Protezione 50 e falsa sicurezza: quando sentirsi protetti cambia la percezione del rischio

Protezione 50 e falsa sicurezza: quando sentirsi protetti cambia la percezione del rischio

La Terra ha un “cappottino” che ci protegge dal Sole: l’atmosfera e, al suo interno, lo strato di ozono, che filtra gran parte delle radiazioni ultraviolette più dannose. È una protezione fondamentale, ma non uno scudo assoluto. E lo stesso vale per la nostra pelle.
“Ho messo la protezione 50, quindi non posso scottarmi”.
Purtroppo la biologia non legge l’etichetta della crema.
Una protezione SPF 50 riduce moltissimo la quantità di raggi UVB che raggiungono la pelle, ma non li elimina completamente. Inoltre, perché funzioni come previsto, deve essere applicata in quantità sufficiente, in modo uniforme e ripetuta nel corso della giornata. Nella vita reale ne mettiamo spesso troppo poca, poi sudiamo, facciamo il bagno, ci asciughiamo e continuiamo a stare al sole.
C’è inoltre una differenza importante tra calore e radiazioni ultraviolette. Il nostro sistema percettivo tende a utilizzare segnali immediati: se c’è vento, non sentiamo troppo caldo o siamo sotto un ombrellone, ci sembra che il sole sia meno aggressivo. Ma gli UV possono essere elevati anche quando il corpo non percepisce una particolare sensazione di calore.
Dal punto di vista cognitivo-comportamentale è un esempio molto interessante della distanza che può esistere tra percezione del rischio e rischio reale. Introduciamo un comportamento protettivo, la crema solare, e il cervello conclude rapidamente: “Adesso sono al sicuro”. Questa sensazione può portarci, paradossalmente, a rimanere esposti più a lungo.
E c’è anche una componente più emotiva, quasi limbica. Il sole è associato alla vacanza, al mare, al piacere, alla libertà, al corpo che finalmente si rilassa. L’ambiente viene percepito come piacevole e sicuro. Ma sentirsi al sicuro non significa necessariamente esserlo.
Per questo la vera protezione dal sole non è soltanto la crema solare: è un sistema di protezione.
Significa usare una crema ad alta protezione e ad ampio spettro UVA e UVB, applicarne una quantità sufficiente e rinnovarla regolarmente, soprattutto dopo il bagno o una forte sudorazione. Ma significa anche cercare l’ombra, evitare per quanto possibile le ore in cui gli UV sono più intensi, utilizzare un cappello, occhiali adeguati e indossare abiti che coprano la pelle, soprattutto quando l’esposizione deve essere prolungata.
Per alcune persone, in certe condizioni, una maglietta leggera, una camicia a maniche lunghe o un pantalone fresco possono essere una protezione molto più affidabile che continuare semplicemente ad aggiungere strati di crema. Esistono anche tessuti specificamente progettati per filtrare gli ultravioletti.
Non bisogna dimenticare, inoltre, che sabbia, acqua e superfici chiare possono contribuire all’esposizione attraverso la riflessione delle radiazioni. Anche stare sotto l’ombrellone, quindi, non equivale necessariamente a trovarsi completamente al riparo.
La pelle, infine, registra una dose cumulativa. Non conta soltanto il momento in cui ci siamo messi deliberatamente a prendere il sole. Conta il tempo trascorso camminando sulla spiaggia, entrando e uscendo dall’acqua, parlando sul bagnasciuga o leggendo sotto l’ombrellone. Quando compare il rossore, il processo che lo ha provocato è già iniziato.
Il “cappottino” della Terra continua a esistere e, fortunatamente, lo strato di ozono sta lentamente recuperando. Ma non può proteggerci da tutto.
E forse la lezione psicologica più interessante è proprio questa: non dobbiamo confondere una misura di protezione con l’assenza del rischio.
La crema 50 è uno strumento prezioso. Ma non rende invulnerabili.
Proteggersi significa osservare l’ambiente, correggere le proprie convinzioni quando non corrispondono alla realtà e modificare il comportamento di conseguenza. In altre parole, una piccola lezione di terapia cognitivo-comportamentale applicata alla vita quotidiana: “mi sento protetto” e “sono sufficientemente protetto” sono due pensieri molto diversi.

Autore/i dell’articolo

Psicoterapeuta cognitivo-comportamentale. Fondatrice e Direttrice dell’Istituto A.T. Beck per la terapia cognitivo-comportamentale di Roma e Caserta. Certified Trainer/Consultant/Speaker/Supervisor dell’ACT (Academy of Cognitive Therapy). Membro del Beck Institute International Advisory Committee di Philadelphia. È Fondatrice e Presidente della Onlus Il Vaso di Pandora. La Speranza dopo il Trauma (www.ilvasodipandora.org). Socio Fondatore e Vice Presidente di CBT-Italia. Insegna da anni protocolli Mindfulness Based (MBSR, MBCT, Mindful eating, ecc.) È Mindfulness Yoga Teacher ed Expert Yoga Trauma Teacher certificata CSEN e Yoga Alliance®. È autrice di numerosi libri, capitoli di libri e pubblicazioni.
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