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La pratica del silenzio

La pratica del silenzio

La felicità della mente è più importante del benessere materiale.

Gli oggetti ci confortano ma non possono far tacere la mente. Il silenzio dei pensieri è la più grande forma di pace.

Thich Nhat Hahn, 2015

Dana: il silenzio è un dono

Quando il Sangha si riunisce nella pratica della Mindfulness, talvolta è data particolare importanza al silenzio: per un tempo determinato, che varia da alcune ore a una giornata, il Sangha si raccoglie in totale quiete, meditando, mangiando, condividendo senza parlare.

Si tratta di un’usanza antica, probabilmente già legata al mondo indiano dei Veda (i testi letterari più antichi del mondo), e passata alla meditazione e allo Yoga.

Il silenzio favorisce la percezione dello spazio interiore e del segreto intimo del corpo: acuisce la sensibilità per il respiro, che è la base della pratica della Mindfulness, e per le sensazioni corporee e aiuta l’osservazione non giudicante dei pensieri che sorgono spontaneamente quando si pratica.

Il silenzio è particolarmente utile alla “mente del principiante”, colui che si accosta alla Mindfulness e ha bisogno di sostenere più nettamente l’attenzione, ancora labile perché non allenata. Ma è prezioso anche per il praticante esperto, che nel silenzio condiviso può strutturare una mente più acuta e attenta, dotata di una consapevolezza capace di includere la presenza dell’altro, di cui si ha cura pur senza che essa sia destabilizzante.

Al giorno d’oggi, il silenzio è merce rara. Ritenuto sconveniente in una società dominata dall’esposizione mediatica e telematica che ragiona in termini di gradimento anche nelle relazioni interpersonali via social media, è di fatto impossibile nella vita quotidiana scandita dal rumore e dalla presenza invadente di musiche e richiami nei luoghi del consumo.

Spesso di fronte al silenzio ci sentiamo imbarazzati: dobbiamo colmarlo, come si riempie una tazza di caffè all’ospite che beve, spesso, per ricambiare la cortesia.

In Oriente, il silenzio assume un valore simbolico ed è legato alla solitudine.

Nella tradizione meditativa alla base della Mindfuness, la solitudine è la condizione cui conduce il silenzio e l’una e l’altro non significano né stare da soli né tacere e sostare in assenza di rumori e voci.

Il monaco Eka-vihāri dice: “Quando non puoi vedere alcuno davanti né dietro, hai raggiunto la stessa felicità che hanno i monaci che vivono soli nella foresta” (Th 537; A III 344).

L’immagine coglie nel segno e il significato della frase è ricco di verità: la solitudine del corpo simboleggia la solitudine ideale, cioè l’assenza di uno sguardo ansioso sul passato e sul futuro.

Nel Theranāma-sutta, si dice che è inutile rimpiangere il passato poiché esso non può essere rivissuto, così come è inutile mantenere la mente legata a un futuro che non è ancora accaduto, non ci si può preoccupare di ciò che non esiste.

Il silenzio è perciò la condizione simbolica di una mente allenata a stare nel presente così com’è. Una mente consapevole, non giudicante, attenta ma non allertata, sollecitata ma non agitata, pronta ma non impulsiva, reattiva ma non tormentata: capace di guardare le cose per ciò che sono qui e ora, con la freschezza di chi sa guardare a quel che c’è, non a quello che c’è stato e ora manca o a quello che potrebbe esserci ma ancora non è arrivato.

Una mente silenziosa e solitaria è una mente che rinasce in ogni istante. Non nuova, poiché procede dall’esperienza della pratica coltivata, e non vecchia, perché non costruisce opinioni e stereotipi con i quali misurare il mondo.

Una mente silenziosa non è rinchiusa in sé stessa ma in connessione profonda con il contesto: poiché non giudica, è maggiormente capace di capire, è più spontanea e capace di meraviglia. Una mente solitaria non è sola, ma sceglie di isolare il presente dal passato e dal futuro per essere ed esserci pienamente, in modo che il tempo sia vissuto in profondità e seguiti a muoversi con naturalezza, dentro una serie di eventi e scelte delicate, agite senza condizionamenti.

Nel silenzio condiviso del Sangha, la Mindfulness trova uno spazio nuovo di esperienza: l’apertura all’altro, la generosità che scaturisce dallo spartire un momento simbolico e un’intimità speciale, nella quale si manifestano anche le fragilità reciproche e comuni.

Questa pratica è chiamata silenzio del dono. In lingua Pali dono si dice dāna e ha un significato profondo: letteralmente, dāna vuol dire “portare felicità agli altri”.

Praticare il silenzio del dono significa condividere una mente silenziosa, non giudicante, fresca, spontanea, libera e compassionevole. Significa incontrare l’altro senza giudicarlo, guardandolo e accogliendolo qui e ora, per ciò che è adesso, senza pensare a ciò che è stato né a ciò che potrebbe essere o che vorremmo diventasse.

Condividere il silenzio è dāna, la felicità che si può dare agli altri abbracciandone il cuore e rispettandone la libertà di essere proprio com’è a ogni palpito.

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