Omosessualità e PTSD

Omosessualità e PTSD

Omosessualità e PTSD

Nel linguaggio comune si parla di trauma come di un’esperienza opprimente, soverchiante, in grado di alterare la vita dell’individuo, uno spartiacque che separa nettamente il “prima” dal “dopo” (Montano, Borzì, 2019). Esso può consistere sia in un singolo evento, sia in una serie prolungata e ripetuta di esperienze.

Le esperienze traumatiche che non vengono opportunamente elaborate e trattate possono portare le persone a sviluppare vari sintomi e disturbi, il principale dei quali è il Disturbo da stress post-traumatico, detto PTSD. Esso generalmente comporta il ricordo dell’evento traumatico attraverso flashback, incubi ed insonnia, disturbi della memoria, l’evitamento di stimoli associati al trauma, ritiro sociale, ecc. Inoltre, esso si accompagna spesso allo sviluppo di altri disturbi quali ansia, depressione o dipendenze.

Quando il trauma è cronico, ripetuto nel tempo e si presenta nel contesto delle relazioni (come avviene nei casi di abuso infantile) i sopravvissuti possono sviluppare un quadro sintomatologico denominato Disturbo da stress post-traumatico complesso (CPTSD  – Complex Post-Traumatic Stress Disorder). I traumi interpersonali precoci interferiscono con lo sviluppo del sopravvissuto determinando cambiamenti profondi nella personalità e nella capacità di relazionarsi agli altri.

Bassi livelli di benessere psicologico e alti livelli di disagio sono particolarmente comuni tra gli adulti che si identificano come lesbiche, gay o bisessuali in confronto ai propri corrispettivi eterosessuali.

L’Institute of Medicine (2011) e Healthy People 2020 hanno evidenziato che, mediamente, gli individui LGB sono esposti a un numero superiore di fattori di rischio, per la salute sia mentale sia fisica, rispetto alle persone eterosessuali. Tali fattori di rischio comprendono maggiore esposizione ad aggressioni fisiche e verbali, abusi sessuali e bullismo omofobico, nonché discriminazione da parte delle istituzioni che si manifesta, ad esempio, nella privazione dei diritti sociali garantiti agli eterosessuali e nella presenza di maggiori ostacoli che impediscono il raggiungimento di obiettivi personali, accademici e professionali (Montano, Borzì, 2019).

Molte persone LGBT interiorizzano gli atteggiamenti, le credenze, i pregiudizi, le stigmatizzazioni e le opinioni discriminatorie della società nei confronti dell’omosessualità portandole a vivere emozioni e sentimenti negativi rispetto alla propria identità sessuale quali ansia, disgusto, avversione, rabbia, paura e disagio. Questa condizione prende il nome di omofobia interiorizzata (Meyer, 1995).

Al di là delle conseguenze estremamente negative associate all’omofobia interiorizzata, per alcune persone il vivere in un contesto che le discrimina sulla base del loro orientamento sessuale può assumere delle connotazioni decisamente traumatiche, ossia i suoi effetti possono essere assimilabili, quanto a cronicità e gravità, a quelli di altre esperienze generalmente riconosciute  come “traumi”. In letteratura, si usa la dicitura Homophobia-Related Trauma, trauma associato all’omofobia, o Discrimination-Related Trauma, trauma legato alla discriminazione, come termine ombrello che abbraccia tutte quelle esperienze a impatto traumatico a cui le persone LGB sono esposte unicamente per via del loro orientamento sessuale e che, secondo alcuni studi, condurrebbero a diversi quadri psicopatologici, tra cui il PTSD (Montano, Borzì, 2019).

Un altro fattore di rischio che non riguarda esclusivamente le persone lesbiche, gay e bisessuali, ma anche, ad esempio gli individui transgender o coloro che non riconoscono una visione binaria del genere, è la cosiddetta non conformità di genere (gender non conformity) o atipicità di genere (gender atipicality). Un crescente corpus di letteratura indica che la manifestazione di comportamenti non conformi al genere assegnato alla nascita costituisce un elemento di vulnerabilità per l’abuso fisico ed emotivo. Molti studi, infatti, hanno evidenziato un’associazione tra non conformità di genere e alta probabilità di sviluppare il PTSD (Montano, Borzì, 2019).

Il concetto di non conformità di genere comprende il sentirsi diversi, l’essere visti come diversi, essere chiamati femminuccia o maschiaccio da amici, parenti, genitori o insegnanti, e comprende anche spesso gli sforzi dei genitori volti a scoraggiare i comportamenti non conformi al genere dei figli. I bambini e gli adolescenti LGBT riferiscono di avvertire una non conformità di genere in media intorno agli 8 anni, anche se il range varia dai 3 ai 18 anni.

Le risposte negative da parte dei genitori verso la non conformità di genere dei propri figli potrebbero essere dovute al timore che essi possano diventare gay o lesbiche. Queste precoci esperienze di differenze, di etichettamento, di critiche da parte degli altri e di vittimizzazione possono essere considerate dei veri e propri traumi e, infatti, le risposte percepite dei pari e dei genitori alla non conformità di genere infantile, sono state correlate allo stato di salute mentale attuale delle persone.

Health Care Stereotype Threat (HCTS)

Oltre al maggior rischio di sviluppare problemi di salute fisica e mentale a causa delle esperienze di discriminazione e rifiuto vissute durante infanzia e adolescenza (e continuate in età adulta), le persone LGBT vivono minori possibilità di accesso ai contesti di cura e assistenza rispetto alla popolazione generale. Questo fenomeno si lega al timore di poter vivere delle rivittimizzazioni da parte del personale sanitario e di assistenza, e prende il nome di Health Care Stereotype Threat (HCTS). La reticenza a usufruire di assistenza fa sì che aumenti la sintomatologia depressiva e che ci sia una minor possibilità di poter ricevere diagnosi tempestive e cura.

Ovviamente, la maggioranza delle persone gay, lesbiche e bisessuali sono dotate di una buona salute mentale. Tuttavia, considerando le alte percentuali di esperienze traumatiche vissute da molte persone LGBT, si rende necessaria una maggiore presa di consapevolezza da parte di tutti i professionisti che operano nel campo della salute mentale. Non è possibile fare a meno di indagare ed esplorare queste eventuali esperienze, non certo perché da queste possa essersi in qualche modo originato l’orientamento sessuale dell’individuo, bensì perché la loro elaborazione è utile e necessaria al fine di raggiungere la miglior risoluzione di qualsiasi altro tipo di disturbo, il cui trattamento, altrimenti, ne potrebbe essere inficiato. Riconoscendo e comprendendo, inoltre, le modalità in cui operano l’omofobia sociale e interiorizzata, psicologi e psicoterapeuti possono agire in modo attivo, con tecniche specifiche, per aiutare i propri pazienti a ricostruire un’immagine positiva di sé stessi. Infine, riflettendo e superando le emozioni negative, quali rabbia, colpa e vergogna, che hanno in qualche modo avvolto le loro vite, le persone LGBT potranno vivere più serenamente la loro identità sessuale, avendo anche una minore paura del rifiuto e dell’abbandono.

Riferimenti bibliografici

  • Austin SB, Roberts AL, Corliss HL, Molnar BE. Sexual violence victimization history and sexual risk indicators in a community-based urban cohort of ‘‘mostly hetero- sexual’’ and heterosexual young women. Am J Public Health. 2008;98(6):1015–1020.
  • Eckstrand, K. L., Potter, J., (2017). Trauma, Resilience, and health promotion in LGBT patients: what every healthcare provider should know. Spriger.
  • Herman, J. (2015). Trauma and Recovery. The aftermath of violence – From domestic abuse to political terror. Basic Books
  • Meyer IH. Minority stress and mental health in gay men. J Health Soc Behav. 1995;36(1):38–56.
  • Montano, A., Borzì, R. (2019). Manuale di intervento sul trauma. Comprendere, valutare e curare il PTSD semplice e complesso. Erickson
  • Radcliffe J, Fleisher CL, Hawkins LA, et al. Post- traumatic stress and trauma history in adolescents and young adults with HIV. AIDS Patient Care STDS. 2007;21(7):501–508.
  • Rieger G, Linsenmeier JA, Gygax L, Bailey JM. Sexual orientation and childhood gender nonconformity: evidence from home videos. Dev Psychol. 2008;44(1): 46–58.

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