Attacchi di panico (Disturbo di panico)

Cosa sono gli attacchi di panico?

L’attacco di panico è definito come un episodio breve ma estremamente intenso di ansia, durante il quale si manifesta una risposta di attivazione fisiologica acuta che raggiunge il picco entro pochi minuti (massimo 20).

Durante l’episodio, il soggetto prova un’improvvisa sensazione di catastrofe imminente, accompagnata da manifestazioni neurovegetative quali palpitazioni, sudorazione, tremori e, talvolta, esperienze di depersonalizzazione o derealizzazione (American Psychiatric Association, 2013; Craske & Stein, 2016).

Studi recenti evidenziano come alterazioni nella connettività delle aree limbiche e disfunzioni nei sistemi di regolazione emotiva possano contribuire alla vulnerabilità agli attacchi di panico (Gorman, 2014).

Sintomi

I sintomi fisici, cognitivi e dissociativi più comuni includono:

  • Sintomi fisici: sensazioni di sbandamento, palpitazioni, tachicardia, sudorazione, tremori, parestesie, dispnea o soffocamento, sensazione di asfissia, dolore o fastidi al petto, nausea e disturbi addominali, brividi o vampate di calore, visione offuscata o sensazione di svenimento.
  • Sintomi cognitivi paura di perdere il controllo, di impazzire, di morire, confusione mentale, pensieri catastrofici, difficoltà di concentrazione o distorsione della percezione del tempo.
  • Sintomi dissociativi: derealizzazione (sensazione che ciò che ci circonda non sia reale), depersonalizzazione (sensazione di essere distaccati da sé stessi o di osservare il proprio corpo dall’esterno).

La letteratura recente sottolinea inoltre un fenomeno di iper-vigilanza interocettiva, per cui il soggetto monitora costantemente le proprie sensazioni corporee, amplificandone la percezione e contribuendo così al circolo vizioso del panico (Craske et al., 2014).

Quali sono le caratteristiche di un Disturbo di panico?

Quando gli attacchi di panico sono ricorrenti, si parla di “Disturbo di panico”.

Quando gli attacchi di panico si ripetono in maniera inaspettata, si parla di Disturbo di Panico. Dopo aver vissuto un episodio, l’individuo sviluppa una “paura della paura”, accompagnata da un’ansia anticipatoria che può portare a significativi comportamenti di evitamento. Questo stato di continua preoccupazione per possibili recidive preoccupazione deve avere durata superiore a un mesee deve compromettere diversi ambiti della vita quotidiana (familiare, sociale e lavorativo) (American Psychiatric Association, 2013; Craske et al., 2014).
Le ricerche attuali evidenziano che il disturbo di panico è spesso associato a condizioni comorbide, come la depressione e l’agorafobia, complicando ulteriormente il quadro clinico (Stein & Sareen, 2015).

Ansia anticipatoria

È una condizione caratteristica del disturbo da attacchi di panico in cui è presente un’ansia molto elevata alla sola idea di dover affrontare, in un futuro più o meno lontano, alcune situazioni temute (allontanamenti da casa, viaggi, guida, rimanere da soli, andare al cinema, al ristorante, presentare un lavoro a un congresso, ecc.).

Le persone, dunque, provano ansia anticipatoria di fronte alla possibilità di affrontare situazioni temute o rispetto all’eventualità di avere un altro attacco di panico, sperimentando così la “paura della paura”, ovvero il timore di riprovare le sensazioni fisiche interne, percepite come pericolose che precedentemente le hanno tanto spaventate.

L’ ansia anticipatoria, inoltre, è alla base dell’evitamento, cioè della tendenza a sfuggire tutte le situazioni temute che caratterizza le persone con disturbo da attacchi di panico e che ne determina la limitazione della vita sociale e lavorativa. Per esempio, un individuo con Ansia anticipatoria potrebbe vivere la notizia di un imminente viaggio di lavoro da effettuare da solo come intollerabile. Potrebbe quindi inventare una malattia, un impedimento o una scusa che, nonostante gli procuri un momentaneo sollievo dall’Ansia perchè ha evitato il temuto pericolo, a lungo termine porterà un aggravamento del disturbo, oltre che una profonda insoddisfazione, autosvalutazione e tristezza per aver perso un’occasione lavorativa e non essersi messo in gioco, e per la valutazione della sua risposta ansiosa come un nemico ineluttabile.

Iperventilazione

L’iperventilazione (cioè respirare con una frequenza e/o con una profondità eccessiva rispetto alle esigenze dell’organismo) è una componente della reazione di attacco o fuga che gioca un ruolo molto importante nel determinare i livelli di attivazione nel corpo e contribuisce ad aumentare l’ansia. L’incremento della frequenza degli atti respiratori, mediante inspirazioni ed espirazioni molto rapide, produce delle modificazioni fisiologiche e dei sintomi che possono spaventare.

Questi peggiorano o si aggiungono a quelli già sperimentati durante gli attacchi di panico, nonostante non siano dannosi e scompaiano appena si smette di iperventilare.

L’iperventilazione produce uno squilibrio nei rapporti tra ossigeno e anidride carbonica, riducendo notevolmente quest’ultima, condizione nota come ipocapnia.

Un livello lieve di iperventilazione produce:

  • vertigini
  • sensazione di testa leggera
  • sensazione di stordimento
  • sensazione di irrealtà e di stranezza del proprio corpo
  • sensazione di confusione
  • perdita di giudizio critico

Un eccesso di respirazione più prolungato o vigoroso produce:

  • intorpidimento
  • bocca e gola secche
  • sensazione di formicolio alle mani, piedi, viso
  • sudorazione
  • tachicardia
  • tintinnii alle orecchie

Stai respirando eccessivamente se:

  • respiri troppo velocemente (a riposo più di 14 respiri al minuto)
  • respiri troppo profondamente (si espande molto la cassa toracica e poco la pancia)
  • sospiri o sbadigli più degli altri
  • boccheggi e/o ansimi a bocca aperta
  • mantieni la bocca aperta o fai respiri profondi quando devi svolgere delle attività
  • respiri eccessivamente quando fai troppe cose e/o troppo in fretta
  • respiri eccessivamente dopo aver fumato, aver bevuto troppi alcoolici e/o caffè
  • hai tremori
  • hai sensazioni di irrealtà, panico e paura

Un eccesso respiratorio ancora più vigoroso e prolungato può causare:

  • crampi muscolari
  • forti dolori e tensioni toraciche
  • rigidità ad artiglio di mani e piedi
  • sensazione di mancanza d’aria (tale sensazione è tra le più temute e può indurre a respirare ancora più profondamente peggiorando i sintomi

Cause e Prevalenza

Le cause degli attacchi di panico e del disturbo di panico sono multifattoriali e includono:

  • Predisposizione genetica: alcune evidenze indicano una vulnerabilità ereditaria all’ansia e agli attacchi di panico.
  • Fattori ambientali e di apprendimento: esperienze precoci, traumi o stili di attaccamento caratterizzati da iperprotezione possono condizionare la percezione del mondo come minaccioso (Roy-Byrne et al., 2009).
  • Stress e fattori scatenanti: eventi stressanti (cambiamenti lavorativi, traslochi, perdite importanti) possono innescare o esacerbare la sintomatologia.

Attualmente, la prevalenza stimata del disturbo di panico è compresa tra il 5% e il 7% della popolazione, con una maggiore incidenza tra i giovani adulti; l’accesso alle tecnologie digitali sta inoltre favorendo nuove modalità di screening e diagnosi (Stein & Sareen, 2015).

Quanto è diffuso?

Gli attacchi di panico sono molto diffusi, soprattutto tra i giovani. Si stima che circa il 30% della popolazione urbana soffrirà, almeno una volta nella propria vita, di un attacco di panico.

Chi ha un attacco di panico spesso si domanda: “Perché ho gli attacchi di panico? Perché a me? Perché ora?”.

Le risposte possono essere trovate in tre fattori, che a volte agiscono insieme:

  1. Alcuni di noi hanno una predisposizione geneticaall’ansia e agli attacchi di panico.
  1. Alcune circostanze e l’ambiente familiare in cui siamo cresciuti possono averci insegnato che il mondo è un posto pericoloso, che non siamo adeguati ad affrontarlo, ecc. Ad esempio, traumi come la malattia o la morte di un genitore o di un familiare possono creare questo tipo di vulnerabilità all’ansia. Anche i bambini che hanno avuto dei genitori iperprotettiviche, quindi, hanno involontariamente rinforzato il loro senso di vulnerabilità, da adulti potranno provare più ansia di altri.
  1. Lo stressche possiamo incontrare in una determinata fase di vita e che non riusciamo a gestire. Può succedere che il normale livello d’ansia con cui tutti noi nasciamo possa aumentare ed esplodere in episodi di panico, più o meno intensi, a seguito di un evento stressante. L’ansia, infatti, se molto intensa, potrebbe crescere e superare la soglia oltre la quale si genera un vero e proprio attacco di panico.
Attacchi di panico

Ecco un breve elenco di fattori stressanti:

  1. Prendere o cambiare lavoro
  2. Trasferirsi lontano da casa
  3. Comprare una casa
  4. Sposarsi
  5. Avere un figlio
  6. Sentirsi intrappolati in matrimoni sbagliati o altre situazioni
  7. Morte o malattia di qualcuno che amiamo
  8. Grave depressione
  9. Un periodo prolungato di stress associato a incertezza circa la propria o altrui salute, stabilità finanziaria e carriera
  10. Piccoli cambiamenti, anche positivi, concentrati in un breve lasso di tempo

Conseguenze e Comportamenti di Evitamento

La paura di ricadute induce spesso il soggetto a evitare situazioni o ambienti ritenuti potenzialmente scatenanti, creando una serie di comportamenti di evitamento e rituali di sicurezza (ad esempio, evitare di guidare o frequentare luoghi affollati).

Coloro che soffrono di attacchi di panicocercano di fuggire il prima possibile dalla situazione o dagli individui che provocano loro ansia o malessere: evitano situazioni simili nel futuro (evitamento), mettono in atto meccanismi che li rassicurano (comportamenti e rituali protettivi) ed esercitano attenzione selettiva rispetto alle proprie manifestazioni corporee.

Evitamento: evitare tutti i posti temuti, gli oggetti e le attività che pensiamo potrebbero causare un attacco di panico, ad esempio guidare, prendere la metropolitana, portare i bambini in posti affollati, volare, incontrare un amico in un posto chiuso, andare al ristorante, iscriversi a un corso, in palestra, andare a una festa, fare una riunione di lavoro, andare dal medico o dal dentista, andare al centro commerciale o al supermercato, chiedere informazioni a un impiegato. Dal momento che, nel caso del disturbo di panico, ciò che si teme di più sono le proprie sensazioni fisiche, si tenderà a evitare anche tutte quelle attività o sostanze che aumentano l’attivazione fisiologica dell’organismo. Non si berranno più caffè o bevande eccitanti, si eviterà l’attività fisica o sessuale, si prediligerà uno stile di vita riposante e all’insegna della prudenza.

Comportamenti e rituali protettivi: le persone spesso sviluppano un proprio modo di fare le cose che pensano le possa proteggere dall’insorgenza di un episodio di panico. Questi comportamenti danno un sollievo temporaneo ma, a lungo andare, mantengono il disturbo. Ad esempio, portare con sé una bottiglia di acqua o dei farmaci, chiamare qualcuno, farsi accompagnare, fare spese solo nei posti dove è possibile vedere l’uscita, sedersi sempre all’estremità della fila vicino all’uscita di emergenza, comprare meno di 10 oggetti per usare le casse veloci, ecc. A volte, alcuni gesti possono essere quasi delle superstizioni, come portare un corno con sé o toccare legno, ma in realtà non fanno altro che rinforzare il senso di vulnerabilità e di insicurezza.

Chi ha già avuto degli attacchi di panico è spaventato all’idea di averne altri: presta così attenzione a tutti i possibili segnali corporeiche potrebbero indicare l’imminente arrivo di una crisi. Il porre attenzione selettivamentea queste sensazioni, in realtà, porterà a un abbassamento della soglia sensoriale, ovvero il paziente le percepirà più facilmente e più intensamente. Questi comportamenti, se protratti, non solo limitano la qualità della vita, ma mantengono e rafforzano il disturbo, poiché il paziente diventa iperattento ai segnali corporei e conferma, in modo errato, l’interpretazione catastrofica dei sintomi (Craske & Stein, 2016; Gorman, 2014).

La biologia degli attacchi di panico

Negli ultimi anni, la ricerca scientifica ha chiarito importanti aspetti sui meccanismi alla base degli attacchi di panico. Questi episodi, caratterizzati da improvvisi e intensi stati di paura, sembrano derivare da alterazioni nel modo in cui il cervello gestisce le emozioni e lo stress.

Cosa succede nel cervello durante un attacco di panico?

Quando si verifica un attacco di panico, alcune aree del cervello si attivano in modo anomalo. Una delle principali responsabili è l’amigdala, una piccola struttura cerebrale coinvolta nella gestione della paura e dell’ansia. Nei soggetti con disturbo di panico, questa regione risulta iperattiva, portando a reazioni di paura eccessive e incontrollate. Allo stesso tempo, la corteccia prefrontale, che normalmente aiuta a regolare le emozioni, non riesce a intervenire in modo efficace (Zwanzger et al., 2012; Dresler et al., 2012).

Il ruolo della genetica e dei neurotrasmettitori

Oltre alle alterazioni cerebrali, anche la genetica e la chimica del cervello giocano un ruolo fondamentale. Studi recenti hanno dimostrato che livelli ridotti del brain-derived neurotrophic factor (BDNF), una proteina che aiuta la crescita e il funzionamento dei neuroni, possono contribuire allo sviluppo del disturbo di panico (Shafiee et al., 2023). Inoltre, variazioni genetiche come il polimorfismo Val66Met sono state collegate a una maggiore predisposizione all’ansia (Chu et al., 2022).

Anche i neurotrasmettitori, ossia le sostanze chimiche che trasmettono segnali nel cervello, influenzano il disturbo di panico. Una ridotta disponibilità di serotonina, un neurotrasmettitore noto per il suo effetto calmante, può contribuire all’insorgenza di attacchi di panico. Inoltre, bassi livelli di GABA, un altro neurotrasmettitore con effetti rilassanti, sono stati riscontrati in persone affette da questo disturbo (Maron & Shlik, 2005; Goddard et al., 2001).

Il legame tra stress, ormoni e attacchi di panico

Un altro elemento chiave nella comprensione degli attacchi di panico è il sistema dello stress. Il nostro corpo risponde alle situazioni di pericolo attraverso l’asse ipotalamo-ipofisi-surrene (HPA), che regola il rilascio di cortisolo, noto come “ormone dello stress”. Nei pazienti con disturbo di panico, questa risposta risulta alterata, portando a una maggiore sensibilità agli stimoli stressanti e aumentando la probabilità di episodi di panico (Erhardt et al., 2006).

Il ruolo della respirazione e della sensibilità ai cambiamenti corporei

Molti pazienti con disturbo di panico riferiscono di avvertire sensazioni fisiche intense, come respiro affannoso o senso di soffocamento, che possono scatenare un attacco. Studi hanno dimostrato che alcune persone hanno una maggiore sensibilità all’anidride carbonica (CO2), il che può portare il cervello a interpretare erroneamente un lieve aumento della CO2 come un segnale di pericolo, scatenando così il panico (Bailey et al., 2003; Preter & Klein, 2008). Inoltre, il sistema nervoso autonomo, che controlla funzioni come la respirazione e il battito cardiaco, sembra essere iperattivo nei soggetti con disturbo di panico, contribuendo a sintomi come tachicardia e iperventilazione (Nakamura et al., 2013).

Trattamento

Trattamento: Terapia Cognitivo-Comportamentale e Farmaci

La Terapia Cognitivo-Comportamentale (CBT) rappresenta il trattamento di prima scelta per il disturbo di panico.  Studi condotti in diversi paesi dimostrano che più dell’80% delle persone si libera degli attacchi di panico dopo un breve periodo di trattamento. La Terapia Cognitivo Comportamentale del disturbo di panico si prefigge 5 obiettivi principali:

  1. Scoprire e abbattere le fonti di stress
  1. Aumentare la tolleranza all’ansia o al disagio, ad esempio con la Mindfulness, e ristabilire un senso di sicurezza, riducendo la sensibilità alle sensazioni fisiche (tachicardia, tremore, respiro corto, ecc.) o mentali (paura di impazzire, di morire, di perdere il controllo) rilevanti per l’insorgenza degli attacchi di panico
  1. Indebolire l’interpretazione catastrofica errata e gli schemi di minaccia, paura e pericolo sottostanti agli stati fisici o mentali
  1. Incrementare le capacità di rivalutazione cognitiva (rivalutazione dei pensieri catastrofici) che portano all’adozione di una spiegazione alternativa realistica dei sintomi che causano paura o angoscia
  1. Eliminare l’evitamento e altri comportamenti disfunzionali di ricerca di sicurezza

Al fine di raggiungere questi obiettivi, la CBT si articola nelle seguenti componenti:

  • Educazione al modello del panico: spiegazione del circolo vizioso tra pensieri catastrofici e reazioni fisiologiche.
  • Esperimenti comportamentali: induzione dei sintomi in seduta e come homework.
  • Ristrutturazione cognitiva: identificazione e modifica dei pensieri disfunzionali legati alla paura degli attacchi.
  • Esposizione graduale in vivo: sperimentazione controllata e ripetuta degli stimoli temuti per ridurne l’impatto emotivo.
  • Prevenzione delle ricadute mediante tecniche di rilassamento e mindfulness: utili per aumentare la tolleranza all’ansia e ridurre l’iper-vigilanza interocettiva (Craske et al., 2014; Stein & Sareen, 2015).

Puoi trovare una descrizione più dettagliata delle tecniche di Terapia Cognitivo Comportamentale per il disturbo di panico in  Come gestire e curare gli attacchi di panico? Strategie per guarire dal disturbo

Per coloro i quali hanno effettuato una Terapia Cognitivo Comportamentale per il panico ma presentano ancora una sintomatologia attiva, si consiglia di indagare con un professionista eventuali esperienze traumatiche passate e/o presenti che possano essere la vera causa sottostante della sintomatologia fisica del panico.

Trattamento: Farmacoterapia

Attualmente, molti farmaci possono aiutare i pazienti a ridurre i fastidiosi sintomi associati al panico. Chi soffre di disturbo di panico, spesso lamenta anche uno stato depressivo e, quando presente, i farmaci possono intervenire anche su questo.

Qualsiasi tipo di farmaco deve essere assunto solo dopo aver consultato un medico di base o uno specialista, ad esempio uno psichiatra o un neurologo, affinché ne possa valutare l’appropriatezza considerando tutta la storia clinica del paziente che ha davanti.

Tutti gli psicofarmaci sono oggi farmaci sicuri, anche quelli per l’ansia, e non presentano particolari problemi per gli effetti collaterali o per la dipendenza.

Per saperne di più consulta la sezione dedicata: https://www.istitutobeck.com/psicofarmaci

In aggiunta alla CBT, la terapia farmacologica può supportare il trattamento:

  • SSRI (Inibitori della ricaptazione della serotonina) e SNRI (Inibitori della ricaptazione della serotonina e norepinefrina): sono considerati farmaci di prima linea grazie alla loro efficacia e al profilo di sicurezza (American Psychiatric Association, 2013). Di solito si rivelano sicuri con un basso rischio di effetti collaterali seri. Entrambi appartenenti alla categoria degli antidepressivi sono di solito raccomandati come farmaci di prima scelta per trattare gli attacchi di panico. Tra questi, ci sono la fluoxetina (Prozac), paroxetina (Paxil, Pexeva), la sertralina (Zoloft) e la venlafaxina (Effexor XR).
  • Benzodiazepine: possono essere utilizzate per brevi periodi in situazioni di crisi, a causa del rischio di dipendenza e delle possibili interazioni farmacologiche (Roy-Byrne et al., 2009).

Riferimenti bibliografici

  • American Psychiatric Association. (2013). Diagnostic and statistical manual of mental disorders (5th ed.). American Psychiatric Publishing.
  • Bailey, J., Argyropoulos, S., Lightman, S., & Nutt, D. (2003). Does the brain noradrenaline network mediate the effects of the CO2 challenge?. Journal of Psychopharmacology, 17(3), 252-259. https://doi.org/10.1177/02698811030173002
  • Craske, M. G., & Stein, M. B. (2016). Anxiety. The Lancet, 388(10063), 3048-3059. https://doi.org/10.1016/S0140-6736(16)30381-6
  • Craske, M. G., Wolitzky-Taylor, K. B., Mineka, S., Zinbarg, R., Waters, A. M., & Vrshek-Schallhorn, S. (2014). Theoretical and empirical perspectives on fear of fear and panic attacks. Depression and Anxiety, 31(1), 18-26. https://doi.org/10.1002/da.22108
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  • Zwanzger, P., Domschke, K., & Bradwejn, J. (2012). Neuronal network of panic disorder: The role of the neuropeptide cholecystokinin. Depression and Anxiety, 29(9), 762-774. https://doi.org/10.1002/da.21919

Opuscolo: L’ansia e il disturbo da attacchi di panico

Videocorso per chi soffre di Ansia e Attacchi di Panico

Autore/i

Dott.ssa Roberta Borzì

Dott.ssa Roberta Borzì

Psicologa, psicoterapeuta cognitivo-comportamentale. Vanta esperienza clinica in ambito adulto, e si occupa prevalentemente di tutti i disturbi d’ansia, disturbo ossessivo-compulsivo, problematiche sessuali, disturbi di personalità con la Schema Therapy, in cui è formata attraverso training specifici e supervisione con esperti del settore. Ha anche conseguito entrambi i livelli della formazione in EMDR. Socio AIAMC (Associazione Italiana di analisi e modificazione del comportamento e Terapia Comportamentale e Cognitiva.) e membro ISST (International Society of Schema Therapy).

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