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Omosessualità e PTSD

Omosessualità e PTSD

Il trauma si definisce come un’esperienza in cui un individuo subisce un danno serio o percepisce un’imminente minaccia di morte o di danno (Shneider et al., 2012). Esso può consistere sia in un singolo evento, che in una serie prolungata e ripetuta di esperienze (Rosenberg, 2000). Le esperienze traumatiche che non vengono opportunamente elaborate e trattate possono portare le persone a sviluppare vari sintomi e disturbi, il principale dei quali è il Disturbo da stress post-traumatico, detto PTSD. Esso generalmente comporta il ricordo dell’evento traumatico attraverso flashback, incubi ed insonnia, disturbi della memoria, l’evitamento di stimoli associati al trauma, ritiro sociale, ecc. Inoltre, esso si accompagna spesso allo sviluppo di altri disturbi quali ansia, depressione o dipendenza da sostanze.

Quando il trauma è cronico, ripetuto nel tempo e si presenta nel contesto delle relazioni (come avviene nei casi di abuso infantile) i sopravvissuti possono sviluppare un quadro sintomatologico denominato Disturbo da stress post-traumatico complesso (CPTSD  – Complex Post-Traumatic Stress Disorder). I traumi interpersonali precoci interferiscono con lo sviluppo del sopravvissuto determinando cambiamenti profondi nella personalità e nella capacità di relazionarsi agli altri (Herman, 2015).

È un dato ormai ben consolidato dalla letteratura scientifica, quello per cui le persone appartenenti a minoranze sessuali, ovvero, gay, lesbiche, bisessuali, transessuali (LGBT),  riportino una frequenza, una severità ed una persistenza di abusi fisici, verbali e sessuali maggiori rispetto alla popolazione eterosessuale (Austin et al., 2008; Balsam et al., 2005; Corliss et al., 2011). Nel corso delle loro vite, le persone LGBT hanno maggiori probabilità di andare in contro ad esperienze di violenza all’interno del loro ambiente sociale, compresi crimini d’odio (Herek, 2009). Nonostante questo dato e la crescente consapevolezza del maggiore rischio che le persone LGBT hanno di sviluppare un PTSD, le ricerche volte all’indagine del PTSD nelle persone appartenenti a minoranze sessuali sono piuttosto limitate.

Le poche ricerche precedenti hanno evidenziato la maggiore prevalenza di PTSD tra la popolazione LGBT rispetto a quella eterosessuale (D’Augelli et al., 2006; Gilman et al., 2001). Tuttavia, la conoscenza di questo dato è viziata da alcuni fattori principali, tra cui rientrano la ridotta presenza di studi che hanno utilizzato campioni rappresentativi, preferendo l’utilizzo di campioni di convenienza, cioè reclutando dei partecipanti non in maniera casuale, oppure utilizzando strumenti di rilevazione dell’orientamento sessuale non sempre attendibili o validi. Uno studio epidemiologico di Roberts et al., (2010), ha cercato di superare questi limiti, andando ad indagare la diffusione potenziale del PTSD nella popolazione residente USA. Il 10,4% delle donne e il 4,3% degli uomini riportavano la presenza di sintomi di PTSD. Tali risultati sono in linea con altri studi epidemiologici che hanno utilizzato i criteri del DSM-IV (Kessler et al., 2005).

Per quanto riguarda le donne lesbiche e bisessuali, esse hanno riportato una prevalenza maggiore di maltrattamento infantile, violenza e abuso interpersonale e altri eventi dannosi o scioccanti rispetto alle donne eterosessuali. La prevalenza dei maltrattamenti infantili nelle donne lesbiche e bisessuali è stata rispettivamente del 27.6% e del 30.5%, praticamente più del doppio rispetto alle partecipanti dello studio eterosessuali (13.1%). Tali differenze si acuiscono ancora di più se si guardano i dati relativi alla violenza interpersonale con la presenza del 60.2% delle donne lesbiche, del 54.1% nelle donne bisessuali e del 26.6% nelle donne eterosessuali, ma soprattutto ai rapporti sessuali contro la propria volontà, per i quali le percentuali di donne lesbiche, bisessuali ed eterosessuali che li hanno subiti sono rispettivamente del 44.0%, del 47.0% e del solo 13.4%.

Per quanto riguarda gli uomini gay e bisessuali, nonostante le percentuali riportate siano più basse rispetto alla controparte femminile, le differenze con gli uomini eterosessuali permangono. Infatti le violenze sessuali subite da uomini gay e bisessuali sono rispettivamente del 12.7% e del 18.0%, rispetto al 2.2% degli uomini eterosessuali. Le percentuali della violenza interpersonale sono del 50.69%, 31.05% e 24.95% rispettivamente per uomini gay, bisessuali ed eterosessuali. Anche i maltrattamenti infantili sono maggiori nei partecipanti gay (31.5%) e bisessuali (27.9%), rispetto ai partecipanti eterosessuali (19.8%).

Sono stati suggeriti diversi meccanismi che possono spiegare questa differenza. In primo luogo, le persone appartenenti a minoranze sessuali hanno maggiori probabilità di esibire comportamenti non conformi al proprio genere di appartenenza durante la fanciullezza (Rieger et al., 2008). È stato evidenziato che la non conformità di genere si associa a maggior rischio di vittimizzazione e rifiuto così come ad una minore salute sia mentale che fisica (D’Augelli et al., 2006; Landolt et al., 2004; Skidmore et al., 2006; Gordon et al., 2007; Friedman et al., 2006). Il concetto di non conformità di genere comprende il sentirsi diversi, l’essere visti come diversi, essere chiamati femminuccia o maschiaccio da amici, parenti, genitori o insegnanti, e comprende anche spesso gli sforzi dei genitori volti a scoraggiare i comportamenti non conformi al genere dei figli. I bambini e gli adolescenti LGBT riferiscono di avvertire una non conformità di genere in media intorno agli 8 anni, anche se il range varia dai 3 ai 18 anni.

Le risposte negative da parte dei genitori verso la non conformità di genere dei propri figli potrebbero essere dovute al timore che essi possano diventare gay o lesbiche. Queste precoci esperienze di differenze, di etichettamento, di critiche da parte degli altri e di vittimizzazione possono essere considerate dei veri e propri traumi e infatti le risposte percepite dei pari e dei genitori alla non conformità di genere infantile, sono state correlate allo stato di salute mentale attuale delle persone. Brown ha notato che persino nelle famiglie dove non vi è un abuso esplicito, i commenti negativi generalizzati sull’omosessualità possono essere vissuti come traumatici dai bambini che si scopriranno essere gay o lesbiche.

Un secondo meccanismo che potrebbe spiegare la più alta incidenza di PTSD nelle persone appartenenti alle minoranze sessuali, potrebbe riguardare il fatto che le persone LGBT esperiscono un maggiore isolamento sociale, con aumento dello stress dovuto alla percezione di se stessi come persone appartenenti ad un gruppo minoritario e stigmatizzato (Gold et al., 2007; Radcliffe et al., 2007). Molte persone LGBT interiorizzano gli atteggiamenti, le credenze, i pregiudizi, le stigmatizzazioni e le opinioni discriminatorie della società nei confronti dell’omosessusalità portandole a vivere emozioni e sentimenti negativi rispetto alla propria identità sessuale quali ansia, disgusto, avversione, rabbia, paura e disagio. Questa condizione prende il nome di omofobia interiorizzata https://www.istitutobeck.com/omofobia-interiorizzata-omosessuale (Meyer, 1995). Un’inchiesta abbastanza recente condotta nelle scuole su circa 500 studenti e insegnanti, svolta da Arcigay e finanziata dalla UE, ha mostrato che il 53% sente pronunciare spesso o continuamente parole offensive come “finocchio” e a più del 10% degli studenti capita di vedere spesso o continuamente un ragazzo deriso, offeso o aggredito a scuola a causa del suo orientamento sessuale reale o presunto, e raramente qualcuno interviene a difesa della vittima. Spesso i professori non se ne accorgono visto che l’83,6% afferma di non aver mai assistito ad episodi del genere (Arcigay, 2007). Altri meccanismi utili a comprendere la maggiore prevalenza di PTSD nella popolazione LGBT, sono legati all’isolamento sociale e allo stress da esso provocato, come ad esempio il maggior utilizzo di sostanze (Marshal et l., 2008) o le minori risorse per fronteggiare gli eventi traumatici, quale appunto la mancanza di supporto sociale (Ueno, 2005; Williams et al., 2005).

Ovviamente, la maggioranza delle persone gay, lesbiche e bisessuali sono dotate di una buona salute mentale. Tuttavia, considerando le alte percentuali di esperienze traumatiche vissute da molte persone LGBT, si rende necessaria una maggiore presa di consapevolezza da parte di tutti i professionisti che operano nel campo della salute mentale. Non è possibile fare a meno di indagare ed esplorare queste eventuali esperienze, non certo perché da queste possa essersi in qualche modo originato l’orientamento sessuale dell’individuo, bensì perché la loro elaborazione è utile e necessaria al fine di raggiungere la miglior risoluzione di qualsiasi altro tipo di disturbo, il cui trattamento, altrimenti, ne potrebbe essere inficiato. Riconoscendo e comprendendo, inoltre, le modalità in cui operano l’omofobia sociale e interiorizzata, psicologi e psicoterapeuti possono agire in modo attivo, con tecniche specifiche, per aiutare i propri pazienti a ricostruire un’immagine positiva di se stessi rifondando l’autostima e superando il trauma. Infine, riflettendo e superando le emozioni negative, quali colpa e vergogna, che hanno in qualche modo avvolto le loro vite, le persone LGBT potranno vivere più serenamente la loro identità sessuale, avendo anche una minore paura del rifiuto e dell’abbandono

Bibliografia

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