Istituto A.T.Beck https://www.istitutobeck.com Terapia Cognitivo Comportamentale Thu, 29 Apr 2021 11:54:05 +0000 it-IT hourly 1 https://wordpress.org/?v=5.7.1 Non binarismo di genere e salute mentale https://www.istitutobeck.com/beck-news/non-binarismo-di-genere-e-salute-mentale Thu, 13 May 2021 08:00:15 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=22782 L'articolo Non binarismo di genere e salute mentale proviene da Istituto A.T.Beck.

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Non binarismo di genere e salute mentale

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Nella letteratura scientifica sono presenti ancora pochi studi sulla salute mentale delle persone genderqueer o di genere non binario, anche se nell’ultima decade le ricerche sul tema sono aumentate notevolmente rispetto al passato. Ad ogni modo, i dati ottenuti ci informano che la salute mentale delle persone che si identificano con un genere non binario è più compromessa rispetto alla popolazione generale e anche agli individui transgender binari (Barker & Richards, 2015).

Quali spiegazioni possiamo ipotizzare per comprendere queste differenze? Vediamone alcune.

TRANSFOBIA

Le ricerche condotte sulle persone transessuali riportano evidenze sull’esistenza di una correlazione tra gli alti tassi di suicidio e di stress, la transfobia interiorizzata/sociale e le difficoltà di vivere in un mondo prevalentemente cisgender che tende a non contemplare l’esistenza dell’incongruenza di genere.

VISIONE BINARIA DEL GENERE

Le persone transessuali vivono spesso la pressione di doversi conformare alla visione binaria del genere, affinché possano sentire di avere un’identità legittimata e riconosciuta, necessaria per adattarsi a vivere in una società profondamente organizzata e separata secondo il binarismo maschile/femminile (Es: bagni per uomini e per donne; essere chiamati sig. o sig.ra; prodotti da uomo e da donna, etc). La visione binaria del genere (maschile/femminile) e dell’orientamento sessuale (etero/omosessuale) cancella la possibilità di esistere di tutti coloro che non si collocano in una delle due polarità. L’invisibilità vissuta dagli individui non binari/genderqueer è quindi simile a quella delle persone bisessuali e può influenzare negativamente lo stato di  salute mentale poiché di fatto condanna alla non esistenza, all’invalidazione di sé.

Il disagio e lo stress emotivo che le persone non binarie si trovano a sperimentare non sono determinati quindi dalla loro identità di genere non conforme, che non deve essere considerata una patologia, ma sono in larga parte dovuti al minority stress, alle esperienze di marginalizzazione e discriminazione, alla transfobia vissuti all’interno di una società centrata sul binarismo di genere. Per questa ragione, le persone non binarie/genderqueer possono aver bisogno di un supporto psicoterapeutico, finalizzato all’affermazione di sé in un ambiente tendenzialmente invalidante ed è indispensabile che i professionisti sanitari cui si rivolgono abbiano una formazione adeguata sui temi relativi al non binarismo di genere, così da sapersi relazionare con i loro clienti/pazienti in modo rispettoso e validante.

 

Bibliografia

  • Barker, M. J., & Richards, C. (2015) “Further Genders” in C. Richards & M. Barker (Eds.), Handbook of the Psychology of Sexuality and Gender (pp. 166–182). Basingstoke, UK: Palgrave Macmillan.
  • Motmans J., Nieder T.O., Bouman W.P., (2019), “Transforming the paradigm of nonbinary transgender health: A field in transition” in International Journal Of Transgenderism, vol. 20,  2–3, 119–125
  • Richards, C., Bouman, W. P., & Barker, M.-J. (2018), “Genderqueer and non-binary genders”  London: Palgrave Macmillan.

 

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Autismo e storie sociali: una strategia efficace anche in digitale https://www.istitutobeck.com/beck-news/autismo-e-storie-sociali Tue, 11 May 2021 08:00:25 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=22768 L'articolo Autismo e storie sociali: una strategia efficace anche in digitale proviene da Istituto A.T.Beck.

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Autismo e storie sociali

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Introduzione

Le condizioni dello spettro dell’autismo possono comportare difficoltà di comunicazione e interazione sociale, una sensibilità particolare agli stimoli sensoriali, problemi nelle transizioni tra un’attività e l’altra e scarsa tolleranza all’attesa e alla frustrazione, che può comportare a sua volta manifestazione di comportamenti problema.

Anche all’interno dell’ambiente scolastico questi aspetti possono causare notevoli difficoltà sia al bambino, sia agli insegnanti, che si ritrovano con la necessità di far fronte ai bisogni del bambino e allo stesso tempo favorire il suo inserimento nel gruppo e il completamento delle attività.

Uno strumento utile per favorire l’apprendimento e la comprensione delle norme sociali e delle richieste educative è rappresentato dalle storie sociali di Carol Gray (Gray, 2016). Si tratta, appunto, di storie brevi e individualizzate (tenendo conto, ad esempio, delle capacità di comprensione del bambino e della sua predilezione per il linguaggio visivo o verbale) che forniscono al bambino informazioni sociali. Possono riguardare una grande varietà di argomenti, sono di solito scritte in prima persona e si avvalgono del supporto di materiale visivo e familiare al bambino, quando necessario, e il loro utilizzo non richiede la presenza di un esperto esterno, come spesso avviene nell’intervento con bambini autistici. I risultati degli studi di efficacia sono positivi non solo nel contesto della terapia, ma anche in quello scolastico: è stato visto infatti che lo strumento delle storie sociali favorisce sia l’apprendimento delle norme sociali, sia un clima più sereno nella classe, in quanto esse permettono al bambino di utilizzare strategie comportamentali diverse dall’oppositività/aggressività (Wright et al., 2020).

Lo studio

Hanrahan e colleghi (2020) hanno realizzato uno studio per valutare l’efficacia delle storie sociali utilizzate in forma digitale: queste, infatti, possono anche essere rappresentate con l’ausilio di materiale visivo e audio digitale, attraverso il supporto di un computer. Poiché spesso per i bambini con autismo i supporti digitali sono efficaci nel favorire l’apprendimento e la comprensione dei contenuti, i ricercatori hanno realizzato questo studio pilota, ambientandolo per la prima volta nel contesto scolastico.

Lo studio ha coinvolto 15 bambini (14 maschi e 1 femmina) di età compresa tra i 4 e i 10 anni, che frequentavano una scuola per bambini con bisogni speciali in Inghilterra. Tutti i partecipanti avevano ricevuto una diagnosi di Disturbo dello spettro autistico e non presentavano altre condizioni in comorbilità; inoltre, avevano sviluppato il linguaggio verbale, mostravano una comprensione funzionale della lingua inglese e non avevano mai usato una storia sociale nei sei mesi precedenti l’inizio del progetto.

Scopo dello studio era quello di dimostrare una riduzione significativa non solo nella frequenza del comportamento target, ma anche nella sua intensità, in misura maggiore nel campione rispetto al gruppo di controllo. Per ogni partecipante del gruppo di studio è stata realizzata una storia sociale che avesse come obiettivo la riduzione del comportamento problema e l’aumento in frequenza e intensità del comportamento presentato nella storia (es., rispettare i turni, stare seduti in modo appropriato ecc.). Le storie venivano presentate su un iPad e contenevano materiale visivo, personalizzato per ogni bambino. La collocazione dei bambini nel gruppo sperimentale e in quello di controllo è stata casuale, ottenendo un gruppo di intervento con nove bambini e uno di controllo con sei partecipanti. L’andamento dell’intervento è stato monitorato attraverso l’uso di questionari e diari settimanali, che gli insegnanti hanno compilato nella prima settimana, nel corso dell’intervento (due settimane) e al follow-up a sei settimane.

I risultati son stati positivi: tra la prima settimana e il follow-up a sei settimane si è visto un significativo incremento della frequenza e intensità del comportamento appreso attraverso la storia nel gruppo sperimentale, ma non in quello di controllo. Un aspetto interessante è che per la prima settimana i due gruppi non hanno mostrato differenze significative nelle misurazioni, che sono invece emerse a partire dalla seconda settimana: questo potrebbe indicare che due settimane è una tempistica realistica per valutare l’efficacia dell’utilizzo delle storie sociali digitali, quando queste vengono lette una volta al giorno. Le stesse differenze si sono mantenute al follow-up.

Conclusioni

Ciò che possiamo dedurre dallo studio presentato è che le storie sociali, realizzate secondo le linee guida di Carol Gray (2016), si rivelano strumenti efficaci nella gestione dei comportamenti problema anche in ambito scolastico, permettendo di incrementare frequenza e intensità dei comportamenti adattivi. In particolare, si è visto che la forma digitale sembra essere altrettanto efficace, e ciò consente di considerare le storie su computer o iPad come valide alternative soprattutto per quei bambini che prediligono i mezzi elettronici per l’apprendimento, che risulta in questo modo più efficace e duraturo.

 

Riferimenti

  • Gray, C. (2016). Il nuovo libro delle storie sociali. Promuovere le competenze relazionali in bambini e giovani adulti con autismo e sindrome di Asperger. Erickson.
  • Hanrahan, R., Smith, E., Johnson, H., Constantin, A., Brosnan, M. (2020). A Pilot Randomised Control Trial of Digitally-Mediated Social Stories for Children on the Autism Spectrum. Journal of Autism and Developmental Disorders, 50 (12): 4243-4257.
  • Wright, B., Teige, C., Watson, J., Hodkinson, R., Marshall, D., Varley, D., Allgar, V., Mandefield, L., Parrott, S., Kingsley, E., Hargate, R., Mitchell, N., Ali, S., McMillan, D., Wang, H., Hewitt, C. (2020). Autism Spectrum Social Stories In Schools Trial 2 (ASSSIST2): study protocol for a randomised controlled trial analysing clinical and cost-effectiveness of Social Stories™ in primary schools. BMC Psychology, 8: 60.
  • https://www.istitutobeck.com/autismo

 

 

 

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La Mindfulness nel trattamento delle persone con Dissociazione https://www.istitutobeck.com/beck-news/mindfulness-nel-trattamento-delle-persone-con-dissociazione Mon, 10 May 2021 08:00:04 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=22785 L'articolo La Mindfulness nel trattamento delle persone con Dissociazione proviene da Istituto A.T.Beck.

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La Mindfulness nel trattamento delle persone con Dissociazione

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Cosa si intende per dissociazione?

Il termine dissociazione definisce l’assenza di integrazione e la discontinuità in uno o più dei seguenti ambiti: consapevolezza, identità, pensieri, ricordi, sensazioni, comportamenti. Non rappresenta un tratto omogeneo ma è un fenomeno multisfaccettato che include molti sintomi (p.e., l’amnesia, la depersonalizzazione, la derealizzazione) e che si muove lungo un gradiente d’intensità (da bassi livelli ad alti livelli di dissociazione). Anche la ruminazione (che è una forma di assorbimento nei pensieri sul passato) e “i sogni a occhi aperti” si sono mostrati positivamente correlati alla dissociazione, rappresentando a tutti gli effetti, dunque, dei fenomeni dissociativi (Vannikov-Lugassi & Soffer-Dudek, 2018).

La Mindfulness per aiutare le persone con sintomi dissociativi

Dal momento che sono stati riscontrati dei bassi livelli di consapevolezza nelle persone con disturbi associati al trauma e con dissociazione (Lyssenko et al., 2018), la Mindfulness rappresenta certamente un intervento efficace per aumentare i livelli di consapevolezza funzionali al benessere generale dell’individuo giorno per giorno. Per questo motivo è alla base di molti interventi rivolti ai sopravvissuti a esperienze traumatiche, nonostante si ritenga necessario un adattamento delle pratiche utilizzate, tenendo conto del singolo caso e nel rispetto del “ritmo” del paziente.

La Mindfulness consente lo sviluppo di una maggiore consapevolezza del momento presente, che viene sperimentato con un atteggiamento compassionevole e non giudicante. L’attenzione viene rivolta intenzionalmente sul qui e ora, stimolando una prospettiva di osservazione curiosa e accettante.

Ciò consente di potenziare le seguenti funzioni, che risultano spesso deficitarie nelle persone con dissociazione:

  • regolazione emotiva;
  • flessibilità di risposta;
  • intuizione;
  • modulazione dei condizionamenti;
  • efficacia comunicativa.

La Mindfulness è orientata a una maggiore connessione con il momento presente, mentre la dissociazione aiuta la persona attraverso la disconnessione dal “qui e ora”. Ovviamente la dissociazione ha una funzione difensiva, quindi la troppa consapevolezza durante una situazione di pericolo metterebbe a rischio la persona, non consentendole di proteggersi. Ma in chi ha vissuto esperienze traumatiche, la dissociazione si innesca anche se la minaccia è passata, per esempio in presenza di un’ondata emotiva molto intensa e percepita come soverchiante, che quindi porta il sopravvissuto a non voler essere consapevole di quell’emozione del momento. “Sentire e ricordare” può essere un’esperienza percepita come troppo dolorosa, quindi si presenta una sorta di “rifiuto” della consapevolezza.

Tuttavia, nella vita di tutti i giorni, un funzionamento consapevole è necessario quando ci si relaziona agli altri, quando risulta importante osservare le emozioni per comprendere cosa esse “stanno comunicando a noi stessi”, quando si devono valutare le azioni efficaci per raggiungere obiettivi di vita importanti e per non alimentare la sofferenza (Forner, 2019).

I dati sperimentali hanno confermato che gli interventi basati sulla Mindfulness, utilizzati parallelamente alla farmacoterapia e/o alla psicoterapia, sono efficaci nella riduzione dei sintomi legati al trauma (Taylor et al., 2020).

 

Riferimenti bibliografici

  • Forner C. (2019) What Mindfulness can learn about Dissociation and what Dissociation can learn from Mindfulness. Journal of Trauma & Dissociation, 20(1): 1-15.
  • Lyssenko L., Schmahl C., Bockhacker L., Vonderlin. R, Bohus M. & Kleindienst N. (2018). Dissociation in psychiatric disorders: a meta-analysis of studies using the Dissociative Experiences Scale. American Journal of Psychiatry, 175: 37-46.
  • Taylor J., McLean L., Korner A., Stratton E. & Glozier N. (2020). Mindfulness and yoga for psychological trauma: systematic review and meta-analysis. Journal of Trauma & Dissociation, 26: 1-38.
  • Vannikov-Lugassi M. & Soffer-Dudek N. (2018). No Time Like the Present: Thinking About the Past and the Future Is Related to State Dissociation Among Individuals With High Levels of Psychopathological Symptoms. Frontiers in Psychology, 9: 2465.

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Disturbo borderline di personalità: funzionamento e metacognizione https://www.istitutobeck.com/beck-news/disturbo-borderline-di-personalita-3 Thu, 06 May 2021 08:00:59 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=22776 L'articolo Disturbo borderline di personalità: funzionamento e metacognizione proviene da Istituto A.T.Beck.

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Disturbo borderline di personalità

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Il Disturbo Borderline di Personalità (DBP) ha una prevalenza di circa il 6%. Sebbene venga diagnosticato prevalentemente nel sesso femminile (75% dei casi), attualmente non sembrerebbe esserci una chiara differenza nella sua prevalenza tra maschi e femmine.

Ad oggi, il disturbo borderline colpisce il 4-6% di coloro che frequentano i servizi di assistenza primaria, e le persone con questo disturbo vanno dal loro medico di medicina generale più spesso e segnalano un danno psicosociale maggiore rispetto a quelle senza disturbo. Circa il 40% di coloro che sono in contatto con servizi di salute mentale secondari sono affetti da disturbo della personalità, di cui il borderline è il tipo più comune (APA, 2014; Hall, Moran, 2019).

Funzionamento

Caratteristiche essenziali del DBP sono l’instabilità dell’immagine di sé, degli obiettivi personali, delle relazioni interpersonali e degli affetti, accompagnata da impulsività, tendenza a correre rischi e ostilità. Ciò inizia entro la prima età adulta ed è presente in svariati contesti (APA, 2014).

Centrale è il desiderio di protezione e accudimento che viene manifestato in modo molto intenso e acuto. La persona con disturbo borderline ha l’aspettativa che tale desiderio rimarrà insoddisfatto, che andrà incontro a un finale già scritto in cui l’altro risponderà alle sue richieste di cura trascurandola, abbandonandola o maltrattandola. Sperimenta, a quel punto, un profondo senso di abbandono e reagisce con rabbia all’ingiustizia subita.

Alla luce di ciò, si muove nelle relazioni in linea con tale aspettativa. L’abbandono e i soprusi sono dietro l’angolo e la rabbia diviene un modo che la persona utilizza per difendersi.

Sovente, questo comporta un reale allontanamento dell’altro che, inevitabilmente, va a confermare la previsione temuta dalla persona e lascia il suo desiderio iniziale inappagato. Disperata e per evitare nuovi abbandoni si chiude in se stessa, ma in poco tempo il bisogno di essere accudita riemerge prepotente e con esso l’aspettativa temuta facendo, così, ripartire la solita sequenza relazionale (Dimaggio, Montano, Popolo, Salvatore, 2013; Dimaggio, Ottavi, Popolo, Salvatore, 2019; Dimaggio, Semerari, 2003).

Metacognizione

A livello metacognitivo tre disfunzioni danno vita a un circolo vizioso che mantiene il disturbo. Le prime sono le disfunzioni nell’integrazione che fanno sì che la persona sperimenti molta difficoltà nel conservare una visione unitaria di sé e dell’altro, ossia un’estrema difficoltà a mantenere contemporaneamente nello scenario mentale rappresentazioni diverse di sé e dell’altro. La persona con disturbo borderline, ad esempio, può descrivere il partner come inaffidabile ed egoista quando, solo qualche ora prima, appariva affidabile e amorevole. La seconda è la disregolazione emotiva, ovvero l’enorme difficoltà, una volta attivata l’emozione, a compiere le operazioni necessarie per ridurne l’intensità e ritornare al tono emotivo di base. Infine, la terza riguarda la difficoltà a differenziare, ossia la fatica, in alcuni momenti, a distinguere tra realtà interna ed esterna, a vedere le proprie idee come ipotesi e non certezze.

Questi tre ingredienti creano un circolo vizioso in cui la difficoltà a integrare porta la persona ad avere idee su di sé e sugli altri dicotomiche ed estreme generando, dunque, emozioni molto intense che poi diventano difficili da regolare. La disregolazione emotiva, dal canto suo, conduce a un aumento estremo delle emozioni che portano la persona a non riuscire ad avere una visione unitaria di sé e dell’altro. Infine, in uno scenario così caotico e convulso, la difficoltà a differenziare nutre e viene nutrita dagli altri due elementi.

Un aspetto rilevante nella persona con disturbo borderline è rappresentato dal Sé indegno, ossia dalla percezione che vi sia in sé qualcosa di intrinsecamente sbagliato, strano, orrendo, folle, mostruoso, cattivo, inetto. Alla luce di ciò, la mente ristagna in uno stato di incessante autoinvalidazione, ripugnanza, disgusto e rabbia verso se stessa.

Altro aspetto importante è costituito dal Sé vulnerabile, ossia dalla percezione di poter essere facilmente ferita, abbandonata, annientata, aggredita; tale idea di sé può accompagnarsi a una intensa paura, sintomi di ansia, disturbi dissociativi.

Queste due, profondissime e radicate, rappresentazioni di sé conducono verso vari stati mentali problematici (Dimaggio, Montano, Popolo, Salvatore, 2013; Dimaggio, Ottavi, Popolo, Salvatore, 2019; Dimaggio, Semerari, 2003).

 

Riferimenti

  •  American Psychiatric Association (2014). DSM-5: Manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali. Raffaello Cortina, Milano.
  • Dimaggio, G., Montano, A., Popolo, R., Salvatore, G. (2013). Terapia metacognitiva interpersonale dei disturbi di personalità. Raffaello Cortina, Milano.
  • Dimaggio, G., Ottavi, P., Popolo, R., Salvatore, G. (2019). Corpo, immaginazione e cambiamento. Terapia metacognitiva interpersonale. Raffaello Cortina, Milano.
  • Dimaggio, G., Semerari, A. (2003). I disturbi di personalità. Modelli e trattamento. Editori Laterza, Bari-Roma.
  • Hall, K., Moran, P. (2019). Borderline personality disorder: an update for neurologists. Practical Neurology, 19:483-491.
  • https://www.istitutobeck.com/opuscoli/opuscolo-disturbi-di-personalita-e-trauma

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Il suicidio nel disturbo bipolare https://www.istitutobeck.com/beck-news/suicidio-nel-disturbo-bipolare Wed, 05 May 2021 08:00:57 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=22805 L'articolo Il suicidio nel disturbo bipolare proviene da Istituto A.T.Beck.

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Il suicidio nel disturbo bipolare

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Il suicidio nel disturbo bipolare: un tentativo per liberarsi dall’angoscia

Molte persone affette da disturbo bipolare vivono a lungo e in maniera più o meno gratificante e produttiva; purtroppo, però, è innegabile che esse possano, proprio a causa del disturbo, arrivare a mettere in atto tentativi di suicidio.

In generale, nei pazienti affetti da disturbo bipolare il rischio suicidario nell’arco di vita è di circa 15 volte maggiore rispetto alla popolazione generale.

Circa il 15% dei pazienti con disturbi dell’umore (depressione maggiore e disturbo bipolare I e II) muore suicida e la metà di essi commette almeno un tentativo di suicidio nel corso della vita.

L’episodio depressivo maggiore acuto e grave rappresenta la condizione clinica in cui più si manifesta il comportamento suicidario, risulta invece meno frequente durante un episodio affettivo misto o nella mania disforica, e molto raramente nel corso di mania euforica, ipomania ed eutimia. In base a ciò è deducibile che il comportamento suicidario nei pazienti bipolari è collegato alla sintomatologia depressiva o ad uno stato misto, ma è possibile che si suicidino anche durante una fase psicotica o maniacale, in maniera accidentale o impulsiva.

Alcune specifiche caratteristiche cliniche e sociodemografiche sembrerebbero associate ad una maggiore probabilità di tentativi di suicidio; tra queste il sesso femminile, la giovane età, la polarità predominante di tipo depressivo, i traumi infantili, la familiarità per disturbo dell’umore, i precedenti tentativi di suicidio da parte del paziente, la comorbidità con i disturbi d’ansia, da uso di sostanze, del comportamento alimentare e di personalità. I fattori di rischio che sembrerebbero associati ad una maggiore probabilità di portare a termine i tentativi di suicidio includono una storia familiare di suicidio nei parenti di primo grado e il sesso maschile (Schaffer et al., 2015).

Caratteristiche dell’ideazione suicidaria

L’ideazione suicidaria può assumere due forme:

  • Desideri di morte, fuggire o evitare il dolore psichico, accompagnati da angoscia e disperazione;
  • Pensieri ripetitivi di natura ossessiva, più simili a pensieri che solitamente passano per la mente e non legati all’angoscia. Questi pensieri vengono spesso visti come allarmanti, motivo per cui la persona inizia a sentirsi “giù”.

Campanelli d’allarme del suicidio

Di seguito quelli che possono essere i campanelli di allarme da tenere ben presenti:

  • Sentirsi senza speranza
  • Sentirsi impotenti
  • Evitare di socializzare
  • Comportamenti avventati e pericolosi
  • Sentirsi un peso per gli altri
  • Abusare di alcolici e stupefacenti
  • Repentini sbalzi d’umore
  • Sentirsi fortemente agitati
  • Avere desiderio di farsi del male
  • Esprimere il desiderio di morire
  • Scrivere un biglietto di addio
  • Fare programmi per prepararsi alla morte (donazioni, testamento, eccetera)

La valutazione completa del rischio di suicidio dovrebbe avvenire ad ogni valutazione clinica. Tra i pazienti affetti da disturbi dello spettro bipolare, circa il 43% riferisce ideazione suicidaria, il 21% descrive una pianificazione strutturata e il 16% riporta un tentativo di suicidio negli ultimi 12 mesi (Merikangas et al., 2011).

Conclusioni

Il suicidio è stato definito “una soluzione permanente a un problema temporaneo” (Fawcett et al., 2000, 147): il motivo per cui si tenta il suicidio è dato dal cercare sollievo dal dolore psicologico, carico di angoscia e da tutto ciò che, nella e della vita, sembra intollerabile e quindi permanente; la sofferenza del vivere, accompagnata alla perdita di speranza, portano la persona a vedere il suicidio come una liberazione. Questi sentimenti così dolorosi posso essere affrontati e tollerati attraverso vari strumenti di autogestione e fonti di supporto emotivo e pratico.

 

Riferimenti bibliografici

  • Fawcett, J. et al. (2000). New hope for people with bipolar disorder. Prima Healt, Roseville.
  • Merikangas, K.R., Jin, R, He, J.P., Kessler, R.C., Lee, S., Sampson, N.A., Viana, M.C., Andrade, L.H., Hu, C., Karam, E.G., Ladea, M., Medina-Mora, M.E., Ono, Y., Posada-Villa, J., Sagar, R., Wells, J.E., Zarkov, Z. (2011). Prevalence and correlates of bipolar spectrum disorder in the world mental health survey initiative. Arch Gen Psychiatry, 68:241-51.
  • Schaffer, A., Isometsä, E.T., Azorinm J.M., Cassidym F., Goldsteinm T., Rihmerm Z., Sinyorm M., Tondo, L., Moreno, D.H., Turecki, G., Reis, C., Kessing, L.V., Ha, K., Weizman, A., Beautrais, A., Chou, Y.H., Diazgranados, N., Levitt, A.J., Zarate, C.A. Jr, Yatham, L. (2015). A review of factors associated with greater likelihood of suicide attempts and suicide deaths in bipolar disorder: Part II of a report of the International Society for Bipolar Disorders Task Force on Suicide in Bipolar Disorder. Aust N Z J Psychiatry, 49: 1006-20.

Sitografia

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Cecità temporale e ADHD: la prigione del momento presente https://www.istitutobeck.com/beck-news/cecita-temporale-e-adhd Tue, 04 May 2021 08:00:55 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=22773 L'articolo Cecità temporale e ADHD: la prigione del momento presente proviene da Istituto A.T.Beck.

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Cecità temporale e ADHD:

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Il titolo di questo articolo vuole essere intenzionalmente una provocazione. Ogni giorno come psicoterapeuti ci spendiamo per insegnare l’importanza di stare nel momento presente, corpo e mente nel qui e ora, svincolati dai pericolosi vortici di pensiero che gettano le persone nei meandri del passato o nelle insidie del futuro. Ma questa regola non vale proprio per tutti. C’è chi, al contrario, è talmente radicato nel momento presente da non comprendere la dimensione del tempo, da non immaginare il futuro prossimo o il ritardo nel ricevere la ricompensa. Questa caratteristica prende il nome di iperfocus temporale.

Le persone con diagnosi di ADHD infatti sono caratterizzati da quello che viene definita dal dottor Russell Barkley cecità temporale. I bambini con ADHD infatti non sono consapevoli dello scorrere del tempo e non è una questione legata al sapere leggere o meno cosa dicono le lancette dell’orologio. Di conseguenza, spesso hanno difficoltà a utilizzare il tempo in modo efficace e vivono forti momenti di frustrazione quando gli viene comunicato che il tempo a disposizione per giocare o della pausa durante i compiti è finito. Questo avviene perché vi è una oggettiva difficoltà a riconoscere che esista un “dopo” in cui poter riprendere la propria attività ludica.

Frasi come “prima il dovere  e poi il piacere” non cambieranno di certo la situazione, anzi! E’ come se fossero imprigionati nell’istante senza avere la capacità di riflettere sul fatto che la giornata è suddivisa in blocchi di tempo,  un susseguirsi tra momenti di dovere e momenti di piacere. Lo STOP viene quindi vissuto come una sentenza di fine perenne impossibile da accettare.

Questa difficoltà di comprensione del tempo giustificherebbe quindi le difficoltà nell’organizzazione delle attività, la riluttanza nel compiere azioni che richiedono uno sforzo mentale (studiare per un po’ di tempo geografia per esempio, viene vissuto come studiare tutto il libro per un tempo indefinito).

Con il procedere dell’età inoltre questa difficoltà nella gestione del tempo potrebbe portare anche delle conseguenze spiacevoli in ambito relazionale: il tempo viene associato infatti o a dimensioni come il rispetto e l’affetto per cui la persona potrebbe essere accusata di non tenere abbastanza alla relazione o di essere egoista.

La difficoltà nel comprendere e gestire il tempo porta quindi una discrepanza tra intenzioni e azioni che produce una sofferenza all’interno dell’individuo che spesso può non sentirsi compreso o viene etichettato in modi spiacevoli, reiterati nel tempo e quindi difficilmente estirpabili arrivando a sperimentare un’angosciosa dissonanza tra chi sono veramente e il dipinto che viene ritratto in base ai loro comportamenti.

Per meglio comprendere il fenomeno è possibile associarlo al daltonismo. Le persone daltoniche infatti sanno che esistono delle differenze di tonalità anche se non le riescono a riconoscere. La persona  con ADHD, grande o piccina che sia, sa che deve guardare l’orologio, sa che esiste il tempo ma questa consapevolezza non è comunque di aiuto nella gestione del suo scorrere.

E’ importante quindi non sottovalutare l’impatto emotivo che questa cecità temporale scaturisce nella persona e in chi vi ruota intorno. I comportamenti che conseguono a questa problematica non riflettono i valori, le  intenzioni o i  sentimenti di queste persone, ed è bene ricordarlo. Non bisogna fare l’errore di identificarli con ciò che fanno. Etichettarli come egoisti, superficiali, rabbiosi può avere un impatto anche deleterio sul loro umore e il loro senso di sé.

Un aiuto concreto potrebbe essere quello dell’orizzonte temporale: ovvero apprendere a guardare al futuro, cominciando da quello vicino, per pianificare in anticipo.  Se abbiamo a che fare con i bambini, l’orizzonte temporale su cui lavorare sarà di un’ora, non di più. L’utilizzo di materiale visivo che simboleggia l’ora, la mezz’ora e il quarto d’ora potranno diventare quindi strumenti preziosi per far capire alcuni “no”, alcuni “dopo”, alcuni “si, ma per poco”.

 

Sitografia

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È così facile cambiare idea? Per gli altri sì, per noi no https://www.istitutobeck.com/beck-news/cambiare-idea Mon, 03 May 2021 08:00:54 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=22794 L'articolo È così facile cambiare idea? Per gli altri sì, per noi no proviene da Istituto A.T.Beck.

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Cambiare idea

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Chi controlla ciò in cui le persone credono? Dipende da chi lo chiedi. Domande comuni quali “come puoi crederci?” e affermazioni come “basta cambiare idea” implicano che riteniamo che le altre persone decidano attivamente quali convinzioni avere.

Nuove ricerche, tuttavia, suggeriscono che non attribuiamo a noi stessi il medesimo controllo sulle nostre convinzioni che assegniamo agli altri; una differenza, questa, che può potenzialmente rendere più aspre le nostre discussioni quando le convinzioni che abbiamo si scontrano con quelle altrui.

In sette studi riportati nel Journal of Personality and Social Psychology, i partecipanti tendevano a giudicare ipotetici altri come più in grado di cambiare volontariamente le proprie credenze di quanto i partecipanti giudicassero sé stessi.

Questo risultato si riscontrava sia se la persona ipotetica era d’accordo con le convinzioni del partecipante su argomenti di interesse sociale (come il cambiamento climatico, gli OGM o altro ancora), sia se non lo era.

La ricerca

Nei 7 studi i ricercatori hanno scoperto che le persone giudicano gli altri come più capaci di cambiare volontariamente ciò in cui credono rispetto a sé stessi. Ciò si verifica sia quando le persone giudicano altri che non sono d’accordo con loro (Studio 1) sia quando giudicano altri che sono d’accordo con loro (Studi 2-5, 7), e si verifica sia quando le persone giudicano degli estranei (Studi 1, 2, 4 e 5) sia quando giudicano persone a loro vicine (Studi 3 e 7). Sembra che questo effetto non possa essere spiegato dalla gestione delle impressioni o da motivi di auto-miglioramento (Studio 3).

Piuttosto, vi è una discrepanza tra i vincoli probatori sul cambiamento delle convinzioni a cui le persone accedono tramite l’introspezione e le loro ipotesi predefinite sulla facilità della revisione volontaria delle credenze.

Cioè, le persone tendono spontaneamente a pensare alle prove che supportano le loro convinzioni, il che le porta a giudicare le loro convinzioni come al di fuori del loro controllo. Ma apparentemente non riescono a generalizzare questo senso di costrizione agli altri, e allo stesso modo non riescono a incorporarlo nel loro modello generico di credenze (Studi 4-7).

Prove e cambiare idea

Quando valutiamo le nostre credenze, consideriamo automaticamente le prove a loro favore, spiega l’autore principale degli studi, Corey Cusimano, ricercatore post-dottorato a Princeton. Ma quando pensiamo alle convinzioni degli altri è meno probabile che valutiamo le prove a sostegno delle loro tesi, egli afferma.

Questa mancanza di considerazione può aiutare a spiegare perché le persone credono che “se qualcun altro volesse cambiare idea, potrebbe farlo“.

È possibile che le convinzioni delle persone cambino, sottolinea Cusimano, ma questo avviene perché le persone acquisiscono nuove prove a favore o contro di esse.

Quindi, quando si discute con qualcuno, probabilmente non sarà produttivo presumere che stia deliberatamente decidendo di non cambiare idea, afferma lo studioso. Invece, se si desidera convincere una persona, è più utile puntare alle prove, mettendo in discussione le evidenze che vincolano le sue convinzioni.

 

Riferimenti Bibliografici

  • Cusimano C, Goodwin GP. People judge others to have more voluntary control over beliefs than they themselves do. J Pers Soc Psychol. 2020 Nov;119(5):999-1029.

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Esperienze precoci avverse e metacognizione https://www.istitutobeck.com/beck-news/esperienze-precoci-avverse-e-metacognizione Fri, 30 Apr 2021 08:00:29 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=22676 L'articolo Esperienze precoci avverse e metacognizione proviene da Istituto A.T.Beck.

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Esperienze precoci avverse e metacognizione

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Il ruolo delle esperienze precoci avverse nella compromissione delle funzioni metacognitive nei disturbi di personalità

Il dolore del trauma lascia ferite, ferite che restano impresse nella mente e nel corpo, spingendo la persona a cercare soluzioni per limitare il dolore, soluzioni che spesso però esitano in nuova sofferenza, in circoli viziosi che si autoalimentano. La persona diventa quindi un attore di una sceneggiatura di cui non è a conoscenza, in una storia che termina sempre con lo stesso doloroso finale. Uno degli ostacoli principali, è rappresentato da quelli che vengono definiti deficit delle funzioni metacognitive, ossia dall’incapacità della persona di essere consapevole del film nel quale è catapultata, restando così in balia della penna di uno scrittore che affonda le sue radici nelle esperienze spesso traumatiche dell’infanzia.

Quando parliamo di metacognizione, parliamo della capacità di comprendere e riflettere sui propri e/o altrui stati mentali (Semerari et al., 2003). Questa capacità si manifesta attraverso una serie di diverse funzioni, le quali risultano diversamente compromesse nella patologia di personalità, rappresentando sia un fattore predisponente, precipitante, che di mantenimento della sofferenza. L’incapacità di accedere al proprio mondo mentale, e di rapportarsi a questo in maniera riflessiva, facilita infatti la strutturazione di schemi interpersonali e cicli interpersonali disfunzionali, che rendono l’attore vittima inconsapevole di una cabina di regia diretta dalla sua stessa mano.

La presenza di storie traumatiche e lo sviluppo di disfunzioni di personalità sono due facce della stessa medaglia. È infatti ormai condiviso come l’essere esposti ad eventi traumatici concorra in modo prepotente alla formazione di una struttura di personalità patologica (Linehan, 1993; Liotti, 2011). Allo stesso tempo, l’esposizione ad esperienze precoci avverse (ACE), è risultata correlare con una carenza delle funzioni metacognitive (Liotti e Prunetti, in Dimaggio e Lysaker, 2010).

Al fine di indagare la relazione tra ACE, metacognizione e patologia di personalità, Riccardi e collaboratori (2020) hanno valutato 373 individui, dai 18 ai 65 anni, con almeno una diagnosi di disturbo di personalità, ipotizzando una relazione tra la presenza di ACE e la compromissione di due specifiche funzioni metacognitive, la differenziazione, ossia la capacità di differenziare le proprie ipotesi, aspettative e valutazioni soggettive dal dato di realtà, e l’integrazione, la capacità di accedere e raccordare elementi rappresentazionali differenti che si alternano, e coesistono, nella mente dell’individuo (Dimaggio e Semerari, 2003).

Tutti i pazienti sono stati valutati tramite la somministrazione della SCID-II, della Metacognition Assessment Interview e della SCL90-R. Per rilevare gli ACE, i ricercatori si sono avvalsi di un’ampia intervista anamnestica standardizzata condotta da clinici esperti.

I risultati hanno confermato che le esperienze infantili di perdita e/o abuso sono significativamente associate con l’insorgenza dei disturbi di personalità e con un più alto livello di distress psichiatrico. Il distress sintomatologico, la gravità del disturbo di personalità e le disfunzioni metacognitive, nello specifico deficit di differenziazione e integrazione, sono risultati maggiormente presenti nei pazienti con ACE. 

Questi dati forniscono un ulteriore contributo al ruolo che le esperienze traumatiche precoci hanno nello sviluppo delle funzioni metacognitive degli individui con diagnosi di disturbo di personalità. Come suggerito da terapie ad hoc per i disturbi di personalità (Bateman e Fonagy, 2004; Dimaggio e Semerari, 2003), il trattamento deve quindi considerare nella concettualizzazione del caso e negli obiettivi terapeutici un lavoro specifico sugli aspetti metacognitivi. L’incremento della capacità di riflettere sui propri e altrui stati mentali si pone infatti come elemento chiave nel lavoro con i pazienti più compromessi, con l’obiettivo, nel tempo, di restituire la sceneggiatura della propria vita nelle mani del legittimo proprietario.   

 

BIBLIOGRAFIA

  • Bateman A, Fonagy P. (2004). Psychotherapy for borderline personality disorder: a practical guide. Oxford: Oxford University Press.
  • Dimaggio, G., & Lysaker, P.H. (Eds.). (2010). Metacognition and severe adult mental disorders: From basic research to treatment. London: Routledge.
  • Dimaggio, G., & Semerari, A. (Eds.). (2003). I disturbi di personalità. Modelli e trattamento. Stati mentali, metarappresentazione, cicli interpersonali. RomaBari: Laterza
  • Riccardi, I., Bilotta, E., Leone, L., Nicolo’, G., Procacci, M., Semerari, A., Carcione, A. (2020). Adverse experiences in childhood: association with metacognition, personality disorders and distress. Journal of Psychopathology, 26, 46-53.
  • Semerari, A., Carcione, A., Dimaggio, G., Falcone, M., Nicolò, G., Procacci, M., & Alleva, G. (2003). How to evaluate metacognitive functioning in psychotherapy? The Metacognition Assessment Scale and its applications. Clinical Psychology and Psychotherapy, 10, 238–261.

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Ritrova la tua forza interiore! https://www.istitutobeck.com/beck-news/ritrova-la-tua-forza-interiore Thu, 29 Apr 2021 08:00:08 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=22673 L'articolo Ritrova la tua forza interiore! proviene da Istituto A.T.Beck.

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forza interiore

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Cos’è che aiuta alcune persone a superare le circostanze avverse con successo? Perché alcuni individui, invece, rimangono immobilizzati? Potrebbe esistere uno specifico tratto della personalità che caratterizza coloro che ce la fanno?

Nuovi studi mostrano che una personalità proattiva del tipo “ si può fare” e/o “ ci provo” può migliorare il benessere della persona per far fronte agli eventi difficili.

Sulla base di una nuova ricerca di Nancy Yi-Feng Chen e dei colleghi della Lingnan University, questo fattore potrebbe effettivamente esistere sotto forma di “personalità proattiva”.

Introduzione

Che si tratti della pandemia causata dal virus COVID-19 e degli effetti dello stress sulla vita di tutti i giorni, di aver subìto un grave incidente…le situazioni difficili mettono in discussione ogni grammo della nostre energie.

Pensando alle persone che sembrano possedere questa desiderabile qualità, cosa caratterizza il loro comportamento quando tutto sembra andare storto? Cercano solamente di stare calmi o provano anche a sfruttare a loro vantaggio le incertezze del momento per fare passi in avanti in senso positivo?

Forse, almeno uno nostri amici, potrebbe essere uno dei “proattivi”. Quando il lockdown è incominciato nei primi mesi del 2020, questa persona ha subito iniziato a pianificare un successivo riadattamento a quelle che sarebbero state in futuro carenze e  perdite finanziarie. Piuttosto che rimanere bloccato nella negazione, augurandosi che tutto questo sarebbe prima o poi sparito. Sempre questo nostro amico, ha cominciato ad organizzare un piano di azione, iniziando con la ricerca di un modo per rifornire gli scaffali della dispensa con i cibi che tendono a finire rapidamente, sviluppando così nuove routine per svolgere ugualmente le attività quotidiane.

Guardando poi all’anno velocemente trascorso, questo nostro amico, magari è riuscito davvero a sentirsi piuttosto bene con la sua vita ed è ottimista verso un futuro in cui la pandemia verrà considerata passato.

Ecco, secondo l’autore, non è solamente la presenza di una personalità proattiva a permettere alle persone di rimanere imperterriti di fronte a un disastro, ma anche la capacità di guardare a sé stessi come perfettamente consapevoli di avere la capacità di tener testa, di anticipare possibilità future, creare opportunità, mostrare spirito d’iniziativa e perseveranza nonostante gli ostacoli. Questa qualità di “utilizzo dei punti di forza percepiti” identificata da precedenti ricercatori di psicologia positiva, fa riferimento a “caratteristiche uniche della persona ed abilità che, una volta attivate, sono fonte di energia e permettono un’ottima performance al massimo del proprio potenziale”. In altre parole, non si ha effettivamente bisogno di essere forte nell’ottica di forza oggettiva masi ha bisogno di essere in grado di attingere a qualsiasi altra qualità in nostro possesso che pensiamo possa condurci fuori dall’attuale situazione di stress.

La ricerca

Chen e colleghi (2021) hanno testato il costrutto secondo il quale i “proattivi” possono superare le avversità studiando i lavoratori ospedalieri in quello che ora è noto come il ground zero per COVID-19, l’area di lockdown a Wuhan, in Cina. Avvalendosi della loro partecipazione osservando le tre ondate durante il periodo da aprile a giugno 2020, il campione finale di 315 medici e infermieri, con una media di 35 anni, è stato spinto esattamente nel territorio sconosciuto della cura di pazienti molto malati con una condizione medica completamente nuova. Oltre a chiedere ai partecipanti di completare tre serie di sondaggi, gli autori sono stati in grado di ottenere dati sulle prestazioni lavorative dai supervisori che hanno fornito loro una misura ragionevolmente oggettiva del successo di coping.

Il modello statistico testato dagli autori prevedeva dunque prestazioni più elevate attraverso delle notevoli influenze in una sequenza di interruzioni nelle routine di lavoro e del grado di esposizione fisica al virus. Oltre ai risultati in termini di prestazioni, i ricercatori hanno ottenuto misurazioni del benessere dei partecipanti nell’ultima ondata di test che hanno sfruttato la resilienza e il benessere. Gli autori hanno anche esaminato il ruolo del sostegno percepito dall’amministrazione ospedaliera come un’altra influenza sulle prestazioni lavorative e sui risvolti psicologici dei risultati.

Nei termini del modello studiato, poi, una personalità proattiva è stata considerata come una personalità del tipo “si può fare”, la quale teoricamente interagirebbe con ciò che gli autori chiamano il “motivo per cui lo si fa“, oppure l’interruzione nella routine che pone le basi per “lo stimolo ad agire”, sotto forma di supporto organizzativo.

In questo modello, che rappresenta quella che gli autori considerano una caratteristica unica nel fronteggiare psicologicamente una pandemia COVID-19, l’esposizione al problema è un “fattore contestuale che segnala la necessità di capitalizzare le risorse accumulate attraverso l’uso dei punti di forza”.

Se sei curioso di sapere esattamente di cosa è composta una personalità “proattiva”, valuta questi 10 elementi esprimendo un punteggio da 1 (fortemente in disaccordo) a 7 (fortemente d’accordo):

  1. Sono costantemente alla ricerca di nuovi modi per migliorare la mia vita;
  2. Ovunque io sia stato, sono stato una forza potente per un cambiamento costruttivo;
  3. Niente è più eccitante che vedere le mie idee trasformarsi in realtà;
  4. Se vedo qualcosa che non mi piace, la aggiusto;
  5. Non importa quali siano le probabilità, se credo in qualcosa, la farò accadere;
  6. Amo essere il campione delle mie idee, anche contro l’opposizione degli altri;
  7. Primeggio nell’identificare le opportunità;
  8. Cerco sempre un modo migliore di fare le cose;
  9. Se credo in un’idea, nessun ostacolo mi impedirà di realizzarla;
  10. Riesco a individuare una buona opportunità molto prima che lo possano fare gli altri.

I risultati

Il punteggio medio tra gli operatori sanitari cinesi in questo studio è stato di 5,5, con la maggior parte degli intervistati che ha ottenuto un punteggio compreso tra 4,6 e 6,4. Il punteggio che indica il possesso del tratto proattivo della personalità, viene a sua volta, combinato con l’interruzione di routine percepita, il supporto organizzativo e l’esposizione al virus, al fine di prevedere come si aspettavano gli autori, sia le prestazioni che le misure soggettive di resilienza e benessere.

I risultati mostrano, quindi, che una personalità proattiva non ti porterà completamente a questi risultati positivi nella tua vita, ma in base ai punteggi ottenuti dai lavoratori dell’ospedale di Wuhan, potrebbe aiutare enormemente.

E se non abbiamo una personalità proattiva? Siamo condannati per sempre a non essere in grado di sopravvivere a tempi difficili? Sebbene concettualizzata come un tratto, questa qualità è quella a cui possiamo arrivare, attraverso il percorso di quei punti di forza percepiti, ciò è possibile perfezionando il tratto proattivo della nostra personalità, interrogandoci internamente sui punti di forza nascosti che non sapevamo di avere.

Ripensiamo alle volte in cui siamo riusciti ad ottenere un successo in un difficile periodo di transizione: ciò che ci ha fatto superare quei tempi difficili in precedenza, potrà servirci da bussola per superare quelli in cui viviamo adesso.

Conclusioni

Alcune persone sembrano avere naturalmente uno spirito “si può fare” che consente loro di farcela mentre tutti gli altri stanno ancora lottando. Per quanto noi possiamo desiderare di avere quell’ abilità interiore, possiamo comunque lavorare alla nostra, concentrandoci sul “motivo per cui lo si fa” e sulle parti “di stimolo a” dell’ equazione di coping. Per alcune persone, l’appagamento viene più naturale di altri durante i momenti difficili, ma, anche se non siamo tra i fortunati proattivi, possiamo,  comunque, provare e incamminarci verso il sentiero della prospettiva proattiva.

 

Riferimenti

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Il disturbo bipolare nelle relazioni interpersonali: suggerimenti https://www.istitutobeck.com/beck-news/disturbo-bipolare-nelle-relazioni-interpersonali Tue, 27 Apr 2021 08:00:13 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=22668 L'articolo Il disturbo bipolare nelle relazioni interpersonali: suggerimenti proviene da Istituto A.T.Beck.

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Il disturbo bipolare nelle relazioni interpersonali:

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Il disturbo bipolare è un disturbo mentale che provoca cambiamenti nell’umore, nell’energia e nella capacità di funzionare di una persona. Le persone con disturbo bipolare sperimentano stati emotivi intensi che tipicamente si verificano durante periodi distinti da giorni a settimane, chiamati episodi di alterazione dell’umore. Questi episodi sono classificati come maniacali/ipomaniacali (umore anormalmente felice o irritabile) o depressivi (umore triste). Le persone con disturbo bipolare generalmente hanno anche periodi in cui l’umore è stabile (eutimia).

Il disturbo bipolare è una categoria che comprende tre diverse diagnosi: bipolare I, bipolare II e disturbo ciclotimico; quando trattate, le persone affette da questo disturbo possono condurre una vita piena e produttiva.

Anche le persone senza disturbo bipolare sperimentano fluttuazioni dell’umore. Tuttavia, questi cambiamenti di umore in genere durano ore anziché giorni. Inoltre, non sono solitamente accompagnati da un estremo cambiamento del comportamento o difficoltà con le routine quotidiane e le interazioni sociali che le persone con disturbo bipolare dimostrano durante gli episodi di alterazione dell’umore. Il disturbo bipolare può interrompere le relazioni di una persona con i propri cari e causare svariate difficoltà come andare a lavorare, fare la spesa o a andare a scuola.

Affrontare gli alti e bassi del disturbo bipolare può essere difficile, e non solo per la persona con la malattia. Gli stati d’animo e i comportamenti di una persona affetta da questo disturbo colpiscono tutti intorno, in particolare i familiari e gli amici intimi. Durante un episodio maniacale, si potrebbe dover far fronte a condotte spericolate, richieste oltraggiose, comportamenti esplosivi e decisioni irresponsabili. E una volta che il vortice della mania è passato, spesso bisogna occuparsi delle conseguenze. Durante gli episodi di depressione, invece, potrebbe essere necessario tenere per mano la persona cara che non ha l’energia per affrontare le responsabilità a casa o al lavoro.

La buona notizia è che la maggior parte delle persone con disturbo bipolare può stabilizzare i propri stati d’animo con trattamenti, farmaci e supporto adeguati, e i familiari e gli amici intimi giocano un ruolo significativo nel recupero della persona. Spesso, avere qualcuno con cui parlare può fare la differenza per la loro prospettiva e motivazione.

Vivere con una persona che ha il disturbo bipolare può causare stress e tensioni in casa. Oltre alla sfida di affrontare i sintomi della malattia e le sue conseguenze, i membri della famiglia spesso lottano con sentimenti di colpa, paura, rabbia e impotenza e questo può causare seri problemi di relazione. Ma ci sono diversi modi per affrontare la cosa. Il primo passo per affrontare con successo il disturbo bipolare è che le famiglie imparino ad accettare la malattia e le sue difficoltà. Quando ci si sente frustrati o colpevoli bisogna sempre ricordare che il disturbo bipolare non è colpa di nessuno: accettare il disturbo bipolare implica riconoscere che le cose potrebbero non essere mai più “normali”; il trattamento può fare un’enorme differenza per la persona, ma potrebbe non curare completamente tutti i sintomi. Per evitare delusioni e risentimenti è importante avere aspettative realistiche. Aspettarsi troppo dal proprio familiare è una ricetta per il fallimento. D’altra parte, aspettarsi troppo poco può anche ostacolare il recupero, quindi è fondamentale cercare di trovare un equilibrio tra incoraggiare all’indipendenza e fornire supporto (Granek et al., 2016; Mondimore, 2014).

Le oscillazioni del tono dell’umore tipiche del disturbo bipolare mettono a dura prova qualunque tipo di relazione interpersonale, facendo aumentare il livello di conflittualità (a prescindere dalla fase che la persona stia vivendo). Sia dopo una fase depressiva che maniacale o ipomaniacale è necessario provare a ricostruire le relazioni, ecco perché è importante avere almeno una persona su cui si sa di poter contare e con cui potersi confidare.

Soprattutto per familiari e partner è importante seguire gruppi di psicoeducazione in quanto la conoscenza del disturbo ne facilità la gestione, anche da un punto di vista farmacologico. Per le famiglie, partecipare ai gruppi di psicoeducazione aiuta a restare uniti, conservando la consapevolezza rispetto alla malattia.

Come orientarsi? Consigli utili:

Per coloro che vivono accanto ad una persona affetta da disturbo bipolare può essere utile:

  • Avere un’adeguata conoscenza del disturbo
  • Essere in grado di riconoscere i sintomi tipici premonitori delle varie fasi
  • Contribuire a diminuire i fattori di stress
  • Astenersi da giudizi e critiche
  • Chiedere come si può essere d’aiuto
  • Incoraggiare il paziente ad assumere la terapia farmacologica
  • Aiutare il paziente nella compilazione del diario dell’umore
  • Mantenere attiva la comunicazione con il paziente e il personale medico
  • Avere chiari i disturbi associati e monitorarli (paure, compulsioni, uso di alcol e droghe)
  • Tenere sotto controllo il rischio di suicidio
  • Parlare anche dei propri stati d’animo
  • Avere un supporto personale
  • Concedersi del tempo per sé stessi

Avere nella vita una persona amata affetta da disturbo bipolare può mettere a dura prova la relazione e compromettere tutti gli aspetti della vita familiare, ma la pazienza, l’amore e il supporto possono fare davvero la differenza nel corso del trattamento e nella fase di recupero. Si può aiutare imparando tutto il possibile sulla malattia, offrendo speranza e incoraggiamento e tenendo traccia dei sintomi. Ma prendersi cura di una persona con disturbo bipolare avrà un costo se si trascurano le proprie esigenze, quindi è importante trovare un equilibrio tra il sostenere la persona e il prendersi cura di sé stessi (Forster, 2018).

Ad oggi sappiamo che pazienti e partner lottano allo stesso modo con l’enorme impatto del disturbo bipolare sulle loro vite e sulle loro relazioni. Dati gli alti tassi di divorzio in queste relazioni, i professionisti del settore sanitario possono fornire supporto emotivo e pratico sia ai pazienti che ai coniugi da soli e in coppia.

 

Riferimenti bibliografici

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La terapia EMDR nel trattamento del disturbo da uso di sostanze https://www.istitutobeck.com/beck-news/la-terapia-emdr-nel-trattamento-del-disturbo-da-uso-di-sostanze Mon, 26 Apr 2021 08:00:30 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=22665 L'articolo La terapia EMDR nel trattamento del disturbo da uso di sostanze proviene da Istituto A.T.Beck.

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La terapia EMDR nel trattamento del disturbo da uso di sostanze

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La terapia EMDR come proposta di trattamento per il disturbo da uso di sostanze

L’EMDR (Eye Movement Desensitization and Reprocessing – Desensibilizzazione e Rielaborazione attraverso i Movimenti Oculari) è un metodo psicoterapico strutturato che facilita il trattamento di diverse psicopatologie e problemi legati sia ad eventi traumatici, che a esperienze più comuni ma emotivamente stressanti. L’EMDR utilizza i movimenti oculari o altre forme di stimolazione alternata destro/sinistra, come il tapping (tamburellamenti sulle gambe, spalle, braccia), per ristabilire l’equilibrio eccitatorio/inibitorio, provocando così una migliore comunicazione tra gli emisferi cerebrali. Il trattamento EMDR si basa su un processo neurofisiologico naturale, legato all’elaborazione accelerata dell’informazione (Shapiro, 2018). La dottoressa Francine Shapiro è stata l’ideatrice e la divulgatrice dell’EMDR, ad oggi sono numerosissimi i medici e gli psicoterapeuti in tutto il mondo, che adottano il metodo per trattare il vasto campo delle patologie psichiatriche.

L’utilizzo della terapia EMDR nel disturbo da uso di sostanze è stato, sin dall’inizio, basato sul trattamento del Disturbo da stress post-traumatico (PTSD). Il PTSD, infatti, coesiste frequentemente con l’abuso di sostanze (Jacobsen, Southwick & Kosten, 2001): le persone hanno sempre fatto uso di sostanze per affrontare lo stress traumatico. Le vite di molti sopravvissuti al trauma iniziano a ruotare intorno al trattenere e neutralizzare esperienze sensoriali indesiderate. Van der Kolk nelle sue ricerche sottolinea che almeno la metà delle persone traumatizzate cerca di offuscare il proprio mondo interno intollerabile con alcol o droghe (Van der Kolk, 2002). Le sostanze, tuttavia, non curano il trauma, possono solo alleggerire la manifestazione della fisiologia disturbata. Possono facilitare il controllo di sentimenti e comportamenti ma c’è sempre un prezzo da pagare perché bloccano i sistemi chimici che regolano la motivazione, il dolore ed il piacere. In altre parole, dalla letteratura emerge come possa sussistere un’alta comorbilità tra PTSD, PTSD complesso e dipendenza, mentre, di fatto, i protocolli in uso per la cura delle tossicodipendenze non prevedono il trattamento contemporaneo del disturbo post traumatico da stress, degli eventi traumatici in generale e della dipendenza. L’evidenza clinica afferma che molti pazienti con disturbo da uso di sostanze hanno esperito degli eventi traumatici o avversi nella loro infanzia e possono soffrire anche di sintomi post traumatici (Shapiro, Vogelmann-Sine & Sine, 1994). Di conseguenza, un intervento volto a trattare i traumi legati alla storia di vita e alla storia di dipendenza dalle sostanze potrebbe, dunque, favorire un aumento dell’efficacia dei trattamenti standard generalmente erogati nei centri terapeutici.

In tal senso si ipotizza che l’EMDR possa essere un metodo efficace per trattare contemporaneamente sia i comportamenti di dipendenza che i traumi correlati ad essa. Come accade con i traumi, l’EMDR aiuterebbe a diminuire i disturbi da dipendenza portando l‘individuo ad un progressivo equilibrio neurofisiologico e ad una risoluzione del trauma, ma deve essere accuratamente integrato nel trattamento della dipendenza (Zweben & Yeary, 2006, p. 115).

Il trattamento EMDR elabora direttamente i primi/peggiori eventi alla base delle dipendenze, basandosi sulla premessa che i comportamenti di dipendenza hanno come fattore di rischio esperienze del passato non rielaborate; esso prevede infatti la rielaborazione degli eventi passati, successivamente i fattori scatenanti (trigger) del presente e aiuta a prepararsi per il futuro. Utilizza come target le esperienze relative all’uso della sostanza e alle conseguenze dell’uso di sostanze. La prospettiva dell’EMDR spiega come il comportamento da uso di sostanze e i sintomi di craving vengano mantenuti tramite associazioni mnestiche e immagini mentali non adattive, che possono essere desensibilizzate tramite le tecniche dell’EMDR. Grazie a questa terapia i pazienti sviluppano la capacità di autoregolazione, di consapevolezza della propria storia e di empatia soprattutto nelle relazioni affettive. Inoltre la rielaborazione del ricordo delle esperienze traumatiche e della storia della dipendenza con l’EMDR non solo riduce i fattori di rischio ma diventa anche un fattore di protezione per ulteriori eventi di vita che possono presentarsi, l’EMDR infatti agisce non solo sugli aspetti psicologici ma anche su quelli neurobiologici.

 

BIBLIOGRAFIA

  • JACOBSEN, L.K., SOUTHWICK, S.M., KOSTEN, T.R. (2001). Substance use disorders in patients with posttraumatic stress disorder: A review of the literature. American Journal of Psychiatry, 158, 1184-90.
  • SHAPIRO, F. (2018). EMDR, il manuale; principi fondamentali, protocolli e procedure. Milano: Raffaello Cortina Editore.
  • SHAPIRO, F., VOGELMAN-SINE, S., SINE, L. (1994). Eye movement desensitization and reprocessing: Treating trauma and substance abuse. Journal of Psychoactive Drugs, 26, 379-391.
  • VAN DER KOLK, B.A. (2002). Beyond the talking cure: Somatic experience and subcortical imprints in the treatment of trauma. In Shapiro, F. (a cura di), EMDR as an integrative psychotherapy approach: Experts of diverse orientations explore the paradigm prism (57-83). American Psychological Association Press, Washington DC.
  • ZWEBEN J., J. YEARY, (2006). EMDR in the treatment of addiction. Journal of Chemical Dependency Treatment, 8, 115-127.

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Mindfulness per migliorare le funzioni esecutive: uno studio https://www.istitutobeck.com/beck-news/mindfulness-per-migliorare-le-funzioni-esecutive Fri, 23 Apr 2021 08:00:46 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=22650 L'articolo Mindfulness per migliorare le funzioni esecutive: uno studio proviene da Istituto A.T.Beck.

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Mindfulness per migliorare le funzioni esecutive

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Cosa sono le funzioni esecutive?

Il termine “funzioni esecutive” è stato utilizzato per la prima volta da Owen (1997) per descrivere “i processi mentali finalizzati ad elaborare schemi cognitivi-comportamentali adattivi in risposta a condizioni ambientali nuove e impegnative”.

Si tratta di funzioni cognitive superiori come la memoria lavoro, l’inibizione della risposta, l’elaborazione e la flessibilità cognitiva e la fluidità verbale che ci permettono di agire con uno scopo ben preciso, in particolare nelle situazioni in cui è necessario affrontare un compito nuovo e complesso.

Attualmente uno dei modelli più accreditati per lo studio delle funzioni esecutive è quello proposto da Miyake e colleghi (2000), i quali descrivono i tre sottoinsiemi alla base delle funzioni esecutive.

In particolare, il modello prevede:

Inibizione della risposta: capacità di inibire deliberatamente tutti gli impulsi e gli stimoli non pertinenti all’obiettivo da raggiungere;

Aggiornamento della memoria lavoro: capacità di mantenere in memoria le informazioni per brevi periodi di tempo con lo scopo di manipolarle;

Flessibilità cognitiva: capacità di mettere in atto comportamenti diversi in base alle circostanze

Numerosi studi (Anderson et. al., 2001) hanno dimostrato l’importanza delle funzioni esecutive in particolare durante il periodo scolastico perché esse svolgono un ruolo rilevante nel migliorare l’apprendimento, le abilità socio-emotive ed il comportamento adattivo.

Gli studi esistenti indicano robuste associazioni tra i deficit in alcune componenti delle funzioni esecutive e una serie di esiti negativi nel corso della vita, come ad esempio problemi comportamentali, aggressività, comportamento antisociale, disattenzione, ADHD, problemi con i coetanei, fallimento scolastico, depressione e abuso di sostanze durante l’infanzia e l’adolescenza (Tang et. al., 2012).

Lo studio

Lassander e colleghi (2020) hanno condotto uno studio all’interno del programma “Healthy learning mind (HLM)” con l’obiettivo di indagare l’effetto della mindfulness sulle funzioni esecutive. In particolare, sono state prese in considerazione: memoria lavoro, inibizione della risposta, elaborazione cognitiva, flessibilità cognitiva e fluidità verbale. I parametri sono stati indagati avvalendosi di misure neurocognitive.

I ricercatori, inoltre, hanno voluto studiare se le tecniche di rilassamento, utilizzate come controllo attivo, potessero esercitare un’influenza qualitativamente diversa da quella della mindfulness condotta nel gruppo sperimentale sulle funzioni esecutive.

Per questo motivo i partecipanti al gruppo di controllo attivo sono stati coinvolti nel programma “Skills for Wellbeing” che consisteva in 9 settimane di sessioni di gruppo della durata di 45 minuti svolte all’interno del contesto scolastico e nello svolgimento a casa di esercizi da 1 a 15 minuti al giorno.

Il programma del gruppo sperimentale e quello del gruppo di controllo attivo avevano differenze ben chiare e definite. Nello specifico, il programma basato sulla mindfulness, svolto dal gruppo sperimentale, aveva lo scopo di consolidare le pratiche e le abilità che consentono di sviluppare le emozioni in modo consapevole; il programma svolto dal gruppo di controllo attivo adottava un approccio più istruttivo, basato sulla psicoeducazione e sull’utilizzo di tecniche di rilassamento.

I risultati hanno mostrato che la mindfulness e il rilassamento avevano un impatto simile sulle funzioni esecutive. Nello specifico, sono stati riscontrati miglioramenti significativi nell’inibizione della risposta, nell’elaborazione cognitiva, nella flessibilità cognitiva e nella fluidità verbale. Questi parametri hanno continuato a migliorare anche al follow-up a 6 mesi dall’intervento.

Inoltre, sono emersi miglioramenti significativi nelle attività a tempo legate alla velocità che potrebbero essere attribuiti a un migliore controllo dell’attenzione a seguito dell’intervento.

Un effetto che differenziava il gruppo sperimentale dal gruppo di controllo attivo riguardava le prestazioni della memoria lavoro. In particolare, la memoria lavoro era correlata negativamente con la flessibilità cognitiva ad indicare che una migliore capacità di memoria lavoro, con punteggi alti, era correlata con una migliore prestazione nei compiti di flessibilità cognitiva, con punteggi più bassi.

Bibliografia

  • Anderson, V. A., Anderson, P., Northam, E., Jacobs, R., & Catroppa, C. (2001). Development of executive functions through late childhood and adolescence in an Australian sample. Developmental Neuropsychology, 20(1), 385–406.
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Lavoro con i Sogni nella Terapia Cognitivo-Comportamentale https://www.istitutobeck.com/beck-news/lavoro-con-i-sogni-nella-terapia-cognitivo-comportamentale Wed, 21 Apr 2021 08:00:15 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=22647 L'articolo Lavoro con i Sogni nella Terapia Cognitivo-Comportamentale proviene da Istituto A.T.Beck.

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Lavoro con i Sogni nella Terapia Cognitivo-Comportamentale

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Dalla nascita della psicoterapia, il lavoro con i sogni si è sviluppato principalmente nel campo della psicoanalisi, della terapia psicodinamica e, meno comunemente, nell’ambito della terapia umanistica o esistenziale. Nell’ambito della terapia cognitivo-comportamentale, invece, sono state elaborate pochissime idee sull’analisi dei sogni. Tuttavia, negli ultimi anni, i terapeuti cognitivi hanno riscontrato un nuovo interesse nel lavoro con i sogni (Rosner, Lyddon & Freeman, 2004).

Il riferimento ai sogni nella CBT è pienamente giustificato se si considerano i meccanismi cognitivi coinvolti nel processo del sogno, come:

  • accumulare contenuti sia nella memoria semantica che in quella autobiografica;
  • rappresentare questi elementi in modo visivo, uditivo e in altre modalità;
  • combinare le rappresentazioni di cui sopra in una scena onirica;
  • creare una sequenza narrativa per la scena del sogno;
  • concentrarsi sul contenuto dei sogni.

Il sogno è anche correlato all’assimilazione delle esperienze personali nel proprio sistema di memoria.
Durante questo processo, gli eventi della vita da svegli vengono contestualizzati attraverso la formazione di connessioni tra precedenti esperienze cognitive ed emotive e circostanze presenti.
I sogni sono un modo per assimilare le esperienze di veglia negli schemi cognitivi, perché aiutano a classificare le esperienze emotive vissute nello stato di veglia, confrontarle con i ricordi e pianificare azioni future.

Questi processi sono possibili nel caso di sogni che non riflettono potenti eventi emotivi traumatici. È molto probabile, invece, che questi altri sogni legati ad esperienze traumatiche (di solito incubi) siano ricorrenti, poiché sono un tentativo di completare l’assimilazione e l’elaborazione delle esperienze negative di veglia.

Il trattamento dei sogni spaventosi ricorrenti nell’ambito della CBT è una tecnica ben consolidata. Questo argomento è stato affrontato in numerose review e meta-analisi. Il lavoro con gli incubi nella CBT è un approccio conosciuto, sviluppato e applicato spesso, mentre quello con i sogni, in generale, è invece affrontato a malapena e viene impiegato rarissimamente.

Si verifica così un circolo vizioso a causa della mancanza di ricerche sull’uso dei sogni nella CBT che a sua volta provoca una mancata conoscenza o una conoscenza molto approssimata sull’analisi dei sogni in questo approccio terapeutico; pertanto, i terapeuti non vogliono approfondire questo argomento durante le sessioni di terapia. Lo scopo principale di questo articolo è evidenziare come invece il lavoro con i sogni nella CBT sia una tradizione storica consolidata (Montangero, 2009; Heaton et al, 1998; Hill, 1996; Aurora et al, 2010; Cranston et al, 2011; Casemet & Swanson, 2012; Freeman & White, 2004).

Prospettiva storica del lavoro con i sogni nella CBT

Storicamente vi è una divisione in approccio oggettivo e approccio costruttivo nei confronti del lavoro sui sogni. Il primo deriva dalla tradizione oggettivista della CBT ed è rappresentato, tra gli altri, da Beck e da Freeman. Il secondo è più focalizzato sui modi metaforici, soggettivi e affettivi di comprendere i sogni. A questo approccio appartiene, ad esempio, Hill.
La prospettiva storica sull’analisi dei sogni nella CBT riguarda i lavori di Beck, Hill, Freeman e Montangero. Viene anche considerato l’uso dei sogni nella Schema Therapy di terza ondata. Tuttavia, gli autori di cui sopra non sono gli unici ad aver sviluppato il tema dell’analisi dei sogni nella CBT. Altri includono Gonçales, Barbosa e Barrett (Gonçales & Barbosa, 2004; Barrett, 2004). A causa della mancanza di spazio, una presentazione di tutti questi concetti esula dallo scopo di questa recensione.

Aaron T. Beck: dalla psicoanalisi all’approccio cognitivo

Aaron Beck è uno dei padri fondatori della CBT. Prima di dare un contributo pionieristico a questo approccio terapeutico, si è formato nella psicoanalisi. Nel 1959 si unì al gruppo di ricerca guidato da Saul. L’obiettivo principale del loro progetto era di esaminare la teoria psicoanalitica dell’“ostilità invertita” nei pazienti depressi. Questo concetto presuppone che nella depressione si verifichi un bisogno auto-punitivo di soffrire. È stato suggerito che i sogni “masochistici” siano legati alla depressione e che i soggetti con tendenze masochiste potrebbero essere più inclini a questo disturbo, quindi lo studio ha confermato il concetto psicoanalitico di “ostilità invertita”. In effetti, questo è l’unico articolo di Beck in cui egli ha fatto riferimento all’interpretazione psicoanalitica dei sogni. Nel suo successivo progetto, Beck, in collaborazione con Ward, estese la ricerca e confermò le sue scoperte precedenti. Durante la discussione, tuttavia, dichiarò che:

(a) non è necessario analizzare i sogni, o assumere alcun significato inconscio, per valutare il loro significato tematico;

(b) il contenuto manifesto del sogno si correla bene con temi importanti nella vita di veglia di una persona;

(c) i temi della patologia di una persona e della sua volontà sono correlati, suggerendo l’esistenza di un certo meccanismo che regola il modo in cui costruiamo il significato;

(d) lo studio sistematico e sperimentale dei sogni sarebbe utile per isolare altri correlati tematici di specifiche psicopatologie e per individuarne i meccanismi.

Le suddette conclusioni sono state fondamentali per un cambiamento cognitivo del pensiero di Beck sui meccanismi dei disturbi mentali. Insieme alla delusione personale di Beck per i risultati della sua terapia psicoanalitica e alla sua insoddisfazione per il modo in cui i terapeuti psicoanalitici trattavano i loro pazienti, le sue conclusioni sui sogni lo portarono ad abbandonare la psicoanalisi e lo motivarono a lavorare sul suo personale metodo terapeutico (Weishaar, 1993; Beck & Hurvich, 1959; Rosner, 1997; Beck & Ward, 1961).

Nel 1971 Beck pubblicò il suo ultimo articolo sui sogni; questo era l’unico che riguardava i sogni e un approccio cognitivo. In questo articolo, egli definì i sogni come “(…) un fenomeno visivo che si verifica durante il sonno”.

Secondo Beck, i sogni riflettono il concetto di sé, del mondo e del futuro del paziente.
Di conseguenza, i sogni sono visti come il riflesso dei modelli cognitivi del paziente, che sono specifici per l’individuo e che “esercitano una massima influenza sul contenuto dei sogni”.
Pertanto, alcuni sogni possono essere uno strumento utile nella ristrutturazione cognitiva in quanto aiutano a rivelare distorsioni cognitive, schemi e pattern di pensiero maladattivi.

Inoltre, secondo Beck, un singolo sogno può fornire una chiarificazione del problema del paziente.
Dopo aver formulato una serie di ipotesi alternative, un sogno può supportarne una, modificarle od offrire possibilità completamente diverse.

I sogni potrebbero anche essere considerati come una sorta di biopsia dei processi psicologici del paziente. I sogni patognomonici mostrano, a loro volta, il modo in cui l’individuo vede sé stesso, il mondo e il futuro. Il contenuto del sogno può riflettere i cambiamenti nella modalità di pensiero esercitata in stato di veglia dovuti ai progressi nella terapia (Beck, 1971; Beck, 1967).

Clara E. Hill: il modello cognitivo-sperimentale dell’interpretazione dei sogni

Uno dei metodi più elaborati e ben documentati per lavorare con i sogni nelle sessioni di psicoterapia è il modello cognitivo-sperimentale di interpretazione dei sogni di Hill. È stato sviluppato negli anni ’90 sulla base degli approcci psicoanalitico, esistenziale-fenomenologico, gestalt, cognitivo e comportamentale. A causa della varietà di fonti del modello di Hill, non è direttamente riconosciuto come parte della CBT. Tuttavia, può essere utilizzato all’interno della CBT come modello di integrazione che si applica al concetto di Beck della terapia cognitiva come terapia integrativa (Alford & Beck, 1997; Alford & Norcross, 1991).

Secondo Hill, i sogni sono una continuazione dei pensieri di veglia e quindi il loro significato è personale. Contengono componenti cognitive, comportamentali ed emotive. Lavorare con i sogni presuppone la collaborazione tra il terapeuta e il cliente, che è la figura principale in questo processo. L’obiettivo di lavorare con i sogni è introdurre cambiamenti nel modo in cui i clienti pensano, sentono e si comportano, e sviluppare la loro comprensione di sé.

Il modello cognitivo-sperimentale dell’interpretazione dei sogni comprende le seguenti tre fasi:

(a) esplorazione,

(b) intuizione,

(c) azione.

La prima fase (Esplorazione) si compone di cinque sotto-fasi:

(a) spiegazione del modello cognitivo-sperimentale di interpretazione dei sogni;

(b) re-telling del sogno;

(c) esplorare i sentimenti generali e la tempistica del sogno;

(d) esplorare le immagini secondo il metodo DRAW (descrizione del sogno, riesperire o rivivere il sogno, associazioni con il sogno, fattori scatenanti della veglia);

(e) riassumere.

Durante la fase di esplorazione, il cliente ha l’opportunità di rivelare le relazioni tra il sogno e la vita da svegli.

Quando le immagini dei sogni sono state esplorate, viene introdotta la fase di Intuizione. Si divide in tre sotto-fasi:

(a) chiedere al cliente una prima comprensione del sogno;

(b) stabilire il significato del sogno;

(c) riassumere.

Durante questa fase, il terapeuta e il cliente collaborano per stabilire il significato del sogno.

La fase dell’Azione ha tre sotto-fasi:

(a) cambiare il sogno;

(b) incoraggiare il paziente a fare cambiamenti nella sua vita da sveglio;

(c) riassumere.

Cambiare il sogno può riferirsi al terapeuta che chiede al cliente di alterare il sogno nella sua immaginazione o creare una continuazione del sogno. Il terapeuta incoraggia il cliente a pensare ai modi in cui vorrebbe cambiare la trama del sogno. Hill descrive tre possibili tipi di azioni:

(a) cambiamenti comportamentali;

(b) rituali

(c) lavoro continuativo sul sogno.

In questa fase, il terapeuta può anche insegnare al cliente nuove modalità comportamentali, od incoraggiarlo a impiegare abilità già acquisite ma che ha paura di mettere in pratica (Hill, 1996; Hill, 2004).

Jacques Montangero: descrizione, fonti di memoria e metodo della riformulazione

Montangero afferma che “il sogno è un fenomeno principalmente cognitivo poiché consiste nel creare rappresentazioni, cioè evocare cose che sono assenti per mezzo di sostituti come immagini mentali, parole, ecc.”.

Le rappresentazioni dei sogni non sono prive di significato; sono legate alle aspirazioni e alle preoccupazioni di una persona e sono spesso complementari agli argomenti del giorno precedente a cui non si vuole o non si ha tempo per pensare. Pertanto, il significato dei sogni non è univoco, ma personale.

L’obiettivo della procedura sistematica di interpretazione dei sogni sviluppata da Montangero è rivelare questo significato personale degli elementi del sogno.

La descrizione, le fonti di memoria e il metodo della riformulazione (DMR) sono stati elaborati negli anni ’80 e migliorati fino all’inizio degli anni 2000. Il metodo ha tre passaggi:

  1. descrizione completa,
  2. ricerca di fonti mnemoniche
  3. riformulazione della descrizione del sogno.

Nella prima fase, il paziente deve immergersi nel ricordo del suo sogno. Condivide il contenuto del sogno con il terapeuta, che scrive questa descrizione.

Il secondo passo è focalizzato sul collegamento degli elementi del sogno a ricordi autobiografici al fine di chiarire il significato del sogno.

Lo scopo della terza fase è infine descrivere il contenuto del sogno come una sequenza di termini più generali.

Il paziente e il terapeuta categorizzano in modo collaborativo e trovano una definizione o una funzione per ogni elemento del sogno. Queste idee generali potrebbero successivamente essere applicate alle aspirazioni o alle preoccupazioni del paziente. La riformulazione del sogno porta alla sua interpretazione, che si basa sulle relazioni tra gli elementi del sogno e le esperienze di veglia del paziente.

Montangero ha stabilito il metodo DRM come parte della CBT poiché ha diversi principi metodologici generali in comune con questo approccio; per esempio, sia il DRM che la CBT utilizzano un’analisi sistemica del contenuto mentale del paziente (Montangero, 2009; Montangero, 2017).

Arthur Freeman: linee guida per l’utilizzo dei sogni

Secondo Freeman, un sogno è la rappresentazione di una drammatizzazione peculiare della visione del sé e del mondo da parte del sognatore.

Riflette le cognizioni di veglia e le risposte affettive dell’individuo, non i “misteriosi riflessi di cosiddette questioni più profonde”.

Anche l’appello ai simboli dei sogni dovrebbe essere evitato; quindi, in terapia, un sogno dovrebbe essere inteso in termini di vita del paziente e delle sue esperienze in stato di veglia.

Arthur Freeman ha lavorato all’analisi dei sogni nella CBT dagli anni ’80. Ha dovuto fare affidamento ai primi documenti di Beck perché in altre fonti non è riuscito a trovare alcun riferimento ai sogni, al sognare o all’uso dei sogni nella CBT.

Ha elencato i punti riguardanti “l’interpretazione cognitiva del sogno”. La versione più recente della quale contiene regole come, ad esempio:

  • comprendere il sogno in termini tematici piuttosto che simbolici;
  • il contenuto tematico è peculiare per il sognatore e deve essere compreso nel contesto della sua vita di veglia;
  • le risposte affettive all’immagine del sogno possono essere viste come simili alle risposte emotive del paziente nella vita di veglia;
  • il lavoro con il contenuto e le immagini dei sogni rientra all’interno della stessa categoria del metodo di ristrutturazione cognitiva dei pensieri automatici;
  • il sogno può riflettere uno o più schemi del paziente.

Queste linee guida presentano in modo semplice e accurato come i terapeuti cognitivo-comportamentali possano lavorare con i sogni all’interno di questo approccio terapeutico (Freeman & White, 2004; Freeman, 1981; Freeman & Boyll, 1992).

Jeffrey Young: Schema Therapy e sogni

La Schema Therapy è una terapia integrativa che si sviluppa in modo significativo a partire dalla CBT tradizionale. È stata formulata da Young e colleghi nel 1990. Uno dei principali presupposti della Schema Therapy afferma che gli schemi, che hanno la loro origine in esperienze infantili tossiche, siano la fonte di una serie di problematiche psicologiche. Questi schemi tossici sono stati chiamati da Young “schemi maladattivi precoci”, e sono stati definiti come dei temi o dei pattern ampi e pervasivi composti da ricordi, emozioni, cognizioni e sensazioni corporee riguardanti sé stessi e le proprie relazioni con gli altri.

Gli schemi maladattivi precoci si sviluppano durante l’infanzia o l’adolescenza, vengono elaborati nel corso della vita e provocano all’individuo disfunzioni in misura significativa.

Sono state stabilite due fasi della Schema Therapy:

(a) la fase di assessment ed educazione,

(b) la fase di cambiamento.

Secondo Young, la Schema Therapy può riferirsi ai sogni in entrambe le fasi.

Gli schemi vengono attivati durante varie esperienze nella vita di un paziente; possono essere presenti non solo nella mente in stato di veglia, ma anche nei sogni.

I sogni ricorrenti e quelli con un forte contenuto emotivo sono i più importanti.

Un paziente può registrare i suoi sogni e discuterli con il terapeuta. Il contenuto del sogno può rivelare gli schemi di un paziente nella prima fase della valutazione o assessment dello schema.

Inoltre, raccontare un sogno può essere un punto di partenza per il lavoro di imagery relativo all’uso di metodi esperienziali nella fase di cambiamento dello schema (Young et al, 2003; Rafaeli et al, 2011).

I suddetti suggerimenti per lavorare con i sogni nella Schema Therapy sono gli unici che sono stati formulati finora: la ricerca empirica sul lavoro con i sogni nella CBT di terza ondata è infatti purtroppo ancora carente.

 

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Amicizia: cosa è cambiato durante la pandemia? https://www.istitutobeck.com/beck-news/amicizia-cosa-e-cambiato-durante-la-pandemia Tue, 20 Apr 2021 08:00:53 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=22644 L'articolo Amicizia: cosa è cambiato durante la pandemia? proviene da Istituto A.T.Beck.

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Amicizia

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Nuove ricerche evidenziano come, durante la pandemia di COVID 19, siano cambiate e, in molti casi peggiorate, le relazioni amicali. In particolar modo, l’amicizia fra uomini sembra averne risentito di più rispetto a quella fra donne e il legame anziché essere visto come una valvola di sfogo per tamponare ansie e paure è apparso sempre di più come una fonte ulteriore di rischio.

Introduzione

Gli amici dovrebbero essere presenti l’un per l’altro sempre! È proprio questo il concetto di amicizia che ci è stato tramandato per millenni e che rimane valido soprattutto in condizioni di difficoltà! Ma questa crisi è diversa e vederci di persona e aiutarci è esattamente quello che per mesi non è stato possibile fare. Quanto ci mancano i nostri amici? Tantissimo, scommetto!! La mancanza forzata di connessione sociale che la pandemia di COVID 19 ci ha imposto è stata dolorosa, tuttavia l’isolamento sembra essere stato più duro, però, per alcune persone rispetto ad altre.

La ricerca

Uno studio condotto da psicologi sociali dell’università Statale dell’Arizona ha avuto come oggetto lo stato delle amicizie di più di 600 persone di paesi diversi nel periodo che va da marzo ad agosto del 2020. Di questo studio, di cui viene riportato il rapporto preliminare, vengono illustrati i primi risultati.

Risultati

Uomini, ragazzi e persone meno istruite hanno risentito maggiormente degli effetti negativi nelle loro amicizie rispetto ad altri gruppi. Per quanto riguarda la categoria che si pensava fosse più a rischio isolamento, ovvero quella degli anziani, gli stessi avevano riferito di sentirsi soli ma in qualche modo si erano trovati più preparati rispetto ai giovani che, invece, hanno ricevuto un contraccolpo maggiore.

La giovane età adulta è stata a lungo riconosciuta come il periodo migliore per stabilire nuove amicizie a lungo termine e, questo, è stato particolarmente difficile da attuare durante l’ultimo anno. Nell’adolescenza, infatti, il cervello è più sensibile all’accettazione sociale e al rifiuto rispetto ad ogni altra età. “L’amicizia potrebbe essere più importante (quando sei giovane),” afferma Jessica Ayers, studentessa, dottoranda in psicologia sociale dell’ASU, che ha condotto lo studio. “ I giovani potrebbero percepire che le loro amicizie abbiano subito un brutto colpo semplicemente perché è per loro è più rilevante”.

Questo studio mostra anche importanti differenze di genere. C’è una linea popolare che descrive la differenza tra amicizia maschile e femminile. Le donne fanno amicizia faccia a faccia; gli uomini fianco a fianco. In altre parole, le donne parlano molto l’un l’altra e gli uomini fanno le cose assieme – questi stereotipi sono certamente non universali, ma sono basati su verità, sia biologiche che culturali.

Uomini e donne hanno diverse spinte adattive che hanno modellato le loro strategie sociali e plasmato il modo in cui interagiscono con i loro amici,” dice Ayers. D’altro canto, tendono ad apprezzare cose simili negli amici, come l’affidabilità, la lealtà e la fiducia.

Conclusioni

Chiaramente, la pandemia è stata un momento terribile per stare fianco-a-fianco laddove le donne potevamo meglio continuare a parlare alzando la cornetta del telefono rispetto ai maschi che tendono di più a stare più vicini fisicamente.

“Le amicizie in generale sono state ipotizzate come un modo che hanno le persone di gestire il rischio,” dice Ayers. “Puoi chiedere aiuto. Chiedere consiglio.”

Gli psicologi chiamano questo comportamento “trasferimento del rischio” in cui rivolgendosi ad altri per un aiuto, “si diffonde” parte del nostro stesso rischio. Solitamente è una cosa sana. Ma nella pandemia, quelli che tendevano a dedicarsi al trasferimento del rischio (come giovani che necessitavano di aiuto dai genitori per comprare da mangiare) hanno sofferto di più, principalmente perchè si sentivano in colpa per mettere a rischio amici e la propria famiglia.

Giovani, anziani, maschi o femmine, la pandemia ci ha aiutati a ricordare tutti i benefici dell’amicizia e della connessione sociale. “Forse le nostre amicizie più preziose avranno un incremento positivo da questa pandemia, “ dice Ayers. “Poichè non possiamo vederci, quando lo faremo finalmente, quelle interazioni saranno per noi molto più significative e ci metteremo più impegno nel mantenerle.”

 

Riferimenti

L'articolo Amicizia: cosa è cambiato durante la pandemia? proviene da Istituto A.T.Beck.

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La RO DBT per aumentare l’espressione sociale delle emozioni https://www.istitutobeck.com/beck-news/la-ro-dbt-per-aumentare-lespressione-sociale-delle-emozioni Mon, 19 Apr 2021 08:00:55 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=22641 L'articolo La RO DBT per aumentare l’espressione sociale delle emozioni proviene da Istituto A.T.Beck.

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La RO DBT per aumentare l’espressione sociale delle emozioni.

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Conseguenze dell’ipercontrollo

Il benessere emotivo si ritiene correlato positivamente all’autocontrollo, e i dati sperimentali hanno generalmente confermato questa ipotesi (p.e., Weise et al., 2018). Tuttavia, un eccesso di autocontrollo, quindi la strategia di coping denominata ipercontrollo, può determinare la presenza di:

  • repertori comportamentali poco flessibili;
  • inibizione emotiva;
  • tendenza al perfezionismo;
  • elevata preoccupazione;
  • attenzione eccessiva ai dettagli;
  • bassa sensibilità alla ricompensa;
  • alta sensibilità alla minaccia.

La strategia di fronteggiamento dell’ipercontrollo risulta problematica in quanto può indurre la persona a mettere in atto comportamenti disfunzionali come:

  • isolamento sociale;
  • marcato evitamento del chiedere aiuto agli specialisti della salute mentale;
  • restrizione alimentare (in molti casi si rintraccia anoressia nervosa);
  • investimento eccessivo nel lavoro.

L’eccesso di autocontrollo risulta spesso associato alla depressione e al disturbo ossessivo-compulsivo di personalità.

Il ruolo dell’espressione emozionale nella RO DBT

La RO DBT (Radically Open Dialectical Behavior Therapy) è stata ideata da Thomas R. Lynch (2018), ed è un trattamento rivolto alle persone caratterizzate da ipercontrollo maladattivo.

Uno degli aspetti più interessanti e originali di questo intervento è l’importanza data all’espressione sociale delle emozioni e alla necessità di potenziarla e aumentarla.

La RO DBT enfatizza il ruolo dell’espressione sociale, poiché rappresenta il principale fattore di cambiamento per questa tipologia di persone. Sottolinea, infatti, l’importanza di focalizzarsi sui comportamenti pubblicamente osservabili per aumentare la connessione con gli altri e l’intimità. Le persone, dunque, vengono aiutate a portare l’attenzione sui propri comportamenti manifesti per osservarne le caratteristiche e le intenzioni alla base.

Si fa comprendere che alcune delle comuni forme di comunicazione non verbale, non orientate alla connessione sociale e che possono indurre nell’altro disagio e desiderio di allontanarsi, sono:

  • sollevare gli occhi al cielo;
  • andare via durante una conversazione;
  • non sorridere quando gli altri stanno raccontando un aneddoto divertente;
  • microespressioni del volto come l’abbassare le sopracciglia.

Per creare connessione sociale vengono implementate delle abilità che possano promuovere maggiori livelli di fiducia e apertura rispetto agli altri, che rappresentano degli elementi necessari per creare e mantenere i legami sociali (funzionali alla nostra sopravvivenza). 

Nonostante questo intervento non sia ancora ampiamente diffuso e applicato, stante la sua recente ideazione, rappresenta un valido trattamento per persone con ipercontrollo maladattivo (Gilbert et al., 2020).

 

Riferimenti bibliografici

  • Gilbert, K., Hall, K. & Codd, T. (2020). Radically Open Dialectical Behavior Therapy: Social Signaling, Transdiagnostic Utility and Current Evidence. Psychology Research and Behavior Management, 13: 19-28.
  • Lynch, T.R. (2018). The Skills Training Manual for Radically Open Dialectical Behavior Therapy: A Clinician’s Guide for Treating Disorders of Overcontrol. Reno, NV: Context Press, an imprint of New Harbinger Publications, Inc.
  • Wiese, C.W., Tay, L., Duckworth, A.L., et al. (2018). Too much of a good thing? Exploring the inverted-U relationship between self-control and happiness. J Pers, 86(3): 380-396

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Genderqueer o Identità di genere non binaria? https://www.istitutobeck.com/beck-news/genderqueer-o-identita-di-genere-non-binaria Fri, 16 Apr 2021 08:00:51 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=22638 L'articolo Genderqueer o Identità di genere non binaria? proviene da Istituto A.T.Beck.

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Genderqueer o Identità di genere non binaria

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Genderqueer o Identità di genere non binaria: cosa dice la comunità scientifica?

La multidimensionalità e l’eterogeneità dell’identità di genere e l’idea che le persone possano definire il proprio genere sessuale in modo non binario (maschile/femminile) sono concetti sempre più riconosciuti e studiati nella letteratura scientifica, soprattutto nell’ultimo decennio (Bockting, 2008; Harrison, Grant, & Herman, 2012; Kohler, Eyssel, & Nieder, 2018; Kuper, Nussbaum, & Mustanski, 2012; Richards, Bouman, & Barker, 2018). Parallelamente anche il linguaggio usato per descrivere l’identità di genere è cambiato, continua ad evolvere e comprende molti termini (transgender, transessuale, agender, queer, neutro, fluid gender, genere non conforme, intergender, pangender, terzo genere, etc) ) che descrivono condizioni diverse da quella cisgender e che possono essere inglobati per semplificazione nell’aggettivo “non binario”  o “genderqueer”, per riferirsi alle persone che non si identificano nel binarismo di genere maschile/femminile.

Gender e Comunità Scientifica

All’interno della comunità scientifica negli ultimi anni abbiamo assistito a cambiamenti importanti che hanno contribuito a validare l’esistenza dell’identità di genere non binaria e ne hanno aumentato la visibilità.

In primo luogo, l’Associazione internazionale per la salute delle persone transgender – WPATH (World Professional Association for Transgender) nella pubblicazione della settima versione degli “Standard of Care per la salute delle persone transgender e genere non conforme” (2012) ha riconosciuto e convalidato le varie espressioni di genere, tra cui le persone con identità non binarie che “non si considerano né maschi né femmine ” o che” descrivono la loro identità usando termini specifici come transgender, bigender, o genderqueer”.

Allo stesso modo, l’American Psychological Association (APA) ha chiarito la sua posizione in merito al non binarismo di genere nelle “Linee Guida per la pratica psicologica con persone transgender o genere non conforme” (APA 2015), documento nel quale il genere sessuale viene inteso come “un costrutto non binario che comprende una gamma di identità di genere”. Anche la World Medical Association (2015) ha esplicitamente riconosciuto gli individui genderqueer e non binari (GQNB), enfatizzando il diritto di ogni individuo a definire il proprio genere.

In secondo luogo, l’ultimo decennio ha visto anche la pubblicazione delle edizioni aggiornate di due importanti sistemi di classificazione diagnostica ed entrambi riconoscono le identità di genere non binarie.

La 5a edizione del DSM dell’American Psychiatric Association (APA, 2013) utilizza il termine “disforia di genere“, per descrivere quelle condizioni in cui una marcata incongruenza tra il genere sperimentato/espresso e il genere biologico, di almeno sei mesi di durata, è associata ad un disagio clinicamente significativo o compromissione del funzionamento sociale, lavorativo o in altre importanti aree di vita. Il DSM-5 si focalizza quindi sulla disforia, non sull’identità di genere, come nelle versioni precedenti (nel DSM IV l’etichetta diagnostica era DIG-Disturbo dell’Identità di Genere). Nel DSM-5, l’incongruenza tra “genere sperimentato ed espresso” e il “genere assegnato” non viene considerata tout court una psicopatologia ma il disturbo viene diagnosticato quando tale incongruenza produce una sofferenza individuale rilevante, sulla quale i fattori sociali e culturali, rispetto ad altre entità nosografiche, hanno sicuramente un peso maggiormente significativo. Questa rimane tuttavia una posizione controversa, potenzialmente stigmatizzante, che potrebbe, nelle future versioni del manuale, condurre ad un’eliminazione definitiva della disforia di genere dalla classificazione dei disturbi mentali. 

In modo analogo ma più incisivo nell’ottica di de-patologizzare l’identità di genere, l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha adottato una prospettiva simile rimuovendo l’incongruenza di genere, nell’undicesima versione della classificazione internazionale delle malattie (ICD-11, 2019), dalla categoria dei disordini mentali, per inserirla in un nuovo capitolo, quello delle “condizioni di salute sessuale”. Lo spostamento dall’elenco dei disordini mentali all’area della salute sessuale ha lo scopo di eliminare lo stigma che grava sulle persone transgender, facilitare la possibilità di autodeterminazione e assicurare le cure indicate (psicologiche, ormonali e chirurgiche), a seconda dei casi, per gli individui con genere non conforme.

In conclusione, le identità transgender devono essere considerate come variazioni normali del comportamento e dell’espressione di genere e, di conseguenza, le diverse possibili espressioni di genere, incluse le identità che non sono allineate in modo stereotipato al sesso attribuito alla nascita, non devono essere considerate come intrinsecamente negative o patologiche (WPATH, 2010). Pertanto, essere una persona transgender o genderqueer o con identità di genere non conforme/non binaria solleva delle questioni riguardanti il tema della diversità e la specificità dell’identità di ciascuno e non deve essere considerata, in quanto tale, una condizione patologica (WPATH, 2012).

 

Riferimenti

  • https://www.istitutobeck.com/beck-news/breve-glossario-lgbtq
  • https://www.apa.org/practice/guidelines/transgender.pdf
  • https://www.wma.net/news-post/new-guidelines-for-physicians-on-transgender-healthcare
  • Bockting, W. O. (2008) ”Psychotherapy and the real-life experience: From gender dichotomy to gender diversity “ in  Sexologies, 17(4), 211–224
  • Harrison, J., Grant, J., & Herman, J. L. (2012) ”A gender not listed here: Genderqueers, gender rebels, and otherwise in the national transgender discrimination survey” LGBTQ Public Policy Journal at the Harvard Kennedy School, 2(1), 13–24
  • Kohler, A., Eyssel, J., & Nieder, T. O. (2018), “Genders and individual treatment progress in (non-)binary trans individuals” in Journal of Sexual Medicine, 15(1), 102–11
  • Kuper, L. E., Nussbaum, R., & Mustanski, B. (2012), “Exploring the diversity of gender and sexual orientation identities in an online sample of transgender individuals” in Journal of Sex Research, 49(2-3), 244–254
  • Motmans J., Nieder T.O., Bouman W.P., (2019), “Transforming the paradigm of nonbinary transgender health: A field in transition” in International Journal Of Transgenderism, vol. 20,  2–3, 119–12
  • Richards, C., Bouman, W. P., & Barker, M.-J. (2018), “Genderqueer and non-binary genders  London: Palgrave Macmillan.
  • WPATH (World Professional Association for Transgender Health), Board of Directors (2010). De-psychopathologisation statement released May 26, 2010.
  • WPATH (World Professional Association for Transgender Health) (2012). Standards of Care for the Health of Transsexual, Transgender and Gender Non Conforming People, 7th Version.

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Pandemia e stress in gravidanza. Il rischio aumenta https://www.istitutobeck.com/beck-news/pandemia-e-stress-in-gravidanza-il-rischio-aumenta Thu, 15 Apr 2021 08:00:49 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=22635 L'articolo Pandemia e stress in gravidanza. Il rischio aumenta proviene da Istituto A.T.Beck.

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Pandemia e stress in gravidanza

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Pandemia e stress in gravidanza. Il rischio aumenta per le donne statunnitensi

Senza dubbio l’emergenza pandemica in atto ha causato  un impatto negativo su molti degli aspetti relativi al benessere psico-fisico delle generazioni che la stanno attraversando. Di significativa importanza sono le conseguenze drammatiche che il COVID-19 ha determinato nelle donne in stato di gravidanza e nella fase immediatamente successiva al  parto. Lo studio che approfondiremo sostiene che lo stress sperimentato durante la gravidanza possa addirittura ostacolare lo sviluppo del cervello del nascituro.

In particolare, negli Stati Uniti, secondo uno studio della Whashington State University (recentemente pubblicato sulla rivista BMC Pregnancy and Childbirth) la categoria delle “future mamme” ha espresso numerose preoccupazioni circa l’eventualità che il bambino possa contrarre il virus o che la necessità di recarsi in ospedale per il parto possa rappresentare un rischio troppo elevato di entrare in contatto con la malattia e dover essere allontanate dal neonato per esigenze mediche.

Secondo l’autrice principale dell’articolo, la Dottoressa Celestina Barbosa-Leiker : «Le donne in attesa si dichiarano come molto stressate. Sperimentano alti livelli di ansia e chiedono continua rassicurazione a chi debba fornirgli l’assistenza sanitaria necessaria».

I ricercatori hanno illustrato, anche, la tendenza delle donne a temere conseguenze sul piano economico, organizzativo (fissare gli appuntamenti necessari per le cure prenatali) e nutrizionale (ad esempio difficoltà nel reperire cibo sano). Si è constatato, altresì, che lo stress aumenta nel caso ci si rivolga a donne di colore e/o con un basso reddito socio-economico.

Il team di ricerca ha analizzato le risposte al sondaggio di 160 donne in gravidanza e nel periodo post-partum nel lasso di tempo: 28 aprile/ 30 giugno 2020. Il presupposto fondamentale dello studio, più volte accertato in ambito scientifico, fa leva sull’evidenza che lo stress prenatale ha un impatto fortemente negativo sullo sviluppo fetale.

Dunque, Si è visto che circa il 52% delle donne incinte e il 49% di quelle nel periodo immediatamente successivo al parto, sono preocupate dall’eventualità che i loro bambini potessero contrarre il COVID-19, tanto da richiedere maggiori informazioni sui protocolli sanitari adottati nell’ospedale in cui avrebbero partorito. Per quanto concerne l’indagine qualitativa delle risposte, le situazioni più temute sono da ricondurre a quanto accennato precedentemente: contrarre il virus e morire, essere isolate dai neonati per essere venute in contatto con l’infezione in ospedale, dover tenere il futuro papà lontano dalla stanza del parto.

Attualmente gli ospedali, negli Stati Uniti, seppure adottino politiche diverse, stanno portando avanti una linea generalmente orientata a tenere insieme mamma e bimbo, fatta eccezione per alcuni casi speicfici.

Durante il periodo di indagine si sono riscontrate, inoltre, problematiche in grado di esacerbare tali timori. Si è constatato che:

  • Il 27% delle donne in gravidanza ha riferito di non riuscire a reperire cibo sufficientemente sano
  • Il 25% di esse ha annullato/saltato gli appuntamenti di controllo prenatale
  • Il 19% ha subito una drastica riduzione del proprio reddito economico

Nel campione preso in esame, inoltre, sembra che lo stress abbia colpito maggiormente le donne durante il periodo di gestazione piuttosto che quelle in fase di post parto.

Questi dati si inseriscono all’interno di una situazione abbastanza “critica” già in fase di partenza negli Stati Uniti. Le donne incinte statunitensi, rispetto alle proprie coetanee facenti parte degli altri paesi industrializzati, affrontano di norma molti più fattori stressanti dal punto di vista sociale ed ambientale: ad esempio, il tasso di mortalità materna è tra i più alti al mondo e  i livelli di ansia e depressione femminili sono sempre maggiori. Tutto questo prima del diffondersi del COVID-19.

I risultati ottenuti rafforzano, dunque, la necessità di maggiori risorse e supporto per le donne in stato di gravidanza, specialmente durante il momento storico che stiamo affrontando. Gli operatori sanitari dovrebbero assicurare una costante disponibilità ed apertura nei confronti delle mamme, lasciando che esse possano esprimere liberamente le proprie preoccupazioni e garantendogli rassicurazione e supporto emotivo/pratico in una fase della vita così delicata sia per la mamma che per il bimbo.

Stessa accortezza dovrebbero utilizzare i membri del nucleo familiare allargato della donna, nei confronti del quale esse tendono a nutrire molti sensi di colpa. Le mamme si sentono in dovere di garantire a se stesse e ai propri bimbi maggiore sicurezza, limitando le visite parentali nel periodo successivo alla nascita. Ma questo può generare malumori e un forte senso di colpa nella mamma che sperimenta il timore di offendere le persone implicate. Spetta, non sono agli operatori sanitari, ma anche ad ognuno di noi la responsabilità di garantire maggiore sensibilità nei confronti di queste mamme.

Riferimenti

  • Barbosa-Leiker, C., Smith, C.L., Crespi, E.J. et al. (2021). Stressors, coping, and resources needed during the COVID-19 pandemic in a sample of perinatal women. BMC Pregnancy Childbirth.  21, 171 (2021). https://doi.org/10.1186/s12884-021-03665-0Barbosa-Leiker C. et al. (2021).

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La routine ideale per i bambini prima di andare a dormire https://www.istitutobeck.com/beck-news/routine-ideale-per-i-bambini-prima-di-andare-a-dormire Wed, 14 Apr 2021 08:00:18 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=22632 L'articolo La routine ideale per i bambini prima di andare a dormire proviene da Istituto A.T.Beck.

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La routine ideale per i bambini prima di andare a dormire

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Le routine della buonanotte, attività ben note in molti nuclei familiari, costituiscono solide abitudini e hanno importanti implicazioni sul benessere, lo sviluppo e la salute dei bambini (Kitsaras et al., 2018; Mindell et al., 2018; Goodwin et al., 2017). Nonostante ci sia sempre un maggiore riconoscimento dell’importanza di queste pratiche prima dell’addormentamento, ancora vi è uno scarso consenso su ciò che costituisce una routine ottimale della buonanotte. 

Uno studio recente

Uno studio recente (Kitsaras et al., 2021) fornisce per la prima volta una guida scientifica per individuare le routine ottimali dell’addormentamento.

Gli psicologi, i dentisti, gli specialisti della salute pubblica e altri esperti dell’istruzione, delle visite sanitarie e della ricerca sul sonno hanno partecipato a quello che è noto come Processo Delphi, un metodo per ottenere un consenso più ampio raccogliendo opinioni attraverso diversi cicli di domande.

Undici esperti hanno preso parte ad un gruppo iniziale, seguiti da 25 nel round II, 20 nel round III e 13 nel round IV.

Il round I prevedeva una riunione di un gruppo di esperti di un’intera giornata in cui sono state discusse una definizione preliminare delle routine per andare a dormire e le attività più importanti durante l’ora di andare a dormire. I round II, III e IV hanno comportato la raccolta di feedback anonimi su questionari online, inviati agli esperti che hanno partecipato al gruppo iniziale e ad altri professionisti con competenze pertinenti nell’area.

In totale, 59 esperti hanno partecipato a tutte e quattro le fasi del Processo Delphi

Definizione di una routine ottimale per andare a dormire per i bambini di età compresa tra 2 e 8 anni

“Una buona routine della buonanotte può promuovere la salute, lo sviluppo e il benessere dei bambiniLa routine della buonanotte dovrebbe essere messa in atto all’interno di un ambiente calmo e includere diverse attività come

(1) lavarsi i denti prima di andare a letto per 2 minuti usando un dentifricio al fluoro

(2) evitare spuntini e bevande dopo essersi lavati i denti e in generale limitare spuntini e bevande l’ora prima di andare a letto

(3) leggere o condividere un libro con i bambini o semplicemente raccontare una storia prima di andare a letto

(4) evitare le attività e dispositivi elettronici come la televisione stimolantetelefoni mobilitavoli e console di gioco

(5) interagire con il bambino in tranquillità, proponendo attività di gioco rilassanticoccolecanto, bagno o doccia

Tutte queste attività dovrebbero svolgersi l’ora prima che il bambino vada a letto e dovrebbero mantenersi abbastanza coerenti per tutta la settimana e il fine settimanaInfineogni notte, i bambini dovrebbero andare a letto abbastanza presto per permettere loro di dormire per il tempo raccomandato, in maniera appropriata all’età(Kitsaras et al., 2021).

La definizione, concordata da 59 esperti britannici, pubblicata su Plos One  – una delle principali riviste scientifiche – fornisce una guida solida per genitori di bambini di età compresa tra i 2 e gli 8 anni in merito all’addormentamento.

Finanziata dal Medical Research Council, la definizione identifica dunque 6 aree chiave:

  1. Lavare i denti prima di andare a letto;
  2. Costanza nell’orario di addormentamento;
  3. Lettura di un libricino prima di andare a letto;
  4. Evitare cibo / bevande prima di andare a letto;
  5. Evitare l’uso di dispositivi elettronici prima di andare a letto;
  6. Proporre attività calmanti al bambino prima di andare a letto, inclusi bagno, doccia e conversazione.

Conclusioni

Lo studio sopracitato costituisce un passo iniziale, ma importante, nella definizione di una sana routine della buonanotte. Questo lavoro, attraverso il coinvolgimento di un ampio pool di esperti, può fungere da stimolo importante per ulteriori indagini scientifiche su un insieme cruciale di comportamenti che influenzano il benessere e lo sviluppo dei bambini.

Riferimenti

  • Kitsaras G, Goodwin M, Allan J, Kelly MP, Pretty IA. Bedtime routines child wellbeing & development. BMC Public Health. 2018;18(1)
  • Kitsaras G, Goodwin M, Allan J, Pretty IA (2021) Defining and measuring bedtime routines in families with young children—A DELPHI process for reaching wider consensus. PLoS ONE 16(2): e0247490
  • Mindell JA, Williamson AA. Benefits of a bedtime routine in young children: Sleep, development, and beyond. Sleep Med Rev. 2018;40:93–108. pmid:29195725
  • Mindell JA, Sadeh A, Wiegand B, How TH, Goh DYT. Cross-cultural differences in infant and toddler sleep. Sleep Med. 2010;11(3):274–80. pmid:20138578
  • Goodwin M, Patel DK, Vyas A, Khan AJ, McGrady MG, Boothman N, et al. Sugar before bed: a simple dietary risk factor for caries experience. Community Dent Heal. 2017;34(1):8–13. pmid:28561551

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Le traiettorie evolutive del disturbo evitante di personalità https://www.istitutobeck.com/beck-news/le-traiettorie-evolutive-del-disturbo-evitante-di-personalita Mon, 12 Apr 2021 08:00:20 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=22629 L'articolo Le traiettorie evolutive del disturbo evitante di personalità proviene da Istituto A.T.Beck.

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Le traiettorie evolutive del disturbo evitante di personalità

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Nelle precedenti news ho delineato il funzionamento e gli stati mentali del Disturbo Evitante di Personalità (DEP), in questa andrò ad approfondire le traiettorie evolutive.

Ad oggi non esistono studi scientifici di rilievo che possano identificare con assoluta certezza gli elementi necessari a sviluppare un DEP.

Un’ipotesi è che la persona sia cresciuta in una famiglia nella quale si attribuiva molta importanza alle opinioni e alle impressioni delle persone esterne e in cui veniva esortata a coltivare un’immagine sociale ammirevole.

Le imperfezioni visibili erano motivo di grande umiliazione e vergogna, non solo per la persona, ma anche per la famiglia. A causa dei suoi supposti limiti o diversità, il bambino poteva essere allontanato, lasciato solo, talvolta persino schernito, deriso, umiliato.

La famiglia, nonostante fosse il luogo dei rifiuti o delle ridicolizzazioni, trasmetteva il messaggio che era la fonte principale di sostegno per la persona.

Gli individui esterni alla famiglia venivano descritti e raffigurati come inclini a rifiutare e deridere. “Hai dei difetti e non piacerai a nessuno fuori di qui, stai con noi che sei al sicuro”, questo il messaggio inculcato dalla famiglia all’evitante (Benjamin, 1999).

Come mostrato da alcuni ricercatori, le interazioni precoci con i genitori rappresentano un importante fattore eziologico: gli studi suggeriscono che le persone con disturbo evitante durante l’infanzia hanno percepito i genitori come meno affettuosi, più respingenti, distanzianti e generatori di sensi di colpa e meno incoraggianti. Inoltre, può emergere una storia di abbandono, abuso, cure minori o iperprotezione.

Grazie alla letteratura scientifica e ai vari studi condotti, sappiamo che un bambino può sviluppare l’ipervigilanza come strategia di coping quando un genitore è inaccessibile o incoerente, e questa ipervigilanza può, quindi, estendersi ad altre situazioni sociali.

Ripetute esperienze negative con i genitori potrebbero indurre il bambino ad aspettarsi interazioni spiacevoli o angoscianti, e quindi a evitare le relazioni interpersonali come strategia di coping.

Nel tempo, questa diventa la strategia predefinita e il conseguente isolamento sociale predispone, a sua volta, a un maggiore disagio emotivo (Lampe, Malhi, 2018).

DEP e maltrattamento

La precoce manifestazione del DEP sembrerebbe associata a svariate forme di maltrattamento subite durante l’infanzia, in particolar modo ad abuso sessuale, emotivo, grave trascuratezza e ad abuso fisico (Tyrka et al., 2009).

Nello specifico, l’abuso sessuale infantile sembrerebbe un aspetto rilevante da cui, in seguito, la persona con DEP si distanzierebbe attraverso l’uso pervasivo di strategie di evitamento e distacco (Hageman et al., 2015; Lobbestael et al., 2010).

Anche l’abuso emotivo parrebbe essere un fattore fortemente implicato nello sviluppo del disturbo evitante. Diversi autori hanno riscontrato una forte associazione tra ripetuti abusi emotivi subiti nell’infanzia e nell’adolescenza e DEP, oltre a una connessione tra tali abusi e una bassa autostima (Gibb et al., 2001; Kaplan, Pelcovitz, Labruna, 1999).

Un fattore estremamente rilevante nello sviluppo del DEP risulta essere il neglect, ossia il mancato soddisfacimento dei bisogni psicologici e/o fisici del bambino da parte dei caregivers. Diversi studi hanno, infatti, mostrato una significativa associazione tra storie di trascuratezza infantile e sintomi del disturbo evitante (Joyce et al., 2003; Gibb et al., 2001).

Infine, il disturbo evitante farebbe da mediatore tra PTSD e alcuni esiti clinici: le persone traumatizzate con DEP in associazione avrebbero più episodi di autolesionismo non suicidario (Gratz, Tull, 2012).

 

Riferimenti

  • Benjamin, L.S. (1999). Diagnosi interpersonale e trattamento dei disturbi di personalità. Las, Roma.
  • Dimaggio, G., Montano, A., Popolo, R., Salvatore, G. (2013). Terapia metacognitiva interpersonale dei disturbi di personalità. Raffaello Cortina, Milano.
  • Dimaggio, G., Ottavi, P., Popolo, R., Salvatore, G. (2019). Corpo, immaginazione e cambiamento. Terapia metacognitiva interpersonale. Raffaello Cortina, Milano.
  • Dimaggio, G., Semerari, A. (2003). I disturbi di personalità. Modelli e trattamento. Editori Laterza, Bari-Roma.
  • Gibb, B.E., Wheeler, R., Alloy, L.B., Abramson, L.Y. (2001). Emotional, physical, and sexual maltreatment in childhood versus adolescence and personality dysfunction in young adulthood. Journal of Personality Disorders, 15:505-515.
  • Gratz, K.L., Tull, M.T. (2012). Exploring the relationship between posttraumatic stress disorder and deliberate self-harm: The moderating roles of borderline and avoidant personality disorders. Psychiatry Research, 199(1):19-23.
  • Hageman, T.K., Francis, A.J.P., Field, A.M., Carr, S.N. (2015). Links between Childhood Experiences and Avoidant Personality Disorder Symptomatology. International Journal of Psychology and Psychological Therapy, 15(1):101-116.
  • Joyce, P.R., McKenzie, J.M., Luty, S.E., Mulder, R.T., Carter, J.D., Sullivan, P.F., et al. (2003). Temperament, childhood environment and psychopathology as risk factors for avoidant and borderline personality disorders. The Australian and New Zealand Journal of Psychiatry, 37:756-764.
  • Kaplan, S.J., Pelcovitz, D., Labruna, V. (1999). Child and adolescence abuse and neglect research: A review of the past 10 years. Part I: Physical and emotional abuse and neglect. Journal of the American Academy of Child & Adolescent Psychiatry, 38:1214-1222.
  • Lampe, L., Malhi, G.S. (2018). Avoidant personality disorder: current insights. Psychology Research and Behavior Management, 11:55-66.
  • Lobbestael, J., Arntz, A., Bernstein, D.P. (2010). Disentalgling the relationship between different types of childhood maltreatment and personality disorders. Journal of Personality Disorders, 24(3):285-295.
  • Montano, A., Borzì, R. (2019). Manuale di intervento sul trauma. Comprendere, valutare e curare il PTSD semplice e complesso. Erickson, Trento.
  • Tyrka, A.R., Wyche, M.C., Kelly, M.M., Price, L.H., Carpenter, L.L. (2009). Childhood maltreatment and adult personality disorder symptoms: Influence of maltreatment type. Psychiatry Research, 165(3):281-287.

Altri riferimenti

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L’impatto del Covid-19 su bambini e adolescenti in Italia https://www.istitutobeck.com/beck-news/impatto-del-covid-19-su-bambini-e-adolescenti-in-italia Fri, 09 Apr 2021 08:00:36 +0000 https://www.istitutobeck.com/?p=22626 L'articolo L’impatto del Covid-19 su bambini e adolescenti in Italia proviene da Istituto A.T.Beck.

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L’impatto del Covid-19 su bambini e adolescenti in Italia

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Introduzione

La pandemia da COVID-19 ha rapidamente cambiato lo stile di vita dei molti Paesi coinvolti, evidenziando conseguenze a lungo termine per la salute pubblica, l’economia e la vita sociale.

L’Italia è stato il primo Paese europeo a sperimentare le imprevedibili conseguenze della pandemia.

Quali sono stati gli effetti di questa pandemia su bambini e adolescenti?

Ricerca

L’Ospedale Pediatrico Gaslini, durante le prime fasi del lockdown all’inizio di marzo, ha creato il progetto “Famiglie e Bambini che affrontano il COVID-19”. Lo scopo di questo progetto era quello di sostenere famiglie e bambini durante la fase critica del lockdown, attraverso un servizio telefonico anonimo dedicato che è stato gestito da specialisti in psicopatologia e psico-traumatologia di bambini e adolescenti. Inoltre, il progetto mirava a esplorare i comportamenti e le strategie di coping utilizzate durante le prime fasi della quarantena nelle famiglie italiane.

Materiali e metodi

Per esplorare quest’ultimo aspetto è stato utilizzato un sondaggio strutturato online, il Questionario Face-COVID-19, sviluppato su Google Forms. Il questionario è stato pubblicato ufficialmente sul sito istituzionale dell’Ospedale Pediatrico Gaslini e diffuso attraverso i social media istituzionali e privati, tra cui Facebook, Instagram, WhatsApp e Telegram. È stata scelta una modalità online per rispettare il distanziamento interpersonale.

Il questionario Face-COVID-19 è rivolto ai genitori: valuta le loro fragilità psicologiche (ansia e depressione), i disturbi legati allo stress, le strategie di coping e i cambiamenti comportamentali osservati nei figli durante il periodo della pandemia.

Risultati

Il questionario è stato compilato da 6.871 intervistati.

I risultati della ricerca hanno evidenziato che l’epidemia ha colpito duramente i genitori italiani in termini di cambiamenti comportamentali sfavorevoli. La maggior parte dei genitori intervistati (95,6%) ha rivelato condizioni di disagio e stress, soprattutto nei genitori con figli con meno di 6 anni. Inoltre, i risultati hanno messo in luce l’impatto negativo della pandemia su adolescenti ma soprattutto nei bambini con meno di 6 anni.

Sono stati riscontrati cambiamenti comportamentali in quasi due terzi del campione.

I genitori del gruppo di bambini con meno di 6 anni hanno segnalato i seguenti cambiamenti comportamentali: una maggiore irritabilità (34,7%), disturbi del sonno, che costituivano difficoltà ad addormentarsi e risvegli notturni (19% ciascuno), e sintomi di stress, come irrequietezza (18,6%) e ansia da separazione (16,4%). Invece nel gruppo di genitori con figli tra 6-18 anni, i principali cambiamenti comportamentali riguardavano aspetti somatici, come il respiro corto (71,3%) e problemi di sonno, che comprendevano difficoltà ad addormentarsi (48,6%) e svegliarsi (33,2%).

I cambiamenti comportamentali in entrambe le fasce d’età sono stati fortemente associati al grado di disagio parentale, alle fragilità psicologiche preesistenti dei genitori e alla loro possibilità di utilizzare strategie di coping efficaci.

Conclusioni

Questi risultati dovrebbero far riflettere, sensibilizzando e stimolando la creazione di una serie di interventi volti a migliorare il benessere mentale di genitori e figli, proteggendo gli uni e gli altri in questi momenti così difficili.

Riferimenti

  • Uccella S., De Grandis E., De Carli F., D’Apruzzo M., Siri L., Preiti D., Di Profio S., Rebora S., Cimellaro P., Biolcati Rinaldi A., Venturino C., Petralia P., Ramenghi L. A., Nobili L. (2021) Impatto dell’epidemia di COVID-19 sul comportamento delle famiglie in Italia: un focus su bambini e adolescenti. Front Public Health. 2021; 9: 608358.

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