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La storia del fiore di loto

Storia del fiore di loto

La storia del fiore di loto? Il fiore di loto è l’immagine che abbiamo scelto per accompagnare e caratterizzare tutte le nostre iniziative di Mindfulness.

Lo abbiamo scelto perché è un fiore bellissimo, capace di nascere e crescere in condizioni estreme. Per noi rappresenta la capacità di trasformazione di ogni persona e la resilienza: la sua magnificenza ci ricorda che possiamo tutti sbocciare e splendere, cominciando da dove siamo ora, qui, adesso.

Ecco la sua storia.

Nella tradizione orientale, in quella striscia di terra che si apre dal centro dell’Asia e raggiunge l’Oriente estremo, il fior di loto è universalmente riconosciuto come simbolo di bellezza audace e perseveranza.

Il loto è una pianta acquatica che sboccia in fiori grandi e dalle tinte svariate e accese, allargando i petali copiosi su un letto intricato di foglie galleggianti. Troneggia nei laghi artificiali, nelle pozze estemporanee che formano i mesi dei monsoni, nei laghi di pianura e collina, si appropria delle piane sapientemente allagate dove cresce il riso, sboccia allegro nelle paludi e nella fanghiglia, nella mota ai margini di una discarica. Ovunque cresca, manifesta la sua bellezza prorompente: identico nell’immondizia e nell’acqua pura.

Così è nata la storia che lega questo fiore alle tradizioni spirituali e simboliche d’Oriente. Si dice che sotto i passi di molte divinità indiane nate nelle sfortune e nella povertà del mondo sbocciassero fiori di loto, come per indicare che un certo bambino reietto e sudicio sarebbe divenuto un dio. Lo Yoga, dal canto suo, ha sviluppato una postura delle mani (Padma-mudra) che simboleggia il fior di loto nell’atto di sbocciare: testimonia il cuore che si apre alla comprensione profonda e potente della vita.

Il seme del loto non germoglia nella terra.

È un nocciolo duro ricoperto di una scorza spessa, apparentemente impenetrabile.

Non basta che sia gettato nell’acqua per schiudersi: ha bisogno di essere scalfito. Per questo si radica più facilmente nell’acqua paludosa e nel fango, perché i residui che la mota trascina battono colpi continui contro il seme, provocandogli trafitture simili a ferite.

Il seme non piange, non si lamenta. Non muore. Non perde coraggio e non smarrisce il suo obiettivo. Può restare nel fango senza aprirsi per dieci settimane, conservando intatta la propria vitalità. Alcune leggende, vogliono che semi di loto siano rimasti ritenuti per migliaia di anni prima di sbocciare.

Se si trova nell’acqua pulita, il seme di loto dovrà sbattere più e più volte contro rocce e sassi, trascinato dalle correnti, prima di provocarsi la ferita che possa consentirgli di germogliare.

Una volta aperto, il piccolo seme riesce a trarre dall’acqua tutto il suo nutrimento. Se l’acqua è torbida, esso cresce ugualmente rigoglioso: nulla può la sporcizia, niente distoglie il loto dalla sua natura splendida e così trasforma ogni scarto in alimento, divenendo sempre più forte e convertendo ciò che è immondo per tutti in un’opportunità di crescita buona.

Un poco alla volta, il loto sboccia: grande, lussureggiante, di un biancore immacolato oppure vivace, in contrasto netto con la trasparenza dell’acqua pura o col grigiore cupo del fango. I petali sono carnosi, resistenti: su di essi riposano gli anfibi e i grossi insetti, tra le foglie saltano i pesci.

Non stupisce, allora, che il loto abbia attratto l’attenzione dei maestri spirituali, dei filosofi e degli artisti d’Oriente. Il Buddhismo lo adopera scolpito nella pietra, per adornare la bocca del Buddha parlante o la pianta dei suoi piedi; la corrente Mahayana, diffusa maggiormente in Cina e Giappone, intitola al loto il suo Sutra più importante: il Sutra del Loto.

Essere un fior di loto significa convertire l’avversità in meraviglia, perseverare nel proprio obiettivo, sorridere danzando nel fango, con i piedi che perdono presa e allora si fanno più forti e abili per non scivolare. Significa cambiare la situazione senza opporsi a ciò che ci è capitato: modificare il solco di un destino che sembra segnato, mutando la difficoltà in occasione.

Sono un fiore di loto e faccio spazio nella fatica attraverso l’esercizio della pazienza e della consapevolezza.

Tutto ciò che mi colpisce mi ammacca ma non mi trafigge finché non è il momento, finché non sono pronto a sapere cosa fare della ferita che mi viene inflitta.

Dopo tanta fatica, senza perdere lo sguardo attento alle cose della vita, posso sbocciare.

Come il fiore di loto, mantengo la gioia, la compassione, la tolleranza, la capacità di rivoluzionare ciò che è difficile fino a renderlo prezioso.

Nel Padma-mudra dello Yoga, le mani sono giunte all’altezza del cuore. Mantenendo i palmi bene uniti, le dita si separano piano, ma solo alcune: gli indici, i medi e gli anulari si aprono verso l’esterno, mentre i pollici e i mignoli seguitano a toccarsi.

In questo modo il fiore sboccia ma resta saldo: è forte, i suoi petali non si disperdono, la corolla è stabile sull’acqua. Esso è ben radicato in quello stesso fango che lo ha generato per ricordare ciò che ha saputo fare, perché nella fiducia che ha concesso alla sua genesi sfortunata risiede l’audacia della sua bellezza incontrastata.

Il loto ha dato un’opportunità al fango, ai sassi, alle ferite. Ora splende magnifico di sopra al fango, ai sassi alle ferite. E noi che lo guardiamo non vediamo né i colpi, né le cicatrici, né l’immondizia. Vediamo, invece, il fiore più bello su cui sguardo d’uomo si sia posato.

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