Intersezionalità

Istituto Beck ©

Che cos’è l’intersezionalità?

L’intersezionalità è un modo per capire come le diverse dimensioni della nostra identità — come genere, razza, orientamento sessuale, classe sociale, disabilità, età e molte altre — si sovrappongono tra loro e influenzano profondamente il modo in cui viviamo il mondo.
Non siamo mai “solo” donne, “solo” migranti, “solo” queer: siamo un intreccio di identità, e ogni persona sperimenta privilegi o discriminazioni a seconda di come questi aspetti si combinano. Dobbiamo, dunque, considerare il quadro generale e tutti i fattori. L’intersezionalità ci aiuta a vedere chi ha accesso al potere, alle risorse, alla sicurezza — e chi viene escluso, ignorato o marginalizzato.

Kimberlé Crenshaw: la prima a parlare di intersezionalità

La studiosa e attivista Kimberlé Crenshaw è stata la prima a usare il termine intersezionalità, per descrivere le esperienze delle donne nere che venivano escluse tanto dai movimenti femministi (centrati sulle donne bianche) quanto da quelli antirazzisti (centrati sugli uomini neri). Per spiegare questo concetto, Crenshaw ha usato la potente metafora della cantina a più piani: immagina una struttura in cui le persone si trovano a livelli diversi, in base alla loro posizione sociale.

Chi sta in alto ha luce, spazio, aria. Chi si trova ai piani inferiori — sommerso da molteplici forme di oppressione — è più lontano dalla visibilità, più esposto a pericoli, e spesso più dimenticato. Ogni tanto, sul soffitto della cantina, si apre una botola: una  possibilità,       un’opportunità di uscita o di risalita.

Ma non tutti sono nella stessa posizione per raggiungerla. Chi è più vicino alla superficie — magari perché ha una sola identità marginalizzata, o gode di alcuni privilegi (come il ceto sociale o il colore della pelle) — può afferrare l’occasione e salire. Chi è più in basso, invece, non vede nemmeno la luce filtrare dalla botola, e rischia di restare incastrato in una rete di esclusioni che si rinforzano a vicenda. Questa metafora ci aiuta a comprendere perché non tutte le esperienze di sofferenza e resistenza si equivalgano, e perché è fondamentale tenere conto delle identità intersezionali nel lavoro clinico, educativo, politico e sociale.

Le persone non vivono un solo aspetto della propria identità alla volta. Genere, razza, classe sociale, orientamento sessuale, disabilità, età e molti altri fattori non agiscono separatamente, ma si sovrappongono — si influenzano l’un l’altro e si combinano in modi unici. Questo significa che una persona non è solo “una donna” o solo “una persona migrante”: è entrambe le cose insieme, e questa combinazione genera esperienze specifiche, che non possono essere comprese guardando solo a una singola categoria. L’intersezionalità ci aiuta a vedere l’insieme, a riconoscere come queste dimensioni si intreccino nel determinare chi ha più accesso a potere, sicurezza, riconoscimento — e chi invece incontra ostacoli, barriere e forme di esclusione sistemica.

L’intersezionalità nella Terapia Cognitivo-Comportamentale

La Terapia Cognitivo-Comportamentale nasce come un modello centrato sulla relazione tra pensieri, emozioni e comportamenti. L’approccio intersezionale in CBT invita a superare una visione centrata solo sul funzionamento cognitivo individuale, per includere anche il ruolo che i sistemi culturali, politici e sociali giocano nella formazione e nel mantenimento del disagio psicologico.
I pensieri e gli schemi che emergono in terapia non sono mai isolati dal contesto: sono risposte apprese, spesso adattive, a realtà complesse e stratificate.

Le risorse del terapeuta intersezionale

Accogliere il modello dell’intersezionalità nella pratica cognitivo-comportamentale richiede un impegno attivo e continuo. Non si tratta solo di acquisire nuove conoscenze, ma di coltivare uno sguardo critico e una postura clinica profondamente consapevole. Come proposto da Pamela Hays (2024), esistono quattro passi fondamentali per integrare l’intersezionalità nel lavoro psicoterapeutico:

  1. Auto-valutazione continua del terapeuta e sviluppo di un orientamento multiculturale e intersezionale: interrogarsi sui propri privilegi, bias, e posizionamenti è il primo passo verso una relazione terapeutica autentica e non giudicante.
  2. Attenzione alle disuguaglianze strutturali presenti anche nel sistema della salute mentale: modelli diagnostici, accesso alle cure, linguaggi e protocolli possono riprodurre esclusioni.
  3. Considerazione dell’impatto dell’oppressione sistemica su chi vive identità intersezionali: razzializzate, queer, neurodivergenti, migranti, disabili, ecc. La sofferenza psicologica non può essere separata dal contesto che l’ha generata.
  4. Riconoscimento della resilienza, delle risorse e delle reti di supporto che spesso emergono proprio nell’intreccio delle identità: non solo marginalità, ma anche strategie di resistenza, creatività, agency.

Questi quattro elementi non sono checklist, ma traiettorie di lavoro che richiedono tempo, cura, e una profonda disponibilità ad apprendere anche dall’esperienza dell’altro.
Solo così la CBT diventa uno strumento non solo efficace, ma anche etico e giusto.

Riferimenti bibliografici

Hays, P. A. (2024). Four steps toward intersectionality in psychotherapy using the ADDRESSING framework. Professional Psychology: Research and Practice, 55(5), 454–462. https://doi.org/10.1037/pro0000577

Crenshaw, K. (1989). Demarginalizing the intersection of race and sex: A Black feminist critique of antidiscrimination doctrine, feminist theory and antiracist politics. University of Chicago Legal Forum, 1989(1), 139–167. Retrieved from https://chicagounbound.uchicago.edu/uclf/vol1989/iss1/8

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