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Omosessualità

L’omosessualità è un disturbo mentale?

Diciamo subito, senza equivoco alcuno, che tutte le principali organizzazioni di salute mentale sono d’accordo nell’affermare che l’omosessualità non è una malattia, ma una “variante non patologica del comportamento sessuale”. Il primo segnale rivolto alla comunità scientifica per la depatologizzazione dell’omosessualità risale al 1973. In tale anno, l’American Psychiatric Association (APA) rimosse l’omosessualità dalla lista delle patologie mentali incluse nel Manuale Diagnostico delle Malattie Mentali (DSM). Si trattava di una scelta già presa per la settima ristampa della II edizione del DSM (DSM-II), decisione che fu poi confermata con la terza edizione del 1980 (DSM-III), fino a quella tuttora in vigore del 2015 (DSM-5). All’inizio, nella prima edizione del 1952 (DSM-I), l’omosessualità veniva considerata un disturbo sociopatico della personalità, mentre nella seconda edizione del 1968 era stata identificata come una deviazione sessuale, come ad esempio la pedofilia, la necrofilia e varie altre perversioni sessuali (oggi dette parafilie). Tuttavia, questo primo passo non venne accolto con molto entusiasmo né dai sostenitori della depatologizzazione dell’omosessualità, né da coloro i quali continuavano a ritenerla un disturbo mentale. Questo perché esisteva una distinzione tra omosessualità ego-sintonica ed ego-distonica, sulla base dell’accettazione e la serenità con le quali le persone vivevano la propria omosessualità. Ad essere eliminata dal DSM-III fu soltanto l’omosessualità ego-sintonica, cioè quella che implicava una piena accettazione di sé, mentre l’omosessualità ego-distonica rimase fino ad una edizione revisionata del 1987 (DSM-III-R). Soltanto nel 1990 venne approvata la sua completa eliminazione che entrò in vigore con il DSM-IV nel 1994. Sulla scia di tale decisione, nel 1993 anche l’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS) ha accettato e condiviso la definizione non patologica dell’omosessualità, depennandola dalla lista delle malattie mentali.

 

Cos’è l’orientamento sessuale?

Nelle parole dell’American Psychological Association, “l’orientamento sessuale si riferisce a un modello stabile di attrazione emotiva, romantica e/o sessuale verso gli uomini, le donne, o entrambi i sessi”. La prima cosa da notare in questa definizione è che l’orientamento sessuale è un orientamento verso un sesso (maschile, femminile o entrambi), espresso in termini di attrazione emotiva, romantica e/o sessuale. Nello specifico, una persona omosessuale è attratta affettivamente, romanticamente e sessualmente da un individuo dello stesso sesso.

Si evidenza questo aspetto perché talvolta la parola “omosessuale” trae in inganno, richiamando l’attenzione sul solo aspetto della sessualità e trascurando le componenti emotive, affettive, romantiche che sono, invece, parte integrante dell’orientamento. In effetti, l’orientamento sessuale non è sinonimo di attività sessuale, né di comportamento sessuale. Talvolta possono esserci individui che hanno comportamenti omosessuali (pensiamo al mondo della prostituzione maschile, ad esempio) ma che non si riconoscono come omosessuali. In altri casi, possiamo avere individui fortemente o esclusivamente attratti dal proprio sesso che, però, non hanno comportamenti omosessuali (ad esempio perché sono sposati) o alcuna attività sessuale (ad esempio, perché hanno forti sensi di colpa rispetto alla propria omosessualità).

Sebbene sia più semplice classificare le persone come omosessuali, eterosessuali o bisessuali, in realtà la ricerca scientifica ha mostrato fin dagli anni ’50 che l’orientamento sessuale si estende lungo un continuum ai cui estremi ci sono l’omosessualità e l’eterosessualità esclusive. Tra i due poli, ci sono tutte le sfumature di intensità per cui una persona può sentirsi sessualmente, romanticamente e affettivamente più o meno attratta a persone dello stesso sesso o di sesso diverso.

Spesso si sente dire che l’orientamento sessuale sia una caratteristica propria dell’individuo, proprio come l’età o il sesso biologico. Tuttavia, tale rappresentazione abbraccia un punto di vista che è soltanto parziale, in quanto l’orientamento sessuale si definisce anche in termini di relazione con l’altro. Detto in altri termini, le persone esprimono il proprio orientamento sessuale attraverso i comportamenti con gli altri, a partire da azioni apparentemente molto semplici e banali come tenersi per mano o parlare del proprio partner declinando i termini al maschile o al femminile.

L’orientamento sessuale è strettamente legato, quindi, alle relazioni personali attraverso le quali vengono soddisfatti alcuni tra i principali bisogni relazionali quali amore, affetto ed intimità. Non si tratta, quindi, soltanto di un comportamento sessuale che riguarda il singolo individuo e che, pertanto, può essere tenuto per sé. L’orientamento sessuale definisce il gruppo di persone in cui è probabile trovare le relazioni romantiche soddisfacenti ed appaganti che sono una componente essenziale dell’identità personale.

Una precisazione che è bene fare riguarda la distinzione tra orientamento sessuale e identità di genere. Con quest’ultima ci si riferisce alla percezione di se stessi come uomini o donne, come appartenenti al genere maschile o femminile. La maggioranza delle persone gay e lesbiche si percepiscono rispettivamente come uomini e donne e sono a proprio agio con il loro genere corrispondente al sesso biologico.

 

Perché alcune persone sono attratte da persone dello stesso sesso?

Per la stessa ragione per cui altri individui sono attratti da persone del sesso opposto. Questa attrazione, emotiva, romantica e/o sessuale, viene chiamata “orientamento sessuale”. Non è noto cosa determini l’orientamento sessuale, sebbene la ricerca negli ultimi decenni abbia cercato delle spiegazioni psicologiche, sociali, genetiche, ormonali, culturali. Finora non sono emersi risultati che abbiano permesso conclusioni definitive circa il tipo ed il numero di fattori alla base dell’orientamento sessuale. Al momento attuale, quindi, nessuna teoria eziologica è riuscita a raggiungere un livello minimo di verificabilità richiesto dalla scienza per definire vera una teoria. I vecchi pregiudizi secondo cui l’omosessualità sarebbe il frutto di dinamiche familiari disturbate o di un errato sviluppo psicologico non sono più considerati validi. Quello su cui la maggior parte degli scienziati concorda in merito è che non si tratta di una scelta, né di una malattia e non è modificabile in alcun modo. Negli ultimi anni, la ricerca scientifica ha perso molto dell’interesse iniziale volto alla ricerca delle cause dell’omosessualità, in quanto altrettanta attenzione andrebbe data alla ricerca delle cause dell’eterosessualità. Pertanto una ricerca sulle cause dell’omosessualità potrà ambire ad uno status scientifico soltanto se riuscirà a spiegare: lo sviluppo dell’intera sessualità umana; la presenza, all’interno del mondo animale, della tendenza omosessuale; il vantaggio riproduttivo che consente al comportamento omosessuale di non essere eliminato dalla selezione naturale. Per tutte queste ragioni si preferisce parlare dell’omosessualità come di una condizione spiegata dalla combinazione di più variabili bio-psico-sociali, caratterizzati dall’interdipendenza.

 

Come si diventa gay o lesbiche?

In genere l’orientamento sessuale, sia etero che omosessuale, emerge tra la media infanzia e la prima adolescenza. Tuttavia, persone differenti hanno esperienza molto diverse riguardo il proprio orientamento sessuale. Alcuni lo avevano chiaro prima ancora di avere fatto alcuna esperienza sessuale, mentre altri ne hanno avute svariate prima di definirlo. Ci sono persone che arrivano alla piena consapevolezza del proprio orientamento sessuale anche in età adulta. Va considerato però, a tal proposito, che spesso sono i pregiudizi e le discriminazioni a rendere più difficile la consapevolezza e l’accettazione del proprio orientamento sessuale.  Non sono rari, ad esempio, casi di uomini e donne che hanno intrattenuto anche matrimoni con persone del sesso opposto, con le quali hanno avuto figli, salvo poi scoprirsi e/o accettarsi successivamente come gay, lesbiche o bisessuali.

 

L’omosessualità è una scelta?

Non è una scelta, come non è una scelta l’eterosessualità. Qualcuno ricorda di aver scelto a un certo punto di essere eterosessuale o omosessuale? Quello che le persone omosessuali possono scegliere è se accettare il proprio orientamento omosessuale e, quindi, sviluppare un’identità omosessuale serena e assertiva, in cui tutti i diversi aspetti della propria personalità possano convivere in maniera armonica e integrata, o rifiutarlo per pregiudizi di ordine morale, sociale, religioso.

 

C’è una cura per l’omosessualità?

Chiariamo subito che non ci può essere una cura per l’omosessualità, perché l’omosessualità non è una malattia. Chiunque dica il contrario diffonde un pregiudizio privo di valore scientifico. La verità dal punto di vista scientifico è che l’omosessualità è considerata una “variante non patologica del comportamento sessuale”, sia secondo l’Associazione Psichiatrica Americana, sia secondo l’Organizzazione Mondiale della Sanità. Vi sono delle terapie riparative, dette anche “di conversione”, ad opera di centri di ispirazione religiosa, che cercano di “convertire” gli omosessuali all’eterosessualità. Non esistono prove scientifiche che supportino l’efficacia di un trattamento mirato a cambiare l’orientamento sessuale. Sono ben noti invece i rischi potenziali di tale trattamento: tra gli altri, depressione, ansia, comportamento auto-distruttivo. Un simile tipo di terapia parte, infatti, dalla tesi che l’omosessualità sia uno stato non desiderabile (o addirittura una malattia), o che sia indotta da traumi familiari, rinforzando così il senso di odio per se stesso che il paziente omosessuale può già provare. Il termine “riparativo” fu introdotto per la prima volta nel 1983 dalla psicologa inglese Elizabeth Moberly. Essa riteneva che l’attrazione sessuale degli uomini gay verso altri uomini non fosse altro che una strategia inconscia di compensazione della mancanza della figura paterna. Joseph Nicolosi, morto nel 2017, è considerato il padre delle cosiddette “terapie riparative”, fondate su preghiere collettive, counselling pastorali e tecniche sicuramente meno invasive rispetto a quelle utilizzate in passato come l’elettroshock, suggestione ipnotica, terapie aversive o iniezione di farmaci. Tra gli scenari più cruenti vi sono i cosiddetti campi di rieducazione per adolescenti, in cui ragazzi e ragazze che hanno dichiarato la propria omosessualità vengono portati con il consenso dei genitori e sottoposti a durissimi, inutili e dannosi regimi terapeutici, che hanno anche condotto al suicidio.

In teoria è possibile, per una persona fortemente motivata, sopprimere i propri comportamenti sessuali per un periodo, ma, siccome l’orientamento sessuale è un costrutto multi-dimensionale, non è possibile cambiare le emozioni e i desideri di base. Tali terapie riparative fanno leva sull’omofobia interiorizzata dei singoli individui gay e lesbiche e rischiano di provocare gravi danni alla loro salute mentale, impedendo lo sviluppo di una sana identità sessuale. Il loro effetto non fa altro che aumentare il loro senso di inadeguatezza, di colpa e di inferiorità.

L’Ordine degli Psicologi, in Italia, ha più volte ribadito che l’omosessualità non è una malattia, che ritiene gravissime e da respingere le affermazioni diverse da questa, che la comunità scientifica internazionale, a ragione, ha da tempo rigettato le cosiddette terapie di conversione e riparative e infine che tali terapie non solo incentivano il pregiudizio antiomosessuale, ma “screditano le nostre professioni e delegittimano il nostro impegno per l’affermazione di una visione scientifica dell’omosessualità”. Un giusto approccio terapeutico deve invece aiutare il paziente omosessuale ad accettare serenamente il proprio orientamento sessuale e a integrare pienamente tale orientamento nella propria personalità, sviluppando una positiva immagine di sé e superando i pregiudizi anti-gay instillati in lui dalla società.

 

I rapporti sessuali omosessuali sono naturali?

Sì. Per rispondere a tale interrogativo, ci si dovrebbe prima chiedere che cosa è naturale e che cosa invece non lo sia. Sposando l’idea che è naturale ciò che si trova in natura, potremmo dire che l’uomo già di per sé è parte integrante della natura. Ne deriva, quindi che anche i suoi comportamenti, inclusi quelli sessuali, sono naturali. Certo, esistono comportamenti umani discutibili, che possono essere ritenuti giusti o sbagliati, ma in questo caso entrerebbe in gioco la morale che, rispetto alla natura, è ben altra cosa.

Anche se ci si addentra nel mondo animale, per alcuni forse ritenuti più naturali dell’uomo stesso, si possono riscontrare numerosi comportamenti, pratiche sessuali ed affettive tra animali dello stesso sesso. Nel corso degli anni, d’altronde, numerose ricerche ed osservazioni hanno documentato in coppie di animali dello stesso sesso, svariati comportamenti che vanno dai giochi sessuali fino a veri e propri comportamenti genitoriali. Gli animali osservati apparterrebbero a circa 1500 specie, e tra queste sono inclusi insetti, uccelli e mammiferi come ad esempio delfini, pecore, scimmie, leoni, cigni, pinguini, gabbiani, giraffe e libellule. Questi comportamenti sono stati osservati in specie di animali abituati a formare sia coppie monogame come ad esempio i pinguini, sia non monogame come ad esempio i montoni.

Si rimanda ad alcuni link in cui è possibile leggere due famosi casi recenti che hanno intenerito, ma anche fatto discutere molto l’opinione pubblica. Riportiamo il caso della coppia di pinguini maschi dello zoo tedesco, i quali costruivano il nido ogni anno insieme e tentavano di rubare un uovo alle altre coppie di pinguini, finché non gliene è stato donato uno tutto loro, che hanno fatto schiudere e il cui cucciolo hanno cresciuto fino all’allontanamento (sono insieme dal 2005). Riportiamo anche il caso della foto scattata ad una coppia di leoni maschi africani, che le autorità del Kenya hanno detto essere posseduti dal demonio o addirittura essere stati influenzati dai turisti gay:

  • http://www.alleyoop.ilsole24ore.com/2017/11/13/leoni-gay-colpa-dei-turisti-gay-che-danno-il-cattivo-esempio/
  • http://www.105.net/news/tutto-news/241305/un-fotografo-ha-immortalato-due-leoni-gay-in-una-riserva-naturale-in-kenya-lo-scatto-fa-scalpore.html

 

Come si capisce di essere gay o lesbica?

Guardando con sincerità ai propri sentimenti, a cosa si sogna, a chi si trova attraente. Come si capisce di essere eterosessuali? Lo si capisce perché si trovano attraenti le persone dell’altro sesso, si desidera condividere del tempo e delle esperienze, romantiche e sessuali, con qualcuno del sesso opposto. Tuttavia, mentre per gli adolescenti eterosessuali il percorso di scoperta della propria sessualità è incoraggiato dalla società, e quindi è in qualche modo più semplice, per gli adolescenti omosessuali questo è più difficile. Durante l’adolescenza si cominciano a provare con maggiore intensità sensazioni di carattere sessuale. Gli amici e i compagni di scuola possono fare pressioni perché i ragazzi abbiano comportamenti da “macho” e chiedano di uscire alle ragazze. Allo stesso modo queste ultime possono essere spinte dalle proprie amiche a essere “femminili” e a sedurre i ragazzi. Con tutte queste pressioni, può essere pertanto molto difficile avere le idee chiare sui propri sentimenti e a esprimerli con sincerità, quando non sono conformi a quelli del gruppo. Alcuni individui sono molto sicuri dei propri sentimenti omosessuali già nell’adolescenza, mentre altri possono metterci più tempo a capire il proprio orientamento o semplicemente ad accettarlo ed esprimerlo. Per alcuni può, infatti, essere difficile accettarsi e dichiararsi come omosessuali, anche per molto tempo dopo aver capito di esserlo, proprio a causa delle pressioni a cui si sentono sottoposti da parte dei propri amici.

 

Da cosa si riconoscono i gay e le lesbiche?

È impossibile riconoscere le persone gay lesbiche, se non per una piccola parte di individui che presentano caratteristiche e manierismi tipici dell’altro sesso. Nella gran parte dei casi, tuttavia, è impossibile distinguere l’orientamento sessuale di qualcuno semplicemente guardandolo. Purtroppo, l’idea che tutti gli uomini gay siano femminili (o peggio “effeminati”) e che tutte le donne lesbiche siano mascoline, è ancora uno stereotipo molto radicato ai giorni nostri. Così come è radicata l’idea di assumere l’orientamento sessuale gay o lesbico di una persona, a partire dalla sua eventuale violazione dei tradizionali ruoli di genere. Così come gli eterosessuali non si riconoscono da caratteristiche fisiche e comportamentali o dai interessi, lo stesso vale per le persone gay e lesbiche. Non tutti gli uomini etero sono muscolosi e non seguono la moda, né tutte le donne etero amano truccarsi ed essere seduttive. Non tutti gli uomini gay vogliono lavorare nel mondo dello spettacolo e detestano il calcio né tutte le donne lesbiche si interessano ai motori e odiano le scarpe coi tacchi…

…e se anche fosse va bene così!

 

Che cos’è il coming out?

Con il termine “Coming out”, ci si riferisce al processo attraverso cui le persone gay, lesbiche e bisessuali scelgono di rivelare il proprio orientamento sessuale alle altre persone, amici, familiari, colleghi di lavoro, ecc. Esso non va confuso con il termine “Outing”, utilizzato invece per identificare il processo attraverso cui una persona comunica a qualcuno l’orientamento sessuale di qualcun altro. L’espressione “coming out” deriva da un’espressione inglese più lunga, “coming out of the closet”, che letteralmente significa “uscire dall’armadio”, “uscire allo scoperto”.

È un processo che presenta diversi stadi, dalla rivelazione a una sola persona o a pochi intimi, fino all’apertura totale rispetto al proprio orientamento, che dovrebbe portare ad un pieno sviluppo di un’identità integrata. Il coming out e la conseguente formazione di un’identità positiva per le persone gay, lesbiche e bisessuali include sia un processo di costruzione comportamentale (comportamento sessuale, preferenze sessuali, ecc.), sia di costruzione cognitiva (cognizioni relative all’omosessualità, a se stessi e agli altri in quanto persona gay, lesbica o bisessuale, ecc.), sia di costruzione di una consapevolezza emotiva (emozioni e sentimenti provati verso se stessi e verso altre persone dello stesso sesso).

Molte persone faticano a identificarsi come omosessuali, prima di tutto con se stesse, per i pregiudizi omofobici della società. Per questo motivo, si può dire che il primo coming out è quello che si fa verso se stessi, senza il quale non sarebbero possibili tutti gli altri coming out “esterni”.  È un processo che nasce a partire da una presa di consapevolezza circa le proprie emozioni, la propria attrazione verso una persona del proprio stesso sesso. Fare coming out, quindi, non vuol dire esclusivamente intraprendere un processo di comunicazione esteriore, ma significa affermare profondamente la propria identità, in primis a se stessi, e successivamente agli altri significativi.

E, una volta che questa auto-identificazione è avvenuta, molti tendono a non dirlo all’esterno, o almeno a tenerlo riservato in certi ambiti, per paura di venire danneggiati da questa rivelazione. È il caso di adolescenti appartenenti a famiglie molto rigide, che possono temere di venire controllati dai genitori o essere puniti, ad esempio, o di individui che lavorano in ambienti molto conservatori, che possono aver paura di essere licenziati o di subire atti di mobbing. Alcuni scelgono di non dirlo agli amici, per paura dell’isolamento sociale.

È un’esperienza abbastanza comune per le persone gay, lesbiche e bisessuali, sentirsi chiedere se e quando hanno fatto coming out. In realtà, tale domanda nasconde in sé un errore di fondo, ovvero ritenere il coming out un evento unico. Sarebbe, infatti, più opportuno parlare di tanti coming out, in quanto una persona gay, lesbica o bisessuale nel corso della sua vita si troverà a comunicare, in maniera sempre diversa, il proprio orientamento sessuale ad un’imprecisata, ma numerosa, quantità di persone. Le modalità di svelamento di sé, cambieranno man mano che la persona prenderà consapevolezza e accetterà la propria identità sessuale. Con il tempo, sarà sempre meno necessaria una comunicazione esplicita, tipica invece dei primi coming out con gli amici e in famiglia, in cui solitamente un ragazzo o una ragazza prende l’amico, l’amica o il genitore da parte e gli dice “devo dirti una cosa…io sono gay/lesbica”. Con il passare del tempo saranno maggiormente adottate modalità implicite di coming out, ad esempio trovandosi a parlare tranquillamente del proprio compagno durante una conversazione di gruppo, un ragazzo non utilizzerà più parole ed espressioni neutre per nascondere il genere del partner. È chiaro che ciò sarà possibile solo nel momento in cui sarà stato raggiunto un buon livello di integrazione della propria identità.

 

Quali sono le possibili conseguenze positive e negative del Coming Out?

La scelta di fare coming out, non è chiaramente indipendente da fattori culturali, ambientali ed anche personali delle persone gay, lesbiche e bisessuali. Ad esempio, l’orientamento politico conservatore e un ambiente molto religioso sono state identificati come dei forti ostacoli al coming out all’interno della famiglia. Al contrario, l’avere degli amici gay e delle amiche lesbiche e l’avere già una relazione stabile sono considerati dei fattori facilitanti alla scelta di fare coming out in famiglia. Infine anche l’omofobia interiorizzata, ovvero l’insieme di atteggiamenti, emozioni e pensieri negativi verso l’omosessualità che le stesse persone gay e lesbiche hanno interiorizzato dalla società, è stata identificata come un fattore fondamentale nella scelta di fare coming out con i propri genitori. In particolare si è osservato che gli individui con alti livelli di omofobia interiorizzata sono meno propensi a fare coming out ai membri della propria famiglia, rispetto alle persone con bassi livelli di omofobia interiorizzata.

L’accettazione e l’integrazione dell’identità omosessuale all’interno della propria vita favorisce il benessere personale e la salute mentale e fisica. Esattamente come gli eterosessuali, anche gay, lesbiche e bisessuali traggono beneficio dal condividere apertamente le proprie vite e dal ricevere sostegno da parte di parenti, amici e conoscenti. Si sono riscontrati, ad esempio, un aumento dell’autostima, della qualità della vita e della soddisfazione a lavoro, una riduzione dei livelli di ansia, depressione, rabbia, senso di solitudine, un aumento delle risorse di coping e di resilienza. Ci sono anche studi che hanno messo in luce una relazione tra il tenere nascosta la propria identità sessuale e la maggiore comparsa di sintomi somatici come mal di testa, tremori, scarso appetito, perdita di peso, tachicardia, disturbi del sonno, vertigini, fino a vere e proprie patologie fisiche come sinusiti, bronchiti, cancro alla pelle o all’accelerazione della progressione dell’HIV.

Tuttavia, ci sono anche alcuni studi che hanno segnalato alcune conseguenze negative associate al coming out, da un punto di vista sia personale che sociale. In particolare, a causa della maggiore visibilità ed esposizione, ci possono essere rifiuti da parte degli amici e della famiglia, discriminazioni, sentimenti di vittimizzazione e bullismo a scuola, nonché una maggiore presenza di comportamenti a rischio. Tuttavia, le reazioni possono essere molto diverse da famiglia a famiglia. All’inizio i genitori possono preoccuparsi per il benessere del figlio, in quanto membro di una minoranza fortemente stigmatizzata. Inoltre possono avere paura di diventare a loro volta oggetto di quello stesso stigma e tendono perciò a nascondere l’omosessualità del figlio ad amici e parenti. In Italia l’AGEDO (Associazione Genitori di Omosessuali) si occupa di questa materia da diversi anni. Spesso una psicoterapia cognitivo-comportamentale che coinvolga la famiglia può essere di grande aiuto per superare questo momento di forte impatto psicologico ed emotivo, trasformandolo in un’occasione di arricchimento e di crescita per tutti i suoi membri.

 

Quali sono i principali problemi che gay e lesbiche devono affrontare?

Come per gli altri individui, anche per i gay e le lesbiche i problemi possono essere molteplici dal momento che dipendono da fattori quali: età, sesso, stadio di sviluppo personale, grado di scolarizzazione, livello economico e culturale, ecc. Tuttavia, la maggioranza delle persone omosessuali si trova ad affrontare in primo luogo il medesimo problema: quell’insieme di atteggiamenti, pensieri e comportamenti discriminatori a cui diamo il nome di omofobia.

Com’è noto, nonostante i notevoli progressi degli ultimi anni, l’omofobia è ancora molto forte in Italia, a tutti i livelli sociali. Tutto questo si traduce in una grande difficoltà per l’adolescente omosessuale che non trova modelli positivi di riferimento, per l’adulto omosessuale che affronta ogni giorni i diversi problemi professionali, sociali e personali dovuti all’omofobia. Inoltre avviene di frequente che parte di questi messaggi negativi vengano interiorizzati dall’individuo omosessuale, causandogli delle ulteriori difficoltà nel vivere serenamente la propria vita.

 

Che cosa vuol dire LGBT (o GLBT)?

Con l’espressione LGBT si intende Lesbiche/Gay/ Bisessuali/Transessuali. LGBT è, quindi, un acronimo che tenta di rappresentare l’immensa variabilità di persone appartenenti a minoranze sessuali. Le varianti dell’acronimo sono diverse: LGBTQ per includere le persone queer o questioning, LBTQI per includere gli intersessuali, LGBTQA per includere gli asessuali o LGBTQI+ per includere le persone sieropositive. Si potrebbero continuare ad aggiungere tutte le lettere dell’alfabeto, i numeri e le simbologie varie per tentare di includere tutti i tipi di sessualità. Tuttavia, così facendo verrebbero meno la praticità e l’utilizzabilità dell’acronimo. Pertanto, si è proposto di parlare più generalmente di “comunità arcobaleno”, anche se anche tale espressione è stata criticata in quanto darebbe una visione troppo edulcorata che non darebbe giustizia a un movimento protagonista di manifestazioni e battaglie anche forti per l’ottenimento della parità di diritti. Per tale motivo si continua a preferire la versione più classica dell’acronimo, ovvero LGBT sia per indicare gli individui gay, lesbiche, bisessuali e transessuali, sia le tematiche attinenti (possiamo parlare di mondo LGBT, diritti LGBT, lotte del movimento LGBT ecc.).