La Loving Kindness

Loving Kindness. Il termine loving kindness o gentilezza amorevole traduce la parola Pali metta, la quale descrive uno stato d’animo opponibile all’odio ma più vasto dell’amichevolezza: una gentilezza amorevole che contiene in sé la vicinanza dell’amicizia, l’apertura della gentilezza, la gratuità dell’amore.

Nella pratica della Mindfulness, offre il nome a un tipo di meditazione finalizzata a suscitare nel meditante un sentimento di prossimità a tutti gli esseri viventi, abbracciandoli nell’aspirazione che possano stare bene ed essere felici (Wallace, 2001).

Questa meditazione stimola la consapevolezza delle gioie e dolori, speranze e paure proprie e di ogni persona vicina o lontana, ponendo ogni individuo sul medesimo piano: tutti vogliono essere amati, essere al sicuro e allontanarsi dalla sofferenza.

Nella pratica del Buddhismo si comincia a coltivare la gentilezza amorevole cominciando da se stessi (Salzberg, 1995; Coomaraswamy, 2015; Midal, 2017). Ciò accade perché il Buddha ha insegnato che si può viaggiare il mondo in lungo e in largo senza trovare qualcuno che sia maggiormente bisognoso d’amore di noi stessi (Hick and Bien, 2008).

Indirizzare gentilezza amorevole verso se stessi è, infatti, la prima pratica della loving kindness

Le persone che abbiano difficoltà a pensare a se stesse in modo amorevole a causa di traumi o del proprio background, possono cominciare contemplando qualcuno, a cui può essere attribuito il nome di “benefattore”, da cui si sono sentite amate e accettate in modo incondizionato, senza riserve. E poi rivolgere questo sentimento di amore incondizionato a loro stesse.

L’obiettivo della loving kindness è poi quello di ampliare progressivamente il proprio potenziale di irraggiamento, partendo da sé inglobando nelle dediche del pensiero amorevole una persona cara, una persona neutra e, infine, una persona nemica, fino a contenere tutti gli esseri viventi della terra.

Se si è cominciato dal benefattore e indirizzare amore verso se stessi è ancora complicato, si può seguire un percorso alternativo: benefattore, persona cara, persona neutra, se stessi e infine chi ci è nemico od ostile.

Se ci si trova in uno stato emotivo difficoltoso perché si sta attraversando un periodo complicato, perché si è tesi, il cuore è colmo di tristezza, preoccupazione o rabbia e se si sente di voler imputare a qualcuno la ragione di tanta e profonda sofferenza, indirizzare pensieri benevoli a costui sarà particolarmente arduo.

Le persone che hanno subìto una violenza o un trauma, potranno trovare questa parte della pratica quasi impossibile da attuare.

È bene seguire con attenzione e fiducia la dirittura principale della Mindfulness: lo sforzo che si applica per coltivare una pratica deve essere retto, graduale, commisurato alle possibilità del momento. L’addestramento mentale non è mai una questione di forza, piuttosto è un’apertura alla realtà così com’è.

Il cuore della pratica consiste nello sperimentare un poco alla volta la medesima gentilezza amorevole verso ogni essere vivente, in modo da abbattere le barriere che separano il singolo dagli altri (Wallace, 2001).

La pratica della loving kindness ha come sostegno di meditazione una singola parola o una frase da ripetere intimamente, prestando attenzione al respiro e a ciò che si dice, soffermandosi su come ogni parola risuoni e sul significato che possiede. È importante fare in modo che ciò che si dice non sembri un sasso gettato distrattamente nell’acqua, che le parole non siano un’eco fine a se stessa. Gettando il sasso in acqua si deve far caso al peso nel palmo della mano, alla superficie liscia e fresca della pietra, al rumore che fa quando incontra la superficie dell’acqua, le onde che provoca cadendo e il ricordo che lascia quando le onde si acquietano. Allo stesso modo, si può ripetere la parola amore o gioia, benessere o serenità; oppure la frase che tu possa essere felice e al sicuro o che tu possa essere pacificato, vivere nell’abbondanza, stare bene, non essere afflitto da emozioni negative, purché se ne saggi il significato sino in fondo, sentendo vibrare le parole e il sentimento che suscitano, lasciando che il cuore si apra all’augurio mentre sentiamo che la persona a cui pensiamo è proprio come noi, desidera ciò che noi vogliamo.

Nei momenti di fatica e difficoltà, ognuno di noi tende a serrare il cuore, richiudendosi entro se stesso. L’intimità e la solitudine sono un rifugio che sembra inestimabile, specie quando non ci si sente compresi, quando si ritiene che una grande sventura ci abbia toccati e che nessuno ne abbia patite di altrettali.

La loving kindness sollecita uno stato d’animo empatico, spazioso e non refrattario

E aiuta il processo di condivisione: raccontare, ascoltare, sentirsi vicini ad altri che abbiano provato le nostre stesse esperienze agevola la guarigione, anche dopo un evento traumatico.

Molti studi (tra gli altri: Bien, 2006; Feldman, Greeson, Senville, 2010; Kearney, Malte, McManus, 2013) attestano i benefici di questa pratica in termini di:

  • Abbassamento dei livelli di stress
  • Aumento delle difese immunitarie
  • Incremento di sentimenti positivi quando si è a contatto con altre persone, come gioia ed entusiasmo
  • Miglioramento della qualità del sonno
  • Aumento della capacità di problem solving e di lavoro in équipe
  • Sostegno alle terapie cliniche per la depressione, la depressione post traumatica e la schizofrenia (Barnhofer, Chittka, Nightingale, Visser, 2010; Hofmann, Grossman, Hinton, 2011; Boellinghaus, Jones, Hutton, 2014)

Un poco alla volta, mentre ci si addentra in questa pratica semplice, dolce ed efficace, ci si scoprirà sempre più capaci di empatia e amore. Anche chi ha immaginato di avere necessità di aiuto, si accorgerà di poter essere di supporto agli altri a mano a mano che il cuore si schiude. La disponibilità al contatto con gli altri diverrà una necessità e non un obbligo: un bisogno che non lega né occlude, ma che amplifica le potenzialità del cuore.