Il Sangha

Il Sangha

Il Sangha

La gentilezza e l’amore, il sentirsi veramente tra fratelli e sorelle, sono davvero preziosi. Rendono possibile la convivenza e svolgono, dunque, un ruolo cruciale all’interno della società.

Riconoscere il valore degli uomini e l’unità del genere umano: è questo l’unico modo per accedere a una felicità duratura.

Tenzin Gyatso, 2002

SEI INTERESSATO A PARTECIPARE AI NOSTRI SANGHA DI MEDITAZIONE?

L’Istituto A.T. Beck propone una serie di incontri a cadenza mensile sulla base del protocollo Mindfulness-Based Stress Reduction, un programma esperienziale ideato e sviluppato da Jon Kabat-Zinn presso l’Università del Massachussets completato ad oggi da oltre 20.000 persone che viene proposto in più di 400 ospedali negli Stati Uniti e in Europa nel contesto della medicina integrativa.

Il Sangha nella Mindfulness

Nella Mindfulness, il Sangha rappresenta un gruppo di persone che condivide un linguaggio comune e conosce i codici di una pratica che ha scelto di coltivare.

Ritrovarsi per meditare insieme significa accogliere amorevolmente se stessi e gli altri. Si congiungono limiti, difficoltà, incapacità e fatiche ma anche conseguimenti, abilità, esperienze, traguardi e gioie preziose. Tutto quello che nasce spontaneamente dal Sangha si mette a servizio di una condivisione che agevola la generosità, la compassione e l’indulgenza, accresce la tolleranza verso ciò che è diverso, aiuta l’autoregolamentazione e la comprensione di sé attraverso la relazione con gli altri.

Il Sangha è, soprattutto, un modo per sostenersi nella pratica, per non sentirsi soli nella bellezza di un’esperienza che è anche una forma di addestramento della mente alla presenza, e dunque può essere difficoltosa. Il Sangha permette di essere insieme dove si sta, qui e ora, dentro una piccola folla che “agisce giustamente, agisce correttamente, agisce propriamente e in modo gentile, ospitale, rispettoso” (Dhammapada III 227).

Nella Mindfulness, il Sangha che si raccoglie per praticare è come un giardino fiorito.

Un prato ove siano stati gettati semi in principio e dove i fiori abbiano poi seguitato a sbocciare spontanei. Il profumo è intenso, il nettare delizioso e chiunque può saggiarne il gusto e l’odore come fa l’ape volando di corolla in corolla.

Se il nettare di un fiore dovesse essere eccessivamente consumato e il profumo svanito, il Sangha è il terreno fertile dove affondare ancora le radici e succhiare acqua e nutrimento essenziale perché ogni partecipante contribuisce con la propria presenza a renderlo fecondo.

Se la pratica si inaridisce, il Sangha la rivitalizza.

Se un dubbio la attraversa, il Sangha ridona fiducia.

Può un solo fiore in una brocca e sotto la luce di una lampada dirompere in tutta la sua natura splendente? Eppure, lo stesso fiore in un prato ingombro d’altri petali sbocciati sotto il sole, rende semplice sapere che è già primavera.

La storia del termine “Sangha”

Sangha è un termine della lingua Pali che significa letteralmente folla, assemblea, raduno.

È una parola antica le cui origini si perdono nel tempo, che è stata riciclata dal Buddhismo per indicare la comunità di monaci e monache. I primi ad adoperarla sono stati i seguaci della corrente Theravada, la più antica del Buddhismo, considerata originaria e madre delle susseguenti e diffuse in altre aree dell’Oriente, come il Ch’an o lo Zen.

Le scritture buddhiste raccontano dettagliatamente come sia nato il Sangha. Esse rivelano che il principe Siddhartha divenuto Buddha non avesse alcun intendimento di radunare attorno a sé un ordine di monaci che assumessero atteggiamenti predefiniti e marcassero tutti il medesimo sentiero verso la liberazione. Egli riteneva, infatti, che ognuno dovesse trarre dagli insegnamenti quel che gli serviva, modificandolo in base alle esigenze del momento e abbandonandolo se non fosse più stato utile, come si fa con una zattera che si lascia sulla sponda senza pensieri, una volta attraversato il fiume.

Il Sangha nasce ufficialmente tra il 500 e il 400 a.C., in una data che è impossibile stabilire con maggiore nettezza.

Al principio, il Sangha era composto solo dai monaci ma, col tempo, si è aperto anche ai laici perché ognuno “vuole ottenere la liberazione dalla sofferenza e conseguire il nirvana” (Milinda-pañha 31-32). Qualsiasi creatura al mondo desidera e vuole impegnarsi per non soffrire più.

Così, nel corso del tempo e man mano che il Buddhismo ha incontrato altri popoli e ha portato il suo messaggio dentro il cuore di culture diverse, il termine Sangha ha finito col rappresentare, anche nel mondo laico, una comunità sempre più grande ed eterogenea e si è caricato di un significato traboccante dolcezza e accoglienza.

Oggi il Sangha è un’assemblea, non importa se vasta o raccolta solo in una coppia di individui, che si ritrova unita da un medesimo scopo: una pratica comune, un sentiero identico da percorrere verso un fine uguale, tutti animati dalla stessa passione tranquilla per la pace e la felicità propria e universale.