Dipendenza sessuale nei gay

Dipendenza sessuale nei gay

Cos’è la dipendenza sessuale

Prima di entrare nel merito di come la dipendenza sessuale assuma specifiche caratteristiche all’interno della popolazione gay, è opportuno descrivere brevemente cosa si intende quando parliamo di dipendenza sessuale.

La dipendenza sessuale rientra nella categoria delle dipendenze comportamentali in quanto la persona “dipende” da uno specifico comportamento: in questo caso il comportamento sessuale.

Nello specifico, i comportamenti che possono diventare oggetto di dipendenza sessuale sono:

  • masturbazione
  • promiscuità sessuale
  • ricerca di partner sempre diversi
  • uso di pornografia e chat erotiche
  • pratiche feticiste
  • zoofilia
  • necrofilia
  • frequentazione di specifici club e locali
  • sesso a pagamento
  • molestia sessuale
  • pedofilia
  • avere fantasie sessuali
  • avere rapporti sessuali
  • voyeurismo
  • frotteurismo
  • pratiche di tipo sadomasochistico
  • collezione di materiale a carattere pornografico e/o pedopornografico
  • uso di sex toys e sex doll
  • esibizionismo
  • qualsiasi altro comportamento che abbia come fine la ricerca del piacere di tipo sessuale.

Da un punto di vista diagnostico, se il DSM-5 non identifica la dipendenza sessuale come un disturbo, l’ICD-11 include nella sezione dei Disturbi da Controllo degli Impulsi il Disturbo da Comportamento Sessuale Compulsivo (CSBD), definendolo come “un disturbo caratterizzato da un’incapacità nel controllo degli impulsi sessuali intensi e ripetitivi i quali sfociano in comportamenti sessuali ripetuti. I sintomi possono includere il fatto che le attività sessuali diventino centrali nella vita della persona al punto da trascurare la salute, la cura personale o altri interessi. Sono presenti numerosi insuccessi negli sforzi di ridurre i comportamenti e il continuo ricorso al comportamento sessuale nonostante le conseguenze avverse o un azzeramento della soddisfazione da esso”.

È necessario, inoltre, che questi comportamenti:

  • siano presenti in modo intrusivo e causino disagio o interferiscano con la vita sociale, professionale, relazionale e/o legale del soggetto;
  • si verifichino da almeno 6 mesi;
  • non siano meglio spiegati dall’uso di sostanze, da malattie psichiatriche (ad esempio disturbi di personalità o episodi maniacali nel disturbo bipolare) o da altre condizioni mediche come il sonnambulismo sessuale (sleep sex).

La sessualità nella comunità gay

Quando si parla di sessualità nella comunità gay, e più in generale in quella LGBT, è necessario considerare il contesto in cui questa si è trovata, e si trova tutt’ora, a reclamare il proprio diritto di esistere. In una realtà carica di pregiudizi e credenze omofobe, la popolazione gay ha trovato il proprio spazio all’interno di una “bolla” definita da una serie di spazi (spiagge, bar, saune, cinema, librerie, parchi ed eventi specifici) all’interno dei quali le persone potevano vivere la propria sessualità senza la paura di essere giudicate, denunciate, maltrattate o uccise (Montano et al.; 2021).

Nel corso degli anni, la nascita di una serie di movimenti di liberazione e di rivendicazione dei diritti della comunità LGBT ha portato a una graduale apertura e a una ritrovata libertà sessuale, in opposizione a tutti quei pregiudizi e agli atteggiamenti giudicanti e repressivi vissuti fino ad ora.

Ciò, inevitabilmente, ha continuato a scontrarsi con le idee e gli atteggiamenti caratterizzanti il contesto eterosessista in cui i gay si trovano a vivere. Si sono andate così a strutturare una serie di credenze che colpiscono il mondo gay e LGBT. Se prima le credenze principali erano del tipo “i gay hanno l’AIDS”, “gay e lesbiche non possono fare effusioni in pubblico” e “i gay sono maschi mancati”, ora, in seguito all’emergere e all’affermarsi della sessualità LGBT, se ne sono affiancate di nuove, quali ad esempio: “essere gay significa fare sesso con molti uomini”, “i gay fanno sesso promiscuo”, “i gay hanno più possibilità di fare sesso”.

All’interno di una dipendenza sessuale, queste credenze rappresentano un vero e proprio ostacolo per chi mette in atto il comportamento compulsivo in quanto impediscono di riconoscere e comprendere le dinamiche della dipendenza sessuale stessa: nel momento in cui la persona gay introietta e fa sue queste credenze (atteggiamento che definisce la cosiddetta omofobia interiorizzata), ha meno possibilità di accorgersi di essere intrappolato in una dipendenza e ha meno opportunità di cambiamento.

Cause e fattori di rischio

Le cause che possono portare allo sviluppo di una dipendenza, sia essa legata all’utilizzo di sostanze o, come nel nostro caso, di tipo comportamentale, sono da rintracciarsi prendendo in considerazione il modello bio-psico-sociale e facendo, perciò, riferimento a fattori di rischio biologico, psicologico e sociale.

Tra i fattori di rischio di tipo biologico troviamo:

  • modifiche strutturali delle connessioni neurali di specifiche aree coinvolte nel meccanismo del rinforzo e della ricompensa;
  • alterazioni neurochimiche nella produzione di neurotrasmettitori quali dopamina, serotonina, endorfina ed epinefrina;
  • elevata produzione di testosterone.

Tra i fattori di rischio psicologico troviamo:

Tra i fattori di rischio di tipo sociale possiamo annoverare:

  • esperienze di rifiuto o respingimento da parte del proprio gruppo sociale di appartenenza;
  • particolari forme di modeling, ossia apprendimento di un dato comportamento attraverso l’osservazione di quest’ultimo;
  • mancanza di supporto da parte di una rete sociale con conseguente esperienza di isolamento.

Dipendenza sessuale e trauma nella popolazione gay

Parlare di dipendenza, sia essa relativa all’uso di alcol e/o sostanze o a uno specifico comportamento, senza parlare di esperienze traumatiche porterebbe a una visione parziale del problema. Quest’aspetto è dunque più che mai importante nel momento in cui ci si trova ad affrontare il tema della dipendenza sessuale all’interno della popolazione gay.

Nel corso della loro vita le persone appartenenti alle minoranze sessuali hanno affrontato continue forme di abuso fisico, sessuale, ed emotivo, sia dentro che fuori il contesto familiare (Braga et al.; 2018). Queste persone sono, perciò, cresciute sentendosi sbagliate e inadeguate, andando incontro a un maggior numero di esperienze traumatiche rispetto alla popolazione generale (Beckam et al.; 2018).

Nello specifico le esperienze traumatiche che hanno a che fare con la popolazione gay e LGBT possono essere raggruppate in 3 categorie:

  1. trauma correlato all’omofobia sociale e interiorizzata (Homophobia-Related Trauma);
  2. trauma correlato alla non conformità di genere o atipicità di genere (Gender non-conformity or Gender atipicality Trauma);
  3. trauma correlato alle esperienze infantili avverse (Adverse-Childhood Experiences-ACEs).

 

  1. Trauma correlato all’omofobia sociale e interiorizzata (Homophobia-Related Trauma)

Fin dall’infanzia, una serie di messaggi negativi, tipici della cultura eterosessista e provenienti perciò dalle cinque maggiori istituzioni (scuola, chiesa, stato, famiglia e media), vengono pervasivamente interiorizzati da parte di ogni persona appartenente a una minoranza sessuale. I gay apprendono così, sulla base dei condizionamenti omofobi provenienti dalla società, a tenere nascosto il proprio orientamento sessuale, in quanto svelarlo potrebbe portare a conseguenze drammatiche su di loro e sulle persone che li circondano.

L’essere stigmatizzati dal contesto di appartenenza e l’interiorizzazione di questo fa sì che le persone gay e LGBT provino, a livello più o meno consapevole, sentimenti negativi e di colpa verso sé stessi, fino ad arrivare a un rifiuto del proprio orientamento sessuale e ad avere un impatto negativo sulla propria salute fisica e mentale (Montano et al.; 2019).

Gli effetti di tutto ciò sono assimilabili, in quanto a gravità e cronicità, a quelli di altre esperienze generalmente riconosciute come trauma (Goodwin; 2014).

  1. Trauma correlato alla non conformità di genere o atipicità di genere (Gender non-conformity or Gender atipicality Trauma)

La non conformità di genere indica il grado in cui gli atteggiamenti, le convinzioni, l’aspetto fisico, il comportamento e gli interessi di un individuo si discostano dalle norme convenzionali relative ai concetti di mascolinità e femminilità (Skinner et al.; 2018).

Si parla in questo caso di persone che, fin dall’infanzia e dall’adolescenza, hanno assunto atteggiamenti, modi di comportarsi, di vestirsi, e di parlare non in linea con quello che la società si aspetterebbe sulla base del loro genere. È, perciò, facile comprendere come questi bambini e adolescenti possano andare incontro ad atti di scherno, derisione, bullismo, violenza e abusi da parte degli altri e, spesso, anche dai propri familiari.

Inoltre, importanti ricerche (Chew et al 2020; McGeough et al.; 2018) affermano come un basso grado di non conformità di genere sembri essere un fattore di rischio per l’insorgenza di comportamenti sessuali a rischio e un fattore predittivo per lo sviluppo di una sintomatologia post-traumatica.

  1. Trauma correlato alle esperienze infantili avverse (Adverse-Childhood Experiences-ACEs)

Con il “termine esperienze avverse infantili” (Adverse-Childhood Experiences-ACEs) si vogliono indicare tutti quegli eventi negativi che possono presentarsi durante l’infanzia e che possono essere suddivisi in 3 categorie:

  • abuso: fisico, sessuale ed emotivo;
  • neglect: fisico, emotivo e violenza domestica assistita;
  • esposizione a contesti familiari disfunzionali: presenza di patologia mentale, condotte di abuso di sostanze, separazione della coppia genitoriale, reclusione di uno dei membri della famiglia.

Persone LGBT sono maggiormente esposte al rischio di essere vittime di queste esperienze e, conseguentemente, a manifestare conseguenze sintomatologiche post-traumatiche che interferiscono con il loro benessere psicofisico e sociale anche in età adulta (Craig et al., 2020).

Il Minority Stress Model

A questo punto è importante fare un accenno al Minority Stress Model di Meyer, sulla base del quale si afferma come tutte le persone appartenenti a una minoranza, nel nostro caso persone appartenenti alla popolazione LGBT, siano maggiormente esposte a fonti di stress, il che porterebbe inevitabilmente a un più alto rischio di sviluppare strategie di coping disfunzionale, problematiche emotive e comportamentali, dipendenza sessuale compresa, e un Disturbo Post-Traumatico da Stress (Meyer et al.; 2013).

Tale modello, seppur formulato nel 1995, è tuttora ampiamente utilizzato, soprattutto nelle fasi di psicoeducazione dei pazienti, al fine di spiegare e comprendere come i disagi psicologici di persone LGBT derivino, non tanto dal loro orientamento sessuale in sé, ma dalla mancanza di connessione tra la persona e le aspettative della società e della cultura dominante.

Trattamento

Il trattamento di una dipendenza sessuale all’interno della popolazione gay, e più in generale LGBT, deve, più che negli altri casi, articolarsi su più livelli: da una parte abbiamo a che fare con una dipendenza, che molto spesso non è altro che una strategia di coping disfunzionale attraverso cui la persona fa fronte ai propri stati dolorosi ed è dunque espressione di problematiche sottostanti; dall’altra parte abbiamo a che fare con una popolazione che, come abbiamo avuto modo di vedere in precedenza, si è scontrata, fin dalla nascita, con numerose e specifiche difficoltà relative all’omofobia sociale e interiorizzata e allo stigma ad essa conseguenti.

Allo stesso modo di altre forme di dipendenza, la Terapia Cognitivo Comportamentale  (TCC) è attualmente uno degli strumenti più efficaci nel trattamento di questa tipologia di disturbo. Comprendere come mai la persona sia spinta a mettere in atto un determinato comportamento prevede l’identificazione di:

  • fattori predisponenti: ossia tutto ciò che indica una vulnerabilità da parte della persona nello sviluppo di un disturbo o nella messa in atto di un comportamento problematico. In questo caso occorre sottolineare ancora una volta quanto, tra questi fattori, uno dei più importanti nel portare la persona a sviluppare una dipendenza sia rappresentato da un’esperienza traumatica, specialmente di neglect e di abuso fisico, sessuale e/o emotivo;
  • fattori precipitanti: i cosiddetti trigger, ossia quelle situazioni, pensieri o emozioni che spingono l’individuo ad agire e a mettere in atto il comportamento;
  • fattori perpetuanti, o di mantenimento: ciò che mantiene il problema nel tempo;
  • fattori protettivi: ossia l’insieme di risorse di cui l’individuo dispone, sia a livello individuale che socio-relazionale, per contrastare la messa in atto del comportamento problematico o per ridurne gli effetti e le conseguenze negative.

  Per far ciò, la TCC utilizza due tipologie di tecniche:

  • tecniche cognitive: che mirano a un riconoscimento e a un’eventuale correzione, da parte del paziente, di quei pattern cognitivi che possono portare la persona ad agire in un determinato modo;
  • tecniche comportamentali: finalizzate all’identificazione, apprendimento e messa in atto di comportamenti alternativi e più funzionali.

La Mindfulness

Negli ultimi anni numerose ricerche hanno dimostrato come interventi di Mindfulness abbiano un effetto protettivo nei confronti del distress psicologico generato dalle discriminazioni generate dall’orientamento sessuale (Lyons; 2016).

Nello specifico, le abilità di Mindfulness, finalizzate a porre attenzione ai propri pensieri, emozioni e comportamenti in maniera consapevole, non giudicante e nel momento presente, permettono alla persona di identificare strategie di coping più funzionali e adattive al fine di fronteggiare i propri vissuti dolorosi.

All’interno di un percorso terapeutico rivestono, perciò, un ruolo importante:

Riferimenti bibliografici

  • Lyons A.; “Mindfulness attenuates the impact of discrimination on the mental health of middle-aged and older gay men”; 2016.
  • Meyer I.H., Frost D.; “Minority stress and the health of sexual minorities”; 2013.
  • Craig S., Austin A., Levenson J., Leung V., Eaton A.; “Frequencies and patterns of adverse childhood events in LGBTQ+”; 2020.
  • Chew D., Tollit M., Poulakis Z., Zwickl S., Cheung A.; “Youths with a non-binary gender identity: a review of theris socio-demographic and clinical profile”; 2020.
  • McGeough B., Sterzing P.; “A systematic review of family victimization experiences among sexual minority youth”; 2018.
  • Skinner O., Kurtz-Costes B., Wood D., Rowley R.; “Pressure for gender conformity, radical centrity, and self-esteem in Africa American adolescent”; 2018.
  • Goodwin E.; “The Long-Term Effect of Homophobia-Related Trauma for LGBT Men and Women”; 2014.
  • Montano A., Borzì R.; “Manuale d’intervento sul trauma”; 2019.
  • Beckam K., Shipherd J., Simpson T., Lehavot K.; “Military sexual assault in transgender veterans: results from a nationwide survey”; 2018.
  • Braga I., Oliveira W., Silva J., Mello F.; “Family violence against gay and lesbian adolescents and young people. A qualitative study”; 2018.
  • Slavin M., Scoglio A., Blycker G., Potenza M., Kraus S.; “Child Sexual Abuse and Compulsive Sexual Behaviour: A Systematic Literature Review”; 2021.
  • Montano A., Rubbino R.; “Manuale di psicoterapia per la popolazione LGBTQIA+”; 2021.
  • Kraus S., Krueger R., Briken P.; “Compulsive sexual behaviour disorder in the ICD-11”; 2018.

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