Ci chiamiamo come il padre della Terapia Cognitiva

Ci chiamiamo come il padre della Terapia Cognitiva

Aaron Theodor Beck è il padre della Terapia Cognitiva. E’, infatti, grazie alle sue rivoluzionarie intuizioni sul ruolo dei pensieri avute agli inizi degli anni ’60 che oggi possiamo parlare di Terapia Cognitivo Comportamentale.

“(…) l’uomo possiede la chiave della comprensione del suo disturbo psicologico entro il campo della sua coscienza. Può correggere le errate concezioni che producono il disturbo
emotivo, con lo stesso metodo usato per risolvere i problemi durante i vari stadi del suo sviluppo”. (Beck,1976)

Da allora tanto è cambiato rispetto ai capisaldi teorici della Terapia Cognitiva e ne danno prova tutti i modelli psicoterapeutici che costituiscono la terza generazione della Terapia Cognitivo Comportamentale oggi riconosciuti come approcci standard. Un nuovo modo di relazionarsi ai pensieri e non più ai loro contenuti, i principi dell’accettazione e della consapevolezza, l’uso delle tecniche immaginative, l’importanza della connessione mente-corpo costituiscono la nuova generazione di ciò che è cominciato il secolo scorso all’Università della Pennsylvania.

La stima e la fiducia accordateci da Aaron T. Beck ci hanno permesso, più di 15 anni fa, di fondare l’omonimo Istituto a Roma e poi a Caserta. Ci rende molto orgogliosi essere l’unico Istituto al mondo, oltre quello di Philadelphia diretto da Judith Beck, a portare il suo nome.

Tributo di Frank M. Dattilio ad Aaron Theodor Beck

Copyright © 2025 by the Association for Behavioral and Cognitive Therapies

Troppo tardi il Premio Nobel: Un tributo ad Aaron T. Beck, M.D.

C’è chi sostiene che gli esseri umani muoiano due volte.
La prima volta è quando le loro funzioni corporee si spengono e compiono l’ultimo respiro. La seconda è quando il loro nome smette di essere pronunciato. Sebbene ciò possa essere vero per alcune persone, altre rappresentano chiaramente un’eccezione.

Quest’anno, il 2025, segna il quarto anniversario della scomparsa di Aaron Temkin Beck, una figura indiscutibilmente iconica nei campi della psichiatria, della psicopatologia e della psicoterapia. Conosciuto da amici e familiari come “Tim”, Beck ha lasciato un’eredità fatta di ricerche straordinarie e di uno sviluppo teorico che ha trasformato l’approccio alla valutazione della salute mentale e agli interventi terapeutici. Le sue intuizioni sono ancora oggi ampiamente utilizzate da professionisti della salute mentale in tutto il mondo. Il suo sviluppo della terapia cognitiva è stato adottato da ricercatori e clinici per trattare alcuni dei disturbi emotivi più gravi, tra cui la depressione, il suicidio e numerose patologie psichiche. Le sue teorie iniziali hanno rivoluzionato il modo in cui la depressione viene concettualizzata, valutata e trattata, rendendola oggi la forma di psicoterapia più studiata al mondo (Simon, 2022). Ironia della sorte, novembre, il mese della sua morte, coincide con il periodo in cui il Comitato per i Premi Nobel di Stoccolma annuncia i vincitori annuali per il prestigioso riconoscimento in fisiologia o medicina, conferito dal 1901 a individui meritevoli. Ogni anno, con quell’annuncio, mi ritrovo a riflettere sull’eredità di Tim e sull’impatto che il suo lavoro ha avuto nel mondo.

Durante la sua illustre carriera lunga 70 anni, Tim Beck ha ricevuto numerosi riconoscimenti, tra cui il Distinguished Scientific Award dell’American Psychological Association nel 1990, e l’Heinz Award for the Human Condition nel 2001 per le sue “innovazioni pionieristiche” nella psicopatologia. Ha ricevuto anche l’Albert Lasker Award per la ricerca clinica in medicina nel 2006 – il massimo onore in campo medico, spesso considerato un precursore del Premio Nobel. Sorprendentemente, non ha mai ricevuto il Premio Nobel, sebbene in un’occasione sia stato inserito nella lista ristretta dei candidati, su proposta e con il sostegno di illustri colleghi e ricercatori, tra cui Steven D. Hollon, Ph.D. (comunicazione personale, 11/12/24). Tuttavia, non superò mai la fase di valutazione, e purtroppo il Comitato Nobel non assegna premi postumi. Subito dopo aver vinto il Premio Lasker, gli chiesi se pensava che quello fosse il penultimo passo verso il Nobel. Sorrise con l’aria sorniona che lo contraddistingueva e rispose:

“Tradizionalmente, viene assegnato a chi lavora nelle scienze dure, come biologia, chimica o fisiologia.”
(comunicazione personale, 15/11/07).

Quella risposta mi lasciò perplesso. Da quando la psichiatria è considerata una “scienza morbida”? Non risponde forse agli stessi criteri delle scienze “dure”? Il metodo scientifico che ci ha dato la meccanica quantistica e gli antibiotici ha anche validato l’efficacia della CBT attraverso osservazione, ipotesi e verifica empirica. Tim, però, aveva ragione: solo pochi psichiatri e psicologi nel mondo hanno ricevuto questo riconoscimento. Nel 1927, Julius Wagner-Jauregg fu il primo psichiatra a vincere un Nobel per il trattamento della psicosi con febbre indotta (Weiss, 2019). Nel 2000, Eric R. Kandel, psichiatra, neuroscienziato e biofisico, fu premiato per il suo lavoro sulle basi fisiologiche della memoria. Tra gli psicologi, Roger W. Sperry vinse nel 1981 per le sue scoperte sulle funzioni emisferiche cerebrali, mentre Daniel Kahneman vinse nel 2002 per le sue ricerche su economia e psicologia del decision-making. Infine, nel 2014, John O’Keefe fu premiato per le sue scoperte sulle cellule cerebrali coinvolte nell’orientamento spaziale. Dal 1901, solo cinque premi Nobel sono stati conferiti a psichiatri e psicologi, nonostante la psichiatria sia riconosciuta come branca della medicina dal XIX secolo (Shorter, 1997). E anche quei vincitori operavano in ambiti molto limitati delle scienze biologiche o fisiologiche legate alla mente.

Va detto che, nel corso degli anni, numerosi candidati meritevoli sono stati presi in considerazione dal Comitato, la maggior parte dei quali ha dato contributi straordinari alla medicina e alla scienza. La competizione, com’è facile immaginare, è sempre stata feroce. Eppure, molti di noi che hanno lavorato a stretto contatto con Tim sono convinti che fosse degno del Nobel quanto gli altri che lo hanno ricevuto. Perché non sia mai stato selezionato, resterà un mistero. Il Comitato Nobel non rivela mai tali informazioni.

Criteri per il Premio Nobel

I criteri per il Premio Nobel sono molto specifici. Secondo il sito ufficiale del Comitato Nobel (nobelprize.org), il premio in Fisiologia o Medicina viene assegnato a chi ha fatto una “scoperta di rilevante importanza nelle scienze della vita o in medicina” che abbia apportato un significativo beneficio all’umanità. In breve, la scoperta deve essere rivoluzionaria, cambiare il paradigma, e avere un impatto chiaro e positivo sulla salute umana.

I criteri principali sono:

  • Scoperta significativa: una svolta importante nella fisiologia o nella medicina
  • Beneficio all’umanità: deve migliorare la salute umana o la comprensione dei processi biologici
  • Cambio di paradigma: il premio non è assegnato alla carriera, ma a una scoperta specifica che ha cambiato il modo in cui si pensa a un campo
  • Ricerca di alta qualità: deve essere empiricamente solida, con evidenze rigorose

Processo di Selezione

Il/la premiato/a viene scelto/a attraverso un processo di nomina da parte di esperti. La valutazione è condotta dall’Assemblea Nobel dell’Istituto Karolinska di Stoccolma, che vota in base all’impatto significativo dei contributi nel campo della medicina o fisiologia. Non si tratta di una semplice classifica, ma di una valutazione approfondita del valore della ricerca del candidato.

Un autentico cambio di paradigma

Il lavoro di Tim rappresenta un cambio di paradigma, poiché si è discostato dalle modalità tradizionali della psicoterapia e della psicofarmacologia, concentrandosi sulle distorsioni cognitive che generano disturbi dell’umore e alterazioni fisiologiche. Con le tecniche di empirismo collaborativo e ristrutturazione cognitiva, aiutava i pazienti a mettere in discussione le proprie credenze, usando la logica e l’osservazione personale. Beck scoprì che modificare pensiero e comportamento aveva anche effetti neurofisiologici sull’umore. Milioni di persone hanno beneficiato della CBT, migliorando nettamente la loro salute mentale. La teoria della terapia cognitiva ha cambiato profondamente il modo in cui clinici e ricercatori pensano a depressione, ansia e psicopatologia, dando più enfasi alla ristrutturazione degli schemi disfunzionali che influenzano pensieri e comportamenti. La ricerca di Tim fu di altissima qualità, con metodologie rigorose e solide evidenze. Come ricordato nel necrologio del Behavior Therapist (Hollon & DeRubeis, 2021):

“Tim era prima di tutto un empirista; non gli importava quale fosse la verità, voleva solo conoscerla, qualunque essa fosse.”

(p. 428)

Le sue ricerche cliniche pionieristiche sulla depressione, il suicidio, l’ansia e altri disturbi hanno spinto avanti la clinica in modo significativo rispetto agli anni ’80 e ’90. A tutti gli effetti, Tim soddisfaceva pienamente i criteri del Nobel (Beck, 2019; Beck & Flemming, 2021).

Un uomo di compassione

Gli antichi greci non scrivevano necrologi. Si limitavano a una sola domanda:
“Era una persona compassionevole?”

Tim Beck, oltre a essere uno studioso rigoroso e un clinico brillante, era anche un essere umano compassionevole.

I suoi capelli candidi e i papillon iconici completavano il suo stile quasi “paterno”. Dava consigli di vita nei momenti più inaspettati – tornando a piedi al centro clinico sotto la neve o durante le pause pranzo. Una volta, mentre faticavo con un caso difficile, mi disse:

“Chi è vittima di distorsioni cognitive guarda il mondo come se usasse il binocolo al contrario.”

Quel consiglio accese in me una nuova intuizione terapeutica.

Quando negli anni ’90 mi ammalai di sindrome di Guillain-Barré, Tim mi chiamò a casa per sapere come stavo. Conosceva la malattia avendo praticato neurologia prima della psichiatria. Mi stupì con la sua empatia e mi rimproverò gentilmente per il troppo lavoro, dicendomi:

“Tutti attraversiamo brutti momenti nella vita, ma di solito servono a farci accorgere delle cose belle a cui non stavamo dando attenzione.”

Come sempre, aveva ragione.

I Premi Nobel celebrano risultati trasformativi, ma il comitato ha trascurato una delle innovazioni terapeutiche più impattanti del XX secolo – nata non solo in laboratorio, ma nell’ufficio di uno psichiatra compassionevole che sapeva davvero ascoltare.

Tim Beck non ricevette mai il Premio Nobel.
E non si lamentò mai per questo.

Forse, in fondo, non conta vincere premi, quanto le vite che tocchiamo nel nostro percorso. Io credo che Tim meritasse un premio ben più grande:
l’onore di aver salvato innumerevoli vite e di aver alleviato la sofferenza umana con la sua ricerca instancabile e il suo impegno clinico. Questo era il suo scopo: lasciare il mondo un po’ migliore di come l’aveva trovato. Il grande Aaron T. Beck ci ha lasciato un arsenale terapeutico duraturo come guida per aiutare gli altri ad aiutare sé stessi. È stato un faro per tutti noi, e la sua memoria sarà venerata per molto tempo.
Per il suo coraggio e il suo spirito umanitario, Tim resterà per sempre nei nostri cuori come il nostro “Laureato Nobile”.

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

  • Beck, A.T. (1952).  Successful outpatient psychotherapy of a chronic schizophrenic with a delusion based on borrowed guilt. Psychiatry: Journal of the Study of lnterpersonal Processes, 15, 305-312.
  • Beck, A.T. (1963). Thinking and depression: 1.ldiosyncratic content and cognitive distortions. Archives of General Psychiatry, 9, 324-333.
  • Beck, A.T. (1964). Thinking and depression: 2. Theory and therapy. Archives of General Psychiatry, 10, 561-571.
  • Beck, A.T. (2019), A 60-year evolutlon of cognitive theory and therapy. Perspectives on Psychological Science, 14(1), 16-20.  https://doi.org/10.1177/1745691618804187.
  • Beck, A.T., Rush, A.J., Shaw, B.F. & Emery, G. (1979). The cognitive therapy of depression. Guilford Press.
  • Beck, J.S., & Fleming, S. (2021). A Brief History of Aaron T. Beck, M.D. and Cognitive Behavior Therapy. Clinical Psychology in Europe, 3(2), 1-7. https://doi.org/10.32872/cpe.6701.
  • Blackburn, I.M., Bishop, S., Glen, A.I.M., & Whalley, L.J. (1981). The efficacy of cognitive therapy in depression: A treatment triaI using cognitive therapy and pharmacotherapy, each alone and in combination. The British Journal of Psychiatry, 139(3), 181-189. https//doi.org/10.1192/bjp.139.3.181.
  • Cuijpers, P., Hollon, S.D., van Straten, A., Bockting, C., Berklng, M., & Andersson, G. (2013). Does cognitive behavior therapy have an enduring effect that is superior to keeping patients on continuation pharmacotherapy? BMJ Open, 3(4).
  • Hollon, S.D. (2021). Aaron Beck and the history of cognitive therapy: A tale of two cities (and one institute). In W. Pickren (Ed.), Oxford Research  Encyclopedia of History of Psychology. Oxford University Press.
  • Hollon, S.D., & DeRubeis, R.J. (2021). Aaron Timkin Beck: In Memoriam. the Behavior Therapist, 44(8), 427-429.
  • Kandel, E.R. (2006). In search of memory: The emergence of a new science of mind. W. W. Norton.
  • Rush, A.J., Beck. A.T., Kovacs, M., & Hollon, S. (1977). Comparative efficacy of cognitive therapy and pharmacotherapy in the treatment of depressed outpatients. Cognitive Therapy and Research, 1(1), 17-37.
  • Shorter, E. (1997). A history of psychiatry: From the era of the asylum to the age of Prozac. John Wiley & Sons.
  • Simon, C.C. (2002). Thanks to managed care, evidence-based medicai practices are changing ideas about behavior. Cognitive therapy is the talking cure of the moment. Washington Post, Sept. 3, pp 1-8. http://washingtonpost.com/wp.dyn/articles/A26812.2002sept2.html.
  • Weiss, K J. (2019). First Psychiatrist accepts Nobel prize 1927. https://www.psychiatric-times.com/view/first-psychlatrist-accepts-nobel-prize-medicine-december-1927.
Torna su
Cerca
Your Cart

Il tuo carrello è vuoto.