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La Farmacoterapia dei Disturbi dell’Umore

La Farmacoterapia dei Disturbi dell’Umore
Dott.ssa Ilaria Cuomo-Specialista in Psichiatria

La Farmacoterapia dei Disturbi dell’Umore – Introduzione

I Disturbi dell’Umore sono una grande famiglia di disturbi complessi, cronici e recidivanti, che colpiscono la popolazione generale, rappresentando una delle emergenze della salute mondiale (Murray & Lopez, 1996; WHO 2013).  Tra i disturbi dell’umore identifichiamo varie sindromi che impattano sulla sfera emotiva del paziente, alterandone il tono dell’umore, l’energia, la volizione, la percezione del piacere, la cognitività e chiaramente l’affettività. Questa la più recente classificazione dei Disturbi dell’Umore dell’American Psychiatric Association presente nel DSM-5 (APA, 2013):

  • I Disturbi Depressivi :
    1. Disturbo Depressivo Maggiore. Caratterizzato da umore basso, perdita di interesse nelle attività abitualmente svolte, perdita di speranze, sentimenti di autosvalutazione e colpa, alterazioni del sonno e dell’appetito, stanchezza, agitazione o rallentamento, difficoltà di concentrazione, pensieri di morte.
    2. Disturbo Depressivo Persistente o Distimia. E’ uno stato di umore cronicamente basso che perdura da almeno 2 anni.
    3. Disturbo da Disregolazione dell’umore dirompente. Caratterizzato da frequenti esplosioni colleriche che perdurano da almeno 1 anno, esordite tra i 6 e i 18 anni d’età.
    4. Disturbo Disforico Premestruale. Marcata labilità emotiva, rabbia, depressione o ansia, con sintomi fisici, alterazioni del sonno, dell’appetito, perdita di interessi nella settimana precedente al ciclo mestruale.
  • Il Disturbo Bipolare e disturbi correlati:
    1. Disturbo Bipolare di tipo I. Caratterizzato dall’alternanza di fasi di umore depresso e fasi maniacali (di umore euforico o irritabile), che possono essere accompagnate da sintomatologia psicotica.
    2. Disturbo Bipolare di tipo II. Caratterizzato dall’alternanza di fasi di umore depresso e fasi ipomaniacali, che possono essere accompagnate da sintomatologia psicotica.
    3. Disturbo Ciclotimico. Alternanza per almeno 2 anni di sintomi depressivi e ipomaniacali sottosoglia.
  • Disturbi analoghi, ma indotti da sostanze o da condizioni mediche generali

I disturbi più diffusi e disabilitanti tra quelli elencati, sui quali porremo l’attenzione, sono senza dubbio il Disturbo Depressivo Maggiore e il Disturbo Bipolare I e II, caratterizzati da una eziopatogenesi multifattoriale, che include la vulnerabilità genetica, lo stress ambientale, alterazioni della neurotrasmissione, alterata neuroplasticità ed espressione genetica (Li et al, 2012). Stando ai dati della WHO, nel 2015 circa 322 milioni di persone nel mondo erano affette da Depressione, ovvero il 4.4% della popolazione mondiale, con una prevalenza del  5.1% nelle donne e del 3.6% negli uomini. Tra il 2005 e il 2015 l’aumento della popolazione affetta da depressione è stato del 18%, parallelamente all’incremento della popolazione mondiale. I dati di prevalenza relativi al Disturbo Bipolare si aggirano intorno ai 70 milioni di persone affette a livello mondiale con una prevalenza dell’1% nella popolazione generale (Kessler et  al, 2007), ma molto probabilmente si tratta di un dato sottostimato, poiché relativo esclusivamente agli episodi maniformi; le polarità depressive del Disturbo Bipolare sono state probabilmente incluse impropriamente nella categoria “Depressione”.  Inoltre è stata calcolata anche una prevalenza dei Disturbi Bipolari sottosoglia (Akiskal e Benazzi, 2005) stimata al 2,4% nella popolazione generale.

Sia la Depressione che il Disturbo Bipolare hanno molto spesso un impatto inabilitante sul funzionamento sociale e professionale dei soggetti affetti, non a caso la depressione è risultata essere la più frequente causa di assenteismo dal lavoro negli Stati Uniti (Kessler et al. 2006). Inficiando in modo così severo la qualità della vita, questi disturbi sono associati anche ad un aumentato rischio di commettere suicidio, che ha una prevalenza del 15% tra la popolazione affetta da Disturbi dell’Umore.

Il trattamento di questi disturbi, che nel caso della Depressione Unipolare (Depressione Maggiore) hanno mostrato una recidiva del 40% a 1 anno e del 58% a 5 anni (Scapicchio, 2008) e nel caso del Disturbo Bipolare del 50% a 2 anni e 70-90% a 5 anni (Gitlin & Frye 2012), ha perciò un’enorme rilevanza in termini prognostici.

L’obiettivo primario della terapia dei Disturbi dell’Umore è ormai non solo quello di risolvere le fasi acute, ma di prevenire episodi futuri, attraverso l’utilizzo di trattamenti a lungo termine. Infatti, è ormai accertato che il rischio di ricaduta è direttamente proporzionale al numero di episodi di malattia successivi al primo, che hanno peraltro una sintomatologia ingravescente (Greden JF, 2003), mentre il rischio di recidiva si riduce con le fasi di eutimia (benessere).

Trattamento della Depressione Maggiore

Le opzioni farmacologiche attualmente presenti sono:

  • Antidepressivi Inibitori della Ricaptazione della Serotonina (SSRI). Introdotti negli anni ’90, sono attualmente considerati la prima linea di trattamento per la Depressione (Olfson et al, 2002), per la Distimia e il Disturbo Disforico Premestruale, ma anche per molti disturbi d’ansia (Thase & Denko, 2008). Gli SSRI hanno drasticamente sostituito gli antidepressivi triciclici. Il primo ad essere messo in commercio fu la Fluoxetina; oggi si sono aggiunte Sertralina, Paroxetina, Fluvoxamina, Citalopram ed Escitalopram. Non sono del tutto sovrapponibili, poiché hanno profili più o meno sedativi a seconda della componente istaminergica. Il dosaggio deve essere adeguato in base all’età, al peso e al metabolismo di ciascun individuo. L’efficacia terapeutica è solitamente visibile dopo circa 15 giorni dall’inizio del trattamento. Gli effetti collaterali più comuni sono la nausea e la diarrea , il mal di testa, il tremore, l’insonnia o la sonnolenza, il calo della libido o l’anorgasmia. Non sono stati ritenuti tra i farmaci più pericolosi da assumere in gravidanza, ma ci sono studi che dimostrano come possa essere maggiormente dannosa una depressione non trattata, piuttosto che l’esposizione del feto al SSRI (Hendrick & Altshuler 2002). In alcuni casi i soggetti in trattamento con SSRI possono sperimentare uno stato di irrequietezza e attivazione psicomotoria, con peggioramento dell’ideazione suicidaria. Il trattamento dell’Episodio Depressivo Maggiore con SSRI non dovrebbe essere prolungato oltre 6 mesi-1 anno, dopo il quale può essere valutata una terapia di mantenimento a un dosaggio inferiore e poi uno scalaggio graduale per evitare sintomi da sospensione e riacutizzazione paradossa di ansia e umore depresso.
  • Antidepressivi Inibitori della Ricaptazione della Serotonina e Norepinefrina (SNRI). Anche detti farmaci duali, in Italia conosciamo la Venlafaxina e la più recente Duloxetina, molto indicati anche nel trattamento dell’ansia e nel caso della Duloxetina del dolore neuropatico. Sono farmaci largamente utilizzati nella pratica clinica, hanno un meccanismo d’azione in parte comune ai vecchi triciclici, che genera alcuni effetti collaterali quali: bocca secca, tachicardia e ipertensione. La Venlafaxina è di più complesso scalaggio, a differenza della Duloxetina che non va invece somministrata in soggetti con compromissione epatica.
  • Inibitore della Ricaptazione di Norepinefrina e Dopamina. E’ il Buproprione, l’unico antidepressivo non serotoninergico, approvato anche per lo svezzamento dal fumo (Foley et al, 2006). Si differenzia dalle altre classi per l’assenza di sintomi sulla sfera sessuale ed è spesso associato agli SSRI nelle depressioni resistenti. Utile nel trattamento della depressione ansiosa e con ipersonnia.
  • Bloccanti del recettore della Serotonina. La Mirtazapina è un bloccante della serotonina e un potente istaminergico, quindi con forte effetto sedativo, utile perciò nel trattamento delle depressioni con insonnia. Ha come effetto collaterale oltre alla sedazione stessa, un importante aumento del senso di fame. Può essere utile nel soggetto anziano, depresso, con scarso appetito e insonnia.
  • Antidepressivi Triciclici (TCA). Sono inibitori della ricaptazione di serotonina e norepinefrina. Il precursore nato negli anni ’60 fu l’Impiramina (Klerman and Cole, 1965). Oggi sono ancora utilizzati Amitriptilina, Clomipramina , Nortriptilina. L’effetto antidepressivo dei TCA per  non si manifesta prima di 15-20 giorni e di solito mostra anche una buona efficacia sull’ansia. La Clomipramina è un ottimo presidio anche per via endovenosa in acuto, per la maggior rapidità ed efficacia, purchè si monitori costantemente la pressione arteriosa. L’Amitriptilina ha invece proprietà più sedative. Il dosaggio terapeutico dei TCA deve essere mantenuto per un periodo variabile (2-8 mesi) dopo la remissione della sintomatologia. Dopo che questa è stata ottenuta, le dosi devono essere gradualmente ridotte. Gli effetti collaterali sono legati per lo più all’attività anticolinergica (atropino-simile) propria di questi farmaci. Ricordiamo: ritenzione urinaria, secchezza delle fauci, stitichezza, tachicardia, ipotensione ortostatica, tremori fini agli arti superiori, ritardo dell’eiaculazione, calo della libido. Sono controindicati nei cardiopatici (in particolare in caso di aritmie), glaucoma ad angolo chiuso, ipertrofia prostatica.
  • Inibitori delle monoamino-ossidasi (IMAO). Sono stati tra i primi antidepressivi ad essere scoperti (Youdim and Bakhle, 2006), pur mostrando una elevata efficacia terapeutica, non sono quasi più utilizzati a causa di importanti interazioni tra questa classe di farmaci e alcuni cibi (formaggi stagionati, vino rosso) o altri farmaci (contenenti amine simpaticomimetiche). La selegilina è stata riformulata come cerotto transdermico, potendo evitare le suddette interazioni e quindi l’induzione di tachicardia e ipertensione.
  • Altri antidepressivi “atipici”. Trazodone è un antagonista della serotonina a basso dosaggio, un agonista ad alto dosaggio. Ha un potente effetto sedativo per cui è utilizzato nel trattamento delle depressioni con insonnia ed ha anche una buona efficacia sull’ansia. Inizialmente utilizzato nel paziente anziano per gli scarsi effetti collaterali, poi è stata riscontrata ipotensione ortostatica. Oggi trova utilizzo nella disintossicazione alcolica del soggetto depresso. Agomelatina è invece un agonista dei recettori della melatonina approvato per la Depressione Maggiore, ha mostrato però maggior efficacia nella stabilizzazione del ritmo circadiano che nel controllo dei sintomi depressivi. Non ha effetti sulla sfera sessuale o sul peso, ma è assolutamente controindicato in caso di insufficienza epatica. Il più recente degli antidepressivi è la Vortioxetina, un antidepressivo multimodale (agisce sui recettori della serotonina di volta in volta come antagonista, agonista e agonista parziale) approvato dal FDA nel 2013 per il Disturbo Depressivo Maggiore che ha mostrato un’efficacia simile agli SSRI e SNRI, con un buon profilo di tollerabilità (assenza di effetti sul peso e sulla sfera sessuale) (D’Agostino et al, 2015). Ha il vantaggio di non necessitare della finestra di azione di 15 giorni, ma di dare subito un beneficio. Il più comune e invalidante effetto collaterale è la nausea.
  • Antipsicotici di II generazione. Questi farmaci trovano spazio nelle depressioni resistenti al trattamento (Papakostas et al. 2007) in aggiunta alla terapia antidepressiva. In USA è approvata l’associazione tra Fluoxetina e Olanzapina, ma ha dato buoni risultati anche l’aggiunta dell’Aripiprazolo che l’FDA ha approvato come trattamento adiuvante nella depressione resistente (Berman et al. 2007). Diffuso è anche l’utilizzo dell’Amisulpride a basso dosaggio. Tra gli effetti collaterali è comune l’acatisia (irrequietezza) specie quando assunti in concomitanza a SSRI.
  • Hanno azione ansiolitica, miorilassante e ipnoinducente, per questo sono molto spesso associate al trattamento sopraindicato, per la risoluzione della sintomatologia ansiosa e per l’insonnia. Tra le più utilizzate delle molteplici molecole a breve emivita ci sono l’Alprazolam e il Lorazepam, a media emivita il Clonazepam, a lunga il Delorazepam e il Diazepam.
  • Terapia Elettroconvulsivante (ECT). Le linee guida suggeriscono l’indicazione per l’utilizzo dell’ECT nei pazienti resistenti al trattamento ad alto rischio di suicidio e nelle donne in gravidanza con gravi sintomi depressivi. Com’è noto tra gli effetti collaterali più comuni c’è la confusione e la perdita di memoria.
  • Stimolazione Magnetica Transcranica (TMS). L’FDA ha approvato nel 2008 l’utilizzo della TMS nella Depressione Maggiore. In questi anni ha dato alcuni risultati positivi come terapia adiuvante. Non sono stati evidenziati effetti collaterali, se non lievi algie nella sede di collocazione del magnete. Appare una tecnica tollerabile e sicura, che andrà ulteriormente indagata (Agarkar et al, 2011).

Trattamento del Disturbo Bipolare

Polarità (ipo)maniacali : il trattamento di queste fasi è volto prevalentemente alla stabilizzazione in acuto dell’umore, al controllo degli impulsi, dell’agitazione psicomotoria e dell’accelerazione e affollamento del pensiero. In presenza di sintomi psicotici (deliri e/o allucinazioni) il trattamento in acuto dovrà prevedere anche un attacco propriamente antipsicotico e deliriolitico.

La farmacoterapia indicata sarà dunque a base di:

  • Stabilizzatori del tono dell’umore:
    1. I più indicati in queste fasi saranno il Valproato e la Carbamazepina, che agiscono biologicamente come stabilizzatori delle membrane cellulari e che si somministrano per ridurre i picchi euforico/disforici,  l’accelerazione del pensiero e lo stato di agitazione psico-fisica, nonché per sedare la tensione interna. Hanno un metabolismo epatico e vanno perciò usati con attenzione in caso di insufficienza epatica medio-grave. Il Valproato può essere proposto alle donne in età fertile solo dopo aver valutato altri trattamenti.
    2. Sali di litio. Scoperti come efficaci normotimizzanti già negli anni ’50, sono a tutt’oggi il farmaco di prima scelta per la normalizzazione delle oscillazioni dell’umore nelle fasi (ipo)maniacali e per la prevenzione delle ricadute, nonché dell’ideazione suicidaria. Necessitano di controlli sanguigni del dosaggio terapeutico. Vanno somministrati con attenzione in chi soffre di distiroidismo o ha un’insufficienza renale. Possono causare tremore fine specie agli arti superiori. Prevedono un introito quotidiano d’acqua di circa 1,5 lt/die per un corretto assorbimento, che spesso normalizza anche il tremore.
    3. Antiepilettici + Sali di Litio. Nelle fasi maniacali severe è spesso necessaria l’associazione dei due presidi per la risoluzione dell’episodio.
  • Antipsicotici:
    1. Antipsicotici di II generazione o “atipici” sono farmaci debolmente o selettivamente bloccanti dei recettori della dopamina e antagonisti di quelli della serotonina. Oggi i più utilizzati per trattare la sintomatologia psicotica che può insorgere in fase maniacale o negli stati misti dell’umore sono: l’Amisulpride, l’Aripiprazolo, l’Asenapina , la Clozapina, la Quetiapina, il Paliperidone, il Risperidone,  l’Olanzapina. Il dosaggio e la formulazione (orale a rilascio immediato o prolungato o intramuscolare per i farmaci che la forniscono) dipendono dalla severità della sintomatologia, dall’aderenza al trattamento, dal peso corporeo, dalla compresenza di patologie internistiche in atto. Tra gli effetti collaterali in alcuni casi si ha aumento ponderale, parkinsonismi (tremori, rigidità, rallentamento motorio simili a quelli presenti nel M. di Parkinson), acatisia (irrequietezza motoria) seppure con frequenza nettamente inferiore agli antipsicotici tipici. Amisulpride, Paliperidone, Risperidone e Quetiapina possono causare un rialzo dei valori della prolattina che va monitorata e corretta. La Clozapina, il più completo dei farmaci di questa famiglia, necessita di un controllo frequente dell’emocromo, per monitorare eventuali alterazioni della conta dei globuli bianchi. Tutti i suddetti farmaci hanno bisogno di controlli elettrocardiografici in corso di trattamento per monitorare la lunghezza del QTc.
    2. Antipsicotici di I generazione o “tipici” sono i primi farmaci nati per la gestione dei sintomi psicotici, hanno un’azione bloccante dei recettori della dopamina più potente e per questo hanno una maggior efficacia e rapidità d’azione nell’azione deliriolitica e nella gestione dell’agitazione, ma sono molto più frequentemente associati ad effetti collaterali, come: parkinsonismi, aumento ponderale e sindrome metabolica (diabete, ipercolesterolemia e ipertrigliceridemia), acatisia. I più comunemente utilizzati sono: Aloperidolo, Clorpromazina, Clotiapina,  Levomepromazina, Promazina,  Flufenazina, Zuclopentixolo. Va sempre preferito l’utilizzo di antipsicotici “atipici” quando possibile, ma qualora necessario può essere considerato un utilizzo nel breve termine dei “tipici” per la risoluzione dei sintomi maniformi di fase acuta. Tutti i suddetti farmaci hanno bisogno di controlli elettrocardiografici regolari in corso di trattamento per monitorare la lunghezza del QTc.
  • Benzodiazepine. Hanno azione ansiolitica, miorilassante e ipnoinducente, per questo sono molto spesso associate al trattamento sopraindicato, per la risoluzione della fase acuta dell’episodio (ipo)maniacale per trattare i sintomi di agitazione e insonnia. Tra le più utilizzate delle molteplici molecole a breve emivita c’è il Lorazepam, a media emivita il Clonazepam, a lunga il Delorazepam e il Diazepam. In caso di agitazione e necessità di sedazione immediata può essere preferita la via intramuscolare o endovenosa di alcuni di questi presidi.

Polarità depressive:

  • Stabilizzatori del tono dell’umore:
    1. I più indicati in queste fasi saranno la Lamotrigina e secondariamente il Valproato, la Carbamazepina, il Topiramato, il Pregabalin, che agiscono biologicamente come stabilizzatori delle membrane cellulari e che si somministrano per stabilizzare gli stati depressivi con caratteristiche miste dell’umore o con ansia, nonché sedare la tensione interna. Per lo più si utilizzano in combinazione a farmaci antipsicotici atipici o antidepressivi. Hanno un metabolismo epatico e vanno perciò usati con attenzione in caso di insufficienza epatica medio-grave. La Lamotrigina può portare a un rash cutaneo, in tal caso va interrotta. Il Valproato può essere proposto alle donne in età fertile solo dopo aver preferito altri trattamenti.
    2. Sali di litio. Anche nella fase depressiva trovano utilizzo per la normalizzazione delle oscillazioni dell’umore tipiche delle depressioni bipolari con caratteristiche miste e per la prevenzione delle ricadute, nonché dell’ideazione suicidaria. Per lo più accompagnano nel trattamento un antipsicotico atipico, la Lamotrigina, o un antidepressivo. Necessitano di controlli sanguigni del dosaggio terapeutico. Vanno somministrati con attenzione in chi soffre di distiroidismo o ha un’insufficienza renale. Possono causare tremore fine specie agli arti superiori. Prevedono un introito quotidiano d’acqua di circa 1,5 lt/die per un corretto assorbimento, che spesso normalizza anche il tremore.
    3. Lamotrigina + Sali di Litio. E’ un’associazione che ha mostrato ottimi risultati nel trattamento dei sintomi acuti di depressione bipolare (Ghaemi et al, 2006) e nei rapidi ciclici.
  • Antipsicotici atipici o di II generazione. I più comunemente utilizzati sono: Aripiprazolo, Asenapina, Quetiapina, Paliperidone, Olanzapina non solo in presenza di sintomi psicotici (deliri di rovina, indegnità), per sfruttarne l’effetto bloccante dopaminergico, ma anche per l’azione serotoninergica (specie a dosaggio medio-basso) che garantisce un effetto antidepressivo e ansiolitico, senza il rischio di uno switch (ipo)maniacale. La Quetiapina ha ricevuto l’indicazione dalla FDA per l’utilizzo in monoterapia nella depressione bipolare (Calabrese et al,2005). Tra gli effetti collaterali in alcuni casi si ha aumento ponderale, parkinsonismi (tremori, rigidità, rallentamento motorio simili a quelli presenti nel M. di Parkinson), acatisia (irrequietezza motoria), iperprolattinemia.
  • Antidepressivi. Le linee guida internazionali non ne suggeriscono l’utilizzo tra i farmaci di prima linea per il rischio di switch (ipo)maniacale, irritabilità, aggressività e suicidalità (Pacchiarotti et al, 2013). Sono impiegati in associazione a uno stabilizzatore dell’umore o un antipsicotico atipico, in caso di depressione resistente. Sono preferibili gli SSRI e il Bupropione, rispetto ai Triciclici, agli IMAO, ai farmaci duali (Venlafaxina, Duloxetina) o multimodali (Vortioxetina).
  • Terapia Elettroconvulsivante (ECT). Le linee guida suggeriscono l’indicazione per l’utilizzo dell’ECT nei pazienti resistenti al trattamento, con sintomi psicotici, alto rischio di suicidio e nelle donne in gravidanza con gravi sintomi depressivi. Com’è noto tra gli effetti collaterali più comuni c’è la confusione e la perdita di memoria.
  • Stimolazione Magnetica Transcranica (TMS). Approvata nella Depressione Maggiore, ci sono ancora poche evidenze dell’utilizzo nella depressione bipolare. Non sono stati evidenziati effetti collaterali, se non lievi algie nella sede di collocazione del magnete. Appare una tecnica tollerabile e sicura, che andrà ulteriormente indagata (Agarkar et al, 2011).

La risoluzione delle fasi (ipo)maniacali o depressive acute non ha un tempo prestabilito, ogni organismo risponderà diversamente al trattamento a seconda della propria capacità di metabolizzazione dei farmaci somministrati, della severità dell’episodio, della durata di malattia, del numero di episodi sofferti, della comorbidità con altri disturbi, dell’aderenza al trattamento e in conseguenza di una corretta igiene di vita (riposo notturno adeguato per quantità e qualità; riduzione dell’utilizzo di sostanze stimolanti del sistema nervoso, quali caffeina, teina e nicotina; corretta igiene alimentare; corretta idratazione; astensione totale dal consumo di sostanze da abuso e alcol).

Il trattamento a lungo-termine:

Una volta raggiunta la stabilizzazione della fase acuta, subentra la fase di continuazione,  il cui obiettivo primario è la riduzione dei tassi di recidiva in termini di frequenza e severità delle ricadute e la risoluzione dei sintomi inter-episodici. Questa fase ha una durata di circa 3-6 mesi in cui i dosaggi dei farmaci possono essere ridotti adeguandoli allo stato clinico e gli eventuali antidepressivi, somministrati in caso di depressione bipolare, sospesi. Dopo questa fase subentra quella di mantenimento, estremamente delicata per il rischio di diminuzione dell’aderenza al trattamento. Tra i farmaci di utilizzo nella fase di mantenimento troviamo ancora gli antiepilettici e i Sali di Litio e gli antipsicotici atipici. Crescente è stata di recente la scelta di utilizzare le nuove formulazioni intramuscolari mensili di antipsicotici atipici disponibili (Aripiprazolo, Paliperidone palmitato, Risperidone e Olanzapina) chiamate LAI (long-acting intramuscular) proprio allo scopo di ridurre i tassi di recidiva connessi alla perdita di aderenza al trattamento. Le ricadute in corso di trattamento di mantenimento, secondo le linee guida, vanno trattate con adeguamento del dosaggio dei farmaci già assunti: nel caso dell’episodio (ipo)maniacale aumentando il dosaggio dell’antiepilettico o portando la litiemia a 0,8-1  mmoli/L o aggiungendo un antipsicotico atipico e chiaramente sospendendo l’eventuale antidepressivo; nel caso di una ricaduta depressiva  andrà valutata la necessità dell’utilizzo di antipsicotici atipici, Lamotrigina e antidepressivi. I Sali di Litio rimangono gli unici a mostrare evidenze nel prevenire le ricadute depressive, anche se meno di quanto non facciano con le ricadute maniacali (Goodwin et al, 2016).

Farmacoterapia dei Disturbi dell’Umore – Conclusioni

Mentre per il Disturbo Depressivo Maggiore non è previsto un trattamento a lungo termine, il trattamento di profilassi del Disturbo Bipolare è assolutamente necessario per limitare il rischio di ricadute, che sono comunque possibili. E’ un percorso  estremamente complesso, per cui necessita di attenzione continua da parte del clinico, ma anche del soggetto affetto, che dovrà essere sufficientemente a conoscenza della propria malattia e delle implicazioni della sospensione di un trattamento. Una solida alleanza terapeutica e un valido percorso psicoeducativo volto al raggiungimento di una buona consapevolezza di malattia sono requisiti imprescindibili per un trattamento efficace.

Farmacoterapia dei Disturbi dell’Umore – Riferimenti bibliografici

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