia sociale– un’avversione o un pregiudizio nei confronti delle persone bisessuali – in modo simile alla discriminazione vissuta dai loro coetanei lesbiche e gay, e sono soggetti al monosessismo – la convinzione che le persone siano solo eterosessuali, lesbiche o gay. Quest’ultimo può tradurre lo stigma nella “doppia discriminazione” dei bisessuali, sia all’interno della comunità eterosessuale, sia in quella lesbica e gay, ed arrivare ad assumere la forma del fenomeno della bi-cancellazione, in altri termini il rifiuto dell’esistenza della bisessualità, orientamento che viene negato e/o trattato come illegittimo.

Il modello del minority stress di I.H.Meyer aiuta a capire come i fattori di stress legati al genere, all’orientamento sessuale, all’etnia e all’ambiente influenzano la salute mentale delle persone LGBTQ, le quali risentiranno meno dello stigma quanto più riescono a costruire una visione integrata di sé e trovano un gruppo di appartenenza. Le persone bisessuali a causa dell’ostilità sociale percepita/vissuta spesso hanno difficoltà a trovare una comunità sicura e solidale (Feinstein, 2017) e, rispetto ai gay e alle lesbiche, ci sono maggiori probabilità che nascondano il proprio orientamento sessuale, il che si traduce in un aumento dello stress e dell’ansia.

Riferimenti

  • Feinstein, B. A., & Dyar, C. (2017). Bisexuality, minority stress, and health. Current sexual health reports, 9(1), 42–49
  • Ilan H. Meyer. “Prejudice, Social Stress, and Mental Health in Lesbian, Gay, and Bisexual Populations: Conceptual Issues and Research Evidence.” Psychol Bull. 2003 Sep; 129(5): 674–697.
  • Mental Health Facts for Bisexual Populations: https://www.psychiatry.org/psychiatrists/cultural-competency/education/mental-health-facts

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I vaccini causano l’autismo? Una credenza ancora solida https://www.istitutobeck.com/beck-news/vaccini-e-autismo Wed, 28 Oct 2020 09:00:48 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=21492 L'articolo I vaccini causano l’autismo? Una credenza ancora solida proviene da Istituto A.T.Beck.

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Vaccini e autismo

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Sebbene i vaccini costituiscano una delle difese più efficaci contro alcune malattie, molti vengono ancora valutati negativamente. Una delle principali cause di negatività che circonda l’adozione della vaccinazione è nata da una pubblicazione del 1998 del dott. Andrew Wakefield, un ex medico britannico che ha erroneamente collegato il vaccino MPR (morbillo, parotite e rosolia) all’autismo. Il documento in finale è stato ritirato dai coautori e dalla rivista The Lancet, dove lo studio era stato inizialmente pubblicato. Nonostante ciò, l’idea che i vaccini possano causare l’autismo è ancora in circolazione e le persone continuano ad essere esposte in maniera massiccia a questa disinformazione.

In alcuni paesi europei, circa una persona su cinque infatti crede che “alcuni vaccini causino l’autismo nei bambini sani”. In particolare, in Francia la percentuale della popolazione che crede vi sia un legame tra vaccini e autismo è del 65%, in Gran Bretagna del 55%, in Italia è del 52%. Anche nei paesi in cui la maggioranza della popolazione non crede al legame tra vaccino e autismo, spesso la percentuale di persone che vi crede è solo appena sotto: in Svezia è il 49% e negli Stati Uniti e in Germania è il 48% (Ipsos MORI, 2017).

Perché i vaccini spaventano?

Alcune ragioni spingono le persone a credere che vi sia un legame tra vaccini e autismo, nonostante numerose prove lo smentiscano (Bobby Duffy, 2018).

  • In primo luogo, la questione dei vaccini muove corde emotivamente salienti, dal momento in cui riguarda la salute dei propri figli. Tali questioni attivano i centri emotivi in maniera più forte, tanto da rendere difficile un ragionamento razionale che consideri l’ampiezza delle fonti di informazione.
  • In secondo luogo, vi sono da considerare questioni legate alla complessità medica. In particolare, ci si riferisce alla comprensione della distinzione tra pericolo, ovvero il potenziale danno, e il rischio, ovvero la probabilità che tale esito negativo si verifichi effettivamente. Esiste infatti, ad esempio, un’incredibilmente piccola, ma reale possibilità che il vaccino possa aggravare un disturbo mitocondriale sottostante, che è stato collegato all’autismo regressivo in una minuscola frazione di bambini. Si potrebbe dunque legittimamente addurre come prova del fatto che si tratta di un pericolo, ma essendo estremamente raro, il rischio è effettivamente inesistente. Tuttavia, questo punto risulta difficile da comunicare.
  • Un ulteriore aspetto riguarda la disinformazione a cui si è esposti attraverso i media. Una percentuale che va dal 10% al 24% dei siti presenti sul web espone una posizione negativa verso l’utilizzo dei vaccini. Per effetto di un “aggiornamento asimmetrico” (Cass Sustein, 2016) le persone tendono ad assimilare con più facilità le informazioni che si adattano alle proprie opinioni e ignorare le contro prove.
  • Anche la narrazione di tutte queste fonti contribuisce a sostenere la credenza: ci sono molte affermazioni di casi di studio individuali che sostengono un collegamento vaccino-autismo ed elevano queste narrazioni al livello di prove rappresentative. Accade dunque che spesso le informazioni aneddotiche dei genitori si tramutino in informazioni basate sulla scienza. Con il rischio che la storia narrata prenda il sopravvento sui dati di realtà.

Lo studio recente

I ricercatori dello Statens Serum Institut, Copenhagen, Danimarca, hanno utilizzato un registro della popolazione danese per valutare se il vaccino MPR aumenti il rischio di autismo nei bambini. Lo studio di coorte è stato realizzato includendo i bambini nati in Danimarca dal 1999 al 2010. Dei 657.461 bambini inclusi nell’analisi in un decennio di follow-up, 6.517 sono stati diagnosticati con autismo. Lo studio ha messo a confronto bambini vaccinati con MPR e bambini non vaccinati con MPR, in sottogruppi caratterizzati da differenze di sesso, rischio di autismo, storia di autismo tra fratelli, altri vaccini somministrati durante l’infanzia.

I risultati, pubblicati su Annals of Internal Medicine, non hanno evidenziato nessun aumento del rischio di autismo dopo la vaccinazione MPR.

Nello specifico, nessun aumento del rischio è stato osservato nei sottogruppi di bambini raggruppati in base alla storia di autismo nei fratelli, in base alla presenza di fattori di rischio relativi all’autismo o sulla base di altre vaccinazioni infantili già effettuate.

Inoltre, i risultati hanno messo in luce come, nell’analisi dei sottogruppi, le ragazze che hanno ricevuto la vaccinazione MPR hanno mostrato una diminuzione del rischio di autismo dal 16% al 21%.

Conclusioni

Lo studio di coorte recente, realizzato a livello nazionale su tutti i bambini nati in Danimarca da madri nate in Danimarca negli ultimi 10 anni, ha messo in luce come il vaccino contro la parotite, il morbillo e la rosolia (MPR) non aumenti il rischio di autismo e non provochi l’autismo nei bambini suscettibili. I risultati dello studio, in linea con studi precedenti, confutano l’esistenza di una possibile relazione causale tra vaccini e autismo, relazione che costituisce una pericolosa credenza ancora diffusa.

 

 

RIFERIMENTI

  • Duffy B. (2018). Autism and vaccines: more than half of people in Britain, France, Italy still think there may be a link. The conversation
  • Hviid A., Hansen J.V., Frisch M., et al. (2019). Measles, mumps, rubella vaccination and autism a nationwide cohort study. Annals of Internal Medicine;170:513-20

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Impatto dei disturbi di personalità sul periodo neonatale https://www.istitutobeck.com/beck-news/impatto-dei-disturbi-di-personalita-sul-periodo-neonatale Mon, 26 Oct 2020 09:00:30 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=21488 L'articolo Impatto dei disturbi di personalità sul periodo neonatale proviene da Istituto A.T.Beck.

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Impatto dei disturbi di personalità sul periodo neonatale

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La maternità è concetto molto complesso e articolato che non implica solamente la dinamica genitore-figlio ma ingloba anche aspetti relativi alla madre come persona nella sua interezza e al neonato nella sua complessità

La letteratura scientifica ormai da parecchio tempo ci ha dimostrato gli effetti deleteri sul neonato di certe condotte materne durante la gravidanza. Ma cosa sappiamo rispetto alla relazione tra disturbo di personalità e periodo neonatale? Partiamo dal presupposto che, indipendentemente dal sesso biologico di appartenenza, le persone con diagnosi si disturbo di personalità sono caratterizzate da un evidente rischio sociale ed emotivo: problemi che incidono negativamente sul funzionamento quotidiano dell’individuo.

Una review sistematica e una meta-analisi hanno stabilito un tasso di prevalenza del disturbo di personalità pari al 12,5% nella popolazione adulta generale nei paesi occidentali (Wolkert et al., 2018) e le stime di prevalenza per i pazienti psichiatrici ambulatoriali variavano in Europa tra il 40% e il 90%, negli USA tra il 45% e 51%, in India è pari al 1,07% e in Pakistan è circa il 60% (Beckwith et al., 2018).

Dati quindi che non possono destare solo un interesse puramente epidemiologico.

Nella recente review a cura della dott.ssa Marshall della Hull University (Regno Unito) viene sottolineato come le donne con diagnosi di disturbo di personalità sono state recentemente descritte in letteratura come caregiver “ad alto rischio” vista la complessa interazione tra il loro funzionamento psicologico e interpersonale e le loro difficoltà sociali. Se spostiamo poi il focus sulla gravidanza gli studi presi in esame riportano tassi più elevati di comportamento a rischio che possono avere un qualche impatto sul feto, come l’abuso di droghe, alcool, fumo o una cattiva alimentazione. Le principali conseguenze sembrano essere: nascita pretermine, sottopeso, un punteggio inferiore alla media relativo all’indice APGAR.

Quindi i fattori che caratterizzano un disturbo di personalità possono diventare possibili fattori di complicazione sia durante la gravidanza che il parto; e non soltanto colpiscono la mamma e il neonato ma anche l’intera famiglia allargata fino ad inglobare la società con conseguenze nel breve e nel lungo termine.

Le ricercatrice e il suo team sottolineano come nel corso degli anni ci sia stato un focus sia a livello di ricerca che di politiche sociali a livello internazionale rispetto a patologie come la depressione perinatale, o comunque nella cura di future mamme con diagnosi di ansia, disturbo bipolare, schizofrenia o psicosi ma che mancano delle linee guida per i servizi di salute mentale per la presa in carico di donne in gravidanza con diagnosi di disturbo di personalità.

I 158 studi presi in esame sottolineano come le donne con diagnosi di disturbo di personalità abbiano uno stile di vita e fattori sociali che influiscono sul loro benessere materno impattando così sullo sviluppo e il benessere del loro bambino già alla nascita. Inoltre il disturbo avrebbe delle conseguenze anche sulle capacità genitoriali. La letteratura presa in esame sottolinea come i figli di madri con diagnosi di disturbo borderline di personalità siano maggiormente a rischio di sviluppare la medesima patologia: gli studi fanno riferimento a teorie di vario tipo: epigenetica, processi neurobiologici, pattern di interazione.

Rispetto alle madri con altri tipi di patologie psichiatriche, le donne con diagnosi di disturbo di personalità necessitano di maggiore sostegno e assistenza poiché i dati di ricerca suggeriscono che i primi esiti infantili sono peggiori rispetto ad altre patologie.

La riflessione finale dei ricercatori che condivido completamente, sottolinea come i servizi di salute mentale hanno tutti gli strumenti per l’identificazione precoce delle donne con disturbo di personalità, e questo dovrebbe facilitara e velocizzare la realizzazione di interventi sanitari specifici utili non solo alla futura mamma ma anche al benessere del neonato e alla loro relazione.

Bibliografia:

  • Beckwith, H.; Moran, P.F.; Reilly, J. (2014)Personality disorder prevalence in psychiatric outpatients: A systematic literature review. Personal. Ment. Health. 8, 91–101
  • Marshall, C.A.; Jomeen, J.; Huang, C.; Martin C. (2020). The Relationship between Maternal Personality Disorder and Early Birth Outcomes: A Systematic Review and Meta-Analysis. International Journal of Environmental Research and Public Health. 17, 57-78
  • Volkert, J.; Gablonski, T.C.; Rabung, S. (2018) Prevalence of personality disorders in the general adult population in Western countries: Systematic review and meta-analysis. Br. J. Psychiatry 213, 709–715

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Pedofilia indotta da fattori neurologici https://www.istitutobeck.com/beck-news/pedofilia-indotta-da-fattori-neurologici Fri, 23 Oct 2020 08:00:34 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=21484 L'articolo Pedofilia indotta da fattori neurologici proviene da Istituto A.T.Beck.

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Pedofilia indotta da fattori neurologici

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Quando si parla di pedofilia la reazione più comune è quella di profondo disgusto e rifiuto, rispetto ad un reato che purtroppo è più diffuso di quello che non si creda. La nostra società cerca con ogni mezzo di contrastare la violenza sessuale perpetrata ai danni dei minori, pertanto sono numerose le ricerche finalizzate a comprendere le cause di un comportamento così problematico e soprattutto deleterio, per le piccole vittime che lo subiscono.

Da uno studio svolto presso l’Università di Padova, condotto dal professor Camperio Ciani, del Dipartimento di Filosofia, Sociologia, Pedagogia e Psicologia applicata, è emerso come alcuni pedofili siano affetti da un disordine neurologico o una compromissione a livello cerebrale. La ricerca ha preso in considerazione alcuni esempi di pedofili descritti nella letteratura scientifica e 66 casi pedofilia che in Italia sono passati in giudicato, gli studiosi hanno raccolto alcune informazioni che porterebbero ad ipotizzare che molti di questi reati potrebbero essere stati legati alla presenza di un disturbo neurologico. In particolare, sembrerebbe che patologie come la demenza frontotemporale (tipicamente senile e causa di comportamenti disinibiti), i tumori alla base del cranio e gli ictus riguardanti la regione orbito-frontale della corteccia, inciderebbero negativamente sulla capacità di controllare gli impulsi pertanto, coloro che sono affetti da queste malattie avrebbero difficoltà a riconoscere la meta sessuale corretta e rivolgerebbero le proprie attenzioni sessuali a minorenni.

Secondo la dott.ssa Cristina Scarpazza del Dipartimento di Psicologia Generale dell’Università di Padova, i soggetti affetti da pedofilia connessa a disturbo neurologico, presenterebbero dei pattern comportamentali differenti rispetto a chi non avrebbe alla base tale tipo di condizione organica: i pedofili affetti da patologia neurologica, infatti, non metterebbero in atto una condotta premeditata e ben organizzata, al fine di scegliere le vittime in maniera accurata e selettiva (modalità più tipica dei pedofili “sani”).

Il professor Ciani ritiene che i “pedofili acquisiti”, avrebbero maggiori possibilità di andare incontro a remissione del loro disturbo della sfera sessuale, grazie al trattamento del disordine neurologico sottostante. Nel caso in cui ad esempio la causa del reato ai danni del minore, fosse provocata da un tumore cerebrale, la rimozione chirurgica dello stesso, potrebbe portare alla scomparsa dell’impulso sessuale disfunzionale.

Secondo gli studiosi che hanno condotto la ricerca, soggetti che compiono reati di pedofilia poiché affetti da malattia organica, meriterebbero un adeguato trattamento, poichè non è da tralasciare il fatto che la loro peculiare condizione possa anche sollevare delle problematiche a livello legale, in caso di arresto. I ricercatori dell’Università di Padova, ci tengono a precisare come il loro studio non abbia in alcun modo la finalità di giustificare il comportamento dei “pedofili acquisiti” ma se mai a quello di evitare il più possibile che abbiano luogo reati così atroci.

Riferimenti:

L'articolo Pedofilia indotta da fattori neurologici proviene da Istituto A.T.Beck.

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Mindfulness per musicisti: come la pratica mindfulness migliora le performance musicali e il benessere dei musicisti https://www.istitutobeck.com/beck-news/mindfulness-per-musicisti Thu, 22 Oct 2020 08:00:10 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=21480 L'articolo Mindfulness per musicisti: come la pratica mindfulness migliora le performance musicali e il benessere dei musicisti proviene da Istituto A.T.Beck.

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Mindfulness per musicisti

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Molte ricerche hanno evidenziato il forte impatto positivo della musica sulla vita e sul benessere degli individui. Ad esempio è stato dimostrato che la musica facilita la creatività, promuove il benessere, aiuta a ridurre l’ansia e ad alleviare gli effetti negativi di alcuni disturbi (Disturbo ossessivo-compulsivo e depressione). La letteratura riporta, inoltre, il ruolo della musica nel favorire le relazioni interpersonali oltre che nel rilascio della tensione (Antonini Philippe et. al., 2019)

Tuttavia, la ricerca ha anche approfondito la musica dal punto di vista dei musicisti e ha dimostrato che fare musica può essere un ostacolo al loro benessere in quanto esso è collegato alle numerose sfide che sono chiamati ad affrontare nel corso della loro pratica. Il dolore fisico è una delle conseguenze del fare musica ad alto livello (riportato nell’86% dei casi, Leaver et al., 2011), fino ad arrivare ad alterare profondamente le prestazioni musicali (Croom, 2012). Sono stati rilevati anche ansia e angoscia che influenzano il benessere dei musicisti durante le performance (Antonini Philippe e Güsewell, 2016).

La ricerca suggerisce che l’apprendimento di tecniche basate sulla mindfulness potrebbe essere un grande beneficio nell’ambito musicale. E’ stato dimostrato infatti che la mindfulness è associata ad una più intensa acutezza sensoriale, a miglioramenti nell’apprendimento di nuove competenze e nella memoria di lavoro, fondamentale per ricordare meglio le nuove sensazioni e i suoni appresi durante le lezioni. Livelli più elevati di consapevolezza, concentrazione e attenzione possono aiutare i musicisti a sviluppare una buona pratica strumentale e migliori capacità di esecuzione. Il tipo di attenzione che si apprende durante la pratica mindfulness sarebbe utile agli studenti di musica perché è connesso a miglioramenti nella concentrazione e nell’efficienza. Tutti questi aspetti potrebbero essere di grande utilità per i musicisti e i cantanti (Czajkowski & Greasley, 2015).

Un nuovo studio è stato condotto da Czajkowski e colleghi (2020) per  indagare gli effetti di un programma mindfulness sugli studenti di musica in tutti gli aspetti del loro percorso educativo musicale.

La consapevolezza è stata misurata utilizzando il Five Facet Mindfulness Questionnaire (FFMQ) e un apposito questionario il Mindfulness for Musicians costruito su misura per questo intervento. L’FFMQ misura cinque sfaccettature della consapevolezza: osserva, descrivi, agisci con consapevolezza, non giudicare e non reagire.

I partecipanti hanno seguito il corso Mindfulness for Performing Arts Students (MfPAS). Si tratta di programma che integra il protocollo mindfulness di riduzione dello stress (MBSR) con quello MBCT di 8 settimane in cui la tecnica è adattata in maniera specifica agli studenti di musica e alle loro esperienze. E’ un programma della durata biennale in cui i partecipanti svolgono sessioni mindfulness di gruppo con cadenza settimanale (della durata di 2–2,5 ore) e si impegnano a praticare la mindfulness per 40–45 minuti al giorno. Dopo la sessione finale, ai partecipanti è stato chiesto di completare il questionario post-intervento.

I risultati hanno mostrato che tutte le aree indagate dal questionario FFMQ riportavano punteggi significativamente più alti rispetto alla condizione pre-intervento. In particolare, vi era una maggiore consapevolezza del corpo nelle lezioni, nelle pratiche e nelle esibizioni. I partecipanti hanno riportato diversi effetti dell’essere più consapevoli durante le lezioni strumentali, come cambiamenti nella mentalità e miglioramenti nelle relazioni con gli insegnanti. Sono stati rilevati miglioramenti nei livelli di concentrazione, meno distrazioni, autocritica, preoccupazione e stress. Alcuni partecipanti hanno scoperto che attraverso la mindfulness si sentivano più creativi nella loro pratica musicale.

In conclusione, i risultati di questo studio, seppure ad uno stato preliminare, consentono di riscontrare una serie di benefici della pratica mindfulness per i musicisti. Questo aspetto andrebbe ulteriormente approfondito in studi successivi.

Riferimenti:

  • Antonini Philippe, R., and Güsewell, A. (2016). La simulation de concours d’orchestre: analyse qualitative et située de l’activité des musiciens. Cah. Soc. Québécoise Rech. Musique
  • Antonini Philippe, R., Kosirnik, C., Vuichoud, N., Williamon, A., & von Roten, F. C. (2019). Understanding wellbeing among college music students and amateur musicians in Western Switzerland. Frontiers in psychology.
  • Czajkowski, A. M., & Greasley, A. E. (2015). Mindfulness for singers: The effects of a targeted mindfulness course on learning vocal technique. British Journal of Music Education.
  • Czajkowski, A. M. L., Greasley, A. E., & Allis, M. (2020). Mindfulness for musicians: A mixed methods study investigating the effects of 8-week mindfulness courses on music students at a leading conservatoire. Musicae Scientiae.
  • Croom, A. M. (2012). Music, neuroscience, and the psychology of wellbeing: a précis. Front. Psychol. ù
  • Leaver, R., Harris, E. C., and Palmer, K. T. (2011). Musculoskeletal pain in elite professional musicians from British symphony orchestras. Occup. Med.

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Trauma-Sensitive Yoga e PTSD https://www.istitutobeck.com/beck-news/trauma-sensitive-yoga-e-ptsd Wed, 21 Oct 2020 08:00:55 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=21476 L'articolo Trauma-Sensitive Yoga e PTSD proviene da Istituto A.T.Beck.

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Trauma-Sensitive Yoga e PTSD.

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Il Trauma-Sensitive Yoga (TSY) è un tipo di intervento centrato sul corpo che è stato ideato per poter aiutare i sopravvissuti a esperienze traumatiche, mediante una regolazione emotiva di tipo bottom-up (Emerson, 2015). Questo approccio, infatti, interviene direttamente sulle esperienze corporee allo scopo di regolare i livelli di iper- o ipo-attivazione. Questi ultimi, nei survivors, sono spesso così marcati da rappresentare un ostacolo per il raggiungimento di obiettivi di vita importanti e da interferire con il normale funzionamento quotidiano.

Le esperienze traumatiche hanno un forte impatto sul corpo e quest’ultimo, dunque, può diventare una via d’accesso preferenziale per “guarire le ferite” legate al trauma.

Il TSY consente di aumentare i livelli di consapevolezza, di ridurre la disregolazione emotiva e di sviluppare una migliore relazione con se stessi e con il proprio corpo. L’aspetto che il TSY va maggiormente a potenziare è la consapevolezza enterocettiva, cioè l’abilità di percepire le sensazioni provenienti dal proprio corpo, e sembra proprio questo il fattore che lo rende uno strumento efficace all’interno dell’ampio e multisfaccettato trattamento del trauma.

Questo protocollo di yoga, adattato ai sopravvissuti a esperienze traumatiche, si sviluppa attorno a tre temi chiave:

  1. sperimentare il momento presente;
  2. fare delle scelte;
  3. mettere in atto un’azione efficace.

Crescenti evidenze scientifiche supportano la sua efficacia nella riduzione dei sintomi di PTSD (Post-Traumatic Stress Disorder; Ong, 2020).

Lo studio di Neukirch e collaboratori (2019) ha riscontrato, in un piccolo gruppo di pazienti, l’aumento della consapevolezza enterocettiva e la riduzione dei sintomi di PTSD, depressione, ansia e stress a seguito di un protocollo di TSY della durata di 8 settimane.

Lo studio di Nguyen-Feng e collaboratori (2019) ha valutato gli effetti di un programma di TSY e di psicoterapia in una comunità per donne vittime di violenza da parte del partner. Si trattava di un programma di 12 settimane che prevedeva una psicoterapia di gruppo (90 minuti) seguita dal protocollo yoga (30-40 minuti). Le valutazioni (di tipo qualitativo) hanno indicato la presenza di un aumento nella sicurezza di sé e una maggiore connessione mente-corpo.

Certamente sono necessari studi scientifici effettuati su campioni con maggiori dimensioni e che prevedano il confronto con altri protocolli d’intervento, ma il TSY rappresenta davvero un valido strumento per poter aiutare a stabilizzare i sintomi delle persone con storie traumatiche.

Riferimenti bibliografici

  • Emerson, D. (2015). Trauma-Sensitive Yoga in Therapy. Bringing the Body into Treatment. Norton & Company.
  • Neukirch, N., Reid, S., & Shires, A. (2019). Yoga for PTSD and the role of interoceptive awareness: A preliminary mixed-methods case series study. European Journal of Trauma & Dissociation, 3(1), 7-15.
  • Nguyen-Feng, V. N., Morrissette, J., Lewis-Dmello, A., Michel, H., Anders, D., Wagner, C., & Clark, C. J. (2019). Trauma-sensitive yoga as an adjunctive mental health treatment for survivors of intimate partner violence: A qualitative examination. Spirituality in Clinical Practice, 6(1), 27-43.
  • Ong, I. (2020). Treating Complex Trauma Survivors: A Trauma-Sensitive Yoga (TSY)-Informed Psychotherapeutic Approach. Journal of Creativity in Mental Health, DOI: 10.1080/15401383.2020.1761498

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Disturbo Comportamentale del Sonno REM e TCC https://www.istitutobeck.com/beck-news/disturbo-comportamentale-del-sonno-rem-e-tcc Mon, 19 Oct 2020 08:00:32 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=21472 L'articolo Disturbo Comportamentale del Sonno REM e TCC proviene da Istituto A.T.Beck.

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Disturbo Comportamentale del Sonno REM e TCC

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Il Disturbo Comportamentale del sonno REM (Rapid-Eye-Movement Sleep Behavior Disorder, RBD) è un disturbo caratterizzato dalla mancanza di atonia muscolare durante il sonno REM, che determina, quindi, la messa in atto dei propri sogni. E’ un disturbo del sonno che può provocare un danno alla persona che ne è affetta e al compagno di letto. Spesso l’attività onirica include delle scene in cui la persona deve difendere se stessa da attacchi esterni e si presentano, di conseguenza, delle manifestazioni comportamentali caratterizzate da movimenti violenti (p.e., tirare pugni) e vocalizzazioni (p.e., grida e urla).

Il disturbo si può presentare in comorbilità con alcuni disturbi neurologici come la malattia di Parkinson, il decadimento cognitivo lieve, la malattia di Alzheimer e la malattia di Huntington (Abenza Abildúa et al., 2019).

Per quanto riguarda il trattamento farmacologico, i farmaci tipicamente utilizzati sono la melatonina e il clonazepam. Vengono somministrate anche le benzodiazepine, ma per le persone che hanno più di 65 anni di età questo rappresenta un intervento con alti effetti collaterali e poco efficace.

Molto importante è la fase in cui si considerano i diversi aspetti che possano garantire una “sicurezza ambientale”. Per esempio, gli oggetti pericolosi vanno rimossi dalla camera da letto, le finestre devono essere chiuse e protette, il materasso può essere posizionato sul pavimento e i cuscini possono essere collocati intorno al letto. Questi accorgimenti sono ancor più necessari se la persona sviluppa intolleranza ai farmaci o se questi risultano inefficaci.

Altri interventi consigliati sono l’utilizzo di tecniche di rilassamento, della coperta ponderata, del sacco a pelo, di allarmi posizionati nel letto o sulla porta.

Per il trattamento vengono consigliati anche alcuni interventi della TCC (Terapia Cognitivo-Comportamentale): Imagery Rescripting (IR) e Imaginal Exposure (IE).

Attraverso la IR la persona può identificare le credenze negative e le immagini dolorose presenti negli incubi per poi trasformarle in esperienze significative e positive.

Con la IE le persone vengono incoraggiate a immaginare le scene, i pensieri e le situazioni che caratterizzano gli incubi al fine di confrontarsi ripetutamente con essi, fino a che vengano valutati come meno spaventanti (Aurora et al., 2010).

Si sottolinea, tuttavia, la necessità di ulteriori studi che possano valutare l’efficacia di altri interventi non farmacologici per il trattamento delle persone con RBD.

Riferimenti bibliografici

  • Abenza Abildúa M.J., Miralles Martinez A., Arpa Gutiérrez F.J., Lores Gutiérrez V., Algarra Lucas C., Jimeno Montero C., et al. (2019). Patologías asociadas al trastorno de conducta de sueño REM. Descripción de una serie hospitalaria. Neurología, 34: 159-164. 
  • Aurora RN, Zak RS, Maganti RK, et al. (2010). Best practice guide for the treatment for REM sleep behavior disorder (RBD). J Clin Sleep Med, 6(1): 85-95.

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L’affaticamento da social media https://www.istitutobeck.com/beck-news/affaticamento-da-social-media Fri, 16 Oct 2020 08:00:31 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=21461 L'articolo L’affaticamento da social media proviene da Istituto A.T.Beck.

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L'affaticamento da social media

Photo by Merakist on Unspalsh

Un numero crescente di utenti dei social media si sta allontanando dalla propria partecipazione ad essi a causa della cosiddetta “social media fatigue”, detta anche “fatica (o affaticamento) da social media”.

La ricerca precedente ha definito la “fatica da social media” come una situazione in cui gli utenti di un social soffrono di stanchezza mentale dopo aver sperimentato vari sovraccarichi tecnologici, informativi e comunicativi attraverso la loro partecipazione e interazione sulle diverse piattaforme di social media online.

Questo fenomeno ha recentemente motivato studiosi di tutto il mondo a condurre indagini empiriche per determinare gli antecedenti e le conseguenze dell’affaticamento da social media.

Le determinanti relative dell’affaticamento da social media possono essere derivate da condizioni legate allo stress psicologico e comportamentale, come il sovraccarico di informazioni e l’iper-connessione ad internet, nonché le attività sociali interattive. Come conseguenza di questa sofferenza emotiva, è probabile che gli utenti dei social media affetti da tale ‘fatigue’ si astengano in seguito, temporaneamente o permanentemente, dal partecipare alle future interazioni sui social media online.

Gli studiosi sostengono che l’affaticamento da social media abbia implicazioni negative significative sia per gli utenti che per le aziende e gli operatori dei servizi. Al livello dell’utente, l’affaticamento da social media si traduce in un deterioramento dei punti di forza sia mentali che fisiologici della persona, per cui è probabile che gli utenti sviluppino alla lunga dei comportamenti malsani.

Allo stesso modo, l’affaticamento da social media può essere dannoso per le imprese e gli operatori dei servizi perché la stanchezza si traduce in un ritiro dall’uso del servizio, che porta a minori introiti per le aziende e per gli operatori di servizi. Nonostante queste gravi implicazioni, la ricerca che esamina la fatica da social media è ancora nella sua fase iniziale, per cui la maggior parte degli studi esistenti si è concentrata esclusivamente sulla sua relazione con la frequenza di utilizzo del servizio, la soddisfazione del servizio, la privacy, la discontinuità, l’uso eccessivo dei social media, l’esaurimento e il tecnostress dovuto a social media, e alla relazione tra tecnologia e sovraccarico fisico.

In confronto a questo corpo di letteratura scientifica, la relazione tra benessere psicosociale e fatica da social media non è stata ancora ben studiata. Questa lacuna è affrontata da uno studio del 2018 di Dhir e colleghi (Dhir, 2018), che utilizza una metodologia di ricerca trasversale ripetuta per indagare questa relazione nel tempo.

Due set di dati trasversali sono stati raccolti a maggio 2017 (con 1554 partecipanti) e a settembre 2017 (con 1144 partecipanti) con un campione composto da utenti di social media adolescenti.

Lo studio ha indagato se l’uso compulsivo dei social media e la paura di perdersi qualcosa nel periodo di assenza da essi inneschino, tra gli utenti adolescenti, la social media fatigue, e se tale affaticamento da social media contribuisca ad aumentare l’ansia e la depressione tra gli utenti.

Nello studiare questo fenomeno, i ricercatori si sono resi conto dell’esistenza di un costante sviluppo delle funzionalità dei social media online e dei servizi correlati, che ha costantemente attratto e aumentato il numero di utenti su tali piattaforme. Tuttavia, allo stesso tempo, una miriade di utenti si è allontanata, temporaneamente o permanentemente, dall’impiego dei social a causa della social media fatigue. Gli studiosi hanno indagato diversi antecedenti e conseguenze dell’affaticamento da social media, considerato che le relazioni empiriche tra il benessere psicosociale e l’affaticamento dei social media non sono attualmente note.

Per colmare questo divario, l’attuale studio ha utilizzato il quadro stressor-strain-outcome (SSO) per esaminare se le misure di benessere psicosociale, come l’uso compulsivo dei media e la paura di perdersi qualcosa, inneschino l’affaticamento e, inoltre, se l’affaticamento da social media si traduca in ansia e depressione.

I risultati dello studio suggeriscono che l’uso compulsivo dei media abbia innescato in modo significativo l’affaticamento da social media, che in seguito si è tradotto in ansia e depressione elevate.

La paura di perdersi qualcosa prediceva la social media fatigue in maniera indiretta, attraverso la mediazione dell’uso compulsivo dei social media.

Per quanto riguarda le implicazioni pratiche, i risultati di questa ricerca hanno implicazioni significative per utenti, per gli operatori di servizi, per le società di social media e i loro amministratori. Tali implicazioni sono le seguenti:

1) gli utenti dei social media dovrebbero capire che l’uso compulsivo dei social provoca la social media fatigue, che può successivamente sfociare in depressione e ansia.

Pertanto la moderazione nell’uso dei social media dovrebbe essere presa in considerazione.

2) Genitori e tutori dovrebbero prestare attenzione (ad esempio, monitorare e moderare) all’uso eccessivo dei social media da parte degli adolescenti. Studi recenti hanno suggerito che questa generazione è incline alla privazione dell’autocontrollo.

La mancanza di attenta supervisione, supporto e partecipazione potrebbe portare allo sviluppo di sintomi nocivi e sfavorevoli per la salute. Pertanto, il monitoraggio e la moderazione possono aiutare i genitori a prevenire le distrazioni e i conflitti derivanti dalla profusione dell’uso del cellulare tra gli adolescenti, ma a maggior ragione e ancor di più tra i bambini.

3) Mantenere e attrarre più utenti è una delle priorità principali dei fornitori di servizi e delle società di social media. Tuttavia, per raggiungere questo obiettivo, i fornitori di servizi dovrebbero concentrarsi sull’esperienza e sulla soddisfazione dell’utente.

Infatti, secondo i risultati del presente studio, l’affaticamento da social media ha un’influenza significativa sul benessere, cioè può portare a depressione e ansia. Di conseguenza, diventa importante per i fornitori di servizi e le società di social media ideare e sviluppare appositamente funzionalità e interfacce che possano causare un minore affaticamento agli utenti. Ciò potrebbe probabilmente facilitare l’uso quotidiano dei social media e alleviare le possibilità di rischio di incontrare problemi mentali e legati alla soddisfazione nell’uso dei social media.

Riferimenti Bibliografici

Amandeep Dhir, Yossiri Yossatorn, Puneet Kaur, Sufen Chen. Online social media fatigue and psychological wellbeing—A study of compulsive use, fear of missing out, fatigue, anxiety and depression. International Journal of Information Management 40, 141-152, 2018.

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Eventi traumatici infantili e dipendenze patologiche: un rapporto di causalità? https://www.istitutobeck.com/beck-news/eventi-traumatici-infantili-e-dipendenze-patologiche Thu, 15 Oct 2020 08:00:35 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=21457 L'articolo Eventi traumatici infantili e dipendenze patologiche: un rapporto di causalità? proviene da Istituto A.T.Beck.

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Eventi traumatici infantili e dipendenze patologiche

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Molti studi scientifici evidenziano il ruolo del trauma infantile nello sviluppo delle dipendenze patologiche, caratterizzate dall’uso distorto di una sostanza, di un oggetto o di un comportamento (Caretti et al., 2005; Khoury et al. 2010; Mosquera et al. 2011; Heffner et al. 2011).

I traumi subiti durante l’infanzia possono riguardare un abuso fisico, sessuale, psicologico e/o esperienze di neglect. Le emozioni derivate dall’abuso, sono vissute dal soggetto come dolorose, insostenibili e invalidanti. Per fronteggiare il ricordo doloroso di queste esperienze, il soggetto potrebbe cercare di dissociarsi dalla realtà attraverso varie forme di dipendenza quali sesso, internet, shopping compulsivo, alcool, droga.

Da un punto di vista neurologico, l’esperienza correlata al maltrattamento infantile è alla base di alcune anomalie nella struttura cerebrale del cervello come la corteccia prefrontale, frontale, la regione dell’ippocampo e l’amigdala coinvolti in sistemi organizzativi neuronali deputati anche a processare e regolare le funzioni della memoria e delle emozioni.

Utilizzando le parole del neuroscienzato Macr Lewis: “Più tempo trascorri nel tuo stato di dipendenza, più i segnali collegati alla tua droga o bevanda di scelta accenderanno il sistema della dopamina diminuendo l’attività nelle aree del cervello responsabili del giudizio e del processo decisionale”

Gli studi

In ambito clinico, sono state condotte numerose ricerche sulla correlazione tra abuso fisico durante l’infanzia e abuso di sostanze. Lo studio di Dube (2003), basato su un campione di 8613 partecipanti, ha rilevato come i soggetti abusati fisicamente e sessualmente nei primi anni di vita, abbiano sviluppato nel corso degli anni una tossicodipendenza in percentuale da due a quattro volte maggiore rispetto ad individui con una storia di vita priva di abusi. Il rischio aumenta drammaticamente, con il sommarsi degli episodi con un’incidenza massima tra i 14 e 15 anni.

Tali risultati sono confermati anche dallo studio di Dinc. et al. (2019), in cui si analizza un campione di 322 partecipanti con diverse tipologie di dipendenza, da cui emerge come il 97,5 % del campione sia stato esposto almeno una volta ad un evento traumatico e circa il 22% presenti una diagnosi di PTSD (Post Traumatic Stress Disorder).

Interessante è anche lo studio di Gugliandolo (2019) su 311 partecipanti tra i 18 e 26 anni. L’obiettivo dello studio era quello indagare le cause che portano ad uno sviluppo dipendente dalle nuove tecnologie.

Dai risultati emerge come uno stile genitoriale controllante, invalidante e abusante emotivamente diventa un fattore di rischio per lo sviluppo delle “New Addiction” quali: l’utilizzo da Internet, da smartphon e dai social network. Dunque è possibile ipotizzare che per i giovani traumatizzati, rifugiarsi nella rete rappresenti un tentativo di “evasione” dalla realtà.

Conclusioni

Comprendere la relazione tra trauma e dipendenza, è il primo passo in psicoterapia per intervenire e prevenire possibili ricadute e il lavoro necessita di una ottima alleanza terapeutica e di un approccio integrato.

La dipendenza non è una patologia che “entra” casualmente nella vita di una persona, ma si “nutre” di una vulnerabilità di base derivata da esperienze di vita negative.

Il piacere che il soggetto ricava da qualsiasi forma di dipendenza patologica, deve essere “letto” dal clinico come un meccanismo protettivo, il cui scopo è quello di “vivere” una realtà parallela dissociando da qualsiasi emozione, pensiero, sensazione e reazione fisiologica.

Si potrà quindi parlare di “guarigione” dal trauma e da una dipendenza solamente quando la persona riconquisterà finalmente la propria mente, il proprio corpo, le proprie emozioni e la propria vita.

Fonti:

  1. Steele, S. Boon, O. Hart (2017) “La cura della dissociazione traumatica. Un approccio pratico e integrativo.” Edizioni Mimesis, Milano.
  2. Montano, R. Borzì (2019) “Manuale di intervento sul trauma”. Edizione Erickson, Trento.
  3. S.R Dube (2003) “Childhood abuse, neglect, and household dysfunction and the risk of illicit drug use: the adverse childhood experiences study”. Pediatrics. 111(3):564-72
  4. Dinc, M., Isik, S., Ogel, K. e Seker, BC (2019). “Incidenza e caratteristiche del trauma psicologico nel disturbo da abuso di alcol e sostanze.” Addicta-the turkish journal on addictions,.6, 2, 331-336.ù
  5. M.C. Gugliandolo, V. Verrastro, F. Liga (2019) “Parenting invalidante e dipendenze tecnologiche: il ruolo del controllo psicologico genitoriale”. Maltrattamento e abuso all’infanzia. 21(3) 55-74.

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Auto-critica, auto-compassione: stesse basi neurali, diversi effetti sulla salute https://www.istitutobeck.com/beck-news/auto-critica-auto-compassione Wed, 14 Oct 2020 08:00:14 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=21453 L'articolo Auto-critica, auto-compassione: stesse basi neurali, diversi effetti sulla salute proviene da Istituto A.T.Beck.

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Auto-critica, auto-compassione

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La relazione tra self-compassion o auto-compassione e salute mentale è oggetto di attenzione ormai da qualche anno, anche a livello neurofisiologico. Un recentissimo (aprile 2020) ed interessante studio australiano ha portato alla luce inaspettate scoperte.

Il gruppo di ricerca d’oltreoceano è partito dai dati di ricerca già presenti riguardo l’autocritica, ipotizzando che l’auto-compassione potesse essere connessa a due stili di autocritica: uno focalizzato sulle opportunità di migliorarsi, mentre l’altro, sicuramente più nocivo, sull’odio per se stessi ed i propri errori. Quest’ultimo, ovvero l’odio verso di sé, sembrerebbe associato a varie forme di psicopatologia quali disturbi alimentari e depressivi, ansia sociale, disturbi di personalità, autolesionismo e suicidio. Potrebbe quindi rappresentare un target transdiagnostico per il trattamento.

Lo studio ha coinvolto 40 partecipanti, sottoposti ad una serie di compiti e misurazioni neurofisiologiche (risonanza magnetica funzionale, fMRI; frequenza cardiaca, HRV). L’obiettivo era identificare i correlati neurofisiologici della compassione e della critica, nonché il cambiamento fisiologico durante la coltivazione della compassione.

Durante le prime due settimane sono state esaminate le risposte neurali (tramite la risonanza funzionale, fMRI) dei partecipanti ad alcuni stimoli (scritti) riguardo l’autocritica e l’auto-rassicurazione – ad esempio espressioni negative quali “Non riesco a tenere il passo con i miei impegni nella vita”, o espressioni neutre come “Tengo il passo con i miei impegni nella vita”.

Circa una settimana dopo l’esperimento fMRI, i partecipanti hanno cominciato un periodo di due settimane di ascolto della meditazione guidata di 15 minuti “Coltivare il sé compassionevole”. Il Compassionate Mind Training prende di mira l’odio verso di sé adottando deliberatamente uno stato mentale di auto-rassicurazione nel momento in cui sorgono autocritiche; esso aiuta ad apprendere il radicamento e la postura del corpo, la respirazione ritmica, la consapevolezza dell’autocritica quando si presenta e infine aiuta a coltivare stati mentali compassionevoli. L’HRV veniva misurata prima e dopo questo periodo di addestramento all’auto-compassione.

Risultati

Interessante la scoperta riguardo il fatto che sia la critica che la rassicurazione modulino percorsi neurali simili, piuttosto che operare su regioni neurali distinte. Ma non essendo un obiettivo dello studio, non è stato approfondito ed è stata anzi suggerita la necessità di ulteriori ricerche sul tema.

In secondo luogo, è stato riscontrato un aumento dell’HRV durante l’addestramento alla compassione. Inoltre, il breve protocollo di addestramento alla mente compassionevole è stato anche in grado di spostare un sottogruppo di partecipanti fuori da un intervallo clinicamente a rischio cardiaco per l’HRV che mostravano a riposo.

Altro interessante dato emerso è che gli individui che avevano una HRV a riposo inferiore si sono impegnati maggiormente nell’intervento e hanno ottenuto maggiori benefici fisiologici (cioè un aumento) nell’HRV, mentre gli individui con una HRV a riposo più alta si sono impegnati meno con minori benefici fisiologici come conseguenza. Questi dati sottolineano come esistano differenze individuali nella risposta compassionevole, per cui per alcuni individui potrebbe non verificarsi un cambiamento significativo tra le sessioni. I dati sembrano suggerire sostanzialmente che gli individui che avevano un reale bisogno della pratica, fisiologicamente, l’hanno usata.

Per comprendere meglio chi può trarre vantaggio dalla coltivazione della compassione, sarebbe necessario un lavoro più esteso, per poter valutare un eventuale effettivo spostamento della linea di base, sia nei campioni “normali” che clinici.

Riferimenti:

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Perché è necessario un Master sull’età evolutiva? https://www.istitutobeck.com/beck-news/master-eta-evolutiva Mon, 12 Oct 2020 08:00:48 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=21578 L'articolo Perché è necessario un Master sull’età evolutiva? proviene da Istituto A.T.Beck.

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Master sull’età evolutiva

Dalle prime ricerche ad oggi, la letteratura scientifica internazionale ha sempre più dimostrato l’evidenza clinica di come esperienze traumatiche di abuso o maltrattamento infantile siano importanti fattori di rischio, non solo per lo sviluppo di disturbi psicopatologici in età adulta, ma anche di gravi alterazioni comportamentali in età infantile.

Il trauma infantile ha, infatti, un potente impatto nel provocare i disturbi psichiatrici più diffusi, i disturbi di personalità, gli stili di vita maggiormente a rischio, comportamenti violenti e autodistruttivi, problemi relazionali, ridotte capacità genitoriali.

Nonostante tali evidenze, in Italia abbiamo assistito ad un evidente ritardo nell’emersione del fenomeno a causa di una diffusa riluttanza e difesa sociale ad ammettere l’esistenza di una piaga così riprovevole e imbarazzante. Di fatti nel nostro paese, le reali dimensioni circa la diffusione di maltrattamenti e abusi a danni dei minori sono perlopiù sconosciute.

La “Prima Indagine nazionale quali–quantitativa sul maltrattamento a danno di bambini”, è stata elaborata solo nel 2014 dal Coordinamento Italiano dei Servizi contro il Maltrattamento e l’Abuso all’Infanzia (CISMAI) e da Terre des Hommes (organizzazione internazionale per la protezione dei bambini). Tale indagine, che ha raggiunto una popolazione di oltre 4,9 milioni di residenti e di 758.932 bambini e adolescenti, ha evidenziato che un totale stimato di 457.453 tra bambini/adolescenti sono in carico ai Servizi Sociali. Nel dettaglio la violenza assistita costituisce la seconda forma di violenza più diffusa tra quelle registrate: circa 1 bambino su 5 fra quelli maltrattati è testimone di violenza domestica intra-familiare. La violenza psicologica ha un’incidenza superiore rispetto al maltrattamento fisico (13,7% vs il 6,9%), mentre l’abuso sessuale, colpisce 4 bambini su 100 maltrattati (CISMAI & Terre des hommes, 2014).

Dato l’enorme numero sommerso dei casi e la diffusione del fenomeno, in un recentissimo rapporto pubblicato su Trauma Recovery 2020, si è posto l’accento sull’importanza dell’individuazione precoce delle condizioni di violenza infantile che originano il trauma psicologico e, soprattutto, è stata rilevata l’urgenza di individuare strumenti di screening accurati, piani di prevenzione e protocolli di intervento evidence based (Jo Symonds, 2020).

In quest’ottica l’Istituto A.T Beck con il Master “Il trauma in età evolutiva: diagnosi, relazione terapeutica e trattamento”, si propone di offrire ai partecipanti un percorso formativo di alta specializzazione fornendo strumenti diagnostici, concettualizzazioni teoriche e protocolli terapeutici evidence based, per la cura e la prevenzione del Trauma e dei Disturbi Dissociativi nei bambini e negli adolescenti.

 

Bibliografia

  • Lisa Jo Symonds . Childhood trauma: the cause that needs a cure. Life Research2020, 3 (3): 131-137. doi: 10.12032/life2020-0706-301

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Perdonare il partner: istruzioni per l’uso. Una nuova ricerca mostra i passaggi emotivi necessari per ottenere il vero perdono. https://www.istitutobeck.com/beck-news/perdonare-il-partner Mon, 12 Oct 2020 08:00:04 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=21449 L'articolo Perdonare il partner: istruzioni per l’uso. Una nuova ricerca mostra i passaggi emotivi necessari per ottenere il vero perdono. proviene da Istituto A.T.Beck.

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Perdonare il partner

Photo by Pablo Heimplatz on Unsplash

Introduzione

Tu il tuo lui e lo sfondo di un tramonto. Mano nella mano a progettare un futuro insieme. Ormai sono passati mesi e anni dal quel primo incontro. Ti mostri senza trucco, manifesti tutte le sfumature del tuo carattere, parti belle e parti brutte: c’è fiducia tra voi, c’è un patto di complicità e rispetto, tu inizi le frasi e lui le finisce. Tutto perfetto.

Poi un giorno, uno dei tanti ti confidi con lui. Riporti una informazione che riguarda una tua amica, di lei e del suo fidanzato. Ovviamente sai che lui non lo riferirà a nessuno ma lo puntualizzi lo stesso. Passano i giorni e anche i mesi fino al momento in cui la tua amica ti chiama e ti dice: “l’avevo detto solo a te, come hai potuto”!

Ecco che, come un boomerang, ripercorri il momento in cui ti sei confidata con lui. Ti ricordi i suoi occhi, il suo abbraccio. Ti fidavi di lui e delle sue parole. Come ha potuto, il tuo partner, essere così distratto da lasciarsi scappare un’informazione cosi importante con i suoi amici non ascoltando il tuo bisogno di privacy e venendo meno alla parola data?

È naturale fidarsi di una persona con cui abbiamo uno rapporto stretto. Questa è la persona che conosce i nostri segreti, sporchi e non, perché abbiamo costruito un legame solido attraverso la condivisione e il supporto reciproco. Ripensando ai dettagli di quella infelice rivelazione, il tuo sgomento nel tuo partner e i tuoi sentimenti di dispiacere non fanno che peggiorare. Ripeti l’evento più e più volte nella tua mente, e nulla sembra essere in grado di fermare la ruminazione, non importa quanto sforzo mentale fai per allontanarlo dai tuoi pensieri. Ora che il legame è compromesso, il presente difficile e il futuro sfumato….come è possibile recuperare il rapporto? E’ possibile il perdono?

La ricerca

Secondo uno studio recentemente pubblicato dagli autori britannici Saima Noreen e Malcolm MacLeod (2020), della De Montfort University e dell’Università di Stirling, è quello sforzo indotto per dimenticare che rende il perdono sempre meno realizzabile.

Notando il cosiddetto aspetto “ironico” della memoria, Noreen e MacLeod sostengono che più si cerca di dimenticare qualcosa, più diventa difficile. Nelle loro parole, l’esistenza di tali effetti ironici nella memoria suggerisce che tutti i nostri sforzi per dimenticare i ricordi indesiderati possono quindi “scivolare su un terreno roccioso” (p. 1). Se riuscissimo a uscire da questa trappola, la memoria potrebbe svanire, e, saremmo pronti a intravedere la tua strada per il perdono.

Cosa ci permetterebbe, in questo caso, di “dimenticare” di “perdonare”?

Dal punto di vista teorico noto come “Teoria Costruttiva“, è la creazione della distanza psicologica che può fornire la chiave per superare l’effetto memoria ironico.

Una volta che la trasgressione viene riposta sempre più lontano nello specchietto retrovisore, non dovremmo più cercare di spingerla fuori dalla nostra memoria. Tuttavia, c’è un problema: avviare il ciclo del perdono è l’unico modo per guadagnare quella distanza psicologica. Il perdono dovrebbe, secondo questo ragionamento, rendere l’oblio molto più facile.

Come possiamo, allora, attivare l’interruttore del perdono, quello che offuscherà i nostri ricordi?

Per rispondere a questa domanda, lo studio Noreen e MacLeod ha testato un modello per scoprire se potevano indurre sperimentalmente la distanza psicologica tramite diversi tipi di istruzioni di perdono. Il loro campione online di partecipanti adulti ha letto scenari in cui si sono immaginati nell’ ipotetica situazione di scoprire il partner che ha una relazione.

In una condizione di manipolazione sperimentale del perdono, gli autori britannici hanno incaricato i loro partecipanti di impegnarsi nel compito apparentemente impossibile di provare empatia verso il partner ribelle. Un secondo studio prevedeva, infine, che i partecipanti immaginassero di essere empatici dopo un’effettiva trasgressione in cui erano il bersaglio dell’offesa dell’altra persona.

La domanda era se, dopo essere stati incoraggiati a usare l’empatia, i partecipanti potessero iniziare a guadagnare una distanza psicologica, misurata dall’ melemento “Se l’offesa ti è accaduta, quanto percepisci che è avvenuta nel tempo?” l’elemento potrebbe variare da una scala da 1 (sembra ieri) a 10 (sembra molto tempo fa).

Risultati

I risultati hanno supportato le previsioni della teoria costruttiva. I partner istruiti a impegnarsi nel perdono emotivo hanno trovato più facile dimenticare quando la loro distanza psicologica aumentava. Nelle parole degli autori, una volta messe in moto le ruote del perdono emotivo, seguiva un “circolo virtuoso” che promuoveva un perdono ulteriore e più profondo. Alla fine, i fatti problematici si perdevano .

In un altro aspetto dello studio, Noreen e MacLeod hanno notato che non è sufficiente impegnarsi in un semplice “perdono decisionale“, dove si continuava a nutrire rancore ma si decideva di non cercare vendetta. Si può, infatti mantenere una relazione con il trasgressore, ma non si sperimenterà un ripristino della fiducia. Questo tipo di perdono potrebbe essere sufficiente per permetterci di andare d’accordo con un collega o un parente che ci ha fatto un torto, ma non funzionerà necessariamente con il nostro partner.

Conclusioni

I risultati di questo studio complesso e affascinante suggeriscono che il vero perdono implica una variante della massima “perdona e dimentica”. 

Il percorso verso il vero perdono è “perdonare, dimenticare e poi perdonare ancora un pò ‘”. 

Dovremmo esercitare uno sforzo mentale maggiore per avviare il processo nonostante quella che per noi è stata un’esperienza dolorosa. La realizzazione di relazioni strette può richiedere la volontà occasionale di scavare più a fondo nelle nostre riserve di empatia, ma una volta fatto, sarà molto più facile ripristinare l’armonia emotiva.

“Perdona gli altri, non perché loro meritano il perdono ma perché tu meriti la pace” Buddha.

Riferimenti

  • Susan Krauss Whitbourne September 19 , 2020, “What Would It Take for You to Forgive Your Partner? New research shows the emotional steps needed to achieve true forgiveness.” www.psychologytoday.com
  • Noreen, S., & MacLeod, M. D. (2020, September 3). Moving On or Deciding to Let Go? A Pathway Exploring the Relationship between Emotional and Decisional Forgiveness and Intentional Forgetting. Journal of Experimental Psychology: Learning, Memory, and Cognition. Advance online publication. http://dx.doi.org/10.1037/xlm0000948

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