La Teoria Polivagale e il protocollo Wired to Connect per apprenderla

La Teoria Polivagale e il protocollo Wired to Connect per apprenderla

Le persone affette da Disturbo da Stress Post Traumatico (PTSD) vivono l’esperienza costitutiva e viscerale di non sentirsi al sicuro. Non si sentono al sicuro nel proprio corpo e nelle relazioni con gli altri. Ma perché accade questo? Perché chi porta le cicatrici di questa dolorosissima ferita trascorre la propria esistenza braccato da una costante percezione di allarme? Oppure è, alternativamente, abitato dalla sensazione di volersi rifugiare solo dentro di sé, di volersi schermare da tutto a da tutti e sparire?

La Teoria Polivagale, elaborata da Stephen Porges (1995, 1998, 2001, 2007, 2011, 2017, 2018, 2021), spiega il ruolo svolto dal nostro Sistema Nervoso Autonomo nel determinare le risposte esibite dalla fisiologia nella gestione del pericolo al momento trauma, ben prima che il nostro cervello cognitivo possa arrivare a elaborare un pensiero cosciente. Ci aiuta a comprendere come mai l’impronta traumatica permane con noi, trattenuta nel corpo, anche molto tempo dopo, talvolta anni dopo le circostanze che la hanno determinata. Soprattutto, gli strumenti operativi messi a punto a partire dalla teoria di Porges da un gruppo di terapeuti – Deb Dana (2018, 2020, 2021) negli Stati Uniti e Antonella Montano e Valentina Iadeluca (2023) nel nostro paese – offrono delle strategie molto concrete per intervenire sul corollario di sintomi fisici e emotivi, spesso profondamente limitanti, che accompagnano il trauma.

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Ma vediamo ora in che modo, un singolo nervo cranico, il Nervo Vago, da cui la Teoria prende il nome, possa svolgere un ruolo così importante sia come strumento di sorveglianza della nostra incolumità che come fattore di resilienza, una volta che la nostra integrità – fisica, emotiva o psicologica – sia stata minacciata.

Il sistema nervoso autonomo secondo la Teoria Polivagale

La Teoria Polivagale ridisegna la mappa del Sistema Nervoso Autonomo, superando la sua tradizionale divisione in Sistema Simpatico e Parasimpatico e proponendo una nuova articolazione in:

  • Sistema ventro-vagale
  • Sistema simpatico
  • Sistema dorso-vagale

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Figura 1 – La nuova organizzazione del Sistema Nervoso Autonomo
secondo la Teoria Polivagale

Le nostre antenne: la neurocezione

Attraverso questi tre percorsi il nostro Sistema Nervoso Autonomo reagisce al servizio della sopravvivenza. In che modo? Senza che noi ce ne rendiamo conto, quest’ultimo svolge un’azione costante di monitoraggio del nostro ambiente interno, esterno e delle persone che ci circondano in cerca di indizi o segnali di sicurezza o pericolo. Questo processo è definito neurocezione.

Possiamo pensare alla neurocezione come a delle grandi antenne situate al di sopra della nostra testa continuamente al lavoro nella individuazione di un eventuale rischio. In base agli input rilevati dalla neurocezione, il Sistema Nervoso Autonomo agisce come un vero e proprio guardiano e – con la missione di tutelare innanzitutto il nostro benessere – esibisce l’attivazione del ramo autonomico più idoneo a proteggerci in quel determinato frangente.

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Figura 2 – La neurocezione, le nostre antenne

Tre sistemi di risposta, tre stati

L’accensione di un ramo o l’altro del nostro sistema nervoso autonomo corrisponde a delle precise risposte corporee, risposte che hanno il potere di determinare il modo in cui ci sentiamo e addirittura in cui pensiamo. Alle radici del nostro benessere o malessere c’è, dunque, la nostra biologia. Ma vediamo ora i vari sistemi autonomici uno ad uno, la loro funzione e il corollario di sensazioni che li accompagnano.

Il sistema dorso-vagale

La sezione dorso-vagale è la più antica. Risale a circa 500 milioni di anni fa ed è comune a tutti i vertebrati. Utilizza l’immobilizzazione come risposta di difesa estrema, l’ultimo baluardo di fronte a stimoli percepiti come fortemente minacciosi per la propria incolumità. Quando si attiva lo stato autonomico dorso-vagale gli individui tendono a sentirsi intorpiditi, congelati, prosciugati, assenti, collassati, dissociati, spaventati a morte (freeze).

Il sistema simpatico

Segue il sistema simpatico, che risale a circa 400 milioni di anni fa. La sua nascita ci mette nella condizione di reagire di fronte a un eventuale pericolo attraverso la mobilizzazione, con risposte di avvicinamento/attacco o allontanamento/fuga (fight or flight). In questo stato le persone si percepiscono agitate, apprensive, ansiose, preoccupate. La dimensione della socialità e della relazione è inaccessibile.

Il sistema ventro-vagale

Il sistema ventro-vagale compare per ultimo, circa 200 milioni di anni fa. È presente nei mammiferi ma non nei rettili e media risposte di connessione e impegno sociale. La sua attivazione rende possibile la relazione, l’intimità e il gioco da una base autonomica di fiducia e sicurezza.

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Figura 3 – I tre rami del sistema nervoso autonomo e le relative risposte

 

La gerarchia autonomica: su e giù per la scala

L’attivazione di questi stati segue una specifica sequenza, è governata, cioè, da una precisa organizzazione gerarchica. Dallo stato ventro-vagale la rilevazione soggettiva di un pericolo ci fa spostare verso la mobilitazione simpatica. Da qui, quando il pericolo permane o noi non ci sentiamo in grado di fronteggiarlo, ci muoviamo verso lo spegnimento/collasso dorso-vagale. Va precisato che il percorso inverso segue necessariamente la stessa traiettoria: dall’immobilizzazione dorso-vagale possiamo, infatti, ritornare alla connessione ventro-vagale soltanto passando attraverso la mobilizzazione simpatica.

Utilizzando un’idea di Deb Dana (2018, pag. 178), l’organizzazione gerarchica del nostro universo autonomico può essere rappresentata graficamente attraverso l’immagine di una scala. Sui gradini più in alto si situa il ventro-vagale, al centro il sistema simpatico, e in basso il dorso-vagale. Va precisato che tra uno stato e l’altro vi sono una serie di stati intermedi, con le loro varie sfumature. Nel corso della nostra giornata migriamo dall’attivazione di un sistema all’altro, il più delle volte, fortunatamente, senza dimorare a lungo nelle estremità angoscianti della mobilitazione simpatica o dello spegnimento dorso-vagale.

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Figura 4 – La scala autonomica

Cosa succede al sistema nervoso autonomo di persone affette da Disturbo da Stress Post Traumatico (PTSD)?

Il Sistema Nervoso Autonomo di individui affetti da PTSD perde la capacità di muoversi flessibilmente lungo la scala autonomica. Questa flessibilità – va sottolineato – è quella che permette alle persone in condizioni normali di rialzarsi con agilità dalle sfide ordinarie e straordinarie della vita e riportarsi rapidamente in una condizione di regolazione. È la base stessa della resilienza.

Chi ha alle spalle un’esperienza traumatica non adeguatamente processata tende di rado a dimorare nella quieta e rassicurante energia del sistema ventro vagale, quello stato autonomico, cioè, da cui la connessione a sé stessi, agli altri e alla bellezza nei sui diversi formati è possibile.

Il Sistema Nervoso Autonomo dei sopravvissuti al trauma rimane piuttosto cristallizzato nelle stesse risposte autonomiche difensive di iper o ipo-arousal sperimentate durante il trauma stesso  – fight, flight o freeze – con i relativi cluster somatici, emotivi e cognitivi di attivazione o spegnimento. La capacità di neurocepire sicurezza in sé, nel mondo e negli altri è compromessa. La protezione prende il posto della relazione.

Gli strumenti operativi della Teoria Polivagale per il trattamento del PTSD

Una psicoterapia che includa un orientamento polivagale per il trattamento del trauma pone innanzitutto l’accento sul clima all’interno del setting terapeutico, che sarà sereno, caldo, morbido e rassicurante. Il punto è onorare il primo imperativo biologico che – secondo la Teoria Polivagale – ci contraddistingue tutti come specie: la sicurezza. Soltanto in un ambiente neurocepito come sicuro gli individui possono, infatti, fare spazio all’altro bisogno fondamentale dell’essere umano: la connessione e la relazione. Il terapeuta – consapevole degli spostamenti che avvengono nel mondo autonomico dei propri pazienti con PTSD – mette il proprio sistema nervoso al servizio della loro regolazione emotiva, il un sottile gioco di sintonizzazione di sguardo, voce, respiro che prende il nome di co-regolazione.

L’approccio al trattamento è di tipo multimodale. Consegue da qui l’utilizzo di una serie di strumenti diversi, tutti con un medesimo denominatore: aiutare le persone a sintonizzarsi sugli indizi di sicurezza – i tanti glimmer che sempre e comunque illuminano le nostre giornate –, focalizzarsi sulle loro risorse di regolazione e riportarsi ogni volta che sia possibile a risalire la scala autonomica. L’obiettivo è permettere loro di ri-scoprire l’esperienza di sicurezza e connessione ventro-vagale e dimorare nella sua calda energia il più spesso e il più a lungo possibile. Guardiamo, ora, più da vicino i vari strumenti operativi.

Strumenti cognitivi: le mappe

Le mappe sono strumenti semplici e di facile utilizzo per aiutare le persone a comprendere il funzionamento del sistema nervoso, tracciare i loro stati attivazione autonomica nel corso della giornata e individuare i fattori di innesco alla base dell’accensione dei vari rami del SNA.

Questo processo di conoscenza aiuta a familiarizzare con il proprio funzionamento soggettivo e a stemperare il giudizio nei confronti dei propri stati autonomici, spesso vissuti con sentimenti di colpa o vergogna. Ci si rende pian piano conto che gli sgradevoli sintomi che si percepiscono qui e ora sono, di fatto, la conseguenza di quanto sperimentato lì e allora, al momento del trauma, quando la nostra fisiologia stava solo cercando di difenderci. Si pongono così le basi per costruire una relazione diversa, più compassionevole con il proprio SNA, piuttosto che esserne soverchiati.

Immersioni guidate in mindfulness

Hanno l’obiettivo di aiutare i pazienti a riconoscere dettagliatamente i propri stati autonomi percependoli dall’interno e a riportarsi continuamente, attraverso l’osservazione del respiro, in una condizione di regolazione.

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Tecniche corporee basate sul respiro, il suono e il movimento

Si tratta di una serie di esercizi pratici estrapolati non soltanto dalle tecniche bottom-up tipiche del lavoro con il trauma, ma anche dal mondo dello yoga e delle pratiche meditative, della vocalità e della musica. Sono azioni semplici, possibili, riproponibili dai pazienti praticamente ovunque per tonificare il proprio nervo vago e ampliare la propria finestra di tolleranza. Insegnano a istituire un dialogo con il sistema nervoso e a modulare i propri stati di attivazione. L’obiettivo è quello di aiutare le persone a sviluppare la capacità di cavalcare le onde di emozioni e sensazioni intense confidando nel fatto che le esperienze temporanee di contrazione possono naturalmente evolvere in sollievo, gratitudine e, addirittura, gioia.

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Bibliografia

  • Dana, D. (2018). The Polyvagal Theory in therapy. Engaging the rhythm of regulation. WW Norton & Company.
  • Dana, D. (2020). Polyvagal exercises for safety and connection: 50 client-centered practice. WW Norton & Company.
  • Dana, D. (2021). Anchored. How to befriend your nervous system using polyvagal theory. Sounds True.
  • Montano, A & Iadeluca, V. (2023). La Teoria Polivagale in Pratica. Wired to connect: un programma teorica esperienziale per gruppi. Erickson
  • Porges, S. W. (2009). The polyvagal theory: New insights into adaptive reactions of the autonomic nervous system. Cleve. Clin. J. Med. 76:S86.
  • Porges, S. W. (2021a). Polyvagal safety. Attachment, communication, self-regulation. WW Norton.
  • Porges, S. W. (2021b). Polyvagal Theory: A biobehavioral journey to sociality. Comprehen. Psychoneuroendocrinol. 7:100069.
  • Porges, S. W., & Dana, D. (2018). Clinical applications of the polyvagal theory. The emergence of polyvagal-informed therapies. WW Norton & Company.

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